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Articoli che trattano di: Disturbi del Sonno

Disturbi del sonno

 
Il capitolo dei disturbi del sonno comprende numerose situazioni cliniche, non soltanto la più nota e diffusa insonnia.

Fondamentale è la distinzione tra forme primarie, cioè legate proprio alla disregolazione dei meccanismi alla base del ciclo sonno-veglia e forme secondarie in cui il disturbo del sonno fa parte della sintomatologia più complessa di una malattia.

Spesso nelle patologie psichiatriche è presente un disturbo del sonno che talvolta rappresenta il primo sintomo che precedere l’esordio di un quadro clinico depressivo o ansioso.

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I Disturbi del Sonno

I Disturbi del Sonno

La classificazione dei disturbi del sonno è molto ampia e complessa comprendendo situazioni di lieve entità e transitorie come il Jat-lag fino alle forme gravissime e fortunatamente rarissime di Insonnia Fatale Famigliare.

Una prima distinzione va comunque fatta tra forme primarie, legate cioè proprio alla disregolazione dei meccanismi che sono alla base delle funzioni di sonno e veglia e forme secondarie a malattie organiche in genere, in particolare malattie neurologiche e psichiatriche.

Il sonno può essere definito come uno stato d’incoscienza momentaneo e reversibile, caratterizzato dalla sospensione delle facoltà sensoriali e della motilità volontaria. Rimangono invariate alcune funzioni autonome quindi involontarie come il respiro, il battito cardiaco, l’attività cerebrale e il metabolismo, che però subiscono  importanti modifiche durante il sonno.

In un adulto sano il sonno medio è di circa sette ore, discostarsi eccessivamente da questa media, sia in difetto sia in eccesso, può determinare problemi di salute.

Forse non tutti sanno che un eccesso di ore di sonno può essere correlato a una maggiore probabilità di patologie cardiovascolari e a stati di esaurimento di tipo depressivo.

Vi sono diverse teorie sulle funzioni biologiche del sonno che verosimilmente in futuro saranno approfondite e integrate da nuove conoscenze.

Durante il sonno aumenta la produzione di alcuni ormoni anabolici come ormone della crescita e il testosterone mentre, al contrario, diminuiscono ormoni catabolici come il cortisolo, questo segnalerebbe che durante il periodo di sonno vengono messi in atto processi di recupero e riparazione di tessuti dell’organismo, è stato ad esempio dimostrato che viene aumentata la sintesi proteica a livello muscolare e a livello del sistema nervoso centrale.

Studi condotti sugli effetti della deprivazione di sonno sulla memoria, permettono di ipotizzare che durante il sonno avvenga la sintesi di proteine cerebrali implicate con la fissazione dei ricordi.

Alcuni autori segnalano anche l’influenza del sonno sui processi di termoregolazione che, infatti, sono molto alterati nei casi di grave deprivazione di sonno.

Ovviamente la durata e la qualità del sonno influenza lo stato di veglia e vigilanza diurna e funzioni come l’attenzione, la concentrazione e la gestione emotiva. Non dormire a sufficienza può favorire una riduzione delle prestazioni cognitive durante la veglia, umore instabile e labilità emotiva.

Il sonno, per essere riposante, deve avere una sua architettura precisa, divisa in fasi con caratteristiche differenti e individuabili all’EEG. Il rispetto della sequenza e della durata di queste fasi assicura un sonno valido e ristorante.

Esso può essere diviso in due fasi: sonno REM e sonno non-REM a seconda che sia associato o meno ad attività onirica (sogni), a un’elevata attività cerebrale e a movimenti oculari rapidi o lenti,REM infatti, significa appunto Rapid Eyes Movement.

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L’insonnia nei disturbi psichiatrici

In questa sede segnalo in modo particolare la presenza d’insonnia come uno dei sintomi della Depressione e di molti Disturbi d’Ansia. Spesso, anzi, l’insonnia è il primo sintomo a manifestarsi e precede tutti gli altri che caratterizzano l’Episodio Depressivo. D’altro canto alcuni studi segnalano che chi soffre d’insonnia ha una probabilità maggiore di sviluppare ansia e depressione rispetto a chi dorme un numero sufficiente di ore.

Nel 90% dei casi di Depressione Maggiore vi sono alterazioni della struttura e della durata del sonno: da un punto di vista clinico possiamo avere difficoltà di addormentamento con latenze eccessive o insonnia iniziale, risveglio precoce o insonnia terminale oppure un sonno interrotto da un eccessivo numero di risvegli non seguiti da rapido ri-addormentamento.

Anche l’ipersonnia, cioè un aumentato bisogno di sonno e numero di ore totali di addormentamento, può essere parte del quadro clinico della Depressione. Ciò avviene in circa il 10% dei casi e soprattutto in alcune forme specifiche che vengono definite Depressioni Atipiche proprio per la peculiarità di alcune manifestazioni sintomatologiche o nelle forme di Disturbo Affettivo Stagionale chiamate anche  SAD o  Winter-blues. Spesso in queste forme è anche presente l’iperfagia cioè un aumento dell’appetito, sintomo raro nelle altre forme di Disturbo Depressivo.

I pazienti con Disturbi d’Ansia tendono ad avere soprattutto difficoltà di addormentamento (insonnia iniziale) e presentano risvegli notturni. Il 70% dei pazienti affetti da attacchi di panico ha insonnia con risvegli multipli. In questo caso è essenziale trattare il disturbo del sonno perché esso favorisce la comparsa dell’attacco di panico, sia diurno che notturno.

