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Articoli che trattano di: Disturbo Bipolare

Disturbo Bipolare

 
Il Disturbo Bipolare, come la Depressione, è un Disturbo dell’Umore. La sua caratteristica è l’alternanza di periodi con sintomi depressivi e periodi con sintomi di euforia, intercalati da stati di benessere psichico o normotimia.

Esistono due tipi di questo disturbo: Tipo I più grave, con periodi di euforia marcata e Tipo II con periodi di euforia più contenuta e con sintomi sfumati.

Ambedue sono ben curabili, nella maggioranza dei casi, e compatibili con lo svolgimento di una vita normale, sempre che vi sia una buona adesione alla terapia farmacologica la quale non deve mai mancare.

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Una strana forma di Depressione

Disturbo Bipolare o Depressione Bipolare

Con il termine di Depressione Bipolare o Disturbo Bipolare si indica una particolare forma di Disturbo dell’Umore caratterizzata da alternanza di Episodi di Depressione ed Episodi di Euforia. Questi ultimi possono essere spontanei o anche indotti dall’utilizzo di farmaci  prescritti allo scopo di risolvere un precedente quadro depressivo.

Mentre i sintomi della Depressione sono più noti e facilmente riconoscibili e soprattutto causano una sofferenza soggettiva che spinge il paziente a chiedere l’aiuto del medico, la sintomatologia che accompagna un Episodio di Euforia, principalmente quando questo non è particolarmente grave, può sfuggire all’osservazione dei pazienti che solitamente sperimentano un senso di benessere e di forza psichica che difficilmente riescono a considerare patologico.

E’ invece importantissimo riconoscere questa condizione clinica che può altrimenti evolvere fino a quadri molto gravi.

Il nostro tono dell’umore può essere paragonato a un pendolo: le oscillazioni in senso euforico (quando queste avvengono a causa di un Disturbo Bipolare) aumentano il rischio che, nei mesi successivi, il paziente vada incontro a un Episodio Depressivo, il quale sarà tanto più acuto e duraturo quanto più tardi si è intervenuti con mezzi preventivi.

Un secondo motivo per cui è assolutamente necessario intervenire in caso di Euforia è che, non adeguatamente trattata, può evolvere in forme sempre più gravi e resistenti alle terapie; sono queste situazioni in cui il paziente può davvero perdere il controllo delle proprie azioni, non considerando il rischio potenziale di alcune di queste ( guida spericolata, investimenti finanziari impulsivi) e la inopportunità di altre (ridere, cantare e ballare in pubblico, comportamenti sessuali promiscui o eccessivi, abbigliamento eccentrico)  esponendosi quindi a situazioni anche pericolose o illegali.

Una mini-guida infografica al disturbo bipolare, per affrontare ansia e depressione a Milano

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Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

A cosa servono gli stabilizzatori del tono dell’umore e quando si usano?

Gli stabilizzatori dell’umore sono di farmaci che si utilizzano soprattutto nelle Depressioni Maggiori Ricorrenti e nel Disturbo Bipolare. Il loro compito è proprio quello di mantenere il tono dell’umore in uno stato di equilibrio, prevenendo la ricomparsa di sintomi depressivi o di euforia.

Il nostro umore non è mai costante, varia di giorno in giorno o anche nel corso della stessa giornata. Questo è normalmente dovuto ai diversi stimoli e condizioni ambientali esterne cui siamo esposti e che possono influire sul nostro stato d’animo. Le fisiologiche oscillazioni possono anche essere indipendenti da cause esterne e quindi legate a fattori più intimi di cui siamo inconsapevoli.

Queste oscillazioni da stati di maggiore serenità ad altri di moderata tristezza o preoccupazione sono assolutamente normali e non rappresentano una patologia da curare. Quando le oscillazioni in senso depressivo o in senso euforico sono invece intense e durature, non congrue a ciò che sta accadendo nella vita del soggetto, quando determinano una sofferenza soggettiva che da luogo a comportamenti evidentemente patologici, siamo di fronte ad un Episodio Depressivo o ad un Episodio Maniacale del Disturbo Bipolare.

Queste sono condizioni cliniche con andamento episodico, ciclico che richiedono una terapia protratta per diverso tempo. E’ possibile in questi casi intervenire nella fase acuta con farmaci specifici che servono per contenere i sintomi depressivi o di euforia. E’ però determinante, una volta risolto il quadro clinico più urgente, prevenire le ricadute prescrivendo uno stabilizzatore del tono dell’umore.

Quali sono gli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il farmaco più efficace nel prevenire le recidive è il Litio. Il Litio è un elemento presente in natura, non è quindi un farmaco di sintesi, quando viene assunto per bocca non è metabolizzato ed è eliminato come tale con le urine, una quota piccolissima con le feci e il sudore. Il Litio è considerato il farmaco di prima scelta e, nella maggiore parte dei casi, è in grado di bloccare o comunque di ridurre notevolmente la ciclicità del Disturbo Bipolare o della Depressione Ricorrente. Questo significa cambiare radicalmente il decorso di una malattia che, se non curata nel modo adeguato, diventa molto invalidante per lo svolgimento di una normale esistenza. Con la corretta assunzione di Litio la maggior parte dei pazienti affetti da queste malattie possono condurre una vita del tutto normale.

