Le droghe e la malattia mentale

Nonostante quanto viene da alcuni costantemente sostenuto, il consumo delle cosiddette “droghe leggere” è chiaramente associato all’aumento di rischio di malattia mentale. Molti studi hanno correlato gli effetti dell’uso di cannabis, nei soggetti in età adolescenziale, con l’insorgenza di disturbi psichiatrici. La frequenza di attacchi di panico, disturbo ossessivo compulsivo e depressione è maggiore negli utilizzatori di sostanze derivanti dalla Cannabis. In alcuni casi addirittura si possono manifestare stati di psicosi.

Le azioni del THC (tetraidrocannabitolo) sul sistema nervoso

Marjuana e Hashish derivano ambedue dalla Cannabis Sativa ma sono prodotti attraverso procedimenti diversi che utilizzano differenti parti della pianta. Queste droghe vengono prevalentemente fumate ma possono essere consumate anche in altri modi, ad esempio in preparazioni di cibi o tè. Il principio psico-attivo responsabile degli effetti è il Tetraidrocannabinolo (D9-THC). E’ la quantità di questo allucinogeno che determina gli effetti mentali e fisici che conseguono all’assunzione della droga.

Nel corso degli ultimi anni sono state selezionate e prodotte piante modificate geneticamente che ne contengono quantità notevolmente maggiori. Queste Nuove droghe derivate da specie selezionate ad alto contenuto di principio attivo, sono molto differenti da quelle de mitici anni ‘70, ed è insensato continuare a considerare l’uso dei derivati della Cannabis innocuo. Esso anzi, rappresenta un sicuro fattore di rischio rispetto alla probabilità di diventare tossicodipendente da eroina e altre droghe “pesanti”.

Il THC agisce su recettori cerebrali e influenza l’attività del cervello. Poco tempo dopo l’assunzione, il esso raggiunge una concentrazione sanguigna tale per cui iniziano gli effetti, che si protraggono per alcune ore.  Aumenta la frequenza cardiaca, si dilatano le pupille e gli occhi si arrossano, si percepisce una sensazione di secchezza in bocca. Sul piano psichico si può avere uno stato di euforia, un aumento delle sensazioni piacevoli, rilassamento e disinibizione sociale. Le sensazioni emotive possono essere piacevolmente amplificate. Quando l’effetto si esaurisce il soggetto può, al contrario, sentire stanchezza e depressione.

I disturbi psichiatrici più frequenti negli utilizzatori di droghe

Sempre più frequentemente si rivolgono a noi psichiatri persone che dopo l’uso sviluppano forti stati di ansia, fino a veri e propri attacchi di panico. E’ plausibile che l’utilizzo della sostanza  slatentizzi un disturbo d’ansia che non si sarebbe altrimenti presentato. In generale gli effetti dipendono da diversi fattori, non solo dalla dose assunta ma anche dalle caratteristiche biologiche, psichiche e dalla struttura di personalità di chi ne fa uso, dal suo ambiente culturale e dalla sua integrazione sociale. Non è comunque mai prevedibile quale sarà l’entità delle conseguenze legate all’uso di una sostanza psicoattiva, anche un consumo occasionale può indurre forti episodi di ansia e depersonalizzazione. Sebbene i danni da utilizzo occasionale differiscano da quelli legati all’abuso cronico, non sono comunque mai prevedibili la vulnerabilità e la predisposizione ad ammalare del cervello che è esposto all’azione di una sostanza psico- attiva.

L’uso di Cannabis compromette la memoria a breve termine, la capacità di apprendere e  peggiora la capacità di ricordare le informazioni. Altera funzioni come la concentrazione e l’attenzione e anche abilità motorie come la coordinazione e l’equilibrio, tutte funzioni cerebrali indispensabili per la sicurezza alla guida.

Se l’assunzione è massiccia, è possibile sviluppare stati psicotici temporanei ma anche duraturi con allucinazioni, deliri, perdita del senso di realtà, alterazioni del comportamento, aggressività e irritabilità. Si possono manifestare comportamenti bizzarri, eloquio poco comprensibile con nessi associativi vaghi e pensieri paranoidi.

L’utilizzo di droghe in adolescenza altera lo sviluppo del sistema nervoso centrale

L’utilizzo di Hashish e Marjuana è particolarmente pericoloso in adolescenza. Questa è, infatti, la fascia di età in cui spontaneamente più spesso compaiono i disturbi mentali. Il sistema nervoso centrale in maturazione è particolarmente sensibile e suscettibile verso stimoli di natura psicologica ma anche chimica. L’esposizione al THC altera lo sviluppo del cervello in un periodo di grande vulnerabilità e gli studi confermano che chi ha usato cannabis da adolescente ha una maggiore probabilità di ammalare di disturbi psichiatrici anche in età adulta.

La probabilità di avere conseguenze psichiatriche dopo uso di cannabis aumenta esponenzialmente se vi è una famigliarità per ansia, depressione o altri disturbi psichiatrici. Contenendo agenti irritanti e cancerogeni il fumo di cannabinoidi aumenta la possibilità di sviluppare malattie dell’apparato respiratorio, con danni maggiori di quelli causati dal tabacco: bronchiti croniche, infezioni frequenti e aumentata incidenza di cancro polmonare. Tutto ciò probabilmente anche attraverso un effetto negativo sul sistema immunitario. Le sensazioni positive favoriscono lo sviluppo di dipendenza e il desiderio di ripetere l’assunzione, anche perché l’astinenza procura sintomi spiacevoli come ansia diffusa, tensione, agitazione e alterazioni del sonno. A lungo andare gli effetti dei cannabinoidi  sul cervello sono molto dannosi. L’utilizzo cronico sembra indurre una maggiore apoptosi, cioè degenerazione e morte neuronale, quindi un invecchiamento cerebrale precoce e una perdita di neuroni. I danni al tessuto cerebrale sono confermati dagli studi di neuroimaging come la TAC e la PET e sono permanenti, soprattutto se l’utilizzo è cronico e associato ad alcool, evenienza tutt’altro che rara.  Queste alterazioni strutturali portano ad un deterioramento cognitivo in chi utilizza queste sostanze stupefacenti cronicamente.

La sindrome amotivazionale negli utilizzatori cronici di cannabis

E’ uno degli effetti a lungo termine dell’uso di cannabis. Consiste in una perdita d’interessi generalizzata, apatia, abulia, demotivazione, senza quella sofferenza psichica tipica della depressione, anzi con una sorta d’indifferenza emotiva e quindi di passiva rassegnazione. In questi casi la persona non si dichiara depressa ma nemmeno prova benessere e felicità, non riesce a provare interesse in nulla e diventa progressivamente sempre più ritirata e passiva. Ne consegue una grave compromissione del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di patologie psichiatriche negli utilizzatori di sostanze a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

dott.ssa Cristina Selvi
La dott.ssa Cristina Selvi, Medico ChirurgoPsichiatra e Psicoterapeuta,  si occupa di Psichiatria, Psicoterapia e Medicina Omotossicologica a Milano, presso il suo Studio Psichiatria Integrata, in Piazzale Gorini 6. E' autrice di un Blog di Informazione Medica e di un Ebook sugli argomenti Psichiatria, Psicoterapia e Medicina Omotossicologica e promotrice di un modello d’intervento integrato fra queste discipline che valorizzi una conoscenza globale della persona. | Google | Contatti |
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