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Articoli che trattano di: Riflessioni

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Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Il significato letterale dalla parola Agorafobia è il timore dei luoghi aperti.  Nella grecia antica il termine Agorà indicava, infatti, la piazza, il luogo aperto dove ci si incontrava nella città.

In psichiatria il significato è simile ma con delle specifiche più ampie.
L’agorafobia è la paura di trovarsi in situazioni in cui può essere difficile chiedere aiuto o allontanarsi nel caso si manifestassero ansia o sintomi imbarazzanti ( tipicamente il bisogno di correre al bagno).

Gli agorafobici temono tipicamente situazioni come l’essere in auto, soprattutto in autostrada,   recarsi in supermercati o centri commerciali, evitano situazioni affollate come ad esempio i concerti.
Molto frequente è la difficoltà o l’impossibilità di viaggiare sui mezzi pubblici, soprattutto sotterranei e in aereo.
Altre situazioni comunemente temute da chi soffre di agorafobia sono i ponti o l’utilizzo dell’ascensore, a volte anche solo recarsi al cinema o in un ristorante può essere motivo di preoccupazione ed ansia.

Erroneamente si pensa che l’agorafobia sia sempre associata al Disturbo da Attacchi di Panico, in realtà molti pazienti non hanno mai esperito attacchi di panico ma semplicemente sviluppano uno stato di ansia intensa, diversa dal panico, quando sono esposti alle suddette situazioni.


Evitamento e dipendenza

Il timore di affrontare contesti che si presentano quotidianamente può creare una importante  compromissione della propria autonomia di vita, con una limitazione del funzionamento sociale, lavorativo e a volte anche famigliare.

Mentre, infatti, alcuni stimoli fobici possono essere evitati senza grosse conseguenze nel quotidiano, altri, più frequenti e necessari per lo svolgimento della propria vita lavorativa o di svago, sono evitati dai pazienti che necessariamente andranno incontro a quelle che vengono definite condotte di evitamento.

Un’altra conseguenza è lo sviluppo di dipendenza da figure che rappresentano una base sicura e un punto di riferimento, molte esperienze  possono essere affrontate soltanto se con il supporto di famigliari o persone note e al corrente del problema.

Evitamento e dipendenza se non trattate si ampliano sempre di più con un decorso ingravescente che riduce gradualmente le possibilità di questi pazienti di muoversi in autonomia e di godere della loro vita e libertà.

A volte alcuni pazienti più resilienti non rinunciano e si espongono alle situazioni temute ma questo genera sempre in loro uno stato di forte allarme con sintomi tipici di quando siamo in situazione di pericolo e abbiamo paura.

I sintomi più frequenti sono: tachicardia e tachipnea, tremori, sudorazione, stato di allarme psichico, tensione muscolare, spesso dolori addominali meteorismo e sintomi diarroici o urgenza di fare pipì.
In alcuni casi i sintomi raggiungono livelli più alti e si concretizza un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.

Un’altra conseguenza dell’agorafobia, quando non trattata, può essere l’abuso di farmaci, alcol o droghe a scopo auto-terapeutico.

L’agorafobia insorge solitamente dopo l’adolescenza e colpisce con frequenza simile sia i  maschi che le femmine. Se non curata il decorso è ingravescente e anzi tende a peggiorare nel tempo.
Spesso questi pazienti sono stati bambini affetti da ansia da separazione o comunque da qualche problematica nella relazione con le figure di accudimento, bambini che per qualche motivo insito nel loro temperamento più sensibile o nella personalità del care-giver non hanno sviluppato la certezza di una base sicura e di un attaccamento stabile e tranquillizzante con i genitori.

L’Agorafobia, con o senza attacchi di panico va sempre curata.
Se i sintomi sono invalidanti, è necessario impostare una terapia farmacologica con SSRI, cioè farmaci che agiscono sul neurotrasmettitore Serotonina, implicato nello sviluppo dei disturbi d’ansia. Nel primo mese di terapia è buona pratica inserire anche un ansiolitico di supporto in quanto il tempo di latenza dei farmaci serotoninergici è appunto di 3 / 4 settimane durante le quali i pazienti non percepiscono ancora i benefici della terapia medica.

Accanto all’approccio biologico è però assolutamente indispensabile consigliare ai pazienti un periodo di psicoterapia che ha l’obiettivo di ridurre i conflitti e le paure alla base del problema e di aiutare il paziente a gestire meglio la sua emotività e la sua ansia.

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Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità

La personalità in psichiatria è definita come l’insieme dei modi con cui percepiamo e viviamo la realtà, consideriamo le altre persone e noi stessi, il nostro modo di metterci in relazione con il mondo esterno e di reagire alle difficoltà della vita, intese sia sul piano concreto sia sul piano emotivo e affettivo. E’ la risultante del temperamento, che è innato, e di ciò che accade in noi attraverso gli innumerevoli eventi con i quali ci confrontiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo.

A volte il processo di costruzione della personalità non avviene in modo adeguato o completo, dando luogo a tratti della personalità troppo rigidi e poco efficaci. Sebbene si confrontino con notevoli difficoltà, è impossibile per questi soggetti modificare i propri schemi di pensiero, cui fanno seguito comportamenti spesso disfunzionali e inadatti.

Un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata sarà invece capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.mStare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Le cause del disturbo evitante di personalità

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

La terapia del disturbo evitante di personalità

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull’ambiente esterno: “sono gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano o come trascorrono la loro vita,  mi annoio e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

La terapia farmacologica può aiutare, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione  a situazioni solitamente evitate.Per questo obiettivo possono essere anche utilizzati i B-bloccanti grazie loro potere sui sintomi periferici dell’ansia come il tremore, la sudorazione e il rossore.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Evitante di Personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Essere flessibili ci rende più felici

 Essere flessibili ci rende più felici

I pazienti affetti da Disturbi di Personalità possiedono una struttura psicologica rigida e poco flessibile, il loro modo di affrontare la vita è caratterizzato da scarsa adattabilità, queste persone  utilizzano schemi di ragionamento e di comportamento sempre identici , senza avere la sufficiente capacità di modularli e modificarli a seconda del contesto specifico.

Questo modo di funzionare può generare significativi problemi in aree importanti  della vita, tipicamente nelle relazioni interpersonali, influenzando negativamente e in modo costante la qualità dell’esistenza del paziente.

Un Disturbo di Personalità non è una patologia psichiatrica segnalata sempre da sintomi evidenti, come ansia o depressione,  ma non riguarda quelle normali e fisiologiche sfumature del carattere che identificano ciascuno di noi e che, a volte, possono essere lievemente problematiche nella quotidianità. Vivere in modo cronico situazioni che possono evolvere in modo frustrante può dare il via ad una sofferenza personale che spesso favorisce anche lo sviluppo di un disturbo psichiatrico più strutturato come una Depressione o un Disturbo d’Ansia.

Il loro riconoscimento come tratto patologico è difficile per il paziente stesso che tende a considerarlo come il suo modo di essere fatto.  Troppo identificati ed abituati al nostro modo di essere, poco osservatori consapevoli delle nostre vite, fatichiamo a riconoscere come disadattivi alcuni tratti del carattere e spesso anche il clinico sente la necessità di un approfondimento che vada al di là del solo colloquio con il paziente. Esistono, infatti, diversi test personologici che possono indagare i tratti della personalità, distinguendoli sia dal punto di vista qualitativo che per ciò che riguarda la loro eccessiva penetranza e quindi la loro problematicità. Più frequentemente sono i famigliari e le persone che entrano in relazione con questi soggetti che percepiscono e rilevano le difficoltà di cui il paziente non è  consapevole. Solitamente la richiesta di aiuto allo specialista arriva dopo anni di incomprensioni riguardo ai motivi dei propri fallimenti e frustrazioni, personali, affettivi, relazionali o professionali.

Un soggetto affetto da Disturbo di Personalità può, infatti, andare in contro ad importanti sofferenze e difficoltà  durante la sua esistenza, può incorrere in frequenti fallimenti affettivi o delle proprie mete esistenziali, può avvertire una identità di sé svalutata , fragile, con sensi di colpa, può sperimentare sintomi di ansia o un vago senso di tristezza, insoddisfazione e noia, che vanno ben inquadrati e non devono sempre e comunque essere interpretati come forme di Depressione .

In condizioni ottimali i tratti di personalità dovrebbero essere flessibili e fluidi, cioè adattabili alla situazione contingente e alle diverse relazioni.