Anche nel Disturbo Ossessivo Compulsivo sono presenti disturbi del sonno in particolare una riduzione del numero complessivo di ore con un aumento dei risvegli notturni.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress è caratterizzato da ritardo dell’addormentamento e soprattutto dalla presenza di sogni terrifici in cui il paziente rivive le esperienze traumatiche vissute o sogni che generano stati emotivi che il paziente ha vissuto durante il trauma.

Durante l’Episodio Euforico del Disturbo Bipolare i pazienti mostrano una notevole riduzione delle ore di sonno senza influenza sulla qualità della veglia, riescono cioè a mantenere la vigilanza diurna valida nonostante la mancanza di sonno e non riferiscono stanchezza né sonnolenza diurna.

Nell’Episodio Euforico del Disturbo Bipolare è sempre indispensabile trattare i disturbi del sonno poiché la mancanza di sonno rallenta la risoluzione dell’episodio stesso.

In alcune forme di Depressione, infatti, la deprivazione di sonno è utilizzata come strategia di potenziamento accanto alla terapia con i farmaci, per il suo potere antidepressivo.

Terapia

In tutti i disturbi psichiatrici, l’insonnia è secondaria alla presenza della malattia di fondo, per questo motivo si assiste quasi invariabilmente alla ripresa di un sonno regolare non appena la terapia risolve il quadro clinico principale.

Ciò nonostante è sempre buona strategia terapeutica favorire un sonno adeguato e riposante, allo scopo di accelerare la guarigione del disturbo psichiatrico.

E’ essenziale indagare con il paziente i dettagli del disturbo del sonno: le modalità di insorgenza, la frequenza e la gravità, nonché la sua evoluzione nel tempo ed eventuali situazioni ambientali concomitanti alla comparsa dell’insonnia. Ciò permette al medico di scegliere tra le molecole e i farmaci a disposizione quelli più adatti al singolo paziente.

La scelta del farmaco, l’orario e la modalità di somministrazione vanno valutate  in base al periodo in cui il sonno è disturbato.

In linea di massima questi farmaci andranno assunti per un periodo limitato e poi gradualmente sospesi quando il sonno riprende in modo adeguato, invece i farmaci prescritti per la terapia del disturbo d’ansia o depressivo andranno assunti più a lungo.

Secondo la gravità del disturbo del sonno possono essere utilizzati farmaci più o meno potenti, modulandone inoltre il dosaggio.

Le categorie di farmaci utilizzati possono essere diverse. Il classico “sonnifero” appartiene solitamente alla categoria delle benzodiazepine ipnotico-sedative, ma l’induzione del sonno può anche avvenire con l’utilizzo di antistaminici, antidepressivi dotati di attività sedativa, anticonvulsivanti e antipsicotici.

E’ molto importante valutare la durata d’azione dei farmaci in modo da non interferire con il risveglio. Questo soprattutto nei soggetti anziani i quali più frequentemente soffrono di insonnia. Con gli anni il metabolismo rallenta ed è meno efficace e questi soggetti possono andare incontro a fenomeni di accumulo con gravi ripercussioni al risveglio e durante la giornata.

Il paziente deve essere quindi monitorato nel tempo per evitare che sviluppi effetti collaterali o assuefazione dovuta a un uso eccessivo o troppo prolungato del farmaco.

Igiene del sonno

Rappresenta l’insieme delle abitudini e dei comportamenti quotidiani che favoriscono un buon sonno e quindi un adeguato rendimento diurno.

Se un buon dormitore può non prestare troppa attenzione a queste regole i soggetti che soffrono d’insonnia devono imparare invece a rispettarle.

Ricordiamo che alcuni cibi e bevande hanno un forte potere eccitante e devono quindi essere consumanti con moderazione o temporaneamente evitati se si ha un disturbo del sonno, soprattutto nelle ore serali.

Anche l’assunzione di alcolici può avere, in chi soffre d’insonnia, un effetto paradosso di tipo stimolante, sebbene infatti tenda a favorire l’addormentamento  può indurre un numero eccessivo di risvegli notturni.

Dormire durante il giorno è sconsigliato, benchè aiuti a mantenere una vigilanza efficiente influenza negativamente la capacità di addormentarsi e mantenere il sonno. L’abitudine a un breve pisolino, con orario di sveglia prefissato, non è necessariamente dannosa in chi non presenta disturbi del sonno.

L’attività fisica disturba il sonno ed è quindi sconsigliata nelle ore serali, contraddicendo la diffusa idea che stancarsi fisicamente favorisca il sonno. E’ invece utile a questo scopo lo svolgimento di un’attività aerobica moderata nelle ore diurne.

Non esagerare con i liquidi nei pasti serali poiché molti soggetti insonni se risvegliati dalla necessità di urinare faticheranno a riprendere il sonno.

Creare condizioni esterne di calma, comodità e  buio, in un ambiente silenzioso e con una temperatura non eccessiva.

Importante anche mantenere una certa regolarità negli orari in cui ci si corica. 

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi del sonno a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Ansia e Alcolismo

Ansia e alcolismo

L’alcool è una sostanza psicotropa che agisce come sedativo a livello del sistema nervoso centrale e facilità la disinibizione sociale, è quindi una sorta di anestetico della sofferenza emotiva. È definita psicotropa una sostanza in grado di agire a livello cerebrale dando sintomi di dipendenza e fenomeni di tolleranza e assuefazione.

Per queste sue proprietà esiste un’importante relazione tra abuso di alcool e ansia.

