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Articoli che trattano di: Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Disturbo Ossessivo-compulsivo

 
La caratteristica di questo disturbo è la presenza di azioni rituali e ripetitive, dette e di pensieri intrusivi ricorrenti, anch’essi non controllabili dal paziente, le ossessioni.

Sebbene i pazienti siano il più delle volte consapevoli dell’irrazionalità dei loro pensieri e delle loro compulsioni non possono agire un controllo su di essi, se non in parte.

In alcuni rari casi manca completamente la consapevolezza della malattia e le ossessioni diventano invasive senza che il paziente attui nessun tentativo di resistere né faccia alcuna richiesta di aiuto medico.

Il DOC va sempre curato farmacologicamente. E’ importante associare alla cura farmacologica una terapia di tipo psicologico, per lo più di tipo cognitivo-comportamentale.

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Quando l’ansia è un’ossessione

 Quando l’ansia è un’ossessione

Esiste un pregiudizio diffuso secondo il quale se una persona è abituata a pianificare meticolosamente i suoi impegni, preoccupata di avere le mani sempre ben pulite o ad organizzare il week end fino all’ultimo dettaglio, potrebbe soffrire di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Le azioni che spesso vengono comunemente associate al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, quali il lavaggio reiterato delle mani o controllare più volte la chiusura  delle porte o del gas, possono anche essere manifestazioni di lievi tendenze ossessive che molte persone manifestano come abitudine ma che non devono essere considerate patologiche.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è invece una patologia psichiatrica grave, spesso non riconosciuta o sottovalutata dalla società, dai pazienti stessi, inconsapevoli di avere un problema e anche, talvolta, da alcuni medici. Fra i Disturbi d’Ansia è forse il più debilitante e complesso per ciò che concerne la gestione terapeutica.

Come suggerisce il nome, i sintomi nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo sono di due tipi: i pensieri intrusivi sotto forma di immagini create mentalmente, parole ripetute, numeri, filastrocche, pensieri su cose da fare o timori fobici, conosciuti come ossessioni, e i comportamenti compulsivi che sono messi in atto per controllare l’ansia che queste ossessioni causano nei malati. Esistono soggetti con una personalità incline al controllo ossessivo ma Il vero DOC è raro, e può essere molto debilitante: in questo caso manca completamente il controllo sui propri pensieri ossessivi e sulle compulsioni, a volte addirittura manca anche la consapevolezza della malattia e ciò  può interferire con il lavoro, la scuola o la vita sociale, fino al causare una grave compromissione del funzionamento socio-lavorativo e un profondo malessere soggettivo.

L’interferenza sul funzionamento psico-sociale, sulla qualità di vita e con le normali attività è infatti un criterio diagnostico che discrimina coloro che sono affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo da tutti coloro che potrebbero solamente essere un po’ più meticolosi o maniaci con l’igiene o l’ordine. Nonostante l’ossessione dell’igiene, la paura di contaminazione e quindi il lavaggio ripetuto delle mani sia il sintomo più comune del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, le manifestazioni sintomatologiche possono assumere le forme più disparate.

Le ossessioni possono manifestarsi spesso come timori di nuocere agli altri o a sé stessi con azioni incontrollate o preoccupazioni su schemi precisi di comportamento, moralità o sull’identità sessuale. Le compulsioni possono manifestarsi come la necessità di controllare meticolosamente l’igiene personale, a volte anche riversata sui famigliari, spesso purtroppo sui figli che non possono riconoscere l’irrazionalità della preoccupazione del genitore. Altri pazienti hanno l’assoluta necessità di disporre meticolosamente gli oggetti, di controllare più e più volte la corretta chiusura di porte, finestre o gas, o ancora di spostarsi seguendo pattern prestabiliti, magari non calpestando mai i bordi delle piastrelle. Molte persone che soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo capiscono  la relazione tra le loro ossessioni e le compulsioni, non poter evitare comportamenti compulsivi quando si è però perfettamente consapevoli dell’irrazionalità delle proprie ossessioni rende questa patologia una condizione profondamente invalidante sul piano emotivo, genera stress e a volte può complicarsi con aspetti depressivi.
Le persone affette da Disturbo Ossessivo-Compulsivo possono addirittura arrivare a “sentirsi pazze” a causa dell’ansia che percepiscono e che sanno essere basata su pensieri irrazionali e a causa dell’impossibilità di controllare le proprie compulsioni.

Quale è la causa del disturbo ossessivo-compulsivo?