Un semplice esempio in cui tutti noi ci possiamo riconoscere sono i nostri tratti di inclinazione alla dipendenza o alla autonomia rispetto alle altre persone. Questi due aspetti  influenzano il modo con cui entriamo in relazione con gli altri, percepiamo gli altri e ci sentiamo sicuri e compresi oppure soli e abbandonati. Un’autonomia troppo spiccata, e ritenuta come un valore a cui non rinunciare, ha sicuramente un impatto negativo sulla capacità di vivere  relazioni di profondo e intimo scambio, anche se chi la utilizza può non rendersene conto, non patirne e anzi considerarla un vantaggio, una capacità, una difesa dal rischio di essere vittima di sofferenze affettive. Allo stesso modo, un’eccessiva inclinazione alla dipendenza, in tutte le relazioni, può creare altrettanti comprensibili problemi.

Un altro tipico tratto della personalità potrebbe essere la maggiore o minore inclinazione a fidarsi, ad avere fiducia negli altri. Un’adeguata flessibilità ci permette di comprendere quando è meglio diffidare ed  essere più cauti, senza sviluppare una indiscriminata sospettosità.

Un paziente con Disturbo di Personalità potrà essere sempre e comunque eccessivamente sospettoso delle intenzioni altrui nei suoi confronti, anche qui con conseguenze potenzialmente negative sulla sua vita sociale e relazionale. È la nostra capacità di adeguare in modo fluido le nostre risposte ai problemi, generate il più delle volte in modo automatico, che ci può aiutare a risolvere o attenuare le conseguenze di un momento difficile nella nostra esistenza. E’ sempre molto affascinante per me l’immagine del giunco di canna di bambù che, sferzato dal vento forte si lascia andare e si flette senza spezzarsi, per poi tornare nella sua originale forma una volta superata la tempesta.

Disturbi personalità a Milano diagnosi e cura psichiatra Milano Psicoterapeuta
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Definizione di personalità

 Tutti noi abbiamo una nostra specifica personalità che si forma nel tempo ed è il risultato del temperamento innato integrato a tutte le esperienze di vita che attraversiamo nel crescere e di come le elaboriamo. La nostra personalità, sana o patologica è una mescolanza di tante sfaccettature o tratti che alla fine ci caratterizzano come individui singoli e irripetibili: “ la personalità è ciò che si è”. Capire la struttura di personalità di un paziente è spesso più rilevante per lo psichiatra  che capirne il problema manifesto, anche perché sarà grazie alla sua personalità che il paziente troverà e attiverà le risorse per risolvere o per convivere con il suo problema, sia esso fisico che emotivo. Può essere quindi definita come “un insieme di modi di pensare, agire, sentire e comportarsi n che rimangono relativamente stabili nel tempo”. Certamente i tratti di personalità disfunzionali appaiono molto più evidenti quando entriamo in relazione con l’altro, possono invece rimanere più silenti se conduciamo una vita più ritirata.

Sono  l’impatto e la sofferenza personale, il disagio interno e altrui che segnalano e fanno da termometro rispetto a qualcosa che non sta funzionando in modo efficace. Perché, in effetti, il parametro più utile è proprio quello dell’efficacia delle nostre azioni e dei nostri pensieri, per ciò che riguarda l’obiettivo a breve termine ma anche, e soprattutto, gli sviluppi a lungo termine delle nostre azioni. E’ importante segnalare il fatto  che anche persone capaci di un funzionamento personologico del tutto adeguato e adattabile, sebbene nelle loro diverse specificità, in condizioni di stress acuto o cronico possono ovviamente accentuare alcuni tratti a scapito di altri meno funzionali  risultando, per quella specifica contingenza, meno capaci di accedere a stili di problem solving efficaci.

Classificazione di Disturbi di Personalità

I Disturbi di Personalità si dividono in tre Gruppi o Cluster.

  •  Cluster A: appartengono a questo gruppo I Disturbi Schizoide, Schizotipico e Paranoide. Sono caratterizzati da comportamenti bizzarri o eccentrici, da un atteggiamento sospettoso e da un sostanziale disinteresse e distacco verso gli altri, con uno stile di vita autonomo e riservato.
  • Nel Cluster B sono annoverati i Disturbi di Personalità caratterizzati da un’esagerata espressione emotiva, con comportamenti spesso drammatici o impulsivi. L’instabilità dell’immagine di sé e nelle relazioni interpersonali è caratteristica di queste persone che tendono ad oscillare tra idealizzazione  e svalutazione. Appartengono a questo gruppo il Disturbo Borderline, Narcisistico, Istrionico e Antisociale di Personalità.
  • Cluster C: Sono i Disturbi caratterizzati da ansia e inibizione. Questi soggetti sono per lo più ritirati e timidi e temono il giudizio altrui. A differenza dei soggetti del Cluster A per loro lo stare soli è fonte di sofferenza e non una ricerca deliberata. Tendono ad essere dipendenti nelle relazioni con elevati bisogni di ascolto e accudimento. Sono il Disturbo Evitante, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo  e il Disturbo Dipendente di Personalità. 

I Disturbi di personalità devono essere diagnosticati e curati

Una personalità disfunzionale, come abbiamo detto, espone la persona ad una serie di possibili fallimenti e sofferenze che si ripetono nella propria esistenza proprio a causa della rigidità con cui il paziente sembra non poter imparare dalla esperienza. Tutto ciò nel tempo può causare problemi emotivi ma anche concreti tali per cui al Disturbo di Personalità può associarsi anche un vero e proprio Disturbo d’Ansia o una Depressione o spesso un abuso di alcool o sostanze stupefacenti.

I Disturbi di Personalità vanno quindi sempre curati e il trattamento di elezione è la psicoterapia.

In alcuni specifici casi da valutare di volta in volta, per un breve periodo potrebbe essere indicata l’associazione con una terapia farmacologica, mirata alla risoluzione dei sintomi e dei disagi più eclatanti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi di personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il cervello che cambia

Il cervello che cambia

Una delle scoperte scientifiche più importanti degli ultimi decenni riguarda il nostro cervello e ha avuto un’enorme risonanza per la medicina, in particolare per le malattie che si manifestano quando le funzioni di questo nobile organo perdono la loro regolazione, come la Depressione.

Ora sappiamo che il cervello umano è dotato di plasticità, cioè della capacità di cambiare la sua struttura e il suo modo di funzionare in relazione all’ambiente nel quale viviamo. Fino a poco tempo fa si pensava che, una volta completato lo sviluppo, i neuroni e le sinapsi non potessero più cambiate né come numero né come conformazione. Nei decenni precedenti, la scienza è riuscita a scoprire che sintomi come l’ansia o la depressione sono causati da alterazioni dell’equilibrio e della sinergia dei neurotrasmettitori, le molecole che nel cervello permettono il funzionamento dei neuroni, la trasmissione degli impulsi e dei segnali nervosi. Tutto ciò ha dato la possibilità ai ricercatori di formulare molecole che potessero ripristinare lo stato di equilibrio e di conseguenza eliminare i sintomi.

Nel corso degli anni gli scienziati impegnati in questa ricerca hanno selezionato molecole sempre più raffinate e selettive, che agiscano possibilmente soltanto là dove c’è bisogno, causando il minore numero possibile di effetti collaterali. Impresa non facile se si pensa a quanto sia complesso il nostro organismo e in particolare il cervello, organo tra l’altro non facile da studiare proprio anche per la sua collocazione all’interno della scatola cranica. In fondo questo è ciò che accade per le malattie di molti altri organi o apparati del nostro corpo: i sintomi sono legati ad un alterato equilibrio dell’organo o del tessuto e i farmaci intervengono eliminandolo e riportando la situazione alla normalità.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

Questo concetto per gli psicofarmaci è molto importante perché una delle paure principali di molti pazienti è che il farmaco “alteri il loro modo di essere, la propria personalità”. In verità l’effetto del farmaco è proprio il contrario, eliminando lo squilibrio riporta la persona a come era prima della comparsa dei sintomi, con tutte le sue caratteristiche personali, tutti i suoi punti di forza e risorse e tutte le sue fragilità. Questa importantissima scoperta ha modificato in modo davvero rivoluzionario il destino di tante persone affette da Disturbi d’Ansia o da Depressione che ora possono finalmente condurre una vita del tutto normale.

