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Articoli che trattano di: Psicoterapia

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Burnout

Cosa è il burnout?

Il Burnout può essere definito come uno stato di esaurimento emotivo accompagnato da sintomi di tipo ansioso e depressivo. In effetti, il termine anglosassone Burnout si traduce come: bruciato, esaurito, estinto, esausto.

È uno stato patologico che riguarda il fisico e la psiche legato al perdurare di condizioni di stress lavorativo che generano un sovraccarico non più tollerabile e gestibile dall’organismo del paziente.

Depressione Milano Psichiatra Burnout

Scarica l’infografica “Burnout” in pdf.

Anni fa questo tipo di condizione veniva riservata alle cosiddette professioni di aiuto in cui è richiesto un notevole impegno sul piano interpersonale. In verità nel mondo occidentale moderno il Burnout è estremamente frequente in moltissimi contesti lavorativi che sono caratterizzati da richieste eccessive di performance e di tempo dedicato al lavoro, come ad esempio nel caso di professionisti con ruoli dirigenziali, avvocati in grandi studi associati, medici, turnisti di ogni genere e qualsiasi figura professionale sulla quale vengono riversate pretese eccessive di impegno e di risultato a lungo termine.

I dati emersi dagli studi epidemiologici e dalle osservazioni cliniche segnalano come questa condizione patologica sia in continuo aumento e sia correlata non soltanto con un profondo malessere personale ma anche con costi sociali indiretti molto elevati, in quanto compromette profondamente la motivazione e la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.

E’ quindi una delle più frequenti cause di assenteismo.

Come si manifesta il burnout

Il quadro clinico di un paziente in stato di Burnout è caratterizzato da tensione generale e ansia costante, il pensiero si focalizza ossessivamente e rimugina su ogni aspetto del proprio lavoro. Il sonno è invariabilmente disturbato perché i pensieri continui rendono difficile l’addormentamento, il risveglio è precoce e già dai primi minuti compare l’ansia.

E’ sempre presente il calo del tono dell’umore, variabile nell’intensità a seconda della gravità e della durata dello stress che causa la situazione di esaurimento.

Il paziente sperimenta uno stato di profonda demotivazione e spesso anche il timore di recarsi al proprio lavoro.

I pazienti si descrivono come molto stanchi e allo stesso tempo incapaci di rilassarsi.

Anche i professionisti più seri, capaci e stimati possono sperimentare forti sentimenti di paura e di inadeguatezza ed iniziare a temere o rifiutare nuovi incarichi e nuove responsabilità, con sensi di colpa, di fallimento e rabbia.

Sono invariabilmente presenti disturbi cognitivi come riduzione della capacità di concentrarsi e della memoria.

Anche a livello fisico possono comparire sintomi quali cefalea, gastrite e ulcere, ipertensione, calo della libido.

Non è raro il tentativo di autocura con abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze psicotrope.

Cause del burnout

La Sindrome del Burnout è il punto di arrivo di uno stato di stress cronico e di impegno lavorativo che esubera le capacità del soggetto di farvi fronte a lungo termine.

Avviene quando le condizioni e i ritmi di lavoro non sono commisurati alla persona ma sono maggiormente orientati alla logica del guadagno.

Spesso le gratificazioni professionali, sia economiche che non, sono scarse ed è presente un alto livello di competizione anche con comportamenti poco corretti su un piano interpersonale.

Un altro motivo facilitante la comparsa di Burnout è lo svolgimento del lavoro in ambienti poco adatti, ad esempio bui, rumorosi, malamente climatizzati.

Nel mondo moderno occidentale, soprattutto con la sempre crescente riduzione del personale, la capacità di resistere allo stress e alla sovraccarico lavorativo stanno diventando condizioni richieste in modo esplicito durante la selezione del personale. Spesso le persone, prive di valide alternative non hanno altra possibilità che accettare condizioni di lavoro a lungo termine non compatibili con uno stato di benessere psico-fisico.

Diagnosi del burnout

Nella diagnosi di questa condizione è molto importante un approfondimento obiettivo del contesto lavorativo ed anche una attenta anammesi psicologica e famigliare.

E’ altrettanto importante approfondire la comprensione della struttura di personalità del paziente.

Vanno infatti ben differenziate, per diversi motivi, le situazioni di effettivo Burnout da quelle dovute ad una struttura di personalità in qualche modo fragile, poco flessibile o non sufficientemente dotata di capacità di problem solving o competenze relazionali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Quando l’ansia è un’ossessione

 Quando l’ansia è un’ossessione

Esiste un pregiudizio diffuso secondo il quale se una persona è abituata a pianificare meticolosamente i suoi impegni, preoccupata di avere le mani sempre ben pulite o ad organizzare il week end fino all’ultimo dettaglio, potrebbe soffrire di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Le azioni che spesso vengono comunemente associate al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, quali il lavaggio reiterato delle mani o controllare più volte la chiusura  delle porte o del gas, possono anche essere manifestazioni di lievi tendenze ossessive che molte persone manifestano come abitudine ma che non devono essere considerate patologiche.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è invece una patologia psichiatrica grave, spesso non riconosciuta o sottovalutata dalla società, dai pazienti stessi, inconsapevoli di avere un problema e anche, talvolta, da alcuni medici. Fra i Disturbi d’Ansia è forse il più debilitante e complesso per ciò che concerne la gestione terapeutica.