Purtroppo, ancora non è completamente chiaro. Abbiamo però degli indizi importanti: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è considerata una patologia che origina su basi neurobiologiche e i ricercatori hanno identificato le aree principali del cervello che potrebbero essere implicate in questi pattern comportamentali alterati: la corteccia orbitofrontale (responsabile del comportamento sociale e della pianificazione cognitiva ), il nucleo caudato (coinvolto nella regolazione dei movimenti volontari) e il giro del cingolo (area responsabile del controllo emotivo e delle risposte emotive ad eventi esterni).

Che vi sia una base neurobiologica nel DOC è anche segnalato dalla frequente presenza di famigliari malati nella stessa famiglia. E’ anche vero che l’ansia e le sue manifestazioni sotto forma di tendenza al pensiero ossessivo e a comportamenti ripetitivi e maniacali, è anche una modalità che impatta fortemente sui figli di madri o di padri affetti da questo problema, se non curati. I bambini crescendo sono fortemente influenzati e possono modellare i propri schemi mentali, cognitivi e di comportamento a quelli del genitore malato che si è preso cura di loro. Quindi, anche in questo caso possiamo sostenere che la genesi è di tipo bio-psico-sociale ed è per questo che il trattamento corretto di un paziente affetto da Doc deve integrare sempre la cura farmacologica alla psicoterapia.

Curare il disturbo ossessivo-compulsivo

Anche il DOC, come gli altri Disturbi d’Ansia, sembra essere associato a bassi livelli di serotonina, un neurotrasmettitore che permette la comunicazione tra varie parti del cervello e regola processi vitali quali umore, aggressività, controllo degli impulsi, sonno, appetito, temperatura corporea e dolore.

La cura per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo si basa sull’utilizzo di farmaci serotoninergici, che aumentano quindi la quantità di serotonina a livello cerebrale.  In associazione al farmaco va sempre consigliata la psicoterapia. L’approccio cognitivo-comportamentale gradualmente desensibilizza il paziente dall’ansia causata dalle proprie ossessioni e lo aiuta nella gestione dell’impulso ad agire le compulsioni. In alcuni casi può essere preferibile consigliare al paziente una psicoterapia psicodinamica che si basa su presupposti teorici e tecnici differenti rispetto alle terapie cognitivo-comportamentali.

La scelta del migliore approccio deve essere personalizzata e può avvenire soltanto dopo che il medico ha incontrato e visitato il paziente attraverso un colloquio clinico e ha approfondito la conoscenza della sua situazione attuale e le sua storia di vita personale e famigliare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Ossessioni e Disturbo Ossessivo Compulsivo a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Lo Shopping Compulsivo

Lo Shopping Compulsivo

Nel passato, il concetto di dipendenza era riferito all’uso di alcol e droghe. Attualmente, ricercatori e clinici considerano la dipendenza non più limitata all’assunzione di sostanze, ma a qualsiasi esperienza così appagante da poter causare una compulsione a ripetere. E’ quindi più corretto affermare che si possono instaurare atteggiamenti di dipendenza non solo nei confronti di qualche sostanza da ingerire, ma anche verso qualcosa che viene agito, vale a dire verso quelle esperienze capaci di generare sensazioni gratificanti che soddisfano i bisogni umani e che rappresentano una ricompensa psicologica.

L’addiction è fondamentalmente un disturbo determinato da un’alterazione delle strutture mentali che causa un cambiamento disfunzionale del modo di esprimersi da parte della persona. Tale modalità di espressione si esplica nella tendenza al soddisfacimento immediato dei bisogni, nella compulsività e nella difficoltà di controllo che comporta l’incapacità di limitare l’attività nonostante i sensi di colpa o i problemi familiari e finanziari.

Tale patologia è stata studiata da illustri psichiatri (Kraepelin e Bleuler) nei primi anni del secolo scorso; essa godeva addirittura di una definizione specifica di “Oniomania” – dal greco oniomai che significa comprare – ma poi è stata dimenticata fino ad essere nuovamente affrontata negli ultimi due decenni.  Attualmente, parlare di shopping addiction significa rapportarsi ad una sindrome clinica ben definita che causa significativi effetti disfunzionali a livello psicologico e che mostra elementi appartenenti al disturbo ossessivo-compulsivo ed al disturbo del controllo degli impulsi. Da un punto di vista psicoanalitico, tale patologia presenta precursori di sviluppo comuni al disturbo degli impulsi ed al narcisismo patologico.

Certamente, questo disturbo è correlato al periodo storico ed alla situazione socio-economica che caratterizza le culture più avanzate. I beni materiali occupano un ruolo molto potente dal momento che, tramite essi, vengono veicolati la propria identità e il proprio status sociale dimostrando alla comunità il proprio livello di benessere e di felicità. Il possedere dei beni determina, superficialmente, il valore della persona che si sente molto più appagata e soddisfatta di sé tanto più riesce a presentarsi al mondo simile al sé ideale.