Un’alternativa è l’utilizzo della Carbamazepina, farmaco ad azione anticonvulsivante che possiede anche proprietà anti-maniacali e stabilizzanti.  Il suo ottimo effetto anti-maniacale, fa sì che spesso sia utilizzato non solo a scopo profilattico ma anche proprio nella fase acuta della malattia. Questo farmaco appartiene alla classe degli anticonvulsivanti cioè medicine utilizzate anche in neurologia per trattare le crisi epilettiche e altre patologie come ad esempio la nevralgia del trigemino. La Carbamazepina può essere utilizzata come valida alternativa nei pazienti che per qualche motivo non tollerano il Litio o presentano controindicazioni al suo utilizzo. A volte viene prescritta in associazione  al Litio per potenziarne l’azione.

L’Acido Valproico o Valproato è anch’esso efficace e, come la Carbamazepina, appartiene alla classe degli antiepilettici. Il suo utilizzo in psichiatria come stabilizzatore che previene le recidive non deve essere di prima scelta ma è da considerare quando la risposta ai precedenti farmaci non è sufficiente o non è indicato il loro utilizzo. Più raramente possono essere prescritti altri farmaci tra cui il Gabapentin, la Lamotrigina o il Clonazepam. Sono molecole meno efficaci da un punto di vista della profilassi delle ricadute, il cui utilizzo dovrebbe essere riservato ai casi in cui non vi sia stata risposta alle precedenti opzioni.

Come si sceglie lo stabilizzatore del tono dell’umore più adatto? 

Se non ci sono controindicazioni assolute, il farmaco di prima scelta deve essere sempre il Litio. Gli studi clinici negli anni hanno chiaramente confermato che rappresenta la scelta più valida ed efficace. Se, nonostante l’assenza di controindicazioni, il paziente riferisce effetti collaterali eccessivamente disturbanti che non si risolvono modulando la terapia, il medico dovrà prescrivere un altro stabilizzatore. Qualche volta può essere anche necessario potenziare l’azione prescrivendo due farmaci contemporaneamente. La scelta si basa quindi su diversi criteri valutabili conoscendo a fondo il singolo paziente e la particolare situazione clinica, nonchè l’evoluzione nel tempo della malattia e delle sue recidive.

Quali sono le controindicazioni all’uso degli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il Litio non deve mai essere assunto in gravidanza e durante l’allattamento. Può, infatti, causare gravi malformazioni a livello dell’apparato cardiovascolare. E’ inoltre controindicato nei pazienti affetti da insufficienza renale o che abbiano da poco avuto infarto del miocardio. Nel caso di un paziente affetto da ipotiroidismo la prescrizione del Litio deve essere fatta con molta attenzione e dopo un’attenta valutazione del costo/beneficio, comunque sempre monitorando costantemente il funzionamento della ghiandola tiroidea. Anche gli altri farmaci stabilizzanti sono controindicati in gravidanza, almeno nei primi tre mesi. La Carbamazepina deve essere assunta con cautela nei pazienti che abbiano presentato problemi a livello di produzione di cellule del sangue ( depressione midollare).

E’ necessario fare esami quando si assumono stabilizzatori del tono dell’umore?

Per quanto riguarda la terapia a base di sali di Litio va specificato che sarà necessario eseguire alcuni accertamenti sia prima della prescrizione sia per tutto il tempo per il quale il farmaco dovrà essere assunto. In questo caso è necessario valutare la funzionalità renale perché il Litio viene eliminato dal rene,  se la funzionalità renale è compromessa c’è rischio di tossicità. Importante anche valutare la funzione della tiroide in quanto a volte il Litio può determinare un lieve ipotiroidismo.

Per completare gli accertamenti in corso di terapia con il Litio è necessario fare un elettrocardiogramma e comuni esami ematochimici. Per gli anticonvulsivanti in genere può essere sufficiente valutare la funzionalità epatica e renale e l’emocromo, cioè la conta delle cellule nel sangue, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Questi esami vanno ripetuti a intervalli regolari durante l’assunzione del farmaco. Inoltre, sia per il Litio sia per la Carbamazepina e l’Acido Valproico, devono essere eseguiti  dosaggi regolari di questi farmaci nel sangue del paziente, attraverso un semplice prelievo.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Depressione autunnale

La Depressione Autunnale

Il Disturbo Affettivo Stagionale (SAD) è un sottotipo di Depressione che compare tipicamente in autunno o in inverno,  con remissione nei mesi primaverili.

E’ proprio in questo periodo dell’anno, infatti, che le giornate si accorciano, la riduzione dell’esposizione alla luce solare ha profonde ripercussioni su alcune nostre funzioni biologiche, sottoponendo l’organismo, in particolare al nostro sistema PNEI (psico-neuro-immuno-endocrino), ad uno sforzo adattivo importante che in alcuni soggetti non ha buon esito.

Quando ciò accade, accanto a forme che presentano la sintomatologia tipica della depressione, esistono casi definiti atipici in cui i sintomi prevalenti più caratteristici sono ipersonnia, iperfagia (aumento della fame) con desiderio per i carboidrati e aumento di peso, una profonda anergia cioè mancanza di energia sia psichica sia fisica. Sono frequenti anche dolori fisici come problemi allo stomaco ed emicrania.

La prevalenza di queste forme varia con la zona geografica, essendo ovviamente più frequenti alle latitudini più alte, con l’età e il sesso, circa il 70-80% dei pazienti sono donne e la probabilità è più alta nelle persone più giovani.

Questo accade perché con l’autunno le giornate si accorciano, la quantità  di ore di luce solare  che colpisce la nostra retina  diminuisce, come si riduce l’intensità dei raggi, e questo influisce sulla regolazione dei nostri ritmi biologici e sulla secrezione dei neuro-ormoni.

