Colloquio psichiatrico

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Incontrare lo psichiatra

 

Chi arriva alla decisione di chiedere consiglio ad uno psichiatra lo fa in un momento di difficoltà personale e di fragilità e la scelta è spesso, comprensibilmente, accompagnata da dubbi e timori.

A volte nell’immaginario delle persone chi fa questo mestiere viene vissuto come in grado di leggere nella mente, capendo e scoprendo pensieri, paure e questioni che nemmeno sono note al paziente stesso.

Questa però è una visione idealizzata, romanzata e poco realistica di questa professione medica.

Lo psichiatra deve possedere conoscenze, competenze ed esperienza che servono per ascoltare il paziente e capire il problema che egli porta, nel modo più completo e profondo possibile.

Lo psichiatra sa poco o nulla del paziente e della sua vita interiore, tutto ciò che può scoprire passa attraverso l’aiuto ricevuto dal paziente stesso, attraverso le parole e alle impressioni che paziente e medico si scambiano durante i primi incontri.  Il terapeuta va alla ricerca dei reali, e a volte misconosciuti, motivi del malessere, guidando il paziente verso soluzioni efficaci.

 

L’importanza della diagnosi

 

Anche in psichiatria, come in tutti i campi della medicina, la diagnosi è di primaria importanza. Per aiutare una persona dobbiamo conoscere e sapere riconoscere il problema di cui soffre e questo in psichiatria richiede una duplice valutazione, che in termini tecnici è chiamata Asse I e Asse II.

Si potrebbe dire che esistono due dimensioni diagnostiche essenziali che si integrano l’un l’altra: una diagnosi medico-psichiatrica e una diagnosi psicodinamica, che indaghi le componenti psicologiche e relazionali alla base del disagio.

Brevemente, quella che viene definita la diagnosi in Asse I riguarda quelle condizioni che si concretizzano in una patologia psichica, sia essa un Disturbo d’Ansia, come gli Attacchi di Panico, le Fobie, tra cui frequente la Fobia Sociale, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, oppure un Disturbo dell’Umore come la Depressione o il Disturbo Bipolare.

L’Asse II, invece, riguarda la diagnosi personologica e cioè l’eventuale presenza di una struttura di personalità che abbia caratteristiche qualitative o quantitative tali da determinare un vero e proprio disturbo, con conseguenze sulla qualità della vita del paziente, sul piano personale, relazionale e socio lavorativo.

Solitamente una diagnosi in Asse I richiede l’impostazione di una terapia farmacologica mentre la diagnosi in Asse II un intervento di tipo psicoterapeutico.

 

Come si svolge il colloquio psichiatrico

 

La visita psichiatrica avviene appunto in forma di colloquio. È la prima interazione tra il medico e il paziente ed è lo strumento che lo psichiatra utilizza per comprendere la sofferenza del paziente.

È molto importante il clima emotivo e relazionale nel  quale l’incontro si svolge, perché influenzerà i futuri eventuali incontri tra paziente e terapeuta e l’adesione del paziente ai consigli del medico. Deve avvenire in un clima di empatia con un’attenzione libera da pregiudizi e rispettosa, in modo che il paziente possa esprimere come desidera e come meglio può i fatti, le sue riflessioni e le emozioni correlate.

 

Il colloquio diretto con il paziente è essenziale poiché permette al medico, non solo di ottenere informazioni, ma soprattutto di osservare e riconoscere una serie di segni che sono indispensabili per fare diagnosi e valutare lo stato psicopatologico.

Per il medico psichiatra è importante raccogliere le informazioni fornite dal paziente ma anche osservare e valutare obiettivamente come la persona si presenta, come si muove, come parla, la sua mimica facciale e il linguaggio non verbale, tutti dati che non possono essere valutati in una conversazione telefonica.

Durante il colloquio il medico deve creare le condizioni migliori perché il paziente si senta a suo agio e libero di esprimere tutto ciò che gli viene alla mente, deve saper creare una alleanza terapeutica, fattore predittivo di primaria importanza sull’esito della terapia.

 

Nella prima parte del colloquio iniziamo cioè ad ascoltare il paziente e a sintonizzarci con lui lasciandolo libero di riferire ciò che desidera e ciò che gli sembra più importante.

Il paziente andrà poi anche guidato dal medico a fornire informazioni che altrimenti potrebbe omettere, per pudore, perché può pensare che siano inutili o a causa delle cosiddette censure inconsce, di cui il paziente non può essere a conoscenza ma che lo psichiatra può aiutare a superare.

Può essere necessario, sempre con delicatezza e rispetto, incoraggiare la persona ad affrontare temi spinosi o ad approfondire meglio gli aspetti più intimi ed emotivi di questioni che a volte vengono riferite soltanto nei loro risvolti più concreti, aiutando il paziente a commentare i fatti da un punto di vista delle emozioni che ne derivano.

 

Talvolta sarà necessario avere informazioni aggiuntive dai parenti, ad esempio nel caso in cui siano necessarie notizie anamnestiche sull’infanzia oppure allo scopo di valutare le modalità di interazione tra i diversi membri della famiglia o ancora perché terze persone possono fornire un punto di vista differente che va ad integrare ciò che percepisce il paziente stesso. L’eventuale coinvolgimento dei parenti è una decisione concordata e rimane comunque a discrezione del paziente stesso.

Quando una persona vive un disagio nel presente è sempre importante ricordare che il modo in cui il paziente soffre è il risultato di fatti recenti che vanno accuratamente indagati ma anche della storia passata del paziente, verso la quale il medico deve porre la giusta attenzione.

 

Solitamente la visita psichiatrica non richiede esami aggiuntivi, talvolta però il medico potrà prescrivere alcune indagini diagnostiche allo scopo di indagare lo stato generale di salute ed escludere che alcuni sintomi siano legati ad una patologia organica.

Può essere necessario richiedere test psico-diagnostici o neuropsicologici per indagare alcune funzioni mentali e cognitive.

 

Al termine della visita il medico formula delle decisioni terapeutiche che condivide con il paziente ed eventualmente con i famigliari e propone un piano di cura.

È il momento in cui spesso ci si confronta con i pregiudizi e i timori verso la terapia, sia essa farmacologica o psicologica.

Per questo io cerco sempre di essere chiara con i pazienti sui benefici della cura, sulla sua durata, sugli eventuali effetti collaterali e anche su cosa può accadere se il paziente non accetta di curarsi, rassicurandolo comunque sulla mia disponibilità a riparlarne.

Il paziente non va colpevolizzato né obbligato moralmente ad assumerne farmaci che non sente ancora come buoni alleati, né tantomeno avrebbe senso spingerlo ad una terapia psicologica che non può che naufragare senza una vera motivazione personale.

Va invece reso partecipe attraverso una corretta informazione che fornisca le informazioni necessarie per prendere una decisione e qualcuno ha comunque bisogno di un po’ di tempo e di altri incontri per essere motivato alla cura.

 

Anche il paziente osserva lo psichiatra

 

Durante il primo colloquio anche il paziente incontra il terapeuta, anch’egli quindi potrà, e dovrà, valutare la qualità di questo incontro, le comunicazioni e le informazioni fornite, lo stato emotivo nel quale si è trovato durante il colloquio, la capacità del medico di metterlo a suo agio, la comunicazione non verbale (tono della voce, sguardo, mimica, atteggiamento) che possono essere di fondamentale importanza per evincere informazioni sulla competenza e sul genuino interesse del terapeuta che si ha di fronte.

 

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psichiatria, Psicoterapia e Medicina Omotossicologica per la terapia dell’ansia. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

Cristina

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