Il cervello è dotato di neuroplasticità

In anni più recenti sono migliorate notevolmente le metodiche di studio sul cervello, con la possibilità di un’indagine diretta della sua struttura e del suo funzionamento attraverso esami diagnostici sofisticati come la TAC , La Risonanza Magnetica, la PET, e soprattutto la fRMN, cioè la Risonanza Magnetica Funzionale che permette proprio di vedere, in tempo reale, cosa succede nel nostro cervello durante le normali attività che svolgiamo, funzioni come il pensare o il guardare una immagine o quando proviamo emozioni come  ansia, paura, gioia o rabbia o ancora durante l’esecuzione di pratiche che favoriscono la concentrazione e il rilassamento.

Le neuroscienze hanno poi affinato sempre più la possibilità di indagare le funzioni del nostro cervello e della nostra mente attraverso  valutazioni indirette delle funzioni cognitive come ad esempio test o prove di performance, utili sia a scopo di diagnosi  che per fini di ricerca. Da tutto ciò deriva l’importantissima scoperta del fatto che il cervello umano può cambiare nel tempo, può modificarsi non solo per ciò che concerne il suo funzionamento ma anche  modificare la sua struttura. Ciò che si è scoperto è che questi cambiamenti, tipici della fase dello sviluppo, permangono anche nell’età adulta e sono influenzati dall’ambiente e dalle esperienze che facciamo durante la vita.  Si tratta di una plasticità che può essere indotta durante tutta la nostra esistenza.

Le ripercussioni di queste scoperte sono estremamente importanti e la speranza è che la scienza possa progredire fino al punto di poter influire positivamente su queste capacità rigenerative, cosa che permetterebbe futuri scenari di cura su alcune malattie cerebrali, in quei casi in cui il tessuto cerebrale viene lesionato per diversi motivi, come un ictus o un trauma.

Allo stato dell’arte comunque, sapere che le esperienze e l’ambiente possono influire e modificare la struttura dell’encefalo, anche durante la vita adulta, ha permesso di dare una spiegazione più precisa e concreta di ciò che avviene in psicoterapia.

La psicoterapia cioè, pur essendo un trattamento che si fonda sulla parola, crea nel tempo modifiche a livello del tessuto cerebrale, al punto tale da poter esser considerato un “trattamento biologico”, che porta ad un efficace cambiamento psicologico sotteso da modifiche neurobiologiche. Come tutte le esperienze umane, quindi, anche la psicoterapia genera influenze e cambiamenti sulla funzione e sulla struttura dell’encefalo e lo fa in modo mirato, cioè il tipo di esperienza che viene fatta in psicoterapia porta a modifiche efficaci ad attivare vie neuronali che permettano alla mente di calmarsi e di funzionare in modo più integrato e collaborativo tra le diverse aree, quelle dove in seguito alle esperienze della vita si generano le emozioni e quelle che ci permettono di dare a queste emozioni dei significati corretti e ci aiutano ad autoregolarci quando queste emozioni sono intense e difficili.

E’ una specie di percorso al contrario: esperienze di sofferenza e di trauma generano attivazione di circuiti neuronali che vengono resi meno attivi dalla psicoterapia, la quale stimola la formazione e l’attivazione di  vie neuronali più utili ad uno stato di calma emotiva e di equilibrata razionalità. Queste modifiche riguardano le sinapsi, cioè le congiunzioni tra un neurone e l’altro, che possono attivarsi e aumentare numericamente o all’opposto possono spegnersi, quietarsi. In una mente calma sono attive strutture e vie neuronali differenti da quelle attive in una mente agitata. Ad esempio, attraverso le tecniche di neuroimaging, metodiche che permettono la  visualizzazione del cervello, si è visto che in una mente tranquilla le strutture profonde, deputate al controllo emotivo come l’amigdala, sono meno attivate,  mentre sarà più presente un controllo da parte di strutture più evolute, situate nella parte della corteccia che sono deputate alla elaborazione cognitiva degli eventi emotivi.

La psicoterapia modifica strutturalmente il cervello

Se la psicoterapia può essere quindi considerata un trattamento che modifica strutturalmente il cervello e regola il modo in cui i diversi circuiti di neuroni vengono attivati o silenziati. E’ ben intuibile come una sinergia tra un trattamento farmacologico e una psicoterapia rappresenti la migliore strategia di cura nei disturbi come l’Ansia e la Depressione. D’altronde l’efficacia della psicoterapia in questa condizioni è oramai comprovata da una notevole massa di studi a suo favore. Integrando i due tipi di trattamento si agisce non solo a livello psicologico, aiutando cioè il paziente a pensare in modo diverso a sé e alle proprie difficoltà o a relazionarsi in modo più efficace, si agisce anche direttamente modificando l’attività dei neuroni e in generale l’assetto neurobiologico del cervello.  Le ripercussioni positive di ciò possono riflettersi su tutto l’organismo dal momento che alcune strutture cerebrali sono  responsabili di fenomeni come la secrezione degli ormoni dello stress, i quali generano importanti  influenze su tutto il corpo fisico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo Post Traumatico da Stress

 Il Disturbo Post Traumatico da Stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress è una patologia psichiatrica non molto frequente, almeno nelle sue forme più gravi ed evidenti, dovuta all’impossibilità del sistema nervoso di integrare in modo adeguato una o più esperienze psicologicamente traumatiche.

In verità potrebbe anche essere una patologia sottostimata in quanto di non facile diagnosi, a meno che non  vi sia un chiaro, inequivocabile evento drammatico accaduto nella vita del paziente.
In assenza dell’evento traumatico evidente può essere confuso con forme di Depressione o di Distimia o con un Disturbo d’Ansia Generalizzato, o anche mascherarsi dietro una storia di abuso di sostanze e di alcool.

I sintomi del disturbo post traumatico da stress

Sono, infatti, numerosi i pazienti che presentano sintomi tipici di iperattivazione neurovegetativa e di evitamento, nonché le memorie emotive intrusive tipiche del Disturbo Post Traumatico. E’ verosimile che questi soggetti abbiano sperimentato e vissuto situazioni traumatiche meno evidenti, meno puntualmente riconoscibili ma più sottili e durature nel tempo, dando luogo ad una reattività  psichica ed emotiva molto simile  a quello dei gravi traumatizzati.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, nella sua forma più tipica ed evidente, si sviluppa in una certa percentuale di soggetti che hanno vissuto eventi di vita gravemente traumatici, che hanno implicato gravi lesioni personali o ai propri cari, o comunque la grave minaccia alla loro integrità fisica  o a quella di altre persone. E’ il tipico disturbo che colpisce una parte della popolazione dopo un disastro naturale, un terremoto o una grave alluvione, incidenti stradali, rapimenti o gravi aggressioni. E’ stato valutato che persino una certa percentuale degli individui impegnati in azioni di volontariato e soccorso dopo eventi di questo tipo può sviluppare un PTSD.

Molte delle conoscenze sull’insorgenza e sulle manifestazioni di questo disturbo, nonché sulla sua diagnosi e terapia, derivano dalle osservazioni dei reduci di guerra. Non è però necessario essere stati sotto i bombardamenti o vittime di eventi naturali catastrofici per sviluppare un disturbo i cui sintomi, magari più sfumati e meno invalidanti, permettono di porre questa diagnosi.

Una delle caratteristiche tipiche di questo disturbo è che il trauma continua a ripresentarsi nella mente di chi l’ha vissuto e questa situazione, in cui l’attenzione emotiva e cognitiva sono rivolte al trauma, allontana il paziente dalla realtà che lo circonda verso la quale sviluppa una sorta di distacco emotivo, di estraneità sia ai fatti che alle persone. Questi ricordi intrusivi dell’evento vissuto, possono essere immagini mentali, pensieri o ricordi che si ripresentano con insistenza e senza che il paziente possa controllarli o allontanarli. Queste memorie dolorose generano un’attivazione neurovegetativa intensa, che a sua volta da luogo ad una serie di disturbi che si possono manifestare sulla salute del fisico.

Sostanzialmente questi pazienti vivono in una condizione cronica di stress e di attivazione neuro-ormonale dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con tutte le conseguenze non solo psicologiche ma anche somatiche di questa condizione.