In altre specie animali ciò genera profonde modifiche in questo senso, basti pensare agli animali che  vanno in letargo.

E, in effetti, questo tipo di depressione ha qualche tratto in comune con il fenomeno del letargo, soprattutto il senso di grande fatica e stanchezza e l’ipersonnia, cioè un notevole aumento del bisogno di sonno, sia notturno che diurno.

Esistono casi in cui la sintomatologia è tanto marcata da caratterizzare un vero e proprio Episodio Depressivo, ma anche casi che possiamo definire sotto-soglia, forme sub-cliniche che comunque rappresentano una condizione  disagio personale per il soggetto che le sperimenta.

Depressione autunnale: il ruolo di melatonina, serotonina, dopamina e BDNF nella depressione stagionale

Si è visto attraverso studi scientifici, che alcuni soggetti sono più sensibili alle modifiche neuro-ormonali indotte dalla carenza di luce come, ad esempio, l’aumento della produzione di melatonina (ormone del letargo).

Tutti noi siamo oramai abituati a conoscere il ruolo positivo di questa sostanza nei soggetti che soffrono di disturbi del sonno.

E, in effetti, una delle terapie consigliate per la depressione stagionale è proprio la Light Therapy, che colpendo la retina, con una determinata lunghezza d’onda, modifica la quantità e la circadianità nella produzione di quest’ormone.

La serotonina gioca pure un ruolo importante nella SAD.

Gli studi chiarificano che, misurando i metaboliti di questo neurotrasmettitore, si nota una variazione stagionale che è correlata con la comparsa di sintomi depressivi. Pongo l’accento sempre sul concetto che queste modifiche sono fisiologiche, avvengono cioè in tutti gli individui sani, possono però avere un effetto negativo in un certo numero di soggetti più sensibili e predisposti ad ammalare.

D’altronde vi sono anche studi che evidenziano come nel disturbo bipolare sia più frequente la comparsa di depressione durante i mesi bui e la comparsa di euforia durante la primavera-estate, confermando un ruolo della stagionalità nella comparsa di sintomi depressivi. Questo accadrebbe perché i soggetti Bipolari sono ipersensibili alla luce che sopprime la produzione di melatonina.

Sempre l’esposizione alla luce, secondo altri studi, aumenta la produzione di Dopamina, sostanza nota per avere un effetto attivante.

Un altro dato che conferma la stagionalità della secrezione di sostanze che agendo a livello del sistema nervoso possono influenzare le funzioni cerebrali, quindi anche l’umore, è  la variazione della produzione di  BDNF (brain derived neurotrophic factor) la cui concentrazione nel sangue varia in relazione al livello di luce e di insolazione. Ricordo che questa sostanza è una neurotrofina (trofòs = nutrimento) è cioè una proteina che influenza positivamente la creazione di nuove connessioni tra le cellule nervose e la plasticità neuronale attraverso lo sviluppo e la sopravvivenza dei neuroni.

Quale è il trattamento della depressione autunnale

Esistono diversi approcci di trattamento , tutti validi ma non interscambiabili, cioè il consiglio di effettuare una terapia piuttosto che un’altra va personalizzato dal medico che visita il paziente.

Light Therapy è un trattamento non farmacologico, naturale e semplice da attuare, non invasivo in nessun modo e priva di effetti collaterali.

Semplificando possiamo dire che funziona perché la luce che colpisce la retina mette in moto una serie di eventi biologici complessi che portano alla riduzione di produzione di melatonina. A questa terapia risponde circa il 70% dei soggetti. In particolare è indicata nei soggetti affetti da Disturbo Bipolare che soffrono di sintomi depressivi.

Se i sintomi sono severi è invece indicata la terapia farmacologica la quale ricalca le linee guida per l’Episodio Depressivo, quindi l’utilizzo di farmaci antidepressivi per lo più di ultima generazione, cioè i serotoninergici.

La dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra a Milano, PsicoterapeutaOmotossicologa, si occupa di terapia della Depressione Autunnale a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Litio nella Depressione

 Il Litio nella Depressione

Il Litio è un metallo presente in natura con il quale si formulano i Sali di Litio, farmaci utilizzati in alcune forme di depressione, soprattutto nelle Depressioni Bipolari o Ricorrenti.

Il cibo e l’acqua che assumiamo contengono Litio in minime quantità, per questo motivo nel nostro organismo è riscontrabile soltanto in tracce, a meno che non venga assunto come farmaco.Il Litio si estrae da alcune rocce che ne sono ricche. Sotto forma di Carbonato di Litio, è utilizzato in psichiatria come stabilizzatore del tono dell’umore ed è un farmaco indispensabile per la cura dei Disturbi Affettivi.

Quando è possibile utilizzare il Litio come terapia

Si intende per stabilizzatore del tono dell’umore una sostanza che ha la capacità di evitare, o ridurre notevolmente, la possibilità che il paziente sviluppi Episodi di Depressione o di Euforia. Esistono anche altri farmaci dotati di questa potenzialità ma il Litio è senz’altro il più efficace.

Il Carbonato di Litio può esser prescritto per controllare la fase acuta maniacale nel Disturbo Bipolare e può essere utilizzato come terapia di mantenimento e di prevenzione delle ricadute. Il Litio non guarisce il Disturbo Bipolare ma agisce bloccando o riducendo la ciclicità degli episodi, prevenendo quindi le ricadute. Per questo motivo è un farmaco che va assunto a lungo termine, per qualche anno, anche quando il paziente sta bene, i sintomi sono scomparsi e l’umore è rientrato nella normalità. Se la terapia viene sospesa troppo presto e in modo brusco, aumenta notevolmente la probabilità che gli episodi depressivi o maniacali si ripresentino. Si calcola circa un 50% di rischio di ricaduta entro i sei mesi dalla sospensione; inoltre va segnalato che alcuni pazienti che hanno sospeso il trattamento non hanno più benefici, una volta che riprendono la terapia.