Ad un livello maggiormente profondo, la dipendenza da shopping risulta essere il sintomo di un conflitto interiore, il modo per regolare ed attenuare problemi esistenziali. I vestiti, le scarpe, la cosmesi, i gioielli, il cellulare, l’auto, l’arredo, la casa ed altro ancora rappresentano una stampella concreta ad un instabile senso di sé; essi infondono una illusoria fiducia ad individui che nutrono un vissuto di disistima. L’acquisto di prodotti di consumo serve a travestire temporaneamente la persona ed a coprire le sensazioni sgradevoli che essa avverte, consapevolmente o meno, di sé. È come se si richiedesse agli abiti, o in generale ai beni materiali, di rappresentare la propria persona poiché troppo debole ed inadeguata per essere in grado di scoprirsi di tali protezioni. Comprare restituisce una sensazione emotiva di eccitazione ed affermazione, ma, per contro, presenta ulteriori emozioni sgradevoli come un senso di nervosismo, irrequietezza e profondi sensi di colpa per non riuscire ad  autocontrollarsi. Ciò alimenta ancor di più quell’originale stato di disistima. Spesso, l’energia utilizzata per mantenere questa compulsione argina l’impegno del soggetto a raggiungere altri obiettivi maggiormente adeguati che possono fornire una buona sensazione di realizzazione ed indipendenza.

È difficile distanziarsi da questo problema poiché lo shopping è socialmente accettabile. Nella vita è naturale comprare, bisogna avere dei vestiti nell’armadio, quindi, è un comportamento che fa parte del quotidiano ed è facilmente accettabile. Oltre a ciò, a differenza della dipendenza da sostanze, non altera lo stato di coscienza e non comporta gravi conseguenze psico-fisiche. Inoltre, dà orgoglio avere accanto persone che tengono alla loro immagine ed al loro guardaroba e che sono socialmente desiderabili.

Si considera che la percentuale di persone che soffrono di questa patologia sia tra il 2 e l’8% tra la popolazione adulta degli USA con una proporzione tra donne-uomini di 9 a 1. Tra le varie spiegazioni di questo disequilibrio tra i due sessi, vi è che le donne sono più propense a ricercare informazioni sui beni di consumo ed essendo maggiormente inclini a ricercare soluzioni esterne a supporto dei problemi personali, sono propense a trovare rimedio negli acquisti. Per ciò che concerne gli shopper addicted di sesso maschile, trattasi di giovani istruiti, con discrete e stabili possibilità finanziarie, professionisti, interessati alla moda e alla cura del corpo, lontani dal modello maschile tradizionale.

Il trattamento psicoterapeutico si propone di osservare l’impulso all’acquisto come una modalità per regolare i propri stati emotivi-affettivi, come possibilità di contrastare il senso di inadeguatezza, di vuoto, di depressione, di ansia e stress patologico. Si considera la percezione che il paziente nutre profondamente nei confronti di sé stesso e si affronta la difficoltà di tollerare e vivere situazioni dolorose ed emotivamente complesse considerando che per tali soggetti ogni esito spiacevole delle proprie esperienze è vissuto con un grave senso di fallimento personale che va assolutamente eliminato o compensato con una gratificazione piacevole. La negazione dei sentimenti negativi risulta l’unica soluzione che essi intravedono per non cadere negli stati di depressione e disperazione. Qualora i sentimenti di ansia e depressione fossero clinicamente significativi risulta opportuno, nonché necessario, un sostegno psichiatrico di tipo farmacologico.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo dipendente di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Gli psicofarmaci nella terapia dell’ansia

 Gli Psicofarmaci nella terapia dell’ansia

L’ansia è uno stato emotivo noto a tutti, chiunque può sperimentare nella sua esistenza situazioni o problemi che generano uno stato ansioso di preoccupazione mentale e di disagio fisico. Può anche essere un sintomo, spesso presente in molte forme cliniche di malattia psichiatrica o medica, ad esempio alcune forme di depressione sono accompagnate da evidenti sintomi ansiosi. Infine esiste il vasto capitolo dei Disturbi d’Ansia nei quali, ovviamente, questo sintomo caratterizza il quadro clinico, pur declinandosi in modi differenti.

La Classificazione dei Disturbi d’ansia

Si è portati a credere che l’ansia si curi esclusivamente con i calmanti, invece i farmaci a disposizione del medico per curare il sintomo ansia, o un vero e proprio Disturbo d’Ansia, sono diversi:

  • le benzodiazepine;
  • gli antidepressivi;
  • gli antipsicotici;
  • gli anticonvulsivanti.