Può anche accadere, sebbene raramente, che questi pazienti sviluppino prevalentemente sintomi fisici con scarse manifestazioni psicologiche, il che rende la diagnosi ancora più complicata, ad esempio disturbi gastrici o intestinali, dolori posturali o patologie a livello muscoloscheletrico, ipertensione, problemi cardiaci e problematiche che interessano la sfera della sessualità. Sono questi i casi in cui è necessaria un’attenta e puntuale anamnesi della vita del paziente, a partire dalla sua infanzia, indagando su ogni possibile situazione che sia o sia stata potenzialmente traumatica, considerando anche che il sistema di gestione delle emozioni in un bambino è ancora in via di sviluppo e di consolidamento, per questo situazioni che ad una valutazione più superficiale e razionale possono apparire del tutto normali, creano spesso invece  una atmosfera traumatica e patogena per lo sviluppo sano del bambino. Mi riferisco soprattutto a situazioni emotivo-relazionali inerenti alle dinamiche famigliari alle quali il bambino può essere esposto senza possibilità di difesa.

In questi casi non sempre si trovano eventi che normalmente sarebbero definiti come traumatici a livello psichico, ma lo psichiatra può certamente riconoscere, sotto una superficie di apparente normalità, ciò che ha gravemente interferito con lo sviluppo armonico, tranquillo e solido del bambino.

Caratteristica del PTSD è una condizione di cronico di disagio psicologico e di attivazione neurovegetativa per cui il soggetto vive in un costante stato di tensione emotiva e fisica, ipersensibilizzato ad ogni cambiamento di stato interno o evento esterno che possano riattivare le memorie traumatiche dell’evento, o degli eventi, nel corpo e nella mente.

Questo stato viene definito come un aumento dell’arousal e si manifesta anche determinando disturbi del sonno, come difficoltà  nell’addormentamento o nel mantenimento del sonno, nonché facile irritabilità, difficoltà nella concentrazione e nella memoria di fissazione. I disturbi del sonno  sono spesso accompagnati da  incubi ricorrenti che riguardano l’evento vissuto, questo ovviamente nei casi in cui i sintomi sono conseguenti ad un puntuale evento traumatico.
I flashback sono anche tipici del PTSD e consistono in esperienze emotive in cui il paziente si dissocia dalla realtà e si sente esattamente come se stesse rivivendo l’evento traumatico.

Il paziente vive nel costante tentativo di evitare la sofferenza psicologica e fisica che la riattivazione del trauma determina e mette in atto una serie di manovre difensive, condotte di evitamento che lo limitano nella propria quotidianità, a volte compromettendo seriamente le relazioni personali o il lavoro.

Ad esempio evita luoghi e situazioni ma anche persone e relazioni che possano generare sentimenti anche lontanamente simili a quelli che ha vissuto. In generale queste persone tendono a vivere la loro vita in uno stato di ottundimento delle emozioni che li fa sentire, ed apparire, distaccati dal contesto sociale. E’ come se rimanessero incastrati in una emotività traumatizzata e quindi impossibilitati a prendere contatto in modo adeguato con il mondo attuale.

La possibilità, e la probabilità, che si sviluppi un Disturbo Post Traumatico da Stress è correlata alla gravità della situazione traumatizzante e ovviamente ad altre variabili come una vulnerabilità personale di base, che è differente in ciascuna persona, la possibilità di trovarsi in un contesto di supporto che riconosca e che aiuti l’elaborazione del trauma. Ovviamente anche l’età della persona esposta al trauma è un fattore discriminante importante e pare che le donne siano leggermente più predisposte degli uomini allo sviluppo di PTSD. Ecco quindi che non sempre vi è una correlazione del tutto lineare tra gravità del trauma e sviluppo dei sintomi.

La terapia del disturbo post traumatico da stress

Normalmente la cura di questa forma di disturbo prevede un’associazione di terapia farmacologica e di psicoterapia.

La cura con i farmaci è indispensabile nei casi in cui i sintomi siano troppo invalidanti per lo svolgimento di una vita normale sul piano scolastico o lavorativo e sociale, nonché quando la sofferenza esperita dal paziente è troppo intensa. Negli altri casi si potrà valutare anche durante lo svolgimento della terapia psicologica l’eventuale necessità di un supporto farmacologico. Ottimi alleati in questi casi sono i farmaci che agiscono sulla serotonina, come gli SSRI, associati eventualmente ad altre molecole ad azione ansiolitica o ipnoinducenti, se necessarie.

La terapia è quindi sovrapponibile a quella indicata in altri Disturbi d’Ansia o anche nei Disturbi dell’Umore. Spesso inoltre i pazienti sofferenti per i sintomi causati da un trauma, o da situazioni traumatiche, possono sviluppare Depressione o altre forme di Disturbo d’Ansia.

La terapia psicologica è però in cardine indispensabile per aiutare questi pazienti a liberarsi dei sintomi e a riprendere una normale esistenza. Il trattamento più indicato andrà scelto in base alla conoscenza profonda della situazione psicopatologica, della vita del paziente, della sua struttura di personalità, della sua infanzia, del suo ambiente affettivo e relazionale attuale. La terapia psicologica di tipo psicodinamico è verosimilmente più indicata là dove la sofferenza derivi dall’avere vissuto all’interno di un contesto di crescita problematico e traumatizzante. Altre forme di terapia come la Cognitivo-Comportamentale e l’EMDR (Eye   Movement Desensitization and Reprocessing)  sono più indicate se i sintomi insorgono dopo che la persona è stata esposta ad un grave evento drammatico e traumatizzante che viene riferito durante la raccolta della anamnesi.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di terapia del disturbo post-traumatico da stress a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La psicoterapia può curare la depressione?

La psicoterapia può curare la depressione?

Il mio interesse a scrivere un articolo su questo argomento nasce proprio da ciò che osservo durante la mia pratica di medico psichiatra. Incontro in studio persone che arrivano tutte con una tematica di fondo comune: si sentono sofferenti, tristi, depressi. Questi pazienti, che mi portano tutti un disagio apparentemente così simile, presentano in verità situazioni molto differenti, personali e originali nelle loro cause e nelle loro motivazioni di fondo. Ciò nonostante tutti arrivano con la convinzione di essere depressi.

Anche quando lavoravo in ospedale e mi capitava di vedere molte persone che chiedevano un colloquio di valutazione, sono sempre stata stupida dal fatto che, quasi tutti, iniziavano la visita dicendomi: ”vengo da lei perché sono depresso”, anticipando un’ipotesi di diagnosi che spesso non corrispondeva al quadro clinico da me rilevato.

Probabilmente il termine stesso Depressione si presta ad interpretazioni differenti e molto personali, a volte erronee.

Depressione può essere uno stato d’animo, momentaneo o duraturo ma non necessariamente patologico, può essere un sintomo di un quadro clinico più complesso e può anche essere una vera e propria malattia.

La questione che ha attratto la mia attenzione è stata quindi la Diagnosi, intesa sì in senso clinico (questa persona che si sente e si definisce depressa lo è veramente da un punto di vista medico-psichiatrico?) ma anche con un significato più ampio e cioè: quale è veramente il disagio di cui mi sta mettendo al corrente il paziente e che origini ha.

In una psichiatria che veda il paziente come un intero, fatto di elementi altrettanto importanti di tipo biologico e psicologico, è di fondamentale importanza fare una diagnosi corretta, farsi cioè un’idea precisa di ciò che il paziente lamenta, capirne la sua genesi da un punto di vista psico-dinamico e/o biologico e costruire un’ipotesi di cura.

E’ altrimenti impossibile indirizzare bene il paziente sul percorso verso la risoluzione del suo problema impostando la terapia corretta, è impossibile capire di che cosa ha veramente bisogno il paziente per stare meglio e migliorare la sua vita.

A mio parere, è anche indispensabile per il paziente stesso conoscere quale è il suo problema, non è soltanto un suo diritto, le persone hanno anche il dovere di informarsi ed essere consapevoli,  la conoscenza corretta è il primo gradino, la base su cui si fonda tutto il  percorso di cura.

Di fronte ad un paziente che esprime uno stato depressivo, la prima cosa che il medico deve saper fare è distinguere se si tratta di una vera e propria DEPRESSIONE, intesa cioè come malattia che richiede un trattamento medico o se si tratta di uno stato di prostrazione psicologica, di sofferenza esistenziale.

Questo perché le due situazioni prevedono un approccio terapeutico differente. Non è possibile, né corretto, applicare il proprio metodo di cura ad ogni paziente, anzi il percorso deve essere inverso. Bisogna capire cosa il paziente ha e quindi definire se il metodo di cura di cui disponiamo può essere utile per lui, altrimenti avere la consapevolezza, l’umiltà e la professionalità di inviare il paziente ad un’altra figura professionale o ad un collega.

