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Autolesionismo

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AUTOLESIONISMO

 

Durante questi mesi di pandemia è stato più volte segnalato un notevole aumento degli accessi in pronto soccorso psichiatrico, soprattutto di soggetti in età giovanile e adolescenziale.

Soprattutto gli adolescenti hanno patito questo periodo di allontanamento forzato dal gruppo sociale, luogo di confronto e di conforto anche in un’età in cui i ragazzi hanno una notevole spinta ad individuarsi e a differenziarsi dalle proprie figure genitoriali, con le quali spesso non riescono o non possono confidarsi.

I disturbi più frequentemente rilevati in questi ragazzi che chiedono un soccorso immediato riguardano Disturbi d’Ansia, soprattutto Attacchi di Panico, e gli atti di autolesionismo.

Questo fenomeno è diventato, negli ultimi anni, sempre più diffuso tra gli adolescenti e i giovani adulti ed è stato esacerbato dai mesi dell’isolamento e della pandemia.

È frequente incontrare nella pratica quotidiana pazienti che insieme ad altri disturbi riferiscono la tendenza a ferirsi e ad agire contro la loro incolumità fisica. Spesso stupisce come questa segnalazione avvenga a margine di tutte le altre sofferenze che il paziente segnala o addirittura debba essere indagata dal medico stesso, questo non tanto per un problema di reticenza, imbarazzo quanto per una tendenza alla sottovalutazione dell’importanza di questo comportamento.

Possiamo definire gli atti di autolesionismo come ferire o danneggiare il proprio corpo in modo deliberato e intenzionale e comprende una serie di comportamenti differenti ed eterogenei.

Frequentemente viene associato alla presenza del disturbo Borderline di Personalità ma le ricerche dimostrano che gesti di questo tipo si possono riscontrare anche in altre situazioni di disagio psicologico, ad esempio i Disturbi d’Ansia, i Disturbi Alimentari, la Depressione e nei casi più gravi di disturbi psicotici come la Schizofrenia.

 

I comportamenti di danneggiamento intenzionale sono di tipi diversi e di differenti gravità.

Ne sono esempio l’abuso di sostanze psicoattive, la  promiscuità sessuale con persone sconosciute in situazioni rischiose, guidare troppo velocemente e in stato di ebrezza, fino a condizioni più prettamente autolesive come graffiarsi e tagliarsi ripetutamente, soprattutto sulle braccia o all’interno delle cosce,  causare  bruciature o  abrasioni sul proprio corpo, utilizzando sigarette, lamette, rasoi, forbici, compiendo quindi degli atti dotati di una bassa letalità e finalizzati al tentativo di mantenere  un controllo di fronte a situazioni emotive troppo intense o a pensieri intollerabili.

Gli atti e i gesti autolesionisti sono l’unico modo che il paziente possiede come strategia di regolazione emotiva. Non avendo altre capacità o strategie per regolare e gestire uno stato emotivo acuto e percepito come intollerabile, il soggetto ferisce il proprio corpo nel tentativo di ripristinare uno stato emotivo di base.

È come se questi pazienti trasformassero in sofferenza fisica e ferite del corpo gli stati emotivi negativi e troppo intensi.

La frequenza di questi comportamenti al giorno d’oggi è tale che nell’ultima edizione del DSM, cioè del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali, è stata inserita la categoria specifica diagnostica di Autolesionismo non suicidario.

In psicologia vengono definite strategie di coping le modalità con cui le persone affrontano le situazioni stressanti.

Sono l’insieme delle competenze affettive, cognitive e comportamentali che ciascuno di noi mette in atto per gestire le richieste del mondo esterno o i vissuti dolorosi con i quali ci confrontiamo.

Quando le strategie di coping non sono adeguatamente sviluppate, il soggetto posto di fronte ad una difficoltà può andare incontro ad una disregolazione emotiva intollerabile.

Ne derivano comportamenti poco efficaci o a volte gravemente inefficaci come ad esempio gli agiti di autolesionismo.

Spesso questi pazienti ci dicono che il dolore percepito sul corpo, la vista del sangue e delle lesioni sul corpo permettono a loro di percepire la sofferenza in modo tangibile e visibile, “rassicurandoli” che la loro sofferenza esiste realmente, attraverso questi gesti rendono concreta e visibile la sofferenza psicologica.

Ovviamente si tratta di una strategia inefficace e disattiva ma purtroppo l’unica che il paziente conosce per attraversare il momento di grave difficoltà emotiva nel quale si trova.

Inoltre questi gesti hanno una forte valenza comunicativa, per questi ragazzi è spesso l’unico modo di comunicare al loro contesto lo stato di sofferenza in cui si trovano.

Ogni gesto di autolesionismo è anche una comunicazione che il paziente fa del vissuto emotivo intollerabile che sta vivendo, in modo che la propria sofferenza possa essere visibile agli occhi del contesto.

Spesso, infatti, questi ragazzi sono cresciuti in contesti che minimizzano, negano o proprio non sono in grado di mettersi in contatto con la sofferenza emotiva e psicologica dei loro figli.

L’ autolesionismo viene spesso agito da pazienti che hanno subito abusi da piccoli, soprattutto per quanto riguarda situazioni di trascuratezza affettiva e in contesti familiari ed educativi che non sono stati in grado di strutturare in modo sano ed equilibrato le competenze affettive e cognitive del ragazzo, il quale, di fronte al dolore emotivo o a sentimenti particolarmente forti come la rabbia e sensi di colpa, non trova altro modo per alleviare il suo dolore emotivo.

Sono contesti dotati di scarsa empatia che non riescono ad intercettare, ad individuare precocemente i segnali del disagio emotivo del ragazzo.

Molto spesso i danni inflitti al proprio corpo sono associati alla presenza di sentimenti come ansia, rabbia, senso di colpa e in generale vissuti negativi spesso generati all’interno di situazioni interpersonali.

Gli atti di autolesionismo non hanno come obiettivo porre fine alla vita. È vero che le condotte autolesive sono maggiormente correlate a situazioni di tentato suicidio ma nella maggioranza dei casi l’obiettivo non è quello di togliersi la vita ma di ottenere sollievo da una condizione emotiva intollerante sul piano psicologico e mentale.

Come abbiamo detto in precedenza l’autolesionismo è molto diffuso soprattutto tra gli adolescenti e giovani adulti con un’età di esordio ormai sempre più precoce, anche intorno ai 12/13 anni.

Gli studi indicano che l’incidenza di questo fenomeno tra gli adolescenti o i giovani adulti può arrivare fino al 20%, mentre tra i soggetti adulti questa percentuale scende intorno al 5 o 6 %.

 

Come intervenire

 

Queste sono ovviamente situazioni importanti che richiedono un intervento di psicoterapia precoce, serio e ben strutturato che possa aiutare il ragazzo a comprendere l’origine dei suoi stati emotivi, così pesanti e dolorosi, imparare altre modalità sia per gestire questi stati emotivi che per tollerarli e anche per coltivare e sviluppare emozioni e pensieri positivi.

Tutto questo può avvenire soltanto all’interno di un profondo rapporto di fiducia tra paziente e terapeuta, in un percorso di cura che deve avere almeno una cadenza settimanale.

In ciascun singolo caso va anche valutata con attenzione l’eventuale possibilità o necessità di aiutare il paziente, soprattutto nella prima fase della psicoterapia, con una terapia farmacologica che possa contenere gli Stati emotivi di sregolati e anche l’impulsività.

 

La dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra e Psicoterapeuta, si occupa di PsichiatriaPsicoterapiaOmotossicologia a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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