Skip to Content

category

Articoli che trattano di: Psichiatria

post

Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Il significato letterale dalla parola Agorafobia è il timore dei luoghi aperti.  Nella grecia antica il termine Agorà indicava, infatti, la piazza, il luogo aperto dove ci si incontrava nella città.

In psichiatria il significato è simile ma con delle specifiche più ampie.
L’agorafobia è la paura di trovarsi in situazioni in cui può essere difficile chiedere aiuto o allontanarsi nel caso si manifestassero ansia o sintomi imbarazzanti ( tipicamente il bisogno di correre al bagno).

Gli agorafobici temono tipicamente situazioni come l’essere in auto, soprattutto in autostrada,   recarsi in supermercati o centri commerciali, evitano situazioni affollate come ad esempio i concerti.
Molto frequente è la difficoltà o l’impossibilità di viaggiare sui mezzi pubblici, soprattutto sotterranei e in aereo.
Altre situazioni comunemente temute da chi soffre di agorafobia sono i ponti o l’utilizzo dell’ascensore, a volte anche solo recarsi al cinema o in un ristorante può essere motivo di preoccupazione ed ansia.

Erroneamente si pensa che l’agorafobia sia sempre associata al Disturbo da Attacchi di Panico, in realtà molti pazienti non hanno mai esperito attacchi di panico ma semplicemente sviluppano uno stato di ansia intensa, diversa dal panico, quando sono esposti alle suddette situazioni.


Evitamento e dipendenza

Il timore di affrontare contesti che si presentano quotidianamente può creare una importante  compromissione della propria autonomia di vita, con una limitazione del funzionamento sociale, lavorativo e a volte anche famigliare.

Mentre, infatti, alcuni stimoli fobici possono essere evitati senza grosse conseguenze nel quotidiano, altri, più frequenti e necessari per lo svolgimento della propria vita lavorativa o di svago, sono evitati dai pazienti che necessariamente andranno incontro a quelle che vengono definite condotte di evitamento.

Un’altra conseguenza è lo sviluppo di dipendenza da figure che rappresentano una base sicura e un punto di riferimento, molte esperienze  possono essere affrontate soltanto se con il supporto di famigliari o persone note e al corrente del problema.

Evitamento e dipendenza se non trattate si ampliano sempre di più con un decorso ingravescente che riduce gradualmente le possibilità di questi pazienti di muoversi in autonomia e di godere della loro vita e libertà.

A volte alcuni pazienti più resilienti non rinunciano e si espongono alle situazioni temute ma questo genera sempre in loro uno stato di forte allarme con sintomi tipici di quando siamo in situazione di pericolo e abbiamo paura.

I sintomi più frequenti sono: tachicardia e tachipnea, tremori, sudorazione, stato di allarme psichico, tensione muscolare, spesso dolori addominali meteorismo e sintomi diarroici o urgenza di fare pipì.
In alcuni casi i sintomi raggiungono livelli più alti e si concretizza un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.

Un’altra conseguenza dell’agorafobia, quando non trattata, può essere l’abuso di farmaci, alcol o droghe a scopo auto-terapeutico.

L’agorafobia insorge solitamente dopo l’adolescenza e colpisce con frequenza simile sia i  maschi che le femmine. Se non curata il decorso è ingravescente e anzi tende a peggiorare nel tempo.
Spesso questi pazienti sono stati bambini affetti da ansia da separazione o comunque da qualche problematica nella relazione con le figure di accudimento, bambini che per qualche motivo insito nel loro temperamento più sensibile o nella personalità del care-giver non hanno sviluppato la certezza di una base sicura e di un attaccamento stabile e tranquillizzante con i genitori.

L’Agorafobia, con o senza attacchi di panico va sempre curata.
Se i sintomi sono invalidanti, è necessario impostare una terapia farmacologica con SSRI, cioè farmaci che agiscono sul neurotrasmettitore Serotonina, implicato nello sviluppo dei disturbi d’ansia. Nel primo mese di terapia è buona pratica inserire anche un ansiolitico di supporto in quanto il tempo di latenza dei farmaci serotoninergici è appunto di 3 / 4 settimane durante le quali i pazienti non percepiscono ancora i benefici della terapia medica.