Molti pazienti ottengono ottimi risultati terapeutici dal Litio, che controlla completamente la sintomatologia e blocca la ricomparsa della malattia. Altri, più raramente, possono avere una risposta parziale, che consiste in crisi meno frequenti, meno gravi dal punto di vista sintomatologico e più contenute nel tempo.

Quando si prescrive una terapia a base di sali di Litio, bisogna avvisare il paziente (e i suoi famigliari) che l’effetto clinico non sarà immediato, il miglioramento è, infatti, graduale e si stabilizza nel giro di alcuni mesi. Perciò potrebbe inizialmente essere necessario prescrivere altri farmaci. L’obiettivo nel tempo è di ridurre sempre più le altre medicine e lasciare soltanto la terapia stabilizzante a base di Litio. Il paziente deve informare il medico su eventuali terapie già assunte. Alcuni farmaci, infatti, aumentano la concentrazione plasmatica del Litio, possono essere assunti senza problemi in modo saltuario. Nel caso la terapia debba durare più a lungo, è necessario ridurre temporaneamente il dosaggio di Litio assunto ogni giorno. Questo è molto importante perché il Litio ha una finestra terapeutica piuttosto ridotta, ciò significa che sotto certi livelli non funziona e sopra può causare effetti collaterali spiacevoli e a volte molto gravi diventando tossico per l’organismo.

Quali farmaci interferiscono con la concentrazione sanguigna del Litio

Tra i farmaci che aumentano la concentrazione del Litio, ci sono i diuretici che agiscono aumentando l’eliminazione di sodio, farmaci spesso utilizzati nella terapia dell’ipertensione. E’ inoltre necessario fare attenzione ai regimi dietetici iposodici a volte prescritti in caso di aumento della pressione. Se l’organismo contiene meno sodio, i reni filtrano il Litio più lentamente e di conseguenza la litiemia tende ad  aumentare. Altri farmaci di uso comune sono i FANS (farmaci antiinfiammatori non steroidei), cioè i comuni farmaci da banco utilizzati in caso di febbre o dolori. In questi casi è meglio utilizzare il paracetamolo che non interferisce con  i livelli plasmatici del Litio. L’associazione con ACE inibitori, utilizzati spesso in alcune patologie cardio-vascolari, può provocare una riduzione dell’eliminazione di Litio, con conseguente aumento della litiemia. Anche l’assunzione di alcool può causare un aumento del livello plasmatico del Litio.

Effetti collaterali della terapia con il Litio

Come tutti i farmaci anche il Litio può determinare alcuni effetti collaterali spiacevoli. Va innanzitutto chiarito che questi disagi possono essere tenuti sotto controllo, ridotti o eliminati, dosando bene la quantità di Litio che il paziente assume e che deve essere personalizzata in base al monitoraggio plasmatico. Bisogna prescrivere la giusta dose che controlli la malattia, causando il minor disagio possibile al paziente.

Gli effetti collaterali più frequenti sono l’aumento della sete e quindi dell’introito di liquidi, da cui deriva una maggiore necessità di urinare durante la giornata. E’ importante segnalare al paziente che la sensazione di sete va placata esclusivamente bevendo acqua, evitando bevande gasate e zuccherine, per non aumentare eccessivamente di peso. L’aumento ponderale, infatti, è uno dei possibili effetti collaterali della terapia con sali di Litio e va quindi contrastato con una corretta alimentazione e adeguato movimento. Un altro effetto collaterale abbastanza frequente è il tremore fine delle mani, come tutti gli effetti dei farmaci, la sua comparsa o intensità non è prevedibile, alcuni pazienti svilupperanno questo disturbo e altri no. Qualche paziente riferisce nausea, soprattutto all’inizio della terapia, nella pratica clinica questa è un’evenienza piuttosto rara che può essere controllata assumendo il farmaco a stomaco pieno. Altri effetti possibili sono la debolezza muscolare, una lieve sonnolenza, il peggioramento di acne o psoriasi, sapore metallico in bocca.

Quali esami sono necessari quando si assume il Litio

Prima di iniziare l’assunzione di Litio è buona regola eseguire alcuni esami. Questi controlli dovranno poi essere ripetuti, a scadenza regolare, durante tutto il periodo di assunzione del farmaco. Gli esami comprendono la funzionalità della tiroide e del rene, con comuni esami ematochimici, e quella cardiaca con l’elettrocardiogramma. Altri esami consigliati sono l’emocromo, gli elettroliti e l’esame delle urine.

Tra i controlli che è indispensabile eseguire, durante la terapia, c’è ovviamente la litiemia.  Questo esame consiste nel dosaggio della quantità di Litio nel sangue. Mentre normalmente il Litio non è dosabile, lo diventa nei pazienti che lo assumono a scopo terapeutico o preventivo. Il dosaggio deve rimanere entro un livello terapeutico che va da 0.5 a 1.0 mEq/l. Nelle fasi acute sono solitamente necessari livelli leggermente più alti (0.6 – 1.2 mEq/L).

