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Articoli che trattano di: Disturbi della Personalità

Disturbi di Personalità

 
Mentre il temperamento è geneticamente determinato, la personalità si forma nel corso della vita e rappresenta l’insieme delle modalità cognitive ed emotive che ci caratterizzano e attraverso le quali ci confrontiamo con le questioni della vita e ci relazioniamo.

Un ruolo fondamentale per la strutturazione della personalità giocano le interazioni tra fattori biologici, costituzionale e le esperienze ambientali e relazionali precoci.

Si parla di Disturbo di Personalità quando i tratti che la caratterizzano sono disadattivi in modo pervasivo e permanente, determinando una condizione di disagio soggettivo, compromissione professionale e difficoltà nella vita di relazione.

Insorgono precocemente fin dall’adolescenza e se non trattati tendono ad avere un decorso cronico.

In questi casi la psicoterapia è indispensabile e può essere necessario un supporto farmacologico per trattare alcuni sintomi o le complicanze come l’insorgenza di una Depressione o di un Disturbo d’Ansia.

Spesso i pazienti abusano di farmaci o alcol per placare le sofferenze che il disturbo determina.

Esistono tre categorie diverse di Disturbi di Personalità:

il Cluster A comprende il disturbo Paranoide, Schizoide e Schizotipico;
il Cluster B comprende il Disturbo Istrionico, Narcisistico, Antisociale e il Disturbo Borderline di personalità;
il Cluster C comprende il Disturbo di Evitamento, Dipendente, Ossessivo-compulsivo e Passivo-aggressivo.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità

La personalità in psichiatria è definita come l’insieme dei modi con cui percepiamo e viviamo la realtà, consideriamo le altre persone e noi stessi, il nostro modo di metterci in relazione con il mondo esterno e di reagire alle difficoltà della vita, intese sia sul piano concreto sia sul piano emotivo e affettivo. E’ la risultante del temperamento, che è innato, e di ciò che accade in noi attraverso gli innumerevoli eventi con i quali ci confrontiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo.

A volte il processo di costruzione della personalità non avviene in modo adeguato o completo, dando luogo a tratti della personalità troppo rigidi e poco efficaci. Sebbene si confrontino con notevoli difficoltà, è impossibile per questi soggetti modificare i propri schemi di pensiero, cui fanno seguito comportamenti spesso disfunzionali e inadatti.

Un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata sarà invece capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.mStare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Le cause del disturbo evitante di personalità

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

La terapia del disturbo evitante di personalità

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull’ambiente esterno: “sono gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano o come trascorrono la loro vita,  mi annoio e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

La terapia farmacologica può aiutare, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione  a situazioni solitamente evitate.Per questo obiettivo possono essere anche utilizzati i B-bloccanti grazie loro potere sui sintomi periferici dell’ansia come il tremore, la sudorazione e il rossore.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Evitante di Personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Essere flessibili ci rende più felici

 Essere flessibili ci rende più felici

I pazienti affetti da Disturbi di Personalità possiedono una struttura psicologica rigida e poco flessibile, il loro modo di affrontare la vita è caratterizzato da scarsa adattabilità, queste persone  utilizzano schemi di ragionamento e di comportamento sempre identici , senza avere la sufficiente capacità di modularli e modificarli a seconda del contesto specifico.

Questo modo di funzionare può generare significativi problemi in aree importanti  della vita, tipicamente nelle relazioni interpersonali, influenzando negativamente e in modo costante la qualità dell’esistenza del paziente.

Un Disturbo di Personalità non è una patologia psichiatrica segnalata sempre da sintomi evidenti, come ansia o depressione,  ma non riguarda quelle normali e fisiologiche sfumature del carattere che identificano ciascuno di noi e che, a volte, possono essere lievemente problematiche nella quotidianità. Vivere in modo cronico situazioni che possono evolvere in modo frustrante può dare il via ad una sofferenza personale che spesso favorisce anche lo sviluppo di un disturbo psichiatrico più strutturato come una Depressione o un Disturbo d’Ansia.