Mi è capitato purtroppo troppe volte di visitare pazienti in cura farmacologica da anni, per una supposta depressione, che, a mio giudizio, necessitavano di essere invece consigliati ad intraprendere un percorso di psicoterapia, perché il farmaco non avrebbe mai potuto curare il loro star male, quantomeno non da solo.

Allo stesso tempo ho visto pazienti affetti da evidenti stati di Depressione e ben diagnosticabili Disturbi d’Ansia, quali gli attacchi di panico, la fobia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo, rivolgersi a psicoterapeuti per molto tempo senza poter risolvere i sintomi, non perché la psicoterapia sia un approccio fallimentare ma perché alcune malattie, alcune situazioni cliniche non si possono curare senza ricorrere ai farmaci.

La genesi delle malattie psichiatriche è BIO-PSICO-SOCIALE, ciò vuole dire che vanno valutate, in ogni singolo paziente, la presenza o la predominanza di una causa rispetto ad un’altra e quindi attuati, o perlomeno consigliati, interventi che siano di tipo medico o psicologico a seconda del caso o l’associazione dei due, solo quando necessario.

Spesso i pazienti che soffrono di ansia e depressione temono di incontrare uno psichiatra, considerato a torto il medico dei matti, molti preferiscono chiedere aiuto allo psicologo o al neurologo.

Questi professionisti devono essere in grado, attraverso percorsi formativi validi, di riconoscere se vi è un’affettiva malattia psichiatrica e devono sapere quando è necessaria una terapia di tipo farmacologico.

La Depressione vera e propria esige una terapia farmacologica, così come altri disturbi quali ad esempio il Disturbo Ossessivo-compulsivo o gli Attacchi di Panico.

Viceversa il medico-psichiatra DEVE essere in grado di riconoscere le situazioni in cui è insensato consigliare un farmaco e in cui invece il paziente ha effettivamente bisogno di un serio percorso di psicoterapia.

La psicoterapia è indicata in tutti i pazienti in cui le cause del malessere risiedono in situazioni ambientali difficili, presenti o passate, o quando la sofferenza deriva da conflitti interni, intrapsichici, in tutti quei casi in cui la persona soffre emotivamente  ma non vi è evidenza di un disturbo psichiatrico legato ad una disregolazione dei neurotrasmettitori, non vi è cioè un Episodio Depressivo in corso.  La diagnosi si fa DURANTE la VISITA, attraverso domande e attraverso l’osservazione del paziente, il suo aspetto, l’abbigliamento, lo sguardo, le sue posture, il modo in cui parla e si muove e dalle notizie che ci fornisce.

Esiste una SEMEIOTICA della Depressione che il medico conosce. Esistono cioè sintomi riferiti dai pazienti e segni rilevati dal medico che devono essere accertati e valutati per fare diagnosi corrette e terapie adeguate. Là dove il medico riconosce la presenza di un Episodio Depressivo la terapia farmacologica deve essere sempre consigliata e il paziente supportato ad accettarla e ad assumerla nei tempi e nei modi prescritti. Anche la sospensione va concordata sempre con il curante.

In questi casi la terapia psicologica può essere a volte indicata, se vi una struttura di personalità fragile, situazioni ambientale stessogene o se il paziente mostra di dovere essere aiutato nell’elaborare il vissuto relativo alla malattia depressiva.

La dott.ssa Cristina Selvi, Psicoterapeuta per la Depressione a Milano, Psichiatra e Omotossicologa, si occupa di psicoterapia della Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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L’Ignatia amara contro l’ansia

L’Ignatia amara contro l’ansia

L’ansia si cura con la stricnina!

L’Ignatia Amara (strychnos ignatia) è una pianta, una liana, originaria delle isole Filippine, anche nota come Fava di Sant’Ignazio. Per preparare la tintura madre si utilizzano i suoi frutti gialli, i cui semi contengono i principi attivi. I semi vengono essiccati, sminuzzati e poi macerati in alcool per ottenere la tintura madre dalla quale sono preparate le diluizioni omeopatiche.

Questo è il processo attraverso il quale i principi attivi vengono via via diluiti dando luogo a preparazioni dove queste sostanze possono ancora essere presenti come molecole o, secondo il principio omeopatico, dove rimane soltanto l’acqua informata delle proprietà terapeutiche. Possono essere preparati, a partire dalla tintura madre, rimedi a concentrazioni differenti, che il medico potrà scegliere di utilizzare a seconda dei sintomi e del quadro clinico. Semplificando diciamo che i rimedi più diluiti vanno bene per il controllo dei sintomi psichici e mentali e quelli più concentrati per i sintomi fisici conseguenti al disagio emotivo.

Ignatia è un rimedio dell’Omeopatia classica ma anche della Medicina Omotossicologica, particolarmente efficace in alcune forme di ansia in quanto molto attivo a livello del Sistema Nervoso.

Le sostanze farmacologicamente utili presenti nella bacca sono la stricnina e la brucina, due alcaloidi molto tossici e velenosi se assunti in dosi ponderali dotate di un effetto specifico sul Sistema Nervoso. L’avvelenamento genera, infatti, una forte agitazione psichica e difficoltà respiratorie, contratture e spasmi muscolari fino alle convulsioni.

L’altra pianta da cui sono estratte queste due sostanze è Strychnos Nux-vomica (nota come albero della stricnina o noce vomica), rimedio anch’esso spesso utilizzato nelle forme di somatizzazione ansiosa a livello dell’apparato digestivo.

E’ doveroso specificare che l’utilizzo di una terapia non convenzionale in stati di ansia deve essere riservata ad alcuni casi specifici, non è adatta in tutte le forme di disturbo e non è un’alternativa al trattamento con farmaci tradizionali per il controllo dell’ansia, come gli antidepressivi o le benzodiazepine.

La sua efficacia si manifesta soltanto nelle situazioni che ne possono veramente beneficiare e la scelta di queste è appannaggio esclusivamente del medico che abbia una preparazione specifica in medicina non convenzionale e un’approfondita esperienza clinica psichiatrica.

L’utilizzo di rimedi naturali per i disturbi ansiosi va riservato alle forme meno gravi, dove non sia già strutturato un vero e proprio Disturbo d’Ansia, ad esempio come supporto, nelle forme di ansia conseguenti ad una struttura di personalità fragile e sensibile o a situazioni ambientali difficili e momentanee.

Quando è utile prescrivere preparati a base di Ignatia Amara

La prescrizione di rimedi a base di Ignatia può essere utile negli stati di ansia in cui il paziente riferisce una sensazione di fame d’aria o mancanza di respiro, con il bisogno di sospirare spesso allo scopo di compiere inspirazioni profonde. Sono soggetti con un’emotività labile e malinconica che si commuovono facilmente.

L’umore è instabile, il paziente è irritabile e ipersensibile a tutti gli stimoli: visivi, acustici, emotivi e può lamentare un’iperestesia algica, cioè un’aumentata sensibilità al dolore. Si tratta quindi di una condizione di ipersensibilità sia a livello mentale che fisico. In effetti, la caratteristica di questi pazienti è di sviluppare sintomi a livello somatico conseguenti ad una condizione di ansia. Ciò avviene soprattutto nei soggetti che tendono ad esprimere il disagio psichico in modo non verbale, persone che faticano a comunicare le proprie emozioni, tendono a reprimerle e a facilitare in questo modo la comparsa di sintomi fisici. Spesso addirittura questi soggetti hanno poca consapevolezza del proprio disagio emotivo e dei motivi che stanno alla base del conflitto psicologico. Caratteristicamente durante il colloquio con il medico  riescono a dare voce esclusivamente al loro problema fisico o a qualche superficiale motivazione ambientale.

Ignatia Amara è il rimedio utile in tutti i casi di Distonia Neurovegetativa.

La Distonia Neurovegetativa è una condizione causata da un non corretto equilibrio e funzionamento del Sistema Nervoso Autonomo o Neurovegetativo, cioè quella parte nel nostro sistema nervoso che funziona senza il controllo della nostra volontà, appunto in modo autonomo. Governa e regola diverse funzioni tra le quali il battito cardiaco, la pressione arteriosa, la dilatazione dei vasi sanguigni, la contrattura della muscolatura liscia degli organi e, di conseguenza, le funzioni digestive gastriche e intestinali, la dilatazione dei bronchi e la frequenza respiratoria.

E’ costituito da due parti distinte, il sistema ortosimpatico e il sistema parasimpatico (o vagale) che hanno una azione uguale e contraria, dove uno stimola l’altro inibisce e regola.