Il Litio deve essere dosato perché, a parità di dosaggio, la litiemia varia da paziente a paziente e perché come abbiamo già detto i suoi valori devono rimanere nell’intervallo terapeutico. Episodi di vomito, diarrea, sudorazione profusa possono modificare i livelli di Litio  a causa della disidratazione. Ad esempio, in alcuni pazienti, nei mesi estivi si rileva un aumento della litiemia a causa della maggiore dispersione di liquidi con il caldo. La litiemia deve essere eseguita settimanalmente all’inizio della terapia, fino a che il livello plasmatico sarà stabilizzato, in seguito la frequenza dell’esame va riducendosi fino ad un controllo  ogni tre o quattro mesi.

Controindicazioni assolute all’utilizzo del Litio

Il Litio non deve essere assunto in gravidanza e durante l’allattamento. Può, infatti, causare malformazioni a livello dell’apparato cardiovascolare. Nel caso si voglia programmare una gravidanza, il Litio andrà sospeso, gradualmente, alcuni mesi prima. Le donne che assumono Litio, devono utilizzare metodi contraccettivi efficaci. E’ controindicato nei pazienti affetti da insufficienza renale o pazienti che abbiano da poco avuto infarto del miocardio.

Intossicazione da Litio

E’ un’evenienza molto rara, che si determina soltanto nel caso in cui non siano rispettate le semplici precauzioni di cui sopra, cioè assunzione del farmaco nel dosaggio prescritto, controllo regolare dei valori di litiemia,  prevenzione e cura delle situazioni che determinano disidratazione o perdita di sodio ( diarrea o vomito profusi, febbre alta, utilizzo di farmaci diuretici o di antiinfiammatori non steroidei). I sintomi iniziali sono un peggioramento o la comparsa del tremore alle mani, astenia profonda e vomito. Aggravandosi si va incontro a confusione mentale, fino a grave compromissione dello stato di coscienza, convulsioni, disturbi del ritmo cardiaco, insufficienza renale, fino al coma. L’intossicazione da Litio va curata in ambiente ospedaliero.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Depressione Bipolare a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Gli Psicofarmaci in Gravidanza

Gli Psicofarmaci in Gravidanza

L’utilizzo di una terapia con farmaci antidepressivi può rendersi a volte necessaria durante la gravidanza. Questo accade soprattutto nelle donne che hanno già avuto episodi depressivi importanti nella loro vita o, più raramente, per la comparsa di depressione proprio durante la gestazione.

Gli studi più recenti sono rassicuranti rispetto alla possibilità di curare la depressione farmacologicamente in questo particolare periodo della vita.

Nell’ultimo decennio le conoscenze scientifiche su questo tema sono migliorate e si è passati da un atteggiamento giustamente molto cauto a una gestione più sicura della donna depressa in gravidanza e la prescrizione di farmaci per la depressione può non essere dannosa, se viene effettuata secondo precisi criteri. Queste terapie vanno comunque riservate ai casi di vera necessità e permettono una gravidanza non solo più serena ma anche più sicura e un post-partum privo di rischi.

Valutazione dei rischi e dei benefici

La decisione di prescrivere un antidepressivo deve basarsi su una corretta valutazione dei rischi e dei benefici, ricordando che, se è bene non esporre il feto alla possibile azione dannosa di sostanze farmacologiche, è altrettanto accertato che una gravidanza vissuta durante un periodo di importante depressione può avere conseguenze dannose per il bambino stesso, oltre che per la madre e per la loro futura relazione, da cui deriva uno sviluppo psichico e fisico sano del bambino.

Come per le altre forme depressive la causa scatenante è di tipo bio-psico-sociale, ciò significa che la depressione può scatenarsi per fattori di tipo biologico, in associazione o meno con fattori ambientali e personali, anche se solitamente nelle forme gravi che richiedono terapia farmacologica i fattori neurobiologici sono preponderanti.

Il primo paramento da considerare è la gravità della depressione, cioè l’entità dei sintomi riferiti dalla paziente ma anche dei segni valutati dal medico psichiatra durante la visita. Forme di lieve o moderata entità, soprattutto se non vi è una storia pregressa di depressione, possono essere trattate con terapie di supporto psicologico. Nelle forme severe o ricorrenti, fortunatamente più rare, il trattamento farmacologico si rende necessario.

Fattori da considerare nell’utilizzo degli psicofarmaci in gravidanza

Se l’utilizzo del farmaco si rende indispensabile, bisogna considerare alcuni fattori importanti che avvengono nell’organismo della donna durante la gravidanza e che portano alla momentanea modifica del metabolismo dei farmaci. Durante la gestazione si raggiunge, infatti, una maggiore concentrazione di farmaco plasmatico, a parità di dosaggio assunto.

Inoltre bisogna valutare la possibilità del passaggio di una sua parte nel sangue fetale attraverso il filtro placentare e le conseguenze che possono derivare al bambino. Esistono sostanzialmente due tipi di possibili effetti dannosi da considerare: il rischio di malformazioni (teratogenesi) e gli eventuali effetti tossici che possono essere indotti nel bambino. Ovviamente questi sono proporzionali al dosaggio del farmaco assunto e anche alla durata del trattamento, parametri su cui il medico dovrà vigilare con attenzione valutando la paziente e il quadro clinico con la frequenza adeguata. In linea generale i rischi di malformazione sono più probabili nei primi tre mesi di gravidanza, periodo in cui avviene la formazione degli organi e degli apparati, mentre negli ultimi mesi prevalgono i rischi legati agli effetti sul bambino, come anche i sintomi da astinenza dopo la nascita.