Le benzodiazepine nella terapia dei Disturbi d’ansia

Oggi parliamo delle Benzodiazepine. Questo è il nome scientifico di quei farmaci che sono normalmente conosciuti come ansiolitici o calmanti. Questi farmaci hanno azione ansiolitica ma anche ipnoinducente, miorilassante e anticonvulsivante e si utilizzano quindi anche in altre condizioni patologiche.
E’ un gruppo composto da molte molecole diverse, che, sebbene abbiano tutte la stessa funzione, si differenziano per la durata di azione e cioè per il tempo che rimangono nell’organismo  una volta assunti.

La scelta tra le diverse benzodiazepine nella terapia dell’ansia

Si distinguono benzodiazepine ad emivita lunga, che vengono eliminate lentamente dall’organismo, svolgendo la loro azione anche per 24 ore  (ad es. En, Valium, Dalmadorm, Felison, Prazene), ad emivita intermedia (ad es. Xanax, Tavor, Lexotan) che vengono eliminate dall’organismo entro le 24 ore e ad emivita breve (ad es. Lendormin, Minias)  che svolgono la loro azione soltanto per poche ore.

L’emivita di un farmaco è un parametro molto importante che indica il tempo di durata di azione di un farmaco nell’organismo e varia notevolmente da molecola a molecola. Dall’emivita dipende non solo l’azione terapeutica ma anche gli eventuali effetti collaterali indesiderati.

La scelta del farmaco più opportuno al singolo paziente e alla situazione clinica che presenta prevede quindi delle conoscenze specifiche, anche perché il metabolismo dei farmaci può subire importanti modifiche in alcune situazioni. Ad esempio alcuni di questi farmaci sono particolarmente controindicati negli anziani, nei quali i fenomeni di accumulo sono più frequenti a causa del metabolismo epatico rallentato fisiologicamente dall’età e anche da eventuali altre terapie assunte. Anche per i pazienti affetti da malattie epatiche o con alterata funzionalità del fegato e renale vanno scelte molecole con un’emivita media o breve.

I possibili effetti indesiderati delle benzodiazepine, soprattutto quando non sono adeguatamente dosate,  sono sonnolenza, astenia, disturbi della memoria e rallentamento psico-motorio.

I meccanismi di azione delle benzodiazepine nella terapia dell’ansia

Le benzodiazepine agiscono potenziando l’azione di un neurotrasmettitore che si chiama acido gamma-aminobutirrico o GABA e, fissandosi ai suoi recettori a livello dei neuroni,  svolgono effetto sedativo.

Le benzodiazepine rappresentano l’intervento sintomatico del fenomeno ansioso, controllano sia i sintomi psichici sia quelli fisici dell’ansia. Sono più adatte nelle forme di ansia acuta o  anticipatoria, meno nelle forme di ansia cronica. L’utilizzo a lungo termine va valutato con attenzione dal medico curante. Il dosaggio e la durata del trattamento vanno individualizzate a seconda delle caratteristiche dell’ansia, di quelle del paziente e monitorando la risposta clinica. A scopo indicativo possiamo dire che un trattamento protratto per qualche settimana, purché monitorato, non genera problemi.

L’utilizzo di questi farmaci è importante soprattutto nelle prime fasi del trattamento, quando è necessario ottenere un controllo sintomatico del disagio del paziente in attesa che altri farmaci svolgano la loro funzione. Questo perché i Disturbi d’Ansia si curano con i farmaci Serotoninergici i quali però hanno una latenza di azione di qualche settimana.

Gli effetti indesiderati delle benzodiazepine nella terapia dell’ansia

Molte persone a cui vengono prescritti questi farmaci temono il fenomeno della dipendenza. Come per tutti gli psicofarmaci c’è molto allarmismo, pregiudizio e mancanza di adeguata conoscenza e informazione. Va specificato che una terapia prescritta con criterio, quando è necessaria, dosata attentamente e monitorata periodicamente non può arrecare danni ma deve portare solo benefici, inoltre non causerà dipendenza, sempre se prescritta e assunta nel modo idoneo.

Ad ogni modo la sospensione del farmaco deve avvenire in modo graduale e deve seguire dei criteri che dipendono dalla dose iniziale e dal tempo per il quale il farmaco è stato assunto, con queste accortezze non si avranno problemi di astinenza e il paziente sarà in grado di sospendere la terapia senza particolari difficoltà. Eventuali piccoli disagi svaniscono nel giro di pochi giorni.

La sospensione brusca del farmaco, invece, può causare fenomeni di rebound come irritabilità, ansia, insonnia, tremori, sudorazioni e tachicardia. Anche questi comunque transitori e non pericolosi.