Quando il corretto equilibrio del loro funzionamento sinergico si sregola compaiono sintomi a carico di diversi organi ed apparati. Sono sintomi funzionali, cioè generati da un non corretto funzionamento di questi organi e non da un’alterazione strutturale, anatomica o del tessuto dell’organo.

E’ però vero che un organo con una funzione cronicamente alterata andrà più facilmente incontro a lesioni. Ad esempio, uno stomaco che produce troppo acido cloridrico può essere suscettibile di gastrite o di ulcera, un intestino con una motilità alterata potrà nel tempo sviluppare disbiosi, intolleranze alimentari o una malattia cronica infiammatoria.

Più frequentiamo tutti noi ci troviamo in uno stato di orto-simpatico-tonia, cioè una situazione in cui prevale l’attività di questa parte del sistema nervoso neurovegetativo, mentre sarebbe opportuno essere in relativa vago-tonia, cioè la situazione in cui prevale il funzionamento della parte parasimpatica. In questo caso il battito cardiaco è regolare e non accelerato, il respiro è rilassato, la pressione sanguigna normale, lo stomaco si svuota regolarmente e non vi è eccesso di produzione acida e la contrattura delle fasce muscolari della parete intestinale favorisce un adeguato svuotamento di quest’organo.

Quando siamo in una situazione di sovraccarico di stimoli e di richieste, quindi in una situazione di eccessivo stress o distress, siamo in orto-simpatico-tonia.

Eustress è invece il termine con cui si indica un adeguato livello di attivazione e  di stimolazione, al quale siamo ancora in grado di reagire senza esaurire o depauperare le nostre risorse di energia fisica e psichica.

Questa mancata regolazione dell’equilibrio dei due componenti del Sistema Neuro-vegetativo  è quindi strettamente correlata allo stato ansioso. Spesso, infatti, chi soffre di ansia presenta sintomi come la tachicardia, l’aumento della pressione sanguigna, sudorazioni eccessive, disturbi viscerali digestivi o intestinali e senso di respiro difficile.

In Omotossicologia Ignatia Amara è presente in diversi prodotti, sia come rimedio unico  che in associazione con altri rimedi che agiscano in modo sinergico. A differenza dell’Omeopatia classica unicista, il rimedio omotossicologico può contenere più sostanze e ciascuna di queste a diversa diluizione, in modo da poter agire sia sulla componente mentale del disturbo che sulla sua espressione fisica e somatica. Esempi di situazioni in cui si può considerare l’utilizzo di una terapia non convenzionale con farmaci omotossicologici sono le somatizzazioni dell’ansia a livello gastrico e intestinale, come alcune forme di gastrite e di reflusso gastro-esofageo, eventualmente associando, in un primo momento,  anche la terapia allopatica necessaria.

Anche le coliti spastiche funzionali possono trarre beneficio da una terapia omotossicologica, sempre dopo un attento ed accurato approfondimento diagnostico che escluda patologie organiche.

Alcune forme di Disturbo dell’Adattamento con ansia o depressione e i sintomi psichici e fisici che possono accompagnare la menopausa sono altre situazioni cliniche che, dopo attenta valutazione della gravità dei sintomi, potrebbero trarre beneficio da un approccio di cura integrato.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Medicina Omtossicologica in Psichiatria e Psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il colloquio con lo psichiatra

Il colloquio con lo psichiatra

Chi arriva alla decisione di recarsi dallo psichiatra lo fa solitamente in un momento di difficoltà personale e di fragilità e la scelta è spesso accompagnata da un certo grado di dubbio e timore. A volte nell’immaginario delle persone chi fa questo mestiere è in grado di leggere nella mente del paziente, capendo e scoprendo pensieri, paure e questioni che nemmeno sono note ad egli stesso. Questa è una visione romanzata e non realistica. Lo psichiatra possiede sicuramente conoscenze, competenze ed esperienza che servono per incontrare il paziente e capire il problema che egli porta, in modo più completo e profondo rispetto a ciò che sembra ad un occhio non esperto.

In realtà lo psichiatra sa poco o nulla del paziente e della sua vita interiore, tutto ciò che può scoprire passa attraverso l’aiuto ricevuto dal paziente stesso.  Il terapeuta va alla ricerca dei reali motivi del malessere, guidando verso soluzioni attraverso un programma di terapia che sia adeguato e utile per quel singolo paziente.

Anche in psichiatria, come in tutti i campi della medicina, la diagnosi è di primaria importanza. Per aiutare una persona dobbiamo conoscere e sapere riconoscere il problema di cui soffre e questo in psichiatria deve riguardare una duplice valutazione, che in termini tecnici è chiamata Asse I e Asse II. Si potrebbe dire che esistono due dimensioni diagnostiche essenziali che si integrano l’un l’altra: una diagnosi medico-psichiatrica e una diagnosi psicodinamica, che indaghi le componenti psicologiche e relazionali alla base del disagio.

Brevemente, l’Asse I riguarda quelle condizioni che si concretizzano in una patologia psichica, sia essa un Disturbo d’Ansia, come gli Attacchi di Panico, le Fobie, tra cui frequente la Fobia Sociale, il Doc, oppure un Disturbo dell’Umore come la Depressione o il Disturbo Bipolare. L’Asse II, invece, riguarda la diagnosi personologica e cioè l’eventuale presenza di una struttura di personalità che abbia caratteristiche qualitative o quantitative tali da determinare un vero e proprio disturbo, con conseguenze sulla qualità della vita del paziente, sul piano personale, relazionale  e socio lavorativo.

Solitamente una diagnosi in Asse I prevede una terapia farmacologica mentre la diagnosi in Asse II richiede un intervento di tipo psicoterapeutico.

Come si svolge il colloquio psichiatrico

La visita psichiatrica avviene appunto in forma di colloquio. È la prima interazione tra il medico e il paziente ed è lo strumento che lo psichiatra utilizza per comprendere la sofferenza del paziente. E’ molto importante il clima in cui si svolge, perché influenzerà i futuri eventuali incontri tra paziente e terapeuta e l’adesione del paziente ai consigli del medico. Deve avvenire in un clima di empatia con un’attenzione libera da pregiudizi e rispettosa, in modo che il paziente possa esprimere come meglio può i fatti, le sue riflessioni e le emozioni correlate.

Il colloquio diretto con il paziente è essenziale poiché permette al medico, non solo di ottenere le informazioni, ma soprattutto di osservare e riconoscere una serie di segni che sono indispensabili per fare diagnosi e valutare lo stato psicopatologico.

Per questo motivo il colloquio vis a vis è molto importante, anche nelle fasi successive della cura, ad esempio quando bisogna valutare l’efficacia di una terapia prescritta qualche settimana prima. Ciò che viene riferito da parenti o dal paziente stesso telefonicamente non è il più delle volte sufficiente per fare delle valutazioni corrette ed utili da un punto di vista clinico. Per il medico psichiatra è importante raccogliere i dati ma anche osservare e valutare come la persona si presenta, come cammina, come parla, la sua mimica facciale e il linguaggio non verbale che non possono essere valutati in una conversazione telefonica.

Durante il colloquio il medico deve creare le condizioni migliori perché il paziente si senta a suo agio e libero di esprimere tutto ciò che gli viene alla mente, deve saper creare l’alleanza terapeutica, fattore predittivo di primaria importanza sull’esito della terapia. Nella prima parte il colloquio potrà essere libero, iniziamo ad ascoltare il paziente e a sintonizzarci con lui. Il paziente andrà poi anche guidato dal medico a fornire informazioni che altrimenti potrebbe omettere, per pudore, perché può pensare che siano inutili o  a causa delle cosiddette censure inconsce, di cui il paziente non può essere a conoscenza ma che lo psichiatra può aiutare a superare. Può essere necessario, sempre con delicatezza e rispetto, incoraggiare la persona ad affrontare temi spinosi o ad approfondire meglio gli aspetti più intimi ed emotivi di questioni che a volte vengono riferite soltanto nei loro risvolti più concreti, quindi aiutare il paziente a commentare i fatti da un punto di vista delle emozioni che ne derivano. Talvolta sarà necessario avere informazioni aggiuntive dai parenti, ad esempio nel caso di ragazzi giovani, in cui alcune notizie anamnestiche sull’infanzia sono necessarie oppure allo scopo di valutare le modalità di interazione tra i diversi membri della famiglia o anche perché terze persone possono fornire un punto di vista differente che va ad integrare ciò che percepisce il paziente stesso. Quando una persona vive un disagio nel presente è sempre importante ricordare  che il modo in cui il paziente soffre è il risultato dei fatti recenti che vanno accuratamente indagati ma anche della storia passata del paziente, verso la quale il medico deve porre la giusta attenzione.