Oltre ai disturbi dovuti all’abuso, l’alcool può indurre altri tipi di sindromi come la dipendenza, l’astinenza e l’intossicazione acuta alcolica, condizione talvolta molto grave, se non trattata in tempo, e potenzialmente mortale.

L’alcolismo richiede un intervento terapeutico integrato con lo psichiatra, lo psicologo e spesso il medico internista, a causa delle conseguenze che dell’uso incontrollato e prolungato possono avere anche a livello fisico, in particolare sul fegato e sul sistema nervoso con la comparsa di sintomi  neurologici, sugli apparati  gastrointestinale e cardiovascolare.

I danni provocati non dipendono esclusivamente dalla quantità di alcool ingerita ma anche da variabili soggettive, geneticamente determinate, come la capacità di metabolizzare l’alcool etilico, che è variabile da soggetto a soggetto.

Dagli anni ’60 l’abuso di alcool è stato finalmente riconosciuto come una patologia medica e di conseguenza non solo considerato un comportamento scorretto su un piano morale e sociale. Certamente questo ha contribuito alla grande quantità di studi clinici che indagano le cause, studiano la prevenzione e migliorano nel tempo le conoscenze riguardo alla terapia.

Il fenomeno dell’alcolismo sta assumendo proporzioni molto preoccupanti dal punto di vista sociale e sanitario,  soprattutto si sta notevolmente abbassando l’età in cui inizia il consumo di alcool e l’età in cui compaiono i primi problemi fisici e psichici legati all’uso eccessivo di bevande alcoliche. L’alcool viene sempre più utilizzato dai giovani come disinibente  sociale e, nel caso di una personalità fragile o di ragazzi inclini ad ansia e depressione, la possibilità di sviluppare una vera e propria  dipendenza è elevatissima.

Si parla di Disturbo da Dipendenza quando insorgono sintomi fisici, psichici, cognitivi e comportamentali in seguito all’assunzione di alcool.

Sintomi psichici e comportamentali legati all’alcolismo

Da un punto di vista psichico il pensiero sull’alcool e la sua  ricerca  diventano i contenuti prevalenti nella mente del soggetto, con le caratteristiche di pensiero ossessivo che si accompagna all’incapacità di controllare o ridurre l’assunzione. Il soggetto non riesce a moderare o ad astenersi dal bere nonostante la sua convinzione sia di potercela fare e nonostante ciò lo porti ad uno stato di alterazione evidente, con ripercussioni a livello sociale o lo esponga a condotte rischiose, come la guida in stato di ebrezza o lo svolgimento di attività di lavoro  in cui è necessaria concentrazione e una presenza lucida.

Il paziente è inoltre costretto ad assumere via via quantità maggiori di alcool per evitare i sintomi dell’astinenza, questo perché vi è un graduale aumento delle capacità del fegato di metabolizzare l’alcool, per il fenomeno della cosiddetta tolleranza. Naturalmente l’evoluzione è verso una condizione in cui compaiono i sintomi caratteristici dell’astinenza alcolica.

Questo avviene soprattutto nelle ore mattutine a causa del calo del tasso etilico durante il sonno. I disturbi dovuti all’astinenza scompaiono con l’assunzione di alcool e ciò produce un circolo vizioso per cui il paziente tende a bere già alla mattina e poi durante tutta la giornata per evitare i sintomi della astinenza.

Altri sintomi tipici nei soggetti che abusano di alcool sono le modifiche del tono dell’umore, che oscilla da stati depressivi a stati di disforia caratterizzata da irritabilità, aggressività e l’impulsività e lo sfasamento del ritmo sonno veglia.

Sintomi fisici dell’alcolismo

L’etanolo aumenta la secrezione acida dello stomaco e può provocare una gastrite di tipo emorragico. L’esofago è un altro organo spesso danneggiato nei forti bevitori, anche in questo caso si osservano erosioni della mucosa e un importante aumento del cancro esofageo.

Sempre a livello esofageo nei pazienti in cui è già presente lo stato di grave sofferenza epatica, si possono formare delle varici, cioè delle dilatazioni di vasi venosi che, in alcuni gravi casi rischiano di rompersi determinando delle profuse emorragie e talvolta condurre alla morte del paziente.

Una gravissima patologia conseguente all’assunzione esagerata di alcolici è la pancreatite che causa necrosi e atrofia della ghiandola nei casi cronici ma può anche manifestarsi in forme acute, fulminanti e mortali.

Molto nota l’epatite da alcool la cui evoluzione è nella cirrosi epatica e quindi nel cancrocirrosi, cioè quella forma di tumore maligno che colpisce il fegato affetto da cirrosi.

A livello del sistema nervoso l’alcool determina una poli-nevrite cioè un’infiammazione e poi una degenerazione delle fibre nervose dovuta all’effetto tossico dell’alcool e alle carenze vitaminiche. I sintomi sono inizialmente di tipo sensitivo come crampi o parestesie e poi sono alterate anche le funzioni motorie.

L’apparato cardio-vascolare anche è leso dall’azione tossica dell’acetaldeide, che deriva dal metabolismo dell’alcool etilico, sulle fibre cardiache, ciò può portare a insufficienza del muscolo cardiaco con tachiaritmie, difficoltà respiratorie, edemi alle caviglie e ipertensione arteriosa.

Disturbi della sfera cognitiva nell’alcolismo

L’abuso cronico di alcool si accompagna ad evidenti disturbi della memoria, soprattutto quella a breve termine, che viene definita come memoria di fissazione. Altri deficit cognitivi sono le evidenti difficoltà di concentrazione e di attenzione che possono gravemente interferire con le quotidiane attività lavorative o personali.