Accanto all’approccio biologico è però assolutamente indispensabile consigliare ai pazienti un periodo di psicoterapia che ha l’obiettivo di ridurre i conflitti e le paure alla base del problema e di aiutare il paziente a gestire meglio la sua emotività e la sua ansia.

post

Burnout

Cosa è il burnout?

Il Burnout può essere definito come uno stato di esaurimento emotivo accompagnato da sintomi di tipo ansioso e depressivo. In effetti, il termine anglosassone Burnout si traduce come: bruciato, esaurito, estinto, esausto.

È uno stato patologico che riguarda il fisico e la psiche legato al perdurare di condizioni di stress lavorativo che generano un sovraccarico non più tollerabile e gestibile dall’organismo del paziente.

Depressione Milano Psichiatra Burnout

Scarica l’infografica “Burnout” in pdf.

Anni fa questo tipo di condizione veniva riservata alle cosiddette professioni di aiuto in cui è richiesto un notevole impegno sul piano interpersonale. In verità nel mondo occidentale moderno il Burnout è estremamente frequente in moltissimi contesti lavorativi che sono caratterizzati da richieste eccessive di performance e di tempo dedicato al lavoro, come ad esempio nel caso di professionisti con ruoli dirigenziali, avvocati in grandi studi associati, medici, turnisti di ogni genere e qualsiasi figura professionale sulla quale vengono riversate pretese eccessive di impegno e di risultato a lungo termine.

I dati emersi dagli studi epidemiologici e dalle osservazioni cliniche segnalano come questa condizione patologica sia in continuo aumento e sia correlata non soltanto con un profondo malessere personale ma anche con costi sociali indiretti molto elevati, in quanto compromette profondamente la motivazione e la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.

E’ quindi una delle più frequenti cause di assenteismo.

Come si manifesta il burnout

Il quadro clinico di un paziente in stato di Burnout è caratterizzato da tensione generale e ansia costante, il pensiero si focalizza ossessivamente e rimugina su ogni aspetto del proprio lavoro. Il sonno è invariabilmente disturbato perché i pensieri continui rendono difficile l’addormentamento, il risveglio è precoce e già dai primi minuti compare l’ansia.

E’ sempre presente il calo del tono dell’umore, variabile nell’intensità a seconda della gravità e della durata dello stress che causa la situazione di esaurimento.

Il paziente sperimenta uno stato di profonda demotivazione e spesso anche il timore di recarsi al proprio lavoro.

I pazienti si descrivono come molto stanchi e allo stesso tempo incapaci di rilassarsi.

Anche i professionisti più seri, capaci e stimati possono sperimentare forti sentimenti di paura e di inadeguatezza ed iniziare a temere o rifiutare nuovi incarichi e nuove responsabilità, con sensi di colpa, di fallimento e rabbia.

Sono invariabilmente presenti disturbi cognitivi come riduzione della capacità di concentrarsi e della memoria.

Anche a livello fisico possono comparire sintomi quali cefalea, gastrite e ulcere, ipertensione, calo della libido.

Non è raro il tentativo di autocura con abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze psicotrope.

Cause del burnout

La Sindrome del Burnout è il punto di arrivo di uno stato di stress cronico e di impegno lavorativo che esubera le capacità del soggetto di farvi fronte a lungo termine.

Avviene quando le condizioni e i ritmi di lavoro non sono commisurati alla persona ma sono maggiormente orientati alla logica del guadagno.

Spesso le gratificazioni professionali, sia economiche che non, sono scarse ed è presente un alto livello di competizione anche con comportamenti poco corretti su un piano interpersonale.

Un altro motivo facilitante la comparsa di Burnout è lo svolgimento del lavoro in ambienti poco adatti, ad esempio bui, rumorosi, malamente climatizzati.

Nel mondo moderno occidentale, soprattutto con la sempre crescente riduzione del personale, la capacità di resistere allo stress e alla sovraccarico lavorativo stanno diventando condizioni richieste in modo esplicito durante la selezione del personale. Spesso le persone, prive di valide alternative non hanno altra possibilità che accettare condizioni di lavoro a lungo termine non compatibili con uno stato di benessere psico-fisico.