Il loro riconoscimento come tratto patologico è difficile per il paziente stesso che tende a considerarlo come il suo modo di essere fatto.  Troppo identificati ed abituati al nostro modo di essere, poco osservatori consapevoli delle nostre vite, fatichiamo a riconoscere come disadattivi alcuni tratti del carattere e spesso anche il clinico sente la necessità di un approfondimento che vada al di là del solo colloquio con il paziente. Esistono, infatti, diversi test personologici che possono indagare i tratti della personalità, distinguendoli sia dal punto di vista qualitativo che per ciò che riguarda la loro eccessiva penetranza e quindi la loro problematicità. Più frequentemente sono i famigliari e le persone che entrano in relazione con questi soggetti che percepiscono e rilevano le difficoltà di cui il paziente non è  consapevole. Solitamente la richiesta di aiuto allo specialista arriva dopo anni di incomprensioni riguardo ai motivi dei propri fallimenti e frustrazioni, personali, affettivi, relazionali o professionali.

Un soggetto affetto da Disturbo di Personalità può, infatti, andare in contro ad importanti sofferenze e difficoltà  durante la sua esistenza, può incorrere in frequenti fallimenti affettivi o delle proprie mete esistenziali, può avvertire una identità di sé svalutata , fragile, con sensi di colpa, può sperimentare sintomi di ansia o un vago senso di tristezza, insoddisfazione e noia, che vanno ben inquadrati e non devono sempre e comunque essere interpretati come forme di Depressione .

In condizioni ottimali i tratti di personalità dovrebbero essere flessibili e fluidi, cioè adattabili alla situazione contingente e alle diverse relazioni.

Un semplice esempio in cui tutti noi ci possiamo riconoscere sono i nostri tratti di inclinazione alla dipendenza o alla autonomia rispetto alle altre persone. Questi due aspetti  influenzano il modo con cui entriamo in relazione con gli altri, percepiamo gli altri e ci sentiamo sicuri e compresi oppure soli e abbandonati. Un’autonomia troppo spiccata, e ritenuta come un valore a cui non rinunciare, ha sicuramente un impatto negativo sulla capacità di vivere  relazioni di profondo e intimo scambio, anche se chi la utilizza può non rendersene conto, non patirne e anzi considerarla un vantaggio, una capacità, una difesa dal rischio di essere vittima di sofferenze affettive. Allo stesso modo, un’eccessiva inclinazione alla dipendenza, in tutte le relazioni, può creare altrettanti comprensibili problemi.

Un altro tipico tratto della personalità potrebbe essere la maggiore o minore inclinazione a fidarsi, ad avere fiducia negli altri. Un’adeguata flessibilità ci permette di comprendere quando è meglio diffidare ed  essere più cauti, senza sviluppare una indiscriminata sospettosità.

Un paziente con Disturbo di Personalità potrà essere sempre e comunque eccessivamente sospettoso delle intenzioni altrui nei suoi confronti, anche qui con conseguenze potenzialmente negative sulla sua vita sociale e relazionale. È la nostra capacità di adeguare in modo fluido le nostre risposte ai problemi, generate il più delle volte in modo automatico, che ci può aiutare a risolvere o attenuare le conseguenze di un momento difficile nella nostra esistenza. E’ sempre molto affascinante per me l’immagine del giunco di canna di bambù che, sferzato dal vento forte si lascia andare e si flette senza spezzarsi, per poi tornare nella sua originale forma una volta superata la tempesta.

Disturbi personalità a Milano diagnosi e cura psichiatra Milano Psicoterapeuta
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Definizione di personalità

 Tutti noi abbiamo una nostra specifica personalità che si forma nel tempo ed è il risultato del temperamento innato integrato a tutte le esperienze di vita che attraversiamo nel crescere e di come le elaboriamo. La nostra personalità, sana o patologica è una mescolanza di tante sfaccettature o tratti che alla fine ci caratterizzano come individui singoli e irripetibili: “ la personalità è ciò che si è”. Capire la struttura di personalità di un paziente è spesso più rilevante per lo psichiatra  che capirne il problema manifesto, anche perché sarà grazie alla sua personalità che il paziente troverà e attiverà le risorse per risolvere o per convivere con il suo problema, sia esso fisico che emotivo. Può essere quindi definita come “un insieme di modi di pensare, agire, sentire e comportarsi n che rimangono relativamente stabili nel tempo”. Certamente i tratti di personalità disfunzionali appaiono molto più evidenti quando entriamo in relazione con l’altro, possono invece rimanere più silenti se conduciamo una vita più ritirata.