Cause dell’alcolismo

Fattori predisponenti all’abuso di sostanze psicoattive sono la struttura della personalità e la presenza di un disturbo psichiatrico maggiore, come i Disturbi d’Ansia e la Depressione, non adeguatamente riconosciuti e curati. Gli alcolisti utilizzano la sostanza per automedicarsi.

Spesso i pazienti con abuso e dipendenza da alcool hanno una famigliarità positiva per Disturbi dell’Umore o d’Ansia e frequentemente nella famiglia di origine altri hanno sofferto di alcolismo. I pazienti presentano una struttura caratteriale incline a vissuti di tipo ansioso o depressivo, hanno personalità dipendenti e fragili, inclini a impulsività e bassa autostima, difficoltà relazionali, poche capacità di problem solving e di gestione emotiva della frustrazione. Tutte queste caratteristiche rendono il paziente più esposto alla sofferenza di fronte alle inevitabili difficoltà e ai disagi esistenziali. A volte l’alcolismo è la conseguenza dell’impossibilità di elaborare un grave evento traumatico come può tipicamente accadere dopo un grave lutto non elaborato.

La percentuale di disturbi psichici riscontrata negli alcolisti disintossicati è notevolmente maggiore rispetto alla popolazione generale, confermando come l’alcool venga utilizzato a scopo automedicazione per lenire, non soltanto sentimenti spiacevoli come la tensione o il senso di vuoto e solitudine o problemi relazionali, ma anche veri e propri sintomi di patologie come gli attacchi di panico, la fobia sociale, il disturbo d’ansia generalizzato, l’agorafobia, la depressione e la distimia. Anche nella fase euforica del Disturbo Bipolare può esserci abuso di alcool come conseguenza della disinibizione, dell’impulsività e della scarsa capacità di valutare le conseguenze del proprio comportamento che caratterizza questa patologia.

La Sindrome da Astinenza Alcolica

E’ un’importante situazione clinica caratterizzata da sintomi e segni molto evidenti e che richiede un corretto e tempestivo intervento medico. Si instaura dopo alcune ora dalla brusca interruzione o dalla drastica riduzione del consumo di alcool. I sintomi principali sono una forte ansia e stato di agitazione psichica e motoria, tremori evidenti soprattutto alle mani, irritabilità, sintomi depressivi, grave insonnia e un senso di angoscia profonda con paura della morte. Una sintomatologia che per molti aspetti è simile a quella di un attacco di panico. Spesso sono presenti nausea, vomito, sudorazione profusa, tachicardia. Nei casi più gravi si hanno allucinazioni, soprattutto visive, stato confusionale, disorientamento spazio temporale e convulsioni (Delirium Tremens).

Trattamento dell’alcolismo

La terapia medico-psichiatrica dell’alcolismo richiede un buon inquadramento diagnostico. Innanzitutto vanno valutate le reali possibilità di disintossicare il soggetto senza ricorrere ad un ricovero. Spesso, infatti, la prima fase della terapia richiede un breve periodo in ambiente protetto allo scopo  di disintossicare il paziente e gestire l’astinenza.

Ad ogni modo, sia che l’approccio sia ambulatoriale o residenziale, il paziente deve essere supportato nella fase di disassuefazione alla sostanza sia da un punto di vista farmacologico che psicologico.

La terapia farmacologica è necessaria, inizialmente, per ridurre i sintomi dell’astinenza fisica che indurrebbero il paziente a ricadere nel comportamento di abuso e deve essere effettuata sotto stretto controllo medico-psichiatrico. Il medico internista si dovrà occupare della valutazione e della terapia dei danni che l’alcool ha causato all’organismo del paziente.

Solo dopo questa fase sarà possibile una valutazione dello stato psichico e della struttura di personalità, i cui risultati non siano inquinati dallo stato di alterazione causato dall’alcool o dai sintomi dell’astinenza. La maggior parte dei soggetti mostrerà una patologia di tipo depressivo o un disturbo d’ansia che dovranno essere curate in modo adeguato sia con la terapia farmacologica sia con la psicoterapia. Anche in assenza di una patologia psichiatrica conclamata il più delle volte il paziente alcolista presenta una struttura di personalità caratterizzata da tratti disfunzionali e fragile che richiederà un lungo intervento di psicoterapia.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di alcolismo a Milano e dipendenze da sostanze. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il sonno dei bambini

Il sonno dei bambini

Il sonno rappresenta un’esigenza fisiologica fondamentale per il buono sviluppo del cervello. Il bambino manifesta una fisiologia già ben strutturata sin dagli inizi della propria vita, quando si trova nel movimentato mondo intrauterino. Già nello stato fetale si identifica un ritmo sonno-veglia sincronizzato in maniera opposta rispetto al ritmo della madre: il feto dorme nel momento in cui la madre è sveglia e si attiva mentre la mamma riposa. In merito a ciò, Freud aveva osservato che l’utero funge da barriera difensiva nei confronti del piccolo proteggendolo dai costanti stimoli e consentendogli di riposare; dopo il parto, il neonato necessita dell’aiuto dei genitori per ripararsi dall’esterno e dormire.