Diagnosi del burnout

Nella diagnosi di questa condizione è molto importante un approfondimento obiettivo del contesto lavorativo ed anche una attenta anammesi psicologica e famigliare.

E’ altrettanto importante approfondire la comprensione della struttura di personalità del paziente.

Vanno infatti ben differenziate, per diversi motivi, le situazioni di effettivo Burnout da quelle dovute ad una struttura di personalità in qualche modo fragile, poco flessibile o non sufficientemente dotata di capacità di problem solving o competenze relazionali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

post

Depressione o Sindrome da Burnout

Depressione o Sindrome da Burnout

Ansia e depressione sono due termini,  oramai noti a tutti,  che non solo  indicano due importanti capitoli della patologia medico-psichiatrica, ma soprattutto segnalano i due sintomi principali che  i pazienti   riferiscono  quando vengono alla visita.

Inoltre, i termini  ansia e depressione indicano due stati  emotivi spiacevoli che frequentemente appartengono  alla esperienza di vita comune di ciascuno di noi,  anche di chi non  necessita  dell’aiuto dello specialista.

Altre volte invece, l’entità e la qualità di tali stati d’animo si concretizza in una forma depressiva vera e propria.

Spesso si “cerca di tirare avanti ” sperando che la situazione si risolva,  il più delle volte  si  decide di rivolgersi al medico di famiglia, il quale non  può che intervenire con strumenti terapeutici che agiscono sopprimendo il sintomo ma che non possono agire alla base delle cause, anche biologiche, che determinano  la comparsa di questi  disturbi.

Raramente isolate,  le manifestazioni di ansia e di umore  depresso, il più delle volte si presentano associate tra di loro e possono accompagnarsi, in modo variabile, ad altri disturbi quali ad esempio la riduzione della concentrazione, la difficoltà ad addormentarsi  o a mantenere il sonno e soprattutto un importante calo di energia psico-fisica.

Osservo in genere nella mia pratica clinica come  le persone arrivino alla visita quando  questi disturbi  datano già da alcuni mesi e la richiesta di aiuto si concretizza solo nel momento in cui  i sintomi  stanno  causando un evidente disagio su tutte le attività quotidiane, sia quelle lavorative che quelle personali.

E’ molto importante in tutti i casi fare una diagnosi precisa: ci troviamo di fronte ad un quadro depressivo conclamato, che necessita di una adeguata terapia medica, solitamente di tipo allopatico, oppure siamo in quelle fasi iniziali di esaurimento in cui il nostro organismo inizia a mandare segnali che, se bene interpretati e affrontati, permettono di recuperare uno stato di salute senza arrivare alla malattia depressiva?

Il termine esaurimento nervoso, che ha preceduto negli anni la terminologia più moderna di Depressione è, a mio parere, molto corretto in alcune situazioni cliniche, come spesso lo sono le descrizioni della cosiddetta saggezza popolare.

In effetti le condizioni a cui mi riferivo prima, inquadrate da un punto di vista Omotossicologico rappresentano proprio la manifestazione clinica di uno stato di indebolimento di organi e di funzioni biologiche e metaboliche dal corretto funzionamento delle quali dipende il mantenimento dello stato di salute e di efficienza  fisica e psichica. Quando queste funzioni sono scarsamente efficienti si arriva ad una condizione di sofferenza dell’organismo che si manifesta con un insieme di sintomi che possono mimare per qualità uno stato depressivo.

I motivi e le condizioni che possono portare all’indebolimento  dei meccanismi  deputati  alla produzione di livelli ottimali di energia e di salute sono numerosi, l’argomento è vasto e interessante e sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

La Medicina Omotossicologica e La Medicina Fisiologica di Regolazione sono in grado di agire a vari livelli,  sui diversi organi, ripristinandone gradualmente la funzione,  permettendo  così il controllo e la modulazione dei sintomi,  ma anche, e questo è ciò che più conta,   potenziando vie metaboliche che si svolgono all’interno delle cellule  che sono deputate alla produzione di energia (Ciclo di Krebs  e Fosforilazione Ossidativa) nonché regolando vie di trasmissione neuro-endocrina la cui corretta regolazione è indispensabile per le funzioni vitali e la risposta adeguata allo Stress, tra queste  in particolare l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene.