Solitamente la visita psichiatrica non richiede esami aggiuntivi, raramente il medico potrà richiedere qualche indagine allo scopo di indagare lo stato generale del paziente ed escludere che alcuni sintomi siano legati ad una patologia organica, ad esempio una profonda stanchezza in caso di ipotiroidismo. Può, a volte, essere necessario un secondo incontro allo scopo di capire meglio la situazione o somministrare test psico-diagnostici o neuropsicologici per indagare meglio alcune funzioni mentali e cognitive. Al termine della visita il medico formula delle decisioni terapeutiche che condivide con il paziente ed eventualmente con i famigliari.

Il medico quindi spiega ciò che ha compreso e propone un piano di cura. E’ il momento in cui spesso ci si confronta con  i pregiudizi e i timori verso la terapia, sia essa farmacologica o psicologica. Per questo io cerco sempre di essere chiara con i pazienti sui benefici della cura, sulla sua durata, sugli eventuali effetti collaterali e anche su cosa può accadere se il paziente non accetta di curarsi, rassicurandolo comunque sulla mia disponibilità a riparlarne. Il paziente non va colpevolizzato né obbligato moralmente ad assumerne farmaci che non sente ancora come buoni alleati, né tantomeno avrebbe senso spingerlo ad una terapia psicologica che non può che naufragare senza una vera motivazione personale. Va invece reso partecipe attraverso una corretta informazione che fornisca le informazioni necessarie per prendere una decisione e qualcuno   ha comunque bisogno di un po’ di tempo e di altri incontri per essere motivato alla cura.

Anche il paziente osserva lo psichiatra

Non va tralasciato di pensare al fatto che durante il primo colloquio anche il paziente incontra il terapeuta, anch’esso quindi potrà, e dovrà, valutare la qualità di questo incontro, le comunicazioni e le informazioni fornite, lo stato emotivo nel quale si è trovato durante il colloquio, la capacità del medico di metterlo a suo agio, la comunicazione non verbale (tono della voce, sguardo, mimica, atteggiamento) che possono essere di fondamentale importanza per evincere informazioni sulla competenza e sul genuino interesse del terapeuta che si ha di fronte.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, riceve a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Dottoressa, ho poca serotonina?

 Dottoressa, ho poca serotonina?

Non di raro i pazienti si presentano alla visita portando con sé preziosi ritagli di giornali o riviste divulgative in cui si parla della serotonina e del fatto che una sua mancanza o carenza sia la causa della Depressione.

Il ragionamento sotteso è: se sono depresso o ansioso vuole dire che mi manca la serotonina, se la introduco nel mio organismo starò bene. Alcuni pazienti, addirittura, mi chiedono se è possibile fare indagini mediche per scoprire se il loro organismo è povero di questo neurotrasmettitore. In effetti, i non addetti ai lavori possono essere tratti in errore dall’abitudine di dosare sostanze di cui possiamo essere carenti, nel sangue o nelle urine, come ad esempio il ferro o alcuni ormoni.  Per alcune di queste sostanze è valido il principio di ristabilire i giusti livelli nel corpo assumendole come vere e proprie medicine.  Purtroppo tutto ciò non vale per la serotonina.

La serotonina non può esser assunta come tale ma gli antidepressivi ne aumentano la disponibilità attraverso diversi meccanismi. Esiste la possibilità di assumere serotonina in diluizione low-dose, utilizzabile solo in alcune specifiche situazioni e comunque mai nella Depressione Maggiore. I livelli plasmatici della serotonina possono anche essere misurati ma è un’indagine che non si fa mai nella Depressione perché non ha alcun valore clinico o predittivo. Questo neurotrasmettitore gioca senza dubbio un ruolo importante in diverse funzioni cerebrali e indubbiamente è implicato nella genesi di alcuni disturbi psichici come l’ansia e la Depressione.

Si tratta ovviamente di una grande semplificazione. Nella Depressione e nei Disturbi d’Ansia le modifiche che avvengono a livello del cervello, e in generale in tutto l’organismo, sono numerose ed eterogenee.  L’insorgenza di queste malattie è cioè determinata da un insieme di cause e da alterazioni di meccanismi complessi, e non può essere semplicemente ricondotta alla mancanza di un unico neurotrasmettitore.

Dire che una mancanza di serotonina causa depressione è una semplificazione scientificamente non corretta, ma anche se non è esatta su un piano scientifico, può tornare utile per cercare di avvicinare alla comprensione di ciò che accade in un organismo malato. È inoltre vero che i farmaci che aumentano la disponibilità di questa sostanza danno beneficio e hanno potere antidepressivo.
Un fatto importante, che deve essere chiaro, è che gli antidepressivi funzionano solo nei soggetti clinicamente depressi, quelli che il medico psichiatra, attraverso la raccolta delle informazioni e la valutazione qualitativa e quantitativa dei sintomi, riconosce come affetti da Depressione Maggiore, Unipolare o Bipolare. Tutti gli altri soggetti, che pur possono sperimentare, anche con discreta frequenza, sentimenti di tonalità depressiva, ma non sono clinicamente depressi, non avranno alcuna modifica del loro umore assumendo questi farmaci.

Che cosa è la serotonina

La serotonina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza che viene liberata da una cellula nervosa nello spazio tra un neurone e l’altro. Agendo su recettori delle cellule nervose vicine trasmette un messaggio. Normalmente è prodotta dal nostro organismo dall’amminoacido triptofano, che deve essere introdotto con il cibo, poiché non lo possiamo sintetizzare. La produzione di serotonina avviene per la maggior parte al livello dell’intestino e in minore percentuale proprio nel cervello.

A cosa serve la serotonina?

Da tempo si sa che la serotonina è implicata in molteplici funzioni biologiche ed è in qualche modo alterata durante malattie come la depressione e l’ansia.

La serotonina interviene nella regolazione del tono dell’umore e del ciclo sonno-veglia. E’ implicata nel controllo dell’appetito e nella regolazione del senso di sazietà.  Anche il comportamento sessuale è regolato dalla trasmissione di serotonina, infatti, la mancanza di desiderio sessuale è uno dei sintomi cardine della Depressione, così come la riduzione dell’appetito. Questo neurotrasmettitore regola anche i tempi di eiaculazione. Gli antidepressivi che agiscono sulla serotonina spesso si utilizzano nei casi di eiaculazione precoce. E’ ovviamente indispensabile affiancare alla terapia sintomatica, indagini mediche e approfondimenti psicologici che portino alla vera comprensione e soluzione del problema. Ciò nonostante, almeno temporaneamente, può essere un buon approccio di supporto, soprattutto nei soggetti giovani che patiscono molto questa problematica che interferisce profondamente con la loro vita affettivo-relazionale.

Altre importanti funzioni regolate dalla serotonina sono la percezione del dolore e la peristalsi intestinale. Si ritiene  che parte della sintomatologia nella fibromialgia sia legata ad una carenza di questo neurotrasmettitore, in effetti uno dei sintomi cardine della malattia è proprio il dolore.

Quando le vie nervose che utilizzano serotonina non funzionano nel modo giusto è possibile avere sintomi o patologie come Depressione, Attacchi di Panico o altri tipi di ansia, insonnia e disturbi alimentari. Anche i disturbi legati alla Sindrome Premestruale si ritiene possano essere, almeno in parte, dovuti ad alterazioni della serotonina,  a volte questa sindrome si riduce con l’assunzione di farmaci serotoninergici.

Depressione: diagnosi e terapie

La Depressione rimane comunque una malattia complessa nella sua genesi e le alterazioni nell’organismo malato sono altrettanto complesse, sicuramente ad oggi ancora non del tutto note. Si intrecciano conoscenze di tante discipline per capire come mai alcuni soggetti soffrano di depressione e come mai, talvolta, questa si ripresenti con più episodi nella vita di una persona. Sono importanti gli studi sulla genetica ma anche sulle esperienze precoci di attaccamento e relazione con le figure di accudimento, su esperienze precoci di trauma, inteso anche e soprattutto come eventi relazionali, non macroscopici o eclatanti, ma che hanno minato nella loro cronicità lo sviluppo armonioso della personalità e un io adeguatamente strutturato da resistere e rispondere in modo adeguato agli stress che la vita impone.