Come suggerisce il nome, i sintomi nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo sono di due tipi: i pensieri intrusivi sotto forma di immagini create mentalmente, parole ripetute, numeri, filastrocche, pensieri su cose da fare o timori fobici, conosciuti come ossessioni, e i comportamenti compulsivi che sono messi in atto per controllare l’ansia che queste ossessioni causano nei malati. Esistono soggetti con una personalità incline al controllo ossessivo ma Il vero DOC è raro, e può essere molto debilitante: in questo caso manca completamente il controllo sui propri pensieri ossessivi e sulle compulsioni, a volte addirittura manca anche la consapevolezza della malattia e ciò  può interferire con il lavoro, la scuola o la vita sociale, fino al causare una grave compromissione del funzionamento socio-lavorativo e un profondo malessere soggettivo.

L’interferenza sul funzionamento psico-sociale, sulla qualità di vita e con le normali attività è infatti un criterio diagnostico che discrimina coloro che sono affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo da tutti coloro che potrebbero solamente essere un po’ più meticolosi o maniaci con l’igiene o l’ordine. Nonostante l’ossessione dell’igiene, la paura di contaminazione e quindi il lavaggio ripetuto delle mani sia il sintomo più comune del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, le manifestazioni sintomatologiche possono assumere le forme più disparate.

Le ossessioni possono manifestarsi spesso come timori di nuocere agli altri o a sé stessi con azioni incontrollate o preoccupazioni su schemi precisi di comportamento, moralità o sull’identità sessuale. Le compulsioni possono manifestarsi come la necessità di controllare meticolosamente l’igiene personale, a volte anche riversata sui famigliari, spesso purtroppo sui figli che non possono riconoscere l’irrazionalità della preoccupazione del genitore. Altri pazienti hanno l’assoluta necessità di disporre meticolosamente gli oggetti, di controllare più e più volte la corretta chiusura di porte, finestre o gas, o ancora di spostarsi seguendo pattern prestabiliti, magari non calpestando mai i bordi delle piastrelle. Molte persone che soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo capiscono  la relazione tra le loro ossessioni e le compulsioni, non poter evitare comportamenti compulsivi quando si è però perfettamente consapevoli dell’irrazionalità delle proprie ossessioni rende questa patologia una condizione profondamente invalidante sul piano emotivo, genera stress e a volte può complicarsi con aspetti depressivi.
Le persone affette da Disturbo Ossessivo-Compulsivo possono addirittura arrivare a “sentirsi pazze” a causa dell’ansia che percepiscono e che sanno essere basata su pensieri irrazionali e a causa dell’impossibilità di controllare le proprie compulsioni.

Quale è la causa del disturbo ossessivo-compulsivo?

Purtroppo, ancora non è completamente chiaro. Abbiamo però degli indizi importanti: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è considerata una patologia che origina su basi neurobiologiche e i ricercatori hanno identificato le aree principali del cervello che potrebbero essere implicate in questi pattern comportamentali alterati: la corteccia orbitofrontale (responsabile del comportamento sociale e della pianificazione cognitiva ), il nucleo caudato (coinvolto nella regolazione dei movimenti volontari) e il giro del cingolo (area responsabile del controllo emotivo e delle risposte emotive ad eventi esterni).

Che vi sia una base neurobiologica nel DOC è anche segnalato dalla frequente presenza di famigliari malati nella stessa famiglia. E’ anche vero che l’ansia e le sue manifestazioni sotto forma di tendenza al pensiero ossessivo e a comportamenti ripetitivi e maniacali, è anche una modalità che impatta fortemente sui figli di madri o di padri affetti da questo problema, se non curati. I bambini crescendo sono fortemente influenzati e possono modellare i propri schemi mentali, cognitivi e di comportamento a quelli del genitore malato che si è preso cura di loro. Quindi, anche in questo caso possiamo sostenere che la genesi è di tipo bio-psico-sociale ed è per questo che il trattamento corretto di un paziente affetto da Doc deve integrare sempre la cura farmacologica alla psicoterapia.

Curare il disturbo ossessivo-compulsivo

Anche il DOC, come gli altri Disturbi d’Ansia, sembra essere associato a bassi livelli di serotonina, un neurotrasmettitore che permette la comunicazione tra varie parti del cervello e regola processi vitali quali umore, aggressività, controllo degli impulsi, sonno, appetito, temperatura corporea e dolore.