Il sonno è uno stato di minore ricettività agli stimoli esterni e rappresenta uno dei principali facilitatori dei processi di riparazione e sviluppo della mente e del corpo. Per tali ragioni, esso è particolarmente importante durante l’infanzia e l’adolescenza, momenti cruciali di crescita in cui l’individuo necessita di un numero maggiore di ore di riposo. I bambini ed i ragazzi che dormono meglio e per un periodo più prolungato presentano maggiori capacità di memoria e concentrazione, quindi beneficiano di un migliore sviluppo cognitivo ed anche sociale.

Il sonno ha una sua specifica architettura: troviamo le fasi di sonno REM (Rapid Eye Movement) chiamato “sonno paradosso” poiché occhi e cervello sono molto attivi e le EEG (registrazioni elettriche del cervello) sono molto simili a quelle della veglia, ma non il tono muscolare che è completamente rilassato nell’adulto e nel bimbo di oltre i due anni, mentre il neonato mostra movimenti del viso e delle estremità del corpo. Il sonno NREM (non REM) è tranquillo, privo di attività e viene distinto in quattro fasi diverse, dalla più leggera (fase 1) alla più profonda (fase 4). Nei neonati le fasi di sonno profondo sono, a dispetto di quello che si può credere, più lunghe rispetto alle altre. Certo è che, durante ogni fase leggera, il piccolo voglia il contatto con il genitore e ciò rende molto difficile il riposo dell’adulto. I bambini hanno temperamenti diversi che manifestano anche attraverso il sonno e, talvolta, diventa difficile riportare un bimbo molto attivo al sonno profondo. La situazione spesso può diventare esasperante e generare pensieri negativi, rabbia e frustrazione, nonché sensi di colpa circa le proprie capacità di saper gestire il figlio.

Bambini e adulti hanno dei ritmi fisiologici molto diversi ed è difficile trovare un punto d’incontro che coniughi le esigenze di entrambi. A tal proposito, esistono molte riviste, articoli e libri specializzati in strategie di aiuto educazionale per i piccoli insonni. Tendenzialmente, i genitori seguono due schemi di atteggiamento contrapposti: quelli spinti da una condotta materna e aperta ad ogni manifestazione del figlio e quelli che agiscono sulla base di ferrei principi comportamentali.

Il sonno è una funzione fisiologica strettamente correlata alla nutrizione ed allo svezzamento ed è dipendente dalla modalità di accudimento materno e paterno ed anche dal rapporto di coppia, che risulta essere altrettanto determinante. Al neonato, con le nuove ricerche neuropsicologiche, vengono oramai riconosciute molte capacità: egli risulta essere molto sensibile nell’avvertire le emozioni delle persone che si occupano di lui e di rispondere ad esse. Ecco, quindi, che molte delle difficoltà di crescita e di relazione familiare trovano espressione nell’ambito dei bisogni fondamentali, come il sonno.

Sonno e nutrimento sono i campi in cui l’adulto sperimenta il proprio affetto, la propria disponibilità e la capacità di dare limiti ed è giusto che vi sia un’alternanza equilibrata di tutti questi fattori (ma spesso i genitori non ne sono convinti e si sentono in colpa) che permetta al bimbo di svilupparsi a tutti i livelli. I genitori che lavorano e si assentano da casa per tutta la giornata, spesso non sono sincronizzati con le tappe evolutive del bambino, il quale andrebbe piano piano accompagnato verso una separazione-individuazione dai genitori, mentre in realtà si verifica che la notte venga vissuta come un’opportunità per stare insieme.

Il piccolo necessita di aiuto nell’affrontare la propria crescita fisiologica, cognitiva ed affettiva, ma anche i genitori hanno bisogno di aiuto nel capire i propri sentimenti e le proprie difficoltà che incontrano durante l’evoluzione con il bambino.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Separazione dei genitori: che sofferenza per i figli!

Separazione dei genitori: che sofferenza per i figli!

Studi sociologici e demografici affermano che la separazione matrimoniale sia un fenomeno esploso a partire dagli anni Sessanta con una differente incidenza nei diversi paesi: in quest’ultimo decennio, negli Stati Uniti, in Inghilterra e nei paesi scandinavi il tasso dei divorzi si aggira tra il 40-50% sul totale dei matrimoni. In Italia, la legislazione ha introdotto il divorzio solo negli anni Settanta. Tra i paesi industrializzati, l’Italia ed il Giappone presentano il tasso percentuale di divorzio minore rispetto agli altri paesi appartenenti alla stessa fascia socioeconomica. Tali valori demografici vanno bene interpretati poiché la statistica non tiene conto del fatto che in Italia, unico tra i paesi industrializzati ad imporre lo scioglimento dello stato matrimoniale in due stadi, la metà dei coniugi separati non sceglie il divorzio.

Perché la coppia sceglie la separazione? Nella maggior parte dei casi di coniugi con figli, la motivazione risiede nella necessità di conseguire una qualità della vita migliore per se stessi e per i figli ed è ciò che effettivamente accade. Ciò non esula, però, dal fatto che tale evento familiare trascini con sé diversi vissuti emotivi nella psicologia dei figli. A determinare il tipo di reazione psicologica dei bambini e dei ragazzi di genitori separati concorrono tre specifici fattori: la gravità del conflitto tra i genitori, il contesto socioeconomico e culturale della famiglia, la qualità del ruolo educativo di almeno uno dei genitori.

Nell’analizzare gli effetti della separazione sui figli, bisogna rifarsi alla letteratura anglosassone che ha prodotto un grandissima quantità di studi clinici. La maggior parte dei dati forniti dalla ricerche empiriche, concorda nel riconoscere che la fine del matrimonio causi sicuramente conseguenze psichiche e comportamentali spiacevoli nei figli a qualsiasi età essi subiscano l’evento.