E’ quindi  importante  dare valore e non trascurare condizioni caratterizzate da una stanchezza apparentemente immotivata, una riduzione delle energie fisiche e psichiche, associate o meno a sintomi più qualificati in senso depressivo o ansioso, proprio allo scopo di prevenire la comparsa di situazioni più conclamate e inquadrabili nella vera e propria Depressione,  le quali poi necessitano  un intervento farmacologico mirato con farmaci antidepressivi e ansiolitici.

Sono queste situazioni che ancora  non sconfinano nel patologico e che possono  essere contenute e risolte senza il ricorso a farmaci allopatici; appartengono spesso  alla continua ciclicità dell’efficienza delle nostre funzioni biologiche,  le quali  per mantenere nel tempo la loro efficacia vanno sostenute e potenziate.

La Medicina Omotossicologica stimolando i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo  può quindi essere di grande utilità in queste situazioni “borderline,  nonché in tutti i momenti di vita in cui le richieste a cui il nostro organismo è sottoposto sono più elevate.

Un tipico esempio sono i due periodi del cambio di stagione primaverile e autunnale, momenti in cui al nostro organismo è richiesto un adattamento su vari livelli, che può essere stimolato ed aiutato proprio per evitare l’esperienza comune della comparsa o dell’aggravamento in queste stagioni di passaggio, di sintomi ansioso-depressivi.

Accanto a questi  vi sono altri tipi di altri disturbi che in questi periodi dell’anno spesso vengono a riacutizzarsi, ne sono esempi comuni l’insonnia e le patologie  quali il reflusso gastroesofageo e i disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

post

Quando l’ansia è un’ossessione

 Quando l’ansia è un’ossessione

Esiste un pregiudizio diffuso secondo il quale se una persona è abituata a pianificare meticolosamente i suoi impegni, preoccupata di avere le mani sempre ben pulite o ad organizzare il week end fino all’ultimo dettaglio, potrebbe soffrire di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Le azioni che spesso vengono comunemente associate al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, quali il lavaggio reiterato delle mani o controllare più volte la chiusura  delle porte o del gas, possono anche essere manifestazioni di lievi tendenze ossessive che molte persone manifestano come abitudine ma che non devono essere considerate patologiche.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è invece una patologia psichiatrica grave, spesso non riconosciuta o sottovalutata dalla società, dai pazienti stessi, inconsapevoli di avere un problema e anche, talvolta, da alcuni medici. Fra i Disturbi d’Ansia è forse il più debilitante e complesso per ciò che concerne la gestione terapeutica.

Come suggerisce il nome, i sintomi nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo sono di due tipi: i pensieri intrusivi sotto forma di immagini create mentalmente, parole ripetute, numeri, filastrocche, pensieri su cose da fare o timori fobici, conosciuti come ossessioni, e i comportamenti compulsivi che sono messi in atto per controllare l’ansia che queste ossessioni causano nei malati. Esistono soggetti con una personalità incline al controllo ossessivo ma Il vero DOC è raro, e può essere molto debilitante: in questo caso manca completamente il controllo sui propri pensieri ossessivi e sulle compulsioni, a volte addirittura manca anche la consapevolezza della malattia e ciò  può interferire con il lavoro, la scuola o la vita sociale, fino al causare una grave compromissione del funzionamento socio-lavorativo e un profondo malessere soggettivo.

L’interferenza sul funzionamento psico-sociale, sulla qualità di vita e con le normali attività è infatti un criterio diagnostico che discrimina coloro che sono affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo da tutti coloro che potrebbero solamente essere un po’ più meticolosi o maniaci con l’igiene o l’ordine. Nonostante l’ossessione dell’igiene, la paura di contaminazione e quindi il lavaggio ripetuto delle mani sia il sintomo più comune del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, le manifestazioni sintomatologiche possono assumere le forme più disparate.