In ultimo non va trascurata la grande importanza del monitoraggio di una donna in gravidanza che abbia avuto nella sua vita episodi di Depressione Maggiore poiché la probabilità di sviluppare una depressione post-partum è decisamente più elevata.

Criteri di scelta e monitoraggio durante la terapia

Nella depressione si utilizzano diverse classi di farmaci: antidepressivi triciclici, serotoninergici, benzodiazepine e stabilizzanti del tono dell’umore come i sali di litio, l’acido valproico e la carbamazepina. Alcuni sono sicuramente controindicati in gravidanza altri invece non hanno dimostrato problematiche statisticamente significative rispetto alle donne che non assumono terapia. In particolare, gli antidepressivi serotoninergici non hanno dimostrato rischi rilevanti.

La somministrazione del farmaco deve avvenire solo nei casi più gravi, per il minor tempo possibile e al dosaggio minimo efficace. Possibilmente è preferibile una terapia con un solo farmaco, evitando le poli-terapie che invece si utilizzano spesso per risolvere l’Episodio Depressivo.

Inoltre, l’attento e frequente monitoraggio ecografico e dei paramenti fetali e materni, può fornire informazioni importanti al medico ginecologo e allo psichiatra sull’andamento della gravidanza e sullo  sviluppo del bambino, al fine di decidere rispetto alla terapia ed anche per rassicurare la mamma.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia della Depressione in Gravidanza. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Psicologo o Psichiatra, chi può aiutarmi?

Psicologo o Psichiatra, chi può aiutarmi?

Spero con questo breve articolo di potere essere di aiuto a chi si trova a vivere un momento delicato della sua vita, in cui ritiene di avere bisogno, o di desiderare, un aiuto per superare una difficoltà di ordine psicologico.

Credo sia un’esperienza comune non sapere a quale dei diversi specialisti sia opportuno rivolgersi. “Meglio lo psicologo o meglio lo psichiatra? E lo psichiatra non sarà forse un po’ troppo, il medico dei matti. Forse sarebbe giusto che io mi rivolga al neurologo?”. Questi dubbi sono molto frequenti e anche legittimi perché c’è ancora poca informazione e, per le persone non addette ai lavori, non è facile conoscere i dettagli che caratterizzano gli specialisti della salute mentale.

I professionisti che si occupano di aiutare le persone in queste circostanze sono diversi e ciascuno di loro ha svolto un percorso formativo con peculiarità uniche, che sono proprie della specifica professione. Essi dispongono di conoscenze tecniche diverse attraverso le quali aiutano,  sostengono o curano chi vive un disagio della sfera psicologica, emotiva o psichica.

Sono figure complementari, ciascuna ha cioè una sua area di competenza che può integrarsi a quella di un’altra, ma mai sostituirsi.

Personalmente ritengo che ognuno di questi specialisti debba essere in grado di orientare la persona che si rivolge per un aiuto, cioè di ascoltarla e indirizzarla verso il professionista che utilizza il metodo di cura più adatto per quel singolo paziente.

Ognuna di queste figure professionali dovrebbe essere quindi capace di riconoscere chi soffre di una problematica psichica, che va affrontata attraverso la prescrizione di una cura farmacologica  o chi invece  necessita di un approccio psicologico o psicoterapeutico.

Innanzitutto sgombriamo il campo da alcune credenze profondamente inesatte da un punto di vista scientifico e terapeutico. Psicologo, psicoterapeuta, neurologo o psichiatra non sono professioni intercambiabili. Il procedimento di scelta del giusto professionista deve partire innanzitutto da un dato imprescindibile e importantissimo: la DIAGNOSI.

Intendo, in questo contesto, il termine nel modo più ampio: può essere l’atto di rilevare la presenza di una malattia psichiatrica come la Depressione, il Disturbo da Attacchi di Panico o la Fobia Sociale,  il Disturbo Bipolare o altre condizioni psicopatologiche di pertinenza medico-psichiatrica ma può essere anche inteso come il fare chiarezza e approfondire il contesto relazionale e i motivi che stanno alla base del disagio del paziente, inteso come colui che soffre, anche quando non è presente una malattia vera e propria.

Dopo questa importante premessa cerchiamo di mettere in evidenza le differenze e le peculiarità di ciascuna professione.

Lo Psicologo

Lo Psicologo è un laureato in Psicologia che ha svolto il tirocinio pratico della durata di un anno e ha superato l’esame di stato. Solo dopo questi passaggi il laureato in psicologia è abilitato all’esercizio della professione di Psicologo. Può svolgere la sua attività nelle scuole, nelle aziende o in ambito sportivo. Si può occupare di diagnosi, sostegno e prevenzione o consulenze in situazioni di crisi o di cambiamento, quando però non sia evidente uno stato di psicopatologia. Lo psicologo svolge anche attività di ricerca o di didattica. Un successivo percorso di studi e di preparazione professionale permette a chi è psicologo di diventare Psicoterapeuta ed esercitare quindi la Psicoterapia.

Lo Psichiatra

Lo Psichiatra può essere esclusivamente un laureato in Medicina e Chirurgia, che ha superato l’esame di stato ed è iscritto all’Ordine dei Medici. Può essere specializzato in Psichiatria o avere acquisito la specifica di Psichiatra attraverso un percorso di attività clinica e di formazione valutato e riconosciuto dall’Ordine dei Medici.

Lo psichiatra è l’unica figura professionale che ha la competenza e il titolo per prescrivere i farmaci specifici per curare i Disturbi d’Ansia, la Depressione, il Disturbo Bipolare, la Schizofrenia o altre situazioni cliniche che richiedano una terapia farmacologica.