Quando la separazione avviene durante la gravidanza o nei primi mesi di vita del neonato, egli potrebbe risentire dello stato emotivo materno e manifestarlo con un rallentamento nello sviluppo fisico e cognitivo.

Per bambini tra gli 1 e i 3 anni, potrebbero emergere tratti di insicurezza ed eccessivi timori, una maggiore richiesta di attenzione attraverso atteggiamenti regressivi, disturbi del sonno, ansia, nervosismo. Tali disagi sono determinati anche da cambiamenti nella routine, nelle figure di accudimento (es. presenza di una baby sitter ed allontamento di uno dei genitori a cui si è molto legati), dal cambio di casa, nonché dall’umore del genitore con cui si vive.

Tra i 3 e 6 anni, non capendo cosa significa la separazione, ma accorgendosi che un genitore non vive e non dorme più nella stessa casa, si scatenano nel bambino svariate interpretazioni. Le più comuni vedono il piccolo incolparsi dell’allontanamento del genitore specie se, nei conflitti precedenti alla separazione, il tema di disaccordo tra adulti includeva per qualche motivo il figlio stesso. Come conseguenza, il bambino può manifestare una sospetta docilità atta a fare riavvicinare il genitore allontanato, oppure una oppositività eccessiva come segno di rabbia per la perdita della stabilità familiare. E’ probabile, quando viene allontanato dal tetto familiare il padre, che un figlio maschio nutra il timore di essere anch’egli rifiutato dalla madre soprattutto se viene rimproverato di rassomigliare al papà.

Per figli nella fascia di età tra 6 e 10 anni, i vissuti sono riconducibili alla tristezza, alla rabbia ed alla nostalgia. Avvertono maggiormente un senso di trascuratezza e solitudine; ricercano con forza le attenzioni dei genitori anche comportandosi male, oppure chiudendosi in sé, badando da soli a loro stessi o ai fratelli minori.

Nei ragazzi in preadolescenza o adolescenza, affiora il conflitto tra l’amore per i genitori e la rabbia per la loro condotta. Sono disorientati e confusi anche in merito ai valori morali da adottare nella vita. Problemi scolastici e condotte ribelli appaiono sia a causa della sofferenza provata, sia come atto punitivo nei confronti degli adulti.

In generale, è il clima di conflitto tra i genitori, che siano uniti o separati, a determinare un malessere psichico e disturbi comportamentali della prole. Alcuni studi hanno indagato se l’evento della separazione o divorzio rappresentasse la causa primaria dei vissuti negativi sui figli o se, invece, lo determinasse il solo rapporto conflittuale tra genitori. A tale scopo, è stato costituito un campione di 120 ragazzi tra i 7 e 15 anni, metà dei quali provenienti da famiglie separate e metà da famiglie unite. Attraverso test psicologici ed interviste cliniche, è emerso che il conflitto genitoriale determina disturbi emotivi e caratteriali nella prole. Viene attribuita, quindi, poca importanza ed influenza all’evento della separazione sullo stato psicologico dei ragazzi. Nell’esaminare l’effetto a lungo termine della separazione, sono state svolte ulteriori ricerche su un campione italiano di ragazzi tra i 15 ed i 26 anni diviso omogeneamente in due gruppi a seconda della provenienza da famiglie unite o separate da almeno 9 anni. Non emergono significative differenze tra i due gruppi per ciò che concerne la fiducia nell’altro sesso e la capacità di creare e vivere relazioni affettive stabili. Il dato positivo è che il gruppo dei figli di genitori separati rivela una maggiore indipendenza che esprime a livello economico e comportamentale andando prima a vivere da solo e contribuendo precocemente al proprio mantenimento. I figli di coppie separate, inoltre, costituiscono legami affettivi molto forti all’infuori della propria famiglia e frequentano con maggiore assiduità i loro amici rispetto ai ragazzi provenienti da famiglie unite. Esistono, quindi, conseguenze positive sullo sviluppo psichico dei figli di famiglie divise. Per contro, è emerso che essi esprimono un rapporto scarsamente soddisfacente con il proprio padre, riferiscono maggiori difficoltà a livello scolastico e disagi personali tali da richiedere consultazioni psichiatriche e psicoterapeutiche.

Tutti i figli che vivono rapporti conflittuali tra i genitori soffrono.

Spesso la famiglia non si accorge dei disagi che il loro conflitto provoca. La consulenza psicologica è una scelta opportuna e fortemente consigliata. L’intervento psicologico deve avvenire a livello di coppia per appianare e risolvere il conflitto e, laddove impossibile, nello stabilire quando il disaccordo è insanabile e deleterio per i figli. La consultazione psicoterapeutica è consigliata nell’assistere anche individualmente bambini o ragazzi offrendo loro l’opportunità di uno spazio in cui manifestare e capire il loro malessere e le dinamiche relazionali. Tali percorsi sono, altresì, integrati con sedute di tipo familiare specie per famiglie con figli in età adolescenziale o preadolescenziale.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la separazione della coppia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La Sindrome da Stanchezza Cronica

La Sindrome da Stanchezza Cronica

Esistono alcune malattie che si manifestano con un insieme di sintomi fisici e psichici e che spesso rappresentano per il medico una vera sfida diagnostica e terapeutica. Mi riferisco ad alcune situazioni cliniche emergenti, che ancora non sono parte integrante della nosografia ma sono sempre più frequentemente condizioni che si presentano all’attenzione del medico, il quale spesso ha pochi strumenti per interpretarle ed affrontarle nella loro vera essenza.