Le ossessioni possono manifestarsi spesso come timori di nuocere agli altri o a sé stessi con azioni incontrollate o preoccupazioni su schemi precisi di comportamento, moralità o sull’identità sessuale. Le compulsioni possono manifestarsi come la necessità di controllare meticolosamente l’igiene personale, a volte anche riversata sui famigliari, spesso purtroppo sui figli che non possono riconoscere l’irrazionalità della preoccupazione del genitore. Altri pazienti hanno l’assoluta necessità di disporre meticolosamente gli oggetti, di controllare più e più volte la corretta chiusura di porte, finestre o gas, o ancora di spostarsi seguendo pattern prestabiliti, magari non calpestando mai i bordi delle piastrelle. Molte persone che soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo capiscono  la relazione tra le loro ossessioni e le compulsioni, non poter evitare comportamenti compulsivi quando si è però perfettamente consapevoli dell’irrazionalità delle proprie ossessioni rende questa patologia una condizione profondamente invalidante sul piano emotivo, genera stress e a volte può complicarsi con aspetti depressivi.
Le persone affette da Disturbo Ossessivo-Compulsivo possono addirittura arrivare a “sentirsi pazze” a causa dell’ansia che percepiscono e che sanno essere basata su pensieri irrazionali e a causa dell’impossibilità di controllare le proprie compulsioni.

Quale è la causa del disturbo ossessivo-compulsivo?

Purtroppo, ancora non è completamente chiaro. Abbiamo però degli indizi importanti: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è considerata una patologia che origina su basi neurobiologiche e i ricercatori hanno identificato le aree principali del cervello che potrebbero essere implicate in questi pattern comportamentali alterati: la corteccia orbitofrontale (responsabile del comportamento sociale e della pianificazione cognitiva ), il nucleo caudato (coinvolto nella regolazione dei movimenti volontari) e il giro del cingolo (area responsabile del controllo emotivo e delle risposte emotive ad eventi esterni).

Che vi sia una base neurobiologica nel DOC è anche segnalato dalla frequente presenza di famigliari malati nella stessa famiglia. E’ anche vero che l’ansia e le sue manifestazioni sotto forma di tendenza al pensiero ossessivo e a comportamenti ripetitivi e maniacali, è anche una modalità che impatta fortemente sui figli di madri o di padri affetti da questo problema, se non curati. I bambini crescendo sono fortemente influenzati e possono modellare i propri schemi mentali, cognitivi e di comportamento a quelli del genitore malato che si è preso cura di loro. Quindi, anche in questo caso possiamo sostenere che la genesi è di tipo bio-psico-sociale ed è per questo che il trattamento corretto di un paziente affetto da Doc deve integrare sempre la cura farmacologica alla psicoterapia.

Curare il disturbo ossessivo-compulsivo

Anche il DOC, come gli altri Disturbi d’Ansia, sembra essere associato a bassi livelli di serotonina, un neurotrasmettitore che permette la comunicazione tra varie parti del cervello e regola processi vitali quali umore, aggressività, controllo degli impulsi, sonno, appetito, temperatura corporea e dolore.

La cura per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo si basa sull’utilizzo di farmaci serotoninergici, che aumentano quindi la quantità di serotonina a livello cerebrale.  In associazione al farmaco va sempre consigliata la psicoterapia. L’approccio cognitivo-comportamentale gradualmente desensibilizza il paziente dall’ansia causata dalle proprie ossessioni e lo aiuta nella gestione dell’impulso ad agire le compulsioni. In alcuni casi può essere preferibile consigliare al paziente una psicoterapia psicodinamica che si basa su presupposti teorici e tecnici differenti rispetto alle terapie cognitivo-comportamentali.

La scelta del migliore approccio deve essere personalizzata e può avvenire soltanto dopo che il medico ha incontrato e visitato il paziente attraverso un colloquio clinico e ha approfondito la conoscenza della sua situazione attuale e le sua storia di vita personale e famigliare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Ossessioni e Disturbo Ossessivo Compulsivo a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

post

La Sindrome Premestruale (SPM)

 La Sindrome Premestruale

Cosa è la sindrome premestruale

La Sindrome Premestruale o SPM è una condizione caratterizzata da temporanea instabilità emotiva accompagnata spesso da sintomi fisici che si manifesta nei giorni che precedono l’inizio ciclo mestruale.