Essendo un medico, lo psichiatra, può inoltre diagnosticare quelle situazioni in cui i sintomi depressivi o ansiosi sono secondari a problemi tiroidei o di origine cardiaca o altre patologie mediche che possono generare sintomi di tipo psichico.

Lo psichiatra, secondo il suo orientamento (biologico/dinamico) e dell’approccio di cura che ha scelto, potrà curare con farmaci o con la psicoterapia. Ovviamente può anche avere completato una preparazione specifica in ambedue queste discipline. Potrà inoltre avvalersi della collaborazione di un collega psicoterapeuta nel caso non eserciti lui stesso questa professione.

Lo Psicoterapeuta

Possono diventare Psicoterapeuti i laureati in Medicina e Chirurgia o in Psicologia che abbiano superato i rispettivi esami di stato e siano iscritti ai relativi Ordini Professionali. Ambedue devono avere anche terminato un percorso di preparazione professionale, teorica e pratica, che comprende anche l’avere terminato un periodo di terapia personale, chiamata Analisi Didattica, allo scopo di conoscere e risolvere i propri conflitti psicologici o le proprie difficoltà, facendo un’esperienza diretta del lavoro di analisi.  Inoltre è previsto che, per un certo periodo, lo psicoterapeuta in formazione condivida con un collega più esperto la valutazione di alcuni casi clinici, in gergo si chiama supervisione dei casi clinici. Ovviamente le supervisioni possono poi continuare o rendersi necessarie in alcuni momenti della propria pratica clinica e questo spesso avviene nei casi in cui, durante la terapia, si creino dinamiche o difficoltà sulle quali il terapeuta desidera confrontarsi.  La richiesta di supervisioni non è segno di scarsa capacità professionale ma anzi è indice di serietà ed è una prassi comune che contraddistingue un professionista attento e responsabile.  Esiste presso gli Ordini professionali un Elenco degli Psicoterapeuti attraverso il quale è possibile saper se il professionista cui ci si rivolge possiede il titolo di Psicoterapeuta.

Esistono diversi orientamenti di psicoterapia che differiscono per il loro costrutto teorico e per gli aspetti tecnici della pratica clinica e ciascuno dei quali ha indicazioni precise.

Lo Psicoanalista

Lo Psicoanalista è a tutti gli effetti uno psicoterapeuta. La distinzione riguarda, in parte, la cornice della terapia, quella che viene definita come setting e cioè il numero di sedute settimanali e  la durata della terapia, che sono solitamente maggiori nella psicoanalisi. Inoltre il paziente spesso è sdraiato sul lettino invece che seduto di fronte al terapeuta.  Differisce anche per alcune modalità tecniche che sarebbe troppo complesso da spiegare in questa sede. Lo psicoanalista applica una forma più complessa di psicoterapia che indaga soprattutto i conflitti inconsci del paziente. Ciò non significa che la psicoanalisi sia più efficace di altre forme di psicoterapia ma vale il principio enunciato prima, ogni forma di terapia va valutata attentamente in base alle indicazioni per quel singolo individuo e il problema che sta vivendo.

Anche lo psicoanalista deve sottoporsi alla sua Analisi personale Didattica.

Il Neurologo

Il Neurologo è un laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Neurologia.  Si occupa di patologie in cui vi è un’alterazione organica e non solo funzionale del Sistema nervoso Centrale o Periferico.

Le più note patologie di pertinenza neurologica sono: le Cefalee, l’Epilessia, i Disturbi della Memoria, le Demenze senili, il Morbo di Parkinson, il Morbo di Alzheimer,  la Sclerosi Multipla e patologie vascolari come ictus e la Demenza su base vascolare. Tutte quelle situazioni in cui i sintomi sono causati da  alterazioni anatomiche  del tessuto nervoso e dei nervi.

A volte il medico neurologo può trattare anche patologie di pertinenza psichiatrica come la Depressione o i Disturbi del Sonno.

Ciò è dovuto al fatto che, fino ad alcuni anni fa, esisteva la specialità di Neuropsichiatria chencomprendeva sia lo studio delle patologie oggi di pertinenza neurologica che quelle di pertinenza  psichiatrica.

Attualmente, invece, i due percorsi di studio sono distinti anche se qualche specialista neuropsichiatra  può essere  esperto nella cura dei disturbi psichiatrici.

Inoltre persiste ancora una diffusa resistenza a rivolgersi al medico psichiatra che viene erroneamente considerato lo specialista che cura soltanto le situazioni più gravi di disagio psichico, come le psicosi schizofreniche.

In alcuni casi, invece, può essere importante la collaborazione tra neurologo e psichiatra nella fase di diagnosi, poiché esistono patologie neurologiche che esordiscono con sintomi della sfera psichica e, al contrario, una forma particolare di depressione nota come Pseudodemenza depressiva, che pur mimando i sintomi di una demenza senile è una malattia di pertinenza psichiatrica.

Basandosi sulla oramai accertata ipotesi  BIO-PSICO-SOCIALE dei disturbi psicologici e psichiatrici, possiamo concludere affermando che, nella maggior parte dei casi, un intervento integrato di psicoterapia associata ad una adeguata terapia farmacologica rappresenta l’approccio di cura più efficace e risolutivo.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di psichiatria a Milano, di psicoterapia e di medicina omotossicologica, presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato alla patologia fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Quando l’azzardo non è più un gioco

Quando l’azzardo non è più un gioco

Il gioco viene riconosciuto come una delle attività più importanti per lo sviluppo cognitivo, per la crescita a livello simbolico e per la socializzazione; rappresenta un modo salutare di ottenere piacere evadendo dalla quotidianità e dagli schemi convenzionali e raffigura la possibilità di alleviare i vissuti negativi provando emozioni gradevoli.

