Coronavirus: le conseguenze della pandemia sul benessere mentale

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Coronavirus: le conseguenze della pandemia sul benessere mentale

 

Sono passati oramai diversi mesi dalla fine del lock-down.

Già a partire dalle prime settimane di marzo sono stati condotti numerosi studi scientifici e riflessioni su quali sarebbero state le conseguenze di questo tragico evento, cercando di valutare e di predire l’impatto sulla salute mentale e sullo stato psicologico della popolazione, soprattutto con attenzione ai soggetti maggiormente vulnerabili e a chi è già in cura per disturbi legati all’ansia o alla depressione.

Da allora questi studi si sono ampliati e raffinati sempre più ed oggi abbiamo la certezza che questo fatto storico eccezionale avrà un impatto a lungo termine molto rilevante sulla comparsa di disturbi psichiatrici.

Già durante le prime settimane di emergenza abbiamo osservato le prime conseguenze a breve termine. In particolare, un aumento notevole dei disturbi d’ansia e disturbi del sonno durante le settimane del lock-down.

In quel periodo, infatti, sono aumentate significativamente le richieste di consultazione e noi medici ci siamo trovati di fronte alla necessità di utilizzare modalità di “incontro” con i nostri pazienti per molti di noi un po’ insolite.

Io, ad esempio, non avevo mai utilizzato tecnologie per le visite on line, anzi sono sempre stata piuttosto scettica sul loro utilizzo in quanto il mio lavoro è per eccellenza un lavoro di relazione, dove la comprensione e la cura passano inevitabilmente attraverso la conoscenza del paziente che io acquisisco in studio durante la visita, attraverso il suo linguaggio, sia verbale che para-verbale,  attraverso l’osservazione della sua fisicità, dei suoi sguardi e dei suoi movimenti, tutti elementi che in remoto vengono parzialmente alterati.

Ciò nonostante ho dovuto ricredermi e oggi sono lieta che ci sia stata in quelle lunghe settimane una modalità per rimanere in contatto con i miei pazienti e per rispondere alle richieste di aiuto di chi mi contattava per la prima volta.

 

Dalla fine del lock-down fino all’estate abbiamo cominciato a vedere direttamente, nella pratica clinica di tutti i giorni, molte persone che chiedevano aiuto per la comparsa o per il riacutizzarsi di stati di ansia che vanno oltre la fisiologica preoccupazione e che richiedono quindi di essere curati.

L’ansia è infatti un meccanismo difensivo efficace se rimane sotto una certa soglia, in questo modo ci permette di avere consapevolezza corretta del problema che stiamo vivendo e ci permette di trovare e utilizzare strategie efficaci per fronteggiarlo, in questo caso una giusta dose di preoccupazione ci permette di trovare un equilibrio tra prudenza e attenzione alle norme prescritte continuando a svolgere le attività lavorative o ludiche che sono invece possibili.

Molte persone hanno invece continuato a percepire il pericolo di contagio con la stessa intensità delle prime settimane di chiusura generalizzata e hanno sviluppato condotte di evitamento anche quando la situazione, parzialmente rientrata, ha reso possibile uscire dalle proprie abitazioni e riprendere con la necessaria prudenza alcune attività, ponendosi di fatto in uno stato di quarantena psicologica non più necessaria (Sindrome della capanna, tipica dopo un lungo periodo di isolamento sociale).

A distanza di qualche mese dalla chiusura del Paese si sta determinando anche un aumento dei disturbi depressivi.

 

Un evento come quello accaduto a marzo scorso, con la chiusura totale del paese e le conseguenze che tutti abbiamo vissuto, ha agito in modo incisivo sul nostro organismo, attivando in tutti noi sistemi di reazione emotiva che hanno un correlato neuroanatomico e neurofisiologico, in pratica ha attivato il Sistema dello Stress causando in tutti noi modifiche a livello della produzione degli ormoni dello stress (cortisolo e adrenalina) e dei neurotrasmettitori.

 

Questo è accaduto non soltanto per l’impatto delle quotidiane tristi notizie sul nostro assetto psicologico.

Non dobbiamo infatti trascurare quanto abbia influito sul nostro stato generale, emotivo ma anche fisico, l’isolamento forzato nelle nostre case, che per alcuni è stato sinonimo di solitudine o di conflitti e difficoltà nel gestire la convivenza famigliare.

L’immobilità fisica ha giocato anch’essa un ruolo importante nel precipitare situazioni di malessere, non solo nei pazienti affetti da malattie organiche come diabete, ipertensione o problemi circolatori, ma anche aumentando la probabilità di sviluppare un disturbo emotivo e psicologico.

Anche l’esposizione alla luce artificiale per tutto il giorno ha rappresentato un elemento di stress che ha influito sulla comparsa di disturbi cronici del sonno, evoluti poi in stati di ansia e depressione.

Come tutti sappiamo sono stati gravissimi i danni economici per una larga parte della popolazione che si è trovata nel giro di poche settimane con serie preoccupazioni per il proprio lavoro e il sostentamento economico della famiglia.

 

Certo l’impatto per ciascuno di noi è stato differente, addirittura per alcuni quelle settimane hanno rappresentato, a livello personale, una occasione per rallentare i propri ritmi e poter quindi riflettere su tematiche importanti della propria esistenza, progetti, desideri, cambiamenti, tematiche che spesso non possono trovare uno spazio adeguato nelle nostre menti sovraccariche e una collocazione adeguata nelle nostre vite frenetiche.

Questo tipo di elaborazione è stata però possibile soltanto nelle persone non direttamente e seriamente esposte alle conseguenze  della pandemia e mi riferisco ovviamente a chi si è ammalato in modo grave o chi ha vissuto il lutto di una persona cara e a tutti coloro che hanno subito danni economici importanti, tutti eventi che il Sistema di allarme dello Stress interpreta, a ragione, come situazioni traumatiche di grave pericolo per la vita propria e dei propri cari e da cui derivano disturbi psichici come il Disturbo Post-Traumatico da Stress, i Disturbi dell’Adattamento, i Disturbi d’Ansia e la Depressione, tutte patologie stress correlate di cui stiamo osservando un aumento significativo.

 

Un’altra conseguenza, sia a breve che a lungo termine della pandemia, è stato l’aumento di casi di shopping compulsivo, inizialmente orientato solo ai generi di prima necessità e scatenato dalla paura ancestrale di rimanere senza cibo o beni indispensabili per la sopravvivenza.

Nel corso delle settimane, forse anche a causa della difficoltà di alcuni soggetti più vulnerabili a gestire sentimenti di noia e frustrazione causati dall’isolamento, si è osservato un esponenziale aumento dell’acquisto di beni on-line, in quantità nettamente superiore a quelle pre-covid. Per alcune persone questo è stato proprio il trigger per il riacutizzarsi o la comparsa di una sintomatologia ansiosa dello spettro Ossessivo-Compulsivo.

Ad aggravare il numero delle persone che hanno sviluppato sintomi psichiatrici ha contribuito il fatto che per mesi è stato molto difficile riuscire ad accedere alla possibilità di effettuare visite mediche, gli ambulatori territoriali e ospedalieri si sono fermati o hanno dovuto occuparsi unicamente dei casi di grave urgenza, al fine di non peggiorare la diffusione dell’infezione. Questo ha ritardato in molti casi la possibilità di ricevere una diagnosi precoce e corretta e un trattamento adeguato e ben monitorato nel tempo.

 

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psichiatria, Psicoterapia e Medicina Omotossicologica per la terapia dell’ansia. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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