La cura per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo si basa sull’utilizzo di farmaci serotoninergici, che aumentano quindi la quantità di serotonina a livello cerebrale.  In associazione al farmaco va sempre consigliata la psicoterapia. L’approccio cognitivo-comportamentale gradualmente desensibilizza il paziente dall’ansia causata dalle proprie ossessioni e lo aiuta nella gestione dell’impulso ad agire le compulsioni. In alcuni casi può essere preferibile consigliare al paziente una psicoterapia psicodinamica che si basa su presupposti teorici e tecnici differenti rispetto alle terapie cognitivo-comportamentali.

La scelta del migliore approccio deve essere personalizzata e può avvenire soltanto dopo che il medico ha incontrato e visitato il paziente attraverso un colloquio clinico e ha approfondito la conoscenza della sua situazione attuale e le sua storia di vita personale e famigliare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Ossessioni e Disturbo Ossessivo Compulsivo a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

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Depressione e psicoterapia

Depressione e psicoterapia

Depressione è un termine generico che si presta a molte interpretazioni personali e a volte non del tutto corrette. Come ho già scritto in altri articoli la depressione può essere un vissuto emotivo, un sentimento ma può essere anche un sintomo che si presenta con intensità variabile e sfumature qualitative differenti.
A volte si tratta di una vera e propria malattia e si accompagna ad altri sintomi o segni rilevati dal medico: quello che noi psichiatri definiamo Episodio Depressivo.

Per impostare un corretto percorso terapeutico, il medico deve poter accertare di fronte a quale delle diverse situazioni si trova e l’eventuale origine o le concause di ciò che il paziente sta vivendo.

E’ indispensabile quindi differenziare le forme di Depressione cosiddetta reattiva dalle forme di Depressione endogena.

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>> Scarica l’infografica Depressione endogena e reattiva in formato pdf

La Depressione reattiva (esogena) ha una genesi prevalentemente psicologica e può essere definita come una risposta eccessiva e non adattiva ad un evento di vita quale ad esempio la rottura di un legame affettivo, la perdita di una persona cara o la perdita del lavoro. Non sempre comunque in queste situazioni si arriva ad avere un vero e proprio Episodio Depressivo.

Si parla di Depressione quando i sintomi sono di entità, gravità e durata tali da concretizzare un quadro ben riconoscibile dallo psichiatra.
E’ molto importante riconoscere e discriminare le differenti situazioni cliniche in quanto la terapia da impostare sarà diversa, così come la prognosi.

La possibilità di sviluppare Depressione reattiva dipende da alcuni fattori come il carattere e la struttura della personalità, le risorse cognitive e culturali, il contesto sociale ed affettivo che supporta il paziente mentre attraversa un periodo difficile e stressante della sua esistenza.
In queste forme depressive gli agiti autolesivi sono rari e se avvengono sono il più delle volte a scopo di richiesta di aiuto e dimostrativi.
Nelle forme di depressione esogena (causata cioè da fattori esterni ambientali) la psicoterapia è sempre necessaria, in quanto sono il risultato della impossibilità da parte della persona di attivare le risorse necessarie ad affrontare la propria situazione esistenziale.

Il tipo e la durata dell’intervento psicologico saranno differenti a seconda delle specifiche situazioni, della gravità dei sintomi e dell’evento che ha determinato lo stato depressivo ma anche dalle caratteristiche specifiche del singolo paziente e dalla presenza o meno di una rete relazionale adeguatamente supportiva.

Talvolta anche nelle depressioni reattive può essere necessario favorire la risoluzione dei sintomi più gravi, come ad esempio una forte ansia o l’insonnia, prescrivendo una terapia farmacologica per un certo periodo. In questo modo il paziente, meno disturbato e concentrato sui sintomi, potrà maggiormente trarre beneficio da ciò che emerge ed apprende durante il percorso di psicoterapia.

La Depressione Maggiore (endogena) ha invece un’origine prevalentemente biologica, non è quindi necessario che il paziente stia attraversando o vivendo un momento difficile o triste della propria esistenza per sviluppare un Episodio Depressivo.
I sintomi sono simili alle forme reattive ma si presentano con gravità maggiore.
La tolleranza al dolore psichico della depressione dipende comunque dalla struttura di personalità e dalle risorse del paziente.
In questi casi la possibilità di veri agiti autolesivi è sempre da tenere in considerazione.

Nella Depressione endogena la terapia farmacologica è inderogabilmente necessaria, sarebbe un grave errore diagnostico e terapeutico non prescrivere farmaci in un Episodio di Depressione Maggiore.
Per questo motivo io insisto ripetutamente sulla necessità di rivolgersi a terapeuti che siano in grado di effettuare una diagnosi clinica corretta e precisa, con una formazione professionale che permetta di comprendere veramente se il farmaco è indicato ed indispensabile e la flessibilità di saper integrare, quando necessario, diversi percorsi di cura.