Sono  l’impatto e la sofferenza personale, il disagio interno e altrui che segnalano e fanno da termometro rispetto a qualcosa che non sta funzionando in modo efficace. Perché, in effetti, il parametro più utile è proprio quello dell’efficacia delle nostre azioni e dei nostri pensieri, per ciò che riguarda l’obiettivo a breve termine ma anche, e soprattutto, gli sviluppi a lungo termine delle nostre azioni. E’ importante segnalare il fatto  che anche persone capaci di un funzionamento personologico del tutto adeguato e adattabile, sebbene nelle loro diverse specificità, in condizioni di stress acuto o cronico possono ovviamente accentuare alcuni tratti a scapito di altri meno funzionali  risultando, per quella specifica contingenza, meno capaci di accedere a stili di problem solving efficaci.

Classificazione di Disturbi di Personalità

I Disturbi di Personalità si dividono in tre Gruppi o Cluster.

  •  Cluster A: appartengono a questo gruppo I Disturbi Schizoide, Schizotipico e Paranoide. Sono caratterizzati da comportamenti bizzarri o eccentrici, da un atteggiamento sospettoso e da un sostanziale disinteresse e distacco verso gli altri, con uno stile di vita autonomo e riservato.
  • Nel Cluster B sono annoverati i Disturbi di Personalità caratterizzati da un’esagerata espressione emotiva, con comportamenti spesso drammatici o impulsivi. L’instabilità dell’immagine di sé e nelle relazioni interpersonali è caratteristica di queste persone che tendono ad oscillare tra idealizzazione  e svalutazione. Appartengono a questo gruppo il Disturbo Borderline, Narcisistico, Istrionico e Antisociale di Personalità.
  • Cluster C: Sono i Disturbi caratterizzati da ansia e inibizione. Questi soggetti sono per lo più ritirati e timidi e temono il giudizio altrui. A differenza dei soggetti del Cluster A per loro lo stare soli è fonte di sofferenza e non una ricerca deliberata. Tendono ad essere dipendenti nelle relazioni con elevati bisogni di ascolto e accudimento. Sono il Disturbo Evitante, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo  e il Disturbo Dipendente di Personalità. 

I Disturbi di personalità devono essere diagnosticati e curati

Una personalità disfunzionale, come abbiamo detto, espone la persona ad una serie di possibili fallimenti e sofferenze che si ripetono nella propria esistenza proprio a causa della rigidità con cui il paziente sembra non poter imparare dalla esperienza. Tutto ciò nel tempo può causare problemi emotivi ma anche concreti tali per cui al Disturbo di Personalità può associarsi anche un vero e proprio Disturbo d’Ansia o una Depressione o spesso un abuso di alcool o sostanze stupefacenti.

I Disturbi di Personalità vanno quindi sempre curati e il trattamento di elezione è la psicoterapia.

In alcuni specifici casi da valutare di volta in volta, per un breve periodo potrebbe essere indicata l’associazione con una terapia farmacologica, mirata alla risoluzione dei sintomi e dei disagi più eclatanti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi di personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Ansia e Alcolismo

Ansia e alcolismo

L’alcool è una sostanza psicotropa che agisce come sedativo a livello del sistema nervoso centrale e facilità la disinibizione sociale, è quindi una sorta di anestetico della sofferenza emotiva. È definita psicotropa una sostanza in grado di agire a livello cerebrale dando sintomi di dipendenza e fenomeni di tolleranza e assuefazione.

Per queste sue proprietà esiste un’importante relazione tra abuso di alcool e ansia.

Oltre ai disturbi dovuti all’abuso, l’alcool può indurre altri tipi di sindromi come la dipendenza, l’astinenza e l’intossicazione acuta alcolica, condizione talvolta molto grave, se non trattata in tempo, e potenzialmente mortale.

L’alcolismo richiede un intervento terapeutico integrato con lo psichiatra, lo psicologo e spesso il medico internista, a causa delle conseguenze che dell’uso incontrollato e prolungato possono avere anche a livello fisico, in particolare sul fegato e sul sistema nervoso con la comparsa di sintomi  neurologici, sugli apparati  gastrointestinale e cardiovascolare.