Che cos'è la sindrome premestruale e come si possono trattare i sintomi

Scarica l’infografica “La Sindrome Premestruale” in formato PDF

Read more »

post

La felicità in pillola

La felicità in pillola

La fluoxetina è un antidepressivo, il nome commerciale più noto ai molti di questa molecola è Prozac. E’ un farmaco che ha fatto tanto parlare di sé negli anni ’90, soprattutto nei paesi anglosassoni dove è stato prescritto, secondo alcune fonti, forse in un modo un po’ indiscriminato. Ci si riferiva allora a questa medicina come alla pillola della felicità.

Appartiene alla classe degli antidepressivi serotoninergici o SSRI ed è un ottimo farmaco, se usato nelle situazioni che veramente ne richiedono l’utilizzo e rispettando le linee guida della sua prescrizione.

Read more »

post

Una strana forma di Depressione

Disturbo Bipolare o Depressione Bipolare

Con il termine di Depressione Bipolare o Disturbo Bipolare si indica una particolare forma di Disturbo dell’Umore caratterizzata da alternanza di Episodi di Depressione ed Episodi di Euforia. Questi ultimi possono essere spontanei o anche indotti dall’utilizzo di farmaci  prescritti allo scopo di risolvere un precedente quadro depressivo.

Mentre i sintomi della Depressione sono più noti e facilmente riconoscibili e soprattutto causano una sofferenza soggettiva che spinge il paziente a chiedere l’aiuto del medico, la sintomatologia che accompagna un Episodio di Euforia, principalmente quando questo non è particolarmente grave, può sfuggire all’osservazione dei pazienti che solitamente sperimentano un senso di benessere e di forza psichica che difficilmente riescono a considerare patologico.

E’ invece importantissimo riconoscere questa condizione clinica che può altrimenti evolvere fino a quadri molto gravi.

Il nostro tono dell’umore può essere paragonato a un pendolo: le oscillazioni in senso euforico (quando queste avvengono a causa di un Disturbo Bipolare) aumentano il rischio che, nei mesi successivi, il paziente vada incontro a un Episodio Depressivo, il quale sarà tanto più acuto e duraturo quanto più tardi si è intervenuti con mezzi preventivi.

Un secondo motivo per cui è assolutamente necessario intervenire in caso di Euforia è che, non adeguatamente trattata, può evolvere in forme sempre più gravi e resistenti alle terapie; sono queste situazioni in cui il paziente può davvero perdere il controllo delle proprie azioni, non considerando il rischio potenziale di alcune di queste ( guida spericolata, investimenti finanziari impulsivi) e la inopportunità di altre (ridere, cantare e ballare in pubblico, comportamenti sessuali promiscui o eccessivi, abbigliamento eccentrico)  esponendosi quindi a situazioni anche pericolose o illegali.

Una mini-guida infografica al disturbo bipolare, per affrontare ansia e depressione a Milano

> Scarica l’infografica “Disturbo bipolare” in formato pdf

Read more »

post

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

post

Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

post

Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità

La personalità in psichiatria è definita come l’insieme dei modi con cui percepiamo e viviamo la realtà, consideriamo le altre persone e noi stessi, il nostro modo di metterci in relazione con il mondo esterno e di reagire alle difficoltà della vita, intese sia sul piano concreto sia sul piano emotivo e affettivo. E’ la risultante del temperamento, che è innato, e di ciò che accade in noi attraverso gli innumerevoli eventi con i quali ci confrontiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo.

A volte il processo di costruzione della personalità non avviene in modo adeguato o completo, dando luogo a tratti della personalità troppo rigidi e poco efficaci. Sebbene si confrontino con notevoli difficoltà, è impossibile per questi soggetti modificare i propri schemi di pensiero, cui fanno seguito comportamenti spesso disfunzionali e inadatti.

Un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata sarà invece capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.mStare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Le cause del disturbo evitante di personalità

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

La terapia del disturbo evitante di personalità

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull’ambiente esterno: “sono gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano o come trascorrono la loro vita,  mi annoio e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

La terapia farmacologica può aiutare, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione  a situazioni solitamente evitate.Per questo obiettivo possono essere anche utilizzati i B-bloccanti grazie loro potere sui sintomi periferici dell’ansia come il tremore, la sudorazione e il rossore.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Evitante di Personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.