Un buon utilizzo di questi psicofarmaci è di grande sollievo per il paziente che soffre di ansia e non può essere dannoso. Purtroppo capita spesso che queste medicine vengono utilizzate senza una prescrizione medica ma  assunte per auto-somministrazione: in questo modo i possibili effetti indesiderati o i sintomi di astinenza e la dipendenza sono più frequenti.

Le benzodiazepine possono provocare qualche lieve effetto indesiderato, più che altro all’inizio della terapia. I più frequenti sono sedazione, sonnolenza, debolezza muscolare, stanchezza fisica e diminuzione della memoria. Tutti questi effetti spariscono aggiustando la dose in base alla reattività individuale al farmaco, che è molto variabile da soggetto a soggetto.

Le benzodiazepine sono farmaci molto maneggevoli e sicuri, anche l’intossicazione acuta da  ingestione accidentale o volontaria non porta solitamente al decesso. L’utilizzo incongruo di questi farmaci può invece di diventare pericoloso se vi è un abuso concomitante di alcool o di altre sostanze che agiscono a livello del sistema nervoso centrale, come le sostanze stupefacenti assunte a scopo voluttuario. In questi casi di poli-abuso possono essere inibiti alcuni importanti centri cerebrali, soprattutto quelli che controllano la frequenza del respiro e ciò può portare a grave pericolo per la vita a causa della depressione respiratoria.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia dei disturbi di Ansia Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La terapia farmacologica del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

 Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Cosa è il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

 Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di sintomi chiamati ossessioni e compulsioni.  A causa della loro intensità e frequenza questi disturbi causano un importante e grave disagio soggettivo e interferiscono con lo svolgimento normale delle attività quotidiane, influenzando negativamente il funzionamento sociale, familiare e lavorativo.

Le Ossessioni sono idee, pensieri o immagini che compaiono alla mente del paziente in modo improvviso e involontario, causando un profondo disagio sia per la loro intrusività sia, a volte, per il contenuto che può essere fonte di imbarazzo o paura. Alcuni esempi possono essere il timore ossessivo di essere contaminati toccando qualcosa o qualcuno, la paura di aggredire qualcuno o di non poter controllare l’impulso di dire parole oscene in pubblico, immagini o pensieri a sfondo sessuale ricorrenti e non desiderati.

Le Compulsioni sono comportamenti maniacali e azioni ripetitive alle quali il paziente non può resistere se non sperimentando una forte ansia. A volte sono contenuti mentali quali ad esempio pregare, fare calcoli, ripetere mentalmente alcune parole o contenuti ritenuti imbarazzanti e sconvenienti come bestemmie o parolacce.

Se il paziente cerca di resistere ai comportamenti compulsivi o ai pensieri ossessivi, proverà una profonda sensazione di ansia e di disagio psichico.

Tra le compulsioni più frequenti vanno segnalati i rituali di pulizia associati a pensieri ossessivi di contaminazione e timori fobico-ossessivi dello sporco. Questi sintomi inducono i pazienti a lavare o disinfettare se stessi, gli oggetti o l’ambiente in cui abitano in modo eccessivo. Spesso è possibile riscontrare danni cutanei causati dall’ossessivo lavaggio e uso di detergenti aggressivi per la pelle. Il più delle volte per questi pazienti è assolutamente impossibile recarsi in bagni pubblici o lo fanno solo ricorrendo a tutta una serie di strategie per non toccare le maniglie o i rubinetti e comunque con grande preoccupazione. Altrettanto difficile è toccare denaro o stringere la mano altrui.

Frequenti sono le ossessioni dubitative che riguardano l’aver chiuso i rubinetti dell’acqua, del gas o la porta di casa, cui fanno seguito rituali in cui il paziente può sentirsi obbligato a controllare numerose volte, ad intervalli precisi di tempo e a volte eseguendo sempre la stessa sequenza ripetitiva di movimenti che si devono susseguire in modo assolutamente preciso e sempre uguale.
Alcuni pazienti presentano ossessioni numeriche e quindi un bisogno continuo di svolgere calcoli mentali, che devono riprendere da capo se interrotti per qualsiasi motivo.
Particolarmente angosciante è  la paura di commettere azioni aggressive o lesive. Si tratta di ossessioni in cui il timore è di poter fare del male a qualcuno o anche a sé stessi. Spesso questi pazienti non possono tenere in casa coltelli da cucina, temono particolarmente recarsi sul balcone di casa o vicino alle finestre per il timore di non poter controllare l’impulso a farsi del male, nei casi più gravi è persino impossibile sollevare le tapparelle.
Frequenti anche i pensieri ossessivi e i rituali legati al bisogno di avere gli oggetti in un determinato ordine simmetrico e il disagio estremo provato quando questo criterio di precisione viene alterato o non può essere raggiunto.