Nella Depressone Maggiore la psicoterapia può essere integrata alla terapia farmacologica, valutando il singolo caso.
Gli obiettivi sono, ad esempio, ridurre i vissuti di colpa che tutti i pazienti sperimentano legati al fatto di sentirsi impotenti ed incapaci di reagire, sostenere il paziente e aiutarlo a trovare strategie migliori per tollerare il suo malessere e aiutarlo ad accettare la necessità di assumerne una terapia, spesso per lunghi periodi, soprattutto nelle forme ricorrenti.
Inoltre, è importante rendere il paziente capace di riconoscere i sintomi della depressione agli esordi, in modo da prevenire eventuali ricadute.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapie per curare la Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La comunicazione passiva

Lo stile passivo

In questo articolo ci focalizziamo sullo stile comunicativo che viene definito Passivo.

Comunicare e relazionarsi con uno atteggiamento orientato alla passività significa avere difficoltà ad esprimere liberamente, senza ansia o preoccupazione, il proprio punto di vista. Le persone che utilizzano questo stile provano disagio e si sentono inibite nell’evidenziare e comunicare le proprie idee, i propri desideri e bisogni, soprattutto se ritengono che questi siano diversi da quelli dell’interlocutore.

Per chi possiede questo stile può essere molto difficile dire di no, sottrarsi ad una richiesta esplicita o anche presunta. Queste persone sono spinte dal desiderio di non deludere mai nessuno e di non essere quindi criticate, giudicate o ridicolizzate.

La comunicazione passiva si struttura a partire dai primi anni di vita, potenziata da un clima famigliare che inibisce l’intraprendenza e la libera espressione. A volte è così totalizzante che la persona non ne è nemmeno consapevole, non riconosce e non da valore alla specificità del suo essere diverso dagli altri e quindi alla sua identità e personalità.

Accade così, talvolta, che questi soggetti, non sappiano nemmeno che cosa veramente desiderano, quali sono i propri gusti, il proprio modo di pensare; per questo si adeguano senza troppa sofferenza al volere degli altri che diventano, anzi, una guida e un punto di riferimento rispetto al loro sentirsi inermi, privi di iniziativa e sicurezza.

La passività rappresenta una difesa verso la possibilità di sperimentare emozioni troppo sgradevoli. Spesso nasconde una grande paura e difficoltà a gestire situazioni conflittuali dove possa emergere la propria rabbia o quella altrui. Ancor più profondamente ciò che guida queste persone è il desiderio e il bisogno di compiacere per non essere abbandonate o ignorate. Questi soggetti sono generalmente descritti, o si descrivono, come timidi, riservati e indecisi, non sono molto creativi e spesso sperimentano vissuti di ansia, inadeguatezza e sentimenti di colpa.

Il soggetto passivo utilizza poche parole e solitamente le pronuncia con un tono calmo e un volume basso. Si esprime in modo semplice e conciso, a scapito della possibilità di approfondire meglio ciò che sta dicendo, come se temesse di disturbare o non immaginasse che qualcuno possa interessarsi a ciò di cui sta parlando.

Anche la comunicazione non verbale esprime le difficoltà di questi soggetti: la mimica e la gestualità possono essere ridotte, lo sguardo è spesso basso o sfuggente, incontra a fatica quello del compagno di dialogo.

I pazienti che vengono in terapia a causa delle difficoltà relazionali legate al loro stile di comunicazione, si percepiscono come persone poco interessanti, con poche cose da dire e sono particolarmente preoccupati dalla possibilità che si generi un conflitto o un attrito nella relazione. Questo genera in loro uno stato di ansia e d’ipervigilanza rispetto alle reazioni degli altri.

E’ ovvio che questo stile comunicativo non può che generare un circolo vizioso in cui la persona sentirà il suo valore sempre più diminuito, la sua autostima sempre più compromessa e il senso di frustrazione interpersonale sempre più schiacciante.

Queste persone si sottovalutano, in genere, molto di più di quanto un corretto esame di realtà potrebbe segnalare. Tendono, infatti, a sovrastimare le loro umane debolezze o difficoltà senza l’adeguata consapevolezza di quelle che sono le loro risorse, capacità e punti di forza. Aiutarli a raggiungere una corretta percezione di sé è uno degli obiettivi cardine della terapia con questi soggetti.

La terapia psicologica è determinante per questi soggetti che sono maggiormente inclini a sviluppare stati di ansia o depressivi, nonché patologie psicosomatiche come cefalea, dolori diffusi e sintomi gastrointestinali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La comunicazione e gli stili comunicativi

La comunicazione e gli stili comunicativi

Cosa è la comunicazione

La comunicazione può essere definita come un passaggio di informazioni che avviene tra noi e l’ambiente sociale nel quale viviamo, informazioni che riceviamo e che forniamo all’altro nello scambio interpersonale.