Le esperienze precoci sono in grado di modificare le connessioni e il funzionamento del cervello e anche quello delle vie serotoninergiche.
Il livello di complessità dello stimolo stressante dovrebbe essere sempre adeguato al  grado di maturità affettiva e cognitiva del piccolo bambino, altrimenti questi eventi diventano patogeni e traumatizzanti, cioè espongono ad una maggiore probabilità di ammalare di disturbo depressivo o ansioso.

Il mio parere è favorevole all’utilizzo del farmaco, che non va demonizzato, anzi, come dico sempre ai miei pazienti, vissuto come un buon alleato. La terapia farmacologica va però integrata all’interno di una strategia di cura seriamente attenta a fattori causali anche di altro tipo.

Modificare i pensieri e i comportamenti, elaborare i ricordi, sciogliere alcune sensazioni emotive, in modo che il passato non entri continuamente nel nostro presente, è altrettanto importante e questi processi avvengono in psicoterapia. La Depressione è in parte un evento biologico e in parte un evento psicologico reattivo, le due cose non possono essere scisse e separate ma si influenzano reciprocamente.

Tantissime persone hanno un’esistenza inquinata da frequenti stati di tristezza e insoddisfazione che non raggiunge la gravità per essere diagnosticata come Depressione e che verosimilmente non può beneficiare di un farmaco miracoloso. Sebbene ogni caso rappresenti la realtà di una persona e non possa essere curato senza conoscerne bene i dettagli, è probabile che in queste persone le disfunzioni che portano all’umore spesso cupo e infelice richiedano altri tipi di interventi o comunque MAI solo il farmaco.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e obesità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo Narcisistico di Personalità

Il disturbo narcisistico di personalità

Nell’uso comune della nostra lingua siamo abituati a dare alla parola “narcisista” una connotazione negativa. In verità ci sono periodi della vita e dello sviluppo in cui essere narcisisti è sano ed opportuno e il piccolo narcisista deve essere adeguatamente accolto, riconosciuto ed apprezzato dai genitori. Ciò significa che i comportamenti grandiosi, egoisti ed egocentrici del bambino non devono essere potenziati in modo eccessivo ma nemmeno respinti, inibiti o ignorati. La parola giusta, direi, è regolati nella relazione con i genitori.

Anche nel periodo dell’adolescenza è piuttosto comune e fisiologico mostrare tratti e comportamenti di tipo narcisistico, ciò non è necessariamente patologico o certamente indicativo di un futuro disturbo della personalità.

Cosa è il disturbo narcisistico di personalità

Il Disturbo Narcisistico di Personalità è una struttura caratterizzata dall’ipersensibilità al giudizio e al rifiuto affettivo.

Si può manifestare con modalità differenti, che vengono definite narcisista overt, cioè evidente e narcisista covert, nascosto, che potremmo tradurre come  il tipo arrogante e il tipo timido. Il modo di percepirsi, di apparire agli altri e di relazionarsi dei soggetti affetti dalle due modalità di presentazione del Disturbo Narcisistico sono apparentemente molto diverse ma ambedue sono accomunate da sentimenti di scarsa autostima, paura della umiliazione e  del rifiuto.

Oggi parliamo del primo tipo di struttura narcisistica.

Il disturbo narcisistico overt

Il Disturbo Narcisistico Overt caratterizza persone che appaiono decise, autonome, forti e affascinanti, adeguatamente inserite a livello sociale e lavorativo. Purtroppo queste persone  non hanno capacità di entrare in intimità  con gli altri, evitano il coinvolgimento profondo e le relazioni stabili e quindi appaiono spesso egoiste e presuntuose, paradossalmente fin troppo sicure di sé. Di fatto si tratta di persone fragili, sensibili, molto bisognose di ammirazione, che hanno costruito, inconsapevolmente, una barriera di difesa rispetto alla possibilità di sentirsi feriti ed emotivamente vulnerabili.

La loro caratteristica tipica è la mancanza di capacità empatica, cioè la difficoltà di riconoscere che anche gli altri hanno desideri, sentimenti e bisogni e stati d’animo. Per questo non amano essere coinvolti in situazioni in cui l’altro possa avere bisogno di loro o del loro aiuto e sono spesso inconsapevoli del disagio e del dolore che il loro atteggiamento può determinare a chi cerca di entrare in relazione con loro.

Per queste persone è difficile confrontarsi con possibili critiche o disapprovazioni, a volte anche di poco conto.  Si sentono molto facilmente svalutati e sminuiti e preferiscono relazioni che non li mettano in discussione. La loro tendenza è di reagire alla critica, o a ciò che loro vivono come una critica, con rabbia e rottura della relazione. Si comportano, quindi, in modo difensivo ogni volta che percepiscono una, se pur velata, minaccia al loro senso di valore personale.

Senza saperlo sono alla disperata ricerca di situazioni interpersonali in cui ricevono approvazione e nelle quali possano soddisfare i loro bisogni e le loro priorità con l’obiettivo primario di mantenere la loro autonomia e autosufficienza, attraverso il non coinvolgimento emotivo e il ritiro affettivo. Queste persone sono molto restie a comunicare qualsiasi disagio fisico o psicologico, spesso non sono capaci di manifestazioni  affettive e sono controllati e rigidi.

Raramente la persona affetta da questo tipo struttura di carattere richiede un aiuto e una terapia. Sebbene possano avere difficoltà a livello relazionale raramente ne sono consapevoli e sentono il desiderio di risolvere le loro difficoltà. Può però accadere che alcuni eventi di vita come una malattia o il fisiologico progredire dell’invecchiamento possano causare una ferita che questi pazienti, abituati al loro senso di efficacia, autonomia e di competenza non sono in grado di tollerare, sviluppando depressione. Altre volte la crisi consegue all’abbandono a cui possono andare incontro date le difficoltà che generano nella relazione.

Circa il 75% dei soggetti con questo tipo di disturbo narcisistico è di sesso maschile.

Le cause del disturbo narcisistico di personalità

I Disturbi della Personalità originano dall’interazione del temperamento del bambino con l’ambiente relazionale nel quale cresce, hanno cioè un’origine biologica e psico-sociale.

Ogni bambino rappresenta una sfida per i genitori quando nasce con un temperamento difficile e la regolazione dell’emotività e dei tratti di personalità, che vanno formandosi, avviene all’interno della relazione con chi si prende cura del bambino. Ciò che è veramente determinante è il tipo di interazione reciproca che si genera tra il bambino e il suo ambiente, rappresentato soprattutto dalle figure di accudimento.

I pazienti narcisisti hanno vissuto esperienze precoci di attaccamento poco rassicuranti e accoglienti affettivamente e hanno reagito con un forte disinvestimento emotivo verso l’altro e rivolgendo le proprie attenzioni verso di sé. Ma dietro all’apparente autonomia del narcisista overt c’è in verità un vissuto (inconscio) di sé come di una persona spaventata dal rifiuto e dal bisogno di attenzioni che non è stato soddisfatto in modo adeguato, equilibrato. Nella convinzione di non poter ricevere le attenzioni necessarie e desiderate, questo tipo di persona sviluppa una difesa nell’autonomia, rifiutando l’amore e non chiedendo alcun tipo di sostegno, imparando a rinunciare alla vicinanza affettiva e all’intimità per difendersi dalla ferita del potenziale rifiuto.

Come si cura il disturbo narcisistico di personalità

Come abbiamo in precedenza detto è più frequente che il trattamento venga richiesto in situazioni di emergenza emotiva scatenate da eventi di vita che mettono a dura prova il fittizio e delicato equilibrio del narcisista.

La terapia è in primo luogo la psicoterapia individuale ad orientamento psicodinamico, attraverso la quale  si cerca di mediare da una visione di sé grandiosa o svalutata ad una più realistica dove possano essere considerate fragilità, risorse e capacità. Tutto ciò migliora le modalità con cui questi pazienti entrano in relazione e la loro sensibilità interpersonale che li fa arrabbiare o a volte vergognare e ritirarsi.

La terapia farmacologica può essere di sostegno soltanto in situazioni in cui il paziente va incontro ad Episodi Depressivi o forme di Ansia Sociale. Per questo i farmaci più frequentemente prescritti sono gli Antidepressivi Serotoninergici e le Benzodiazepine.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di disturbo narcisistico della personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.