Esiste una rara forma che viene definita Lentezza Ossessiva Primaria. I pazienti affetti da questa grave condizione necessitano tempi estremamente dilatati, lunghissimi, per compiere le primarie funzioni quotidiane come alzarsi, lavarsi, vestirsi e svolgere la cura di base del proprio ambiente. Ogni azione e attività deve essere eseguita con modalità precise, ossessivamente puntigliose, tanto da occupare mentalmente e fisicamente un grande numero di ore quando non la maggior parte della giornata.

Con il termine di “insight” si intende il livello di consapevolezza che il paziente ha della propria malattia e della reale interferenza che essa esercita sul suo funzionamento sociale, familiare e lavorativo. Il grado di “insight” nei pazienti ossessivo-compulsivi è variabile e nelle forme più gravi può essere nullo. Non tutti i pazienti, quindi, hanno consapevolezza della malattia, per alcuni di loro può essere particolarmente difficile riconoscere i propri rituali e le proprie idee come esagerati e irragionevoli e dovuti ad un disturbo. Spesso in questi casi sono i famigliari e le persone che vivono accanto a loro a chiedere un parere e un aiuto medico.

Frequentemente il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) compare in età precoce, anche in infanzia o in adolescenza. Ha un andamento per lo più cronico, con fasi di parziale remissione o riacutizzazione, anche se sono possibili casi in cui la sintomatologia è fluttuante con periodi di totale remissione.

Come si cura il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è stato in passato considerato una malattia mentale difficile da curare e spesso non sensibile al trattamento. Negli ultimi anni la ricerca clinica ha molto migliorato la conoscenza del DOC e la conseguente terapia e oggi esistono diverse strategie di cura, spesso efficaci.
Innanzitutto va precisato che il Disturbo-Ossessivo ha sempre bisogno di terapia farmacologica. Sebbene la terapia cognitivo-comportamentale sia il più delle volte indicata in associazione al farmaco, non è possibile né corretto prescindere da un periodo di cura con i farmaci.

Come abbiamo in precedenza detto il DOC è un disturbo d’ansia, ciò nonostante per  la sua terapia farmacologica si utilizzano molecole dotate anche di azione antidepressiva, in sostanza Depressione e Disturbi d’Ansia si curano con gli stessi farmaci.

I farmaci che si usano per la terapia del Disturbo Ossessivo agiscono tutti potenziando la presenza di serotonina nello spazio inter-sinaptico, cioè tra una cellula nervosa e l’altra.
Il primo farmaco che è stato riconosciuto dotato di una potente funzione anti-ossessiva è la clomipramina. Questa molecola appartiene ad una classe di antidepressivi chiamati triciclici, farmaci molto conosciuti e molto efficaci. I triciclici presentano però un profilo di effetti indesiderati collaterali a volte disturbante per il paziente, ciò può indurre alcuni a non assumere il farmaco regolarmente o addirittura a sospenderlo, soprattutto perché l’effetto anti-ossessivo si ottiene a dosaggi tendenzialmente elevati e protratti per periodi relativamente lunghi.

Più recentemente sono stati introdotti in terapia altri farmaci dotati di azione sul neurotrasmettitore serotonina, noti con il nome di serotoninergici o SSRI. Alcuni farmaci appartenenti a questa classe si sono dimostrati particolarmente efficaci nella cura del Disturbo Ossessivo-Compulsivo essendo spesso meglio tollerati rispetto alla clomipramina. Gli studi effettuati negli anni hanno evidenziato alcune differenze nell’efficacia dei farmaci appartenenti a questa categoria, la Fluvoxamina sembra il più valido tra questi nella cura del DOC. Ciò non significa che gli altri non abbiano effetto anti-ossessivo ma la percentuale di pazienti che rispondono è minore.
Il dosaggio di fluvoxamina necessario per ottenere una buona risposta terapeutica è solitamente levato e comunque spesso superiore a quello necessario per curare la depressione, intorno ai 250-300mg.

A volte, quando la risposta al farmaco non è sufficiente, il medico potrà valutare l’associazione con altre molecole che abbiano un’azione adiuvante, cioè che aiutino potenziando l’effetto del farmaco principale, tra queste i sali di litio e gli antipsicotici atipici o di nuova generazione.

Una volta ottenuta la risoluzione dei sintomi, il paziente dovrà protrarre la terapia a dosaggio pieno per alcuni mesi e in un successivo momento si potrà passare alla terapia di mantenimento, con lo stesso farmaco a dosaggio ridotto. In questo modo si assicura l’effetto anti-ossessivo e si possono ridurre quegli effetti collaterali che non si siano risolti dopo i primi mesi di terapia.