L’etimologia della parola deriva dal latino: cum, cioè con e munire tradotto come legare. La comunicazione ci unisce agli altri e fornisce indicazioni su chi siamo e su cosa desideriamo e allo stesso tempo ci permette di comprendere il nostro interlocutore. Ci segnala intenzioni di amicizia e disponibilità o di ostilità ed aggressività, anche latente.

La comunicazione è caratterizzata da aspetti verbali e paraverbali, cioè le parole che pronunciamo, le pause, i momenti di silenzio, il tono e la modulazione della voce, e da aspetti non verbali, la mimica, la direzione dello sguardo, la nostra postura e la gestualità, nonché lo spazio fisico che poniamo tra noi e l’interlocutore.

Gran maggior parte della comunicazione è basata su messaggi non verbali, anche se noi siamo abituati a credere che le parole ci permettano di comunicare le nostre intenzioni e di capire quelle altrui, è stato dimostrato che il 70% della comunicazione avviene attraverso canali non verbali, che è quindi bene conoscere e saper riconoscere.

La comunicazione è un’abilità sociale che influenza moltissimo la qualità delle nostre relazioni e in generale della nostra vita personale e professionale. Fortunatamente può essere modificata e migliorata, aiutandoci a raggiungere un maggior benessere psicologico ed emotivo.

Psicoterapia Milano Comunicazione Psicologa Psichiatra

Gli stili della comunicazione in psicologia

In psicologia si distinguono tre stili di comunicazione: passivo, aggressivo e quello fondato sulla comunicazione assertiva.

L’assertività è lo stile più efficace, quello che ci assicura il migliore risultato in termini di raggiungimento dei nostri obiettivi e in termini di soddisfazione e serenità personale e interpersonale. Saper comunicare bene è una delle basi per aspirare ad avere relazioni di valore, solide e basate su reale interesse e affetto reciproco.

Sfortunatamente lo stile assertivo è anche il più difficile da sviluppare e da insegnare ai nostri figli ma, come abbiamo detto in precedenza, si può perfezionare e potenziare nel tempo.

Ciascuno di noi possiede un suo modo specifico e caratteristico di utilizzare la comunicazione nella relazione con gli altri.

Nessuna persona utilizza un unico stile di comunicazione ma in ciascuno di noi prevale una attitudine rispetto alle altre. E’ anche vero che lo stile comunicativo dipende parzialmente dal clima relazionale, quindi viene co-costruito in modo differente in ciascuna coppia relazionale anche in base alle modalità di comunicazione del nostro interlocutore.

Gli stili comunicativi sono il risultato del nostro temperamento innato integrato a ciò che abbiamo vissuto durante gli anni della nostra crescita, all’interno del nostro nucleo famigliare. Le personalità dei genitori e il loro modo di agire con i figli possono potenziare un particolare tipo di comunicazione, ad esempio quella passiva, e inibire lo sviluppo di un modo più efficace di comunicare. I genitori stessi possono essere a loro volta incapaci di una comunicazione assertiva e quindi nell’impossibilità di permettere al figlio di modellarsi e di introiettare uno stile efficace.

Ciò che s’impara da piccoli nella relazione con i genitori ci struttura per la vita e viene poi generalizzato nelle altre relazioni da adulti.

In psicoterapia uno degli obiettivi è anche quello di insegnare al paziente a riconoscere i segnali della comunicazione non verbale sua e delle persone con le quali entra in relazione. Questa competenza sociale, insieme ad altre sviluppate nel percorso terapeutico, facilita la possibilità  di costruirsi una vita più soddisfacente e di evitare numerose frustrazioni e fallimenti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità

La personalità in psichiatria è definita come l’insieme dei modi con cui percepiamo e viviamo la realtà, consideriamo le altre persone e noi stessi, il nostro modo di metterci in relazione con il mondo esterno e di reagire alle difficoltà della vita, intese sia sul piano concreto sia sul piano emotivo e affettivo. E’ la risultante del temperamento, che è innato, e di ciò che accade in noi attraverso gli innumerevoli eventi con i quali ci confrontiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo.

A volte il processo di costruzione della personalità non avviene in modo adeguato o completo, dando luogo a tratti della personalità troppo rigidi e poco efficaci. Sebbene si confrontino con notevoli difficoltà, è impossibile per questi soggetti modificare i propri schemi di pensiero, cui fanno seguito comportamenti spesso disfunzionali e inadatti.

Un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata sarà invece capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.mStare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Le cause del disturbo evitante di personalità

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

La terapia del disturbo evitante di personalità

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull’ambiente esterno: “sono gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano o come trascorrono la loro vita,  mi annoio e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

La terapia farmacologica può aiutare, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione  a situazioni solitamente evitate.Per questo obiettivo possono essere anche utilizzati i B-bloccanti grazie loro potere sui sintomi periferici dell’ansia come il tremore, la sudorazione e il rossore.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Evitante di Personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Essere flessibili ci rende più felici

 Essere flessibili ci rende più felici

I pazienti affetti da Disturbi di Personalità possiedono una struttura psicologica rigida e poco flessibile, il loro modo di affrontare la vita è caratterizzato da scarsa adattabilità, queste persone  utilizzano schemi di ragionamento e di comportamento sempre identici , senza avere la sufficiente capacità di modularli e modificarli a seconda del contesto specifico.