Si cerca comunque di alleviare le sofferenze somministrando molecole che possano agire sui disturbi riferiti dai pazienti in modo sintomatico. Nell’ambito di una Medicina Integrata, accanto a questo indubbiamente utile approccio, è necessario approfondire sempre più i meccanismi patogenetici che portano allo sviluppo di queste condizioni mediche, in modo da poter agire su di questi prima ancora che inducano la comparsa di sintomi.

Una di queste condizioni è la Sindrome da Stanchezza Cronica o Sindrome da Fatica Cronica.

In questi casi è necessario innanzitutto fare una corretta diagnosi differenziale, escludendo l’origine della profonda astenia all’interno di altre patologie, sia mediche che psichiatriche. Per questo è importante l’integrazione di figure professionali che siano in grado di fare, o escludere, diagnosi che potrebbero spiegare la stanchezza grave riferita dal paziente.

In questo senso la collaborazione di uno psichiatra e di un internista, sensibili all’esistenza di patologie quali la Sindrome da Stanchezza Cronica, è necessaria al fine di proporre una corretta terapia, che sarà di tipo medico-nutrizionale e, se necessario, di tipo psicologico per motivare e supportare il paziente a modificare il proprio stile di vita, condizione necessaria per la risoluzione dei sintomi.

Il dott. Francesco Facchini pone l’attenzione sullo stress ossidativo causato da alimentazione profondamente errata e da carenze nutrizionali che inibiscono e rallentano i processi metabolici e biochimici, causando stanchezza eccessiva.

Lo stress è però anche di tipo Neuroendocrino, l’organismo cioè può ridurre le proprie capacità di disintossicazione e protezione anche attraverso l’attivazione di vie metaboliche che hanno la loro origine nello stress psicologico. Ed ecco che ancora una volta un approccio di tipo integrato è quello che può fornire al paziente una maggiore probabilità di successo per risolvere o modulare l’entità del suo disagio.

La Sindrome da Fatica Cronica

Nell’ultimo ventennio, anche in Italia, ha esordito e poi assunto proporzioni rilevanti, una forma clinica nota come Sindrome da Fatica Cronica. Oramai si stima che una persona adulta su 3/4 ne sia affetta, in vario grado.

Questa sindrome, quasi ignota in precedenza, non è ovviamente dovuta a motivi genetici, in quanto un lasso di tempo di venti anni è troppo breve per determinare cambiamenti a livello genetico nella popolazione.

Fino a qualche anno fa chi ne era affetto era stigmatizzato come malato mentale o psicosomatico. Spesso il riferimento a una causa psicologica era il risultato di numerose visite che non portavano ad alcuna diagnosi né alla risoluzione del problema. Tale conclusione era spesso supportata dal fatto che la Sindrome da Fatica Cronica comunemente si associa a disturbi del sonno e a sintomi depressivi, a volte anche con attacchi ansiosi. In assenza di cause organiche il medico concludeva associando lo stato di grave astenia ad un disturbo depressivo e come tale il paziente veniva inviato allo psichiatra.

Prima di diagnosticare la Sindrome da Fatica Cronica vanno escluse cause organiche di base che possono dare stanchezza come sintomo, ad esempio disturbi della tiroide, diabete, epatiti ed anche escludere la presenza di un vero Episodio Depressivo. Di solito queste cause di stanchezza si trovano in meno del 10% di chi si rivolge al medico a causa di stanchezza continua e debilitante.

Nell’ultimo ventennio profondi cambiamenti hanno influenzato la nostra società. Uno dei principali riguarda l’alimentazione, sia sotto il profilo della quantità che della qualità. Si stima che il consumo medio, pro capite, di zuccheri semplici e complessi, bevande gassate, caffeina, sale e grassi dannosi per l’organismo sia aumentato drasticamente, mentre l’attività fisica media e le ore di sonno sono diminuite. E’ possibile che la Sindrome da Fatica Cronica possa essere spiegata da questi cambiamenti nutrizionali?

La risposta è: ASSOLUTAMENTE SI !

La stanchezza è il sintomo di uno sbilancio corporeo di stress ossidativo. In pratica, più radicali liberi ossidanti vengono prodotti dall’organismo quando lo stile di vita è dannoso e meno efficaci sono i processi metabolici che vi si oppongono. Quindi, se gli stanchi cronici sono ossidativamente più stressati, come possiamo risolvere il loro problema e ridargli le necessarie energie? Una semplice analisi dell’alimentazione può già inquadrare la condizione e permettere di impostare la strategia terapeutica adeguata. Al paziente verrà chiesto di compilare un diario alimentare dell’ultima settimana in base al quale il medico analizzerà i nutrienti assunti e le eventuali carenze. Spesso un eccesso di ferro e di consumo glucidico e un ridotto apporto di rame, selenio, zinco, manganese, magnesio e cromo sono identificati tramite una semplice intervista e il diario alimentare. A ciò vanno associati i risultati di semplici tests ematochimici di routine. La correzione degli squilibri alimentari, senza necessità di riduzione calorica, integrata o meno con una corretta igiene del sonno (periodo in cui il corpo umano ripara i danni da stress ossidativo), porta nel giro di un breve periodo di tempo a una risoluzione dei sintomi, totale o comunque notevole, nella maggior parte dei pazienti cronicamente stanchi.

Non malati di mente, quindi, ma semplicemente stressati da una dieta sbagliata.