Come ogni forma di gioco, anche quella d’azzardo, che altro non è che una scommessa su quegli eventi il cui esito dipende dal caso, rientra nelle attività ludiche sostanzialmente innocue ed in grado di sollecitare la mente a livello immaginativo liberandosi dai vincoli e dalle tensioni della realtà. Si tratta di un’attività mentale che, se rispetta le opportune dimensioni spazio-temporali, risulta essere liberatoria delle fatiche della vita quotidiana. Alcuni psicologi ne parlano nei termini di ‘rifugio della mente’, vale a dire di luogo in cui il pensiero ha l’opportunità momentanea di evadere dagli stretti meccanismi della realtà vivendo illusoriamente in una dimensione più leggera, per poi rientrare nella concretezza della vita. Tale caratteristica appartiene al gioco d’azzardo così come a qualsiasi altra attività ludica o di svago.

Il gioco d’azzardo permette di illudersi di ottenere una vincita e di fantasticare sul proprio futuro, ma anche di ritornare alle condizioni di partenza affrontando la delusione (o disillusione) senza particolare fatica. Viene definito patologico quando manca l’esame di realtà, vale a dire quando si tende a mantenere viva l’illusione della vincita nonostante i dati concreti dimostrino l’opposto.

A tal riguardo, la maggior parte degli studiosi che si sono occupati del versante psicopatologico dei giocatori d’azzardo, attribuiscono loro una compromessa capacità di valutare la realtà tanto da parlarne nei termini di dissociazione dalla realtà. In quest’ottica, il soggetto ludopatico arriva a non tener conto né delle vincite, né delle perdite; egli si separa mentalmente da ricompense o sconfitte poiché sopraffatto esclusivamente dal piacere del gioco. Si tratta di una sorta di alterazione della coscienza che non è più in grado di valutare l’esito negativo delle scommesse d’azzardo. Giocare esclusivamente per divertirsi o per ottenere una vincita economica implica, invece, la possibilità e la capacità di sapersi fermare di fronte ad una perdita di denaro che tocca un determinato limite.

L’imprevedibilità risulta essere l’elemento principale di eccitazione capace di stimolare, a livello cerebrale, il nucleo accumbens che determina un aumento della produzione di dopamina, neurotrasmettitore della sensazione di piacere. Le forti emozioni favoriscono l’instaurarsi di condotte ripetitive che, con il tempo, scivolano verso una forma di dipendenza sempre più pervasiva. Il gioco d’azzardo presenta evidenti sovrapposizioni con l’abuso di sostanze; i soggetti ludopatici riferiscono di provare addirittura sintomi di astinenza quali nausea, tachicardia, ansia se allontanati dalla fonte di piacere.

Il DSM-IV,manuale diagnostico che classifica i disturbi psichiatrici, definisce dipendente e patologico il giocatore che presenta almeno cinque dei seguenti sintomi:

  1. pensiero eccessivamente coinvolto nel gioco d’azzardo (es. il soggetto rivive le situazioni di gioco passate e pianifica le future; pensiero costantemente rivolto al modo per procurarsi il denaro con cui giocare);
  2. scommette somme di denaro sempre maggiori aumentando la sensazione di sfida e di eccitazione;
  3. vissuti di agitazione ed ansia acuta nel momento in cui interrompe o tenta di interrompere il gioco;
  4. inutili tentativi di controllare e ridurre il gioco;
  5. umore che oscilla tra la depressione e la disforia;
  6. mancata lucidità nel valutare le perdite ed erronea convinzione di potersi rifare (“inseguimento delle perdite”);
  7. bugie e menzogne nei confronti di familiari e amici per mascherare il coinvolgimento nel gioco;
  8. condotte illegali, falsificazione e frode pur di reperire denaro;
  9. allontanamento o perdita degli affetti e delle opportunità di lavoro a causa del gioco;
  10. ricerca dell’aiuto altrui per far fronte ad una disastrosa situazione economica dovuta al gioco.

Tra i fattori di rischio di sviluppare tale disturbo sono stati identificati i disagi di carattere familiare, lavorativo, relazionale e, inoltre, la tendenza alla depressione, all’impulsività, all’incapacità di tollerare la noia, il precoce contatto con il gioco.

Di fronte ad una diagnosi di gioco d’azzardo patologico l’intervento psicoterapeutico può avvenire a livello individuale, andando ad identificare i meccanismi cognitivi che appartengono al soggetto ludopatico, ma anche quegli aspetti più profondi e sotterranei che inconsciamente spingono la persona ad adottare condotte disfunzionali; a livello di gruppo, creando spazi per l’incontro ed il confronto con altre persone che fungono da specchio di aspetti personali; a livello familiare, poiché vanno riprese ed elaborate dinamiche relazionali che possono aver inciso sull’esordio della patologia.

Esiste, altresì, una parte di intervento psicoeducazionale che coinvolge tutti i livelli di intervento e che si occupa di fornire importanti informazioni circa le caratteristiche della patologia e del suo andamento ed offre, inoltre, colloqui di sensibilizzazione e di confronto in grado di aumentare la motivazione ad occuparsi del problema, elemento determinante nell’affrontare e svolgere un percorso di cura efficace.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento delle dipendenze da gioco d’azzardo e le ludopatie collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.