Questo modo di funzionare può generare significativi problemi in aree importanti  della vita, tipicamente nelle relazioni interpersonali, influenzando negativamente e in modo costante la qualità dell’esistenza del paziente.

Un Disturbo di Personalità non è una patologia psichiatrica segnalata sempre da sintomi evidenti, come ansia o depressione,  ma non riguarda quelle normali e fisiologiche sfumature del carattere che identificano ciascuno di noi e che, a volte, possono essere lievemente problematiche nella quotidianità. Vivere in modo cronico situazioni che possono evolvere in modo frustrante può dare il via ad una sofferenza personale che spesso favorisce anche lo sviluppo di un disturbo psichiatrico più strutturato come una Depressione o un Disturbo d’Ansia.

Il loro riconoscimento come tratto patologico è difficile per il paziente stesso che tende a considerarlo come il suo modo di essere fatto.  Troppo identificati ed abituati al nostro modo di essere, poco osservatori consapevoli delle nostre vite, fatichiamo a riconoscere come disadattivi alcuni tratti del carattere e spesso anche il clinico sente la necessità di un approfondimento che vada al di là del solo colloquio con il paziente. Esistono, infatti, diversi test personologici che possono indagare i tratti della personalità, distinguendoli sia dal punto di vista qualitativo che per ciò che riguarda la loro eccessiva penetranza e quindi la loro problematicità. Più frequentemente sono i famigliari e le persone che entrano in relazione con questi soggetti che percepiscono e rilevano le difficoltà di cui il paziente non è  consapevole. Solitamente la richiesta di aiuto allo specialista arriva dopo anni di incomprensioni riguardo ai motivi dei propri fallimenti e frustrazioni, personali, affettivi, relazionali o professionali.

Un soggetto affetto da Disturbo di Personalità può, infatti, andare in contro ad importanti sofferenze e difficoltà  durante la sua esistenza, può incorrere in frequenti fallimenti affettivi o delle proprie mete esistenziali, può avvertire una identità di sé svalutata , fragile, con sensi di colpa, può sperimentare sintomi di ansia o un vago senso di tristezza, insoddisfazione e noia, che vanno ben inquadrati e non devono sempre e comunque essere interpretati come forme di Depressione .

In condizioni ottimali i tratti di personalità dovrebbero essere flessibili e fluidi, cioè adattabili alla situazione contingente e alle diverse relazioni.

Un semplice esempio in cui tutti noi ci possiamo riconoscere sono i nostri tratti di inclinazione alla dipendenza o alla autonomia rispetto alle altre persone. Questi due aspetti  influenzano il modo con cui entriamo in relazione con gli altri, percepiamo gli altri e ci sentiamo sicuri e compresi oppure soli e abbandonati. Un’autonomia troppo spiccata, e ritenuta come un valore a cui non rinunciare, ha sicuramente un impatto negativo sulla capacità di vivere  relazioni di profondo e intimo scambio, anche se chi la utilizza può non rendersene conto, non patirne e anzi considerarla un vantaggio, una capacità, una difesa dal rischio di essere vittima di sofferenze affettive. Allo stesso modo, un’eccessiva inclinazione alla dipendenza, in tutte le relazioni, può creare altrettanti comprensibili problemi.

Un altro tipico tratto della personalità potrebbe essere la maggiore o minore inclinazione a fidarsi, ad avere fiducia negli altri. Un’adeguata flessibilità ci permette di comprendere quando è meglio diffidare ed  essere più cauti, senza sviluppare una indiscriminata sospettosità.

Un paziente con Disturbo di Personalità potrà essere sempre e comunque eccessivamente sospettoso delle intenzioni altrui nei suoi confronti, anche qui con conseguenze potenzialmente negative sulla sua vita sociale e relazionale. È la nostra capacità di adeguare in modo fluido le nostre risposte ai problemi, generate il più delle volte in modo automatico, che ci può aiutare a risolvere o attenuare le conseguenze di un momento difficile nella nostra esistenza. E’ sempre molto affascinante per me l’immagine del giunco di canna di bambù che, sferzato dal vento forte si lascia andare e si flette senza spezzarsi, per poi tornare nella sua originale forma una volta superata la tempesta.