Il dott. Francesco Facchini si occupa di malattie metaboliche e malattie croniche legate all’invecchiamento umano, in particolare diabete, obesità e ipertensione.
Ha lavorato presso la Stanford University e conseguito la specialità in Medicina Interna presso l’Ospedale St. Mary a San Francisco, e la specialità di Nefrologia e Ipertensione presso l’Università di California a San Francisco.
Dal 1996 è professore volontario presso UCSF (University of California a San Francisco) e ha lavorato come dirigente e consulente in ospedali e cliniche negli Stati Uniti, Svizzera e Germania.
E’ autore di pubblicazioni riguardanti le cause d’invecchiamento e delle malattie croniche e metaboliche e del regime dietetico su queste patologie.
Il dott. Facchini vive in Svezia e visita a Milano, una volta al mese, presso lo Studio di Psichiatria Integrata in piazzale Gorini 6.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Ansia e Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Ma come russi!!!

Russamento, Apnee Ostruttive Notturne e Disturbi del Sonno

Quante volte molti di noi si sono sentiti fare questo ammonimento!

L’argomento non è banale e vi assicuro che in ambulatorio è causa di vere proprie discussioni di coppia  durante le quali , spesso, il soggetto che” subisce” il russamento è tacciato di nevrosi o quanto meno ipersensibilità nei confronti dei rumori esterni. Al di là di questo seppur importante impatto tra chi condivide la stessa camera da letto, il disturbo rappresenta un serio problema medico.

Incominciamo con definire cosa si intende per russamento:  si tratta di un rumore per di più inspiratorio prodotto dalla vibrazione del palato molle e dei pilastri posteriori delle fauci dovuto a un restringimento  delle vie aeree superiori.

Sappiamo che la respirazione è sotto il controllo di  un pace-maker situato a livello di una parte dell’encefalo denominata bulbo; questo centro risente e risponde a tre ordini di informazioni:

  1. Chimiche : fanno riferimento ai valori  ematici di ossigeno e CO 2 e del pH;
  2. Meccaniche: arrivano al centro respiratorio attraverso il nervo vago e hanno origine dai polmoni e dalla parete toracica;  i recettori di tipo meccanico sono sensibili allo stiramento, all’irritazione e se stimolati, accorciano l’inspirazione rendendo la respirazione rapida e superficiale;
  3. Comportamentali : le relazioni sociali , le emozioni, gli stress o semplicemente la assunzione dei pasti , sono tutte condizioni che influenzano, variandola, la attività respiratoria.

Anche la compromissione delle componenti periferiche della respirazione, polmonare e  muscolo-scheletrica, possono  quindi contribuire all’insorgenza di quadri di patologia respiratoria legati al sonno.

Ma cosa succede mentre dormiamo alla nostra respirazione ?

Nel sonno si verificano nei diversi stadi , modificazioni del controllo della respirazione caratterizzate da:

  • prevalenza del centro metabolico/automatico;
  • diminuzione del tono dei muscoli dilatatori delle vie aeree, con conseguente aumento della resistenza al flusso aereo;
  • riduzione dell’efficienza meccanica del sistema addome/ torace e i n particolare durante il sonno REM,   riduzione della risposta ventilatoria agli stimoli di aumentata CO2 e  riduzione di ossigeno.

Durante il sonno, vi è quindi la perdita del cosiddetto drive di veglia, cioè delle efferenze volontarie che partecipano al mantenimento di una ventilazione adeguata alle diverse necessità dell’organismo.

Queste premesse per capire meglio come  diverse condizioni favoriscono il russamento : per es. l’ipertrofia tonsillare e adenoidea, la deviazione del setto nasale, i polipi nasali e anche l’assunzione di alcuni farmaci.

Ma torniamo al nostro individuo russatore; durante il russamento vi è un amento inspiratorio dell’attività dei muscoli intercostali e della depressione endoesofagea  proprio per cercare di vincere la resistenza data dalle vie aeree ristrette al passaggio dell’aria.

Nei forti russatori poi possono presentarsi delle apnee ostruttive durante le quali  si verifica un vero e proprio  arresto del flusso di aria attraverso le vie aeree superiori (naso e bocca), mentre continuano e aumentano progressivamente i movimenti del torace e della parete addominale volti a vincere l’ostruzione , fino a ottenere la ripresa del respiro.

La Sindrome delle Apnee Ostruttive Notturne

Il quadro clinico della SINDROME DELLE APNEE OSTRUTTIVE NEL SONNO (SAOS) è molto ricco e oltre al russamento , che può essere il primo sintomo e quello che porta il paziente a consultare il medico, si caratterizza  per   un sonno agitato, risvegli per bisogno di urinare, sonnolenza diurna, cefalea mattutina, aggressività, irascibilità, alterazioni della memoria, riduzione della libido, modificazioni metaboliche e ormonali.

I soggetti maggiormente predisposti sono maschi di età superiore ai 30 anni

E’ nota la frequente associazione della sindrome con obesità, ipertensione arteriosa e cardiopatie.

Fattori di rischio il diabete, la broncopneumopatia cronica e ovviamente le patologie delle cavità nasali, del palato molle (ptosi), del faringe

Si comprende quindi l’importanza di non banalizzare un sintomo così frequente che può esser la spia di una patologia che conduce nel tempo , se non curata, anche a rischi consistenti.

La dott.ssa Nicoletta Rocca, Neurologa, può consigliarvi riguardo ai Disturbi del sonno a Milano e al russamento, collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.