Ricordo comunque che il trattamento del disturbo ossessivo prevede e necessita una terapia integrata, dove accanto al farmaco il medico consigli un approccio di psicoterapia al fine di imparare tecniche di gestione del pensiero ossessivo e del comportamento compulsivo che ne consegue che migliorino la sintomatologia e quindi la qualità di vita del paziente.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Ossessivo Compulsivo a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato alla patologia fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Le dipendenze patologiche in adolescenza

Le dipendenze patologiche in adolescenza

Cosa sta avvenendo nelle generazioni del terzo millennio? Cosa sta succedendo ai nostri figli?

Queste sono domande usuali che molti di noi, tra genitori, insegnanti, psicologi, sociologi, ci poniamo poiché evidentemente vi è la percezione reale che qualcosa di inedito stia avvenendo tanto da rendere disorientati e spaventati gli adulti che assistono all’ingresso dei ragazzi nel mondo dell’adolescenza.

Si tratta di uno stile di comportamento e di pensiero molto lontano da quello vissuto dai giovani anche solo del precedente decennio; uno stile di vita che include parole come droghe, alcol, dipendenze dai videogiochi e social network, disturbi alimentari, shopping compulsivo, esperienze estreme e pericolose. E’ in atto lo studio di tale fenomeno per poterlo realmente prevenire.

Le campagne di sensibilizzazione promosse dalle istituzioni statali, peraltro molto costose, si sono dimostrate inefficaci e deludenti, assolutamente non incisive sul problema.

E’ pur vero che non si può riporre in quelle campagne informative la soluzione del fenomeno adolescenziale delle dipendenze; esse possono esclusivamente offrire spunti di riflessione o di dibattito da parte degli spettatori che devono, però, già di loro presentare, come requisiti fondamentali per potersi aprire ad un confronto su tale tematica, la ricettività al problema, la sensibilità verso i disagi degli adolescenti e l’interesse a volersi osservare e migliorare.

Ciò a cui si assiste è una maggiore diffusione dell’uso di droghe ed un esordio nel mondo delle dipendenze sempre più precoce tanto da rimanere impietriti di fronte a dati statistici divulgati dalla Società di Pediatria e dall’Istituto Superiore di Sanità che indicano atteggiamenti di dipendenza dall’alcol già in bambini di undici anni.

In Italia, i tentativi di intervento e di soluzione del problema si focalizzano soprattutto sull’ultimo stadio della patologia, quando l’aiuto assistenziale diviene necessario, urgente e di tipo terapeutico (non più preventivo ed educazionale).

I dibattiti relativi a questo fenomeno socio-adolescenziale,  le opinioni diffuse e rimaneggiate in più modi attraverso qualsiasi format di comunicazione non sembrano efficaci e risolutivi; semmai, tendono ad alimentare quei luoghi comuni sterili e fuorvianti come, ad esempio, “i ragazzi fumano perché vogliono essere accettati dal gruppo”, “gli adolescenti usano le droghe perché non hanno più stimoli”.

Non esiste informazione circa le dipendenze, le droghe, l’alcol e le compulsioni patologiche che non sia nota ai giovani; loro sono a conoscenza della pericolosità di tali comportamenti, conoscono molto bene quali siano i rischi per la loro salute, ma non sono interessati ad occuparsi dell’aspetto legato alle ripercussioni fisiche di tali condotte. A loro non interessa mettere in gioco la propria vita, a loro interessa, seppur inconsapevolmente, combattere le emozioni e l’imbarazzo, così come il vuoto, il senso di incapacità, oppure l’insoddisfazione.

Quando la distanza tra genitori e figli supera una certa soglia, i figli brancolano mettendo in atto tentativi di costruirsi una strada da soli, per come sono capaci, ma portandosi dentro sentimenti non riconosciuti di solitudine e di nostalgia di una spalla a cui appoggiarsi.

Gli adulti sono presi dal lavoro, dalla necessità di adeguarsi alle richieste della società di essere efficienti e produttivi di giorno per poi soccombere alla stanchezza e all’appiattimento nel momento in cui si rincasa la sera e ci si ritrova con i propri familiari. I ritmi quotidiani, gli impegni fitti che obbligano ad usare l’agenda per poter inserire un’attività di svago nella settimana, l’uso continuo dei telefoni che non conosce contesto ed orario, le incombenze che non finiscono con la giornata di lavoro, ma proseguono a casa poiché molti sono gli aspetti materiali da portare avanti (spesa, cena, pulizia, ordine, sistemare i figli). Spesso, ci si sente ben realizzati e soddisfatti di sé solo nel momento in cui tutti i compiti sono stati svolti ritenendo che quella sia la missione principale della giornata, quasi fosse l’assolvimento totale degli impegni l’unico elemento capace di farci sentire “bravi e capaci” e di dare pienezza alla nostra esistenza ed al nostro senso di sé.