Disturbi personalità a Milano diagnosi e cura psichiatra Milano Psicoterapeuta
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Definizione di personalità

 Tutti noi abbiamo una nostra specifica personalità che si forma nel tempo ed è il risultato del temperamento innato integrato a tutte le esperienze di vita che attraversiamo nel crescere e di come le elaboriamo. La nostra personalità, sana o patologica è una mescolanza di tante sfaccettature o tratti che alla fine ci caratterizzano come individui singoli e irripetibili: “ la personalità è ciò che si è”. Capire la struttura di personalità di un paziente è spesso più rilevante per lo psichiatra  che capirne il problema manifesto, anche perché sarà grazie alla sua personalità che il paziente troverà e attiverà le risorse per risolvere o per convivere con il suo problema, sia esso fisico che emotivo. Può essere quindi definita come “un insieme di modi di pensare, agire, sentire e comportarsi n che rimangono relativamente stabili nel tempo”. Certamente i tratti di personalità disfunzionali appaiono molto più evidenti quando entriamo in relazione con l’altro, possono invece rimanere più silenti se conduciamo una vita più ritirata.

Sono  l’impatto e la sofferenza personale, il disagio interno e altrui che segnalano e fanno da termometro rispetto a qualcosa che non sta funzionando in modo efficace. Perché, in effetti, il parametro più utile è proprio quello dell’efficacia delle nostre azioni e dei nostri pensieri, per ciò che riguarda l’obiettivo a breve termine ma anche, e soprattutto, gli sviluppi a lungo termine delle nostre azioni. E’ importante segnalare il fatto  che anche persone capaci di un funzionamento personologico del tutto adeguato e adattabile, sebbene nelle loro diverse specificità, in condizioni di stress acuto o cronico possono ovviamente accentuare alcuni tratti a scapito di altri meno funzionali  risultando, per quella specifica contingenza, meno capaci di accedere a stili di problem solving efficaci.

Classificazione di Disturbi di Personalità

I Disturbi di Personalità si dividono in tre Gruppi o Cluster.

  •  Cluster A: appartengono a questo gruppo I Disturbi Schizoide, Schizotipico e Paranoide. Sono caratterizzati da comportamenti bizzarri o eccentrici, da un atteggiamento sospettoso e da un sostanziale disinteresse e distacco verso gli altri, con uno stile di vita autonomo e riservato.
  • Nel Cluster B sono annoverati i Disturbi di Personalità caratterizzati da un’esagerata espressione emotiva, con comportamenti spesso drammatici o impulsivi. L’instabilità dell’immagine di sé e nelle relazioni interpersonali è caratteristica di queste persone che tendono ad oscillare tra idealizzazione  e svalutazione. Appartengono a questo gruppo il Disturbo Borderline, Narcisistico, Istrionico e Antisociale di Personalità.
  • Cluster C: Sono i Disturbi caratterizzati da ansia e inibizione. Questi soggetti sono per lo più ritirati e timidi e temono il giudizio altrui. A differenza dei soggetti del Cluster A per loro lo stare soli è fonte di sofferenza e non una ricerca deliberata. Tendono ad essere dipendenti nelle relazioni con elevati bisogni di ascolto e accudimento. Sono il Disturbo Evitante, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo  e il Disturbo Dipendente di Personalità. 

I Disturbi di personalità devono essere diagnosticati e curati

Una personalità disfunzionale, come abbiamo detto, espone la persona ad una serie di possibili fallimenti e sofferenze che si ripetono nella propria esistenza proprio a causa della rigidità con cui il paziente sembra non poter imparare dalla esperienza. Tutto ciò nel tempo può causare problemi emotivi ma anche concreti tali per cui al Disturbo di Personalità può associarsi anche un vero e proprio Disturbo d’Ansia o una Depressione o spesso un abuso di alcool o sostanze stupefacenti.

I Disturbi di Personalità vanno quindi sempre curati e il trattamento di elezione è la psicoterapia.

In alcuni specifici casi da valutare di volta in volta, per un breve periodo potrebbe essere indicata l’associazione con una terapia farmacologica, mirata alla risoluzione dei sintomi e dei disagi più eclatanti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi di personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Curare le fobie

Che cosa sono, quali cause hanno e come si curano le fobie

Cosa sono le fobie?

Le fobie sono i più frequenti Disturbi d’Ansia nella popolazione. La fobia è una paura incontrollabile, di elevata intensità e non giustificabile dallo stimolo che la provoca. Le fobie sono causate da situazioni o da oggetti che non sono realmente pericolosi o minacciosi quanto la persona fobica crede. Ogni tipo di ragionamento e di spiegazione razionale non può rassicurare a lungo la persona che soffre di una fobia.

Gli adulti possono avere la consapevolezza che lo stimolo fobico non è così pericoloso come da loro percepito, ciò nonostante l’esposizione alla situazione temuta induce una reazione neurovegetativa e psichica che può variare dall’attacco di panico a forme più moderate e lievi di sofferenza emotiva. Spesso, invece, i bambini non possono riconoscere la infondatezza dalla loro forte paura.

Un paziente affetto da fobia svilupperà, di fronte all’oggetto o alla situazione che lo spaventa, una serie di sintomi fisici dovuti all’alterazione dell’equilibrio neurovegetativo: tremore, tachicardia, sudorazione, problemi  intestinali o anche maggiore necessità di urinare, mancanza di aria e respirazione veloce e superficiale, rossore del volto. Questi disturbi sono così spiacevoli che inducono la persona a evitare di confrontarsi con la situazione che li determina; si creano così le condotte di evitamento, caratteristiche del disturbo.

Le condotte di evitamento sono, infatti, obiettivo primario della terapia delle fobie, poiché hanno il potere di rinforzare e incrementare la paura e di influire negativamente sull’autostima del soggetto il quale si percepisce via via sempre meno in grado di fare fronte alla sua paura. Talvolta, invece, lo stimolo fobico è tollerato dal paziente ma a spese di un forte sforzo emotivo e di volontà.

Anche l’ansia anticipatoria è tipica dei disturbi fobici e consiste nel fatto che la persona inizia a percepire pensieri di paura e reazioni fisiche anche soltanto al pensiero della situazione che a breve dovrà affrontare.

Esempi frequenti di fobia sono: paura degli animali, specie di insetti, topi e serpenti, la paura dei cani, la paura di volare, di svenire, di arrossire, la paura dell’ascensore, del sangue, delle ferite, delle iniezioni, del dentista, dei temporali, dell’altezza, del buio, della velocità, dei luoghi chiusi, di attraversare un ponte, la paura di soffocare o di vomitare.   Si parla di Fobia Specifica in quanto la paura e l’ansia che ne consegue, non è generalizzata ma riguarda appunto una situazione particolare.

Le fobie specifiche sono più frequenti nel sesso femminile con  un rapporto di 2 a 1 circa.  Sebbene siano i disturbi d’ansia e psichiatrici più diffusi, raramente la loro gravità è tale da compromettere seriamente la vita della persona che ne soffre. Il trattamento si rende necessario soltanto nei casi in cui il disagio personale o la menomazione della quotidianità è tale da interferire con la vita del paziente.  Ad esempio, la paura di volare potrebbe interferire in modo rilevante in alcune professioni in cui gli spostamenti  aerei sono indispensabili, inducendo quindi la persona a rinunciare alla posizione lavorativa proposta.

Spesso i pazienti che chiedono aiuto hanno fobie multiple e comunque nel corso della loro vita possono sperimentare diversi tipi di Disturbo d’Ansia come gli Attacchi di Panico o anche altre forme come il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Quali sono le cause delle fobie?

Lo sviluppo di una fobia di gravità tale da rappresentare un disturbo avviene per l’interazione  di una vulnerabilità biologica con uno stimolo ambientale. A volte il paziente può avere sperimentato nella sua vita un evento traumatico che ha indotto lo sviluppo della fobia, come ad esempio, essere stato morso da un cane. Non tutte le persone che subiscono un evento traumatico andranno incontro però alla sintomatologia ansiosa, perché è necessaria l’inclinazione biologica allo sviluppo dei sintomi. E’ anche decisivo il modo in cui il soggetto è in grado di elaborare cognitivamente l’accaduto, le sue strategie di gestione dello stato d’ansia, nonché l’ambiente relazionale che supporta il soggetto nelle fasi di sperimentazione ed elaborazione del trauma. Un’elevata percentuale di soggetti fobici viene da famiglie in cui un membro soffre di fobia o altri disturbi d’ansia, confermando sia la dimensione biologica sia quella psicologica dell’ansia.

Come si curano le fobie?

Il trattamento delle fobie richiede sempre un intervento di Psicoterapia. Sebbene la valutazione del più corretto approccio psicologico si debba basare sulla valutazione specifica e personalizzata del singolo paziente, in linea generale i disturbi fobici rispondono bene alla terapia cognitivo-comportamentale. Nelle fobie specifiche spesso sono sufficienti alcuni mesi di terapia per estinguere la fobia, l’ansia anticipatoria e i comportamenti di evitamento associati.

A seconda della frequenza con cui il soggetto deve confrontarsi con lo stimolo fobico, e quindi dell’entità e della frequenza della sua ansia, si potrà valutare l’utilizzo di una terapia farmacologica. Nel caso in cui vi sia la necessità di affrontare una situazione ansiogena solo saltuariamente,  si possono prescrivere farmaci che il paziente potrà utilizzare al bisogno. Questi farmaci non sono curativi ma agiscono sulle manifestazioni mentali e fisiche dell’ansia. A questo scopo si usano le benzodiazepine, i classici farmaci ansiolitici.

A volte può essere utile prescrivere un beta-bloccante cioè un farmaco che riduce soprattutto le manifestazioni somatiche e neurovegetative della paura. Negli altri casi, cioè quando l’esposizione allo stimolo fobico è più frequente e può effettivamente creare disagi nella vita del paziente, la terapia corretta consiste nell’utilizzo di farmaci serotoninergici che hanno un ottimo potere anti ansia, sempre comunque in associazione alla psicoterapia, al fine di poter in seguito sospendere l’assunzione delle medicine.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di fobie a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.