In questo contesto, viene tralasciata la sensibilità di trovare uno spazio di vicinanza affettiva inviolabile da dedicare ai propri figli che, in molti casi, sono costretti a prendere la forma dell’acqua, nel senso che si trovano a doversi plasmare intorno agli impegni del momento andando ad occupare quei residui di tempo rimasti liberi. Non è così che si creano legami sicuri e non è così che i nostri figli, fin da bambini, possono costruire quell’attaccamento affettivo capace di fornire dei solidi mezzi di crescita emotiva tanto indispensabile a formare una salda struttura di personalità.

Gli adulti si trovano a tamponare le loro mancanze attingendo dal mercato dei beni materiali che, in qualche modo, cavalca i sensi di colpa del genitore producendo una infinità di oggetti ludici in grado di soddisfare qualunque bambino o adolescente (e aumentando i loro fatturati in modo esponenziale).

Nelle famiglie sono i figli che prendono piede impugnando il diritto di chiedere e ottenere senza fatica, a dispetto della mancata autorevolezza degli adulti che, se si facessero sentire, potrebbero sia insegnare a rispettare dei confini, sia aumentare la capacità critica e di valutazione delle proprie esigenze al cui interno si celano particolari stati d’animo.

I nostri figli adolescenti saranno individui emotivamente fragili poiché abituati a soddisfare i loro desideri momentanei, privi di strumenti che permettano loro di tollerare la frustrazione e la normalità. Non sapranno gestire i sentimenti di sofferenza perché non si è mai presentata la necessità; le emozioni rappresenteranno un intralcio, o sicuramente qualcosa di non costruttivo con cui mettersi a contatto e attraverso cui arrivare a ottenere risposte circa il loro disagio. Per contrastare le emozioni fastidiose cercheranno degli “anestetici” che possano alleviare il dolore (alcol e droga), distrarre (videogiochi e social network), sostituire il vissuto negativo con qualcosa di immediatamente gratificante (abbuffate, shopping).

I nostri ragazzi hanno bisogno di modelli genitoriali propositivi che li accompagnino dentro il loro sentire, che trasmettano loro l’entusiasmo di accogliere e vivere le emozioni senza dover scappare da esse rifugiandosi in una dimensione fitta di impegni e di aspetti materiali; necessitano di figure di riferimento che non neghino loro la possibilità di affrontare la vita per il timore di non riuscire a reggere la visione del figlio sofferente.

Il primo passo per combattere le dipendenze adolescenziali spetta agli adulti: aprendosi alla sfera emotiva e alla volontà di condividerla con il proprio figlio, viene offerto un ottimo modello di rispecchiamento. I ragazzi potranno avvicinarsi alle emozioni, potranno viverle anche se sono  negative perché qualcuno ha insegnato loro a farlo, rendendoli più sicuri e fiduciosi di sé.

Non sempre questo passaggio può realizzarsi con facilità; la possibilità di richiedere l’aiuto psicoterapeutico attraverso colloqui individuali o familiari può certamente offrire un efficace possibilità di conoscenza personale e di crescita emotiva. Si tratta di cambiamenti che gradualmente possono essere perseguiti, ma, per effettuare questo passo, risulta indispensabile una certa quota di sensibilità che guidi  il soggetto a riconoscere il disagio motivandolo ad affrontarlo.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di dipendenze a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa presso lo lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Disturbo ossessivo-compulsivo: una prigione da cui provare a liberarsi

Disturbo ossessivo-compulsivo: una prigione da cui provare a liberarsi

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è il più frequente dei disturbi d’ansia. Necessita di cure prolungate che spesso comportano solo l’attenuazione di una sintomatologia molto invalidante.

Secondo il DSM-IV, manuale diagnostico psichiatrico, le Ossessioni sono idee, pensieri, immagini ricorrenti, persistenti e angosciosi, vissuti come intrusivi ed inappropriati. Il soggetto che ne soffre è consapevole che le ossessioni siano prodotte dalla sua mente.

Le Compulsioni sono comportamenti (es. riordinare, lavarsi le mani), oppure azioni mentali (es. contare, ripetere frasi e preghiere) ripetitivi ed intenzionali. Le compulsioni sono correlate alle ossessioni poiché il soggetto è convinto che se mette in atto la compulsione in modo meticoloso e preciso, essa può bloccare e neutralizzare l’evento temuto che era stato paventato dall’ossessione. Read more »