I danni provocati non dipendono esclusivamente dalla quantità di alcool ingerita ma anche da variabili soggettive, geneticamente determinate, come la capacità di metabolizzare l’alcool etilico, che è variabile da soggetto a soggetto.

Dagli anni ’60 l’abuso di alcool è stato finalmente riconosciuto come una patologia medica e di conseguenza non solo considerato un comportamento scorretto su un piano morale e sociale. Certamente questo ha contribuito alla grande quantità di studi clinici che indagano le cause, studiano la prevenzione e migliorano nel tempo le conoscenze riguardo alla terapia.

Il fenomeno dell’alcolismo sta assumendo proporzioni molto preoccupanti dal punto di vista sociale e sanitario,  soprattutto si sta notevolmente abbassando l’età in cui inizia il consumo di alcool e l’età in cui compaiono i primi problemi fisici e psichici legati all’uso eccessivo di bevande alcoliche. L’alcool viene sempre più utilizzato dai giovani come disinibente  sociale e, nel caso di una personalità fragile o di ragazzi inclini ad ansia e depressione, la possibilità di sviluppare una vera e propria  dipendenza è elevatissima.

Si parla di Disturbo da Dipendenza quando insorgono sintomi fisici, psichici, cognitivi e comportamentali in seguito all’assunzione di alcool.

Sintomi psichici e comportamentali legati all’alcolismo

Da un punto di vista psichico il pensiero sull’alcool e la sua  ricerca  diventano i contenuti prevalenti nella mente del soggetto, con le caratteristiche di pensiero ossessivo che si accompagna all’incapacità di controllare o ridurre l’assunzione. Il soggetto non riesce a moderare o ad astenersi dal bere nonostante la sua convinzione sia di potercela fare e nonostante ciò lo porti ad uno stato di alterazione evidente, con ripercussioni a livello sociale o lo esponga a condotte rischiose, come la guida in stato di ebrezza o lo svolgimento di attività di lavoro  in cui è necessaria concentrazione e una presenza lucida.

Il paziente è inoltre costretto ad assumere via via quantità maggiori di alcool per evitare i sintomi dell’astinenza, questo perché vi è un graduale aumento delle capacità del fegato di metabolizzare l’alcool, per il fenomeno della cosiddetta tolleranza. Naturalmente l’evoluzione è verso una condizione in cui compaiono i sintomi caratteristici dell’astinenza alcolica.

Questo avviene soprattutto nelle ore mattutine a causa del calo del tasso etilico durante il sonno. I disturbi dovuti all’astinenza scompaiono con l’assunzione di alcool e ciò produce un circolo vizioso per cui il paziente tende a bere già alla mattina e poi durante tutta la giornata per evitare i sintomi della astinenza.

Altri sintomi tipici nei soggetti che abusano di alcool sono le modifiche del tono dell’umore, che oscilla da stati depressivi a stati di disforia caratterizzata da irritabilità, aggressività e l’impulsività e lo sfasamento del ritmo sonno veglia.

Sintomi fisici dell’alcolismo

L’etanolo aumenta la secrezione acida dello stomaco e può provocare una gastrite di tipo emorragico. L’esofago è un altro organo spesso danneggiato nei forti bevitori, anche in questo caso si osservano erosioni della mucosa e un importante aumento del cancro esofageo.

Sempre a livello esofageo nei pazienti in cui è già presente lo stato di grave sofferenza epatica, si possono formare delle varici, cioè delle dilatazioni di vasi venosi che, in alcuni gravi casi rischiano di rompersi determinando delle profuse emorragie e talvolta condurre alla morte del paziente.

Una gravissima patologia conseguente all’assunzione esagerata di alcolici è la pancreatite che causa necrosi e atrofia della ghiandola nei casi cronici ma può anche manifestarsi in forme acute, fulminanti e mortali.

Molto nota l’epatite da alcool la cui evoluzione è nella cirrosi epatica e quindi nel cancrocirrosi, cioè quella forma di tumore maligno che colpisce il fegato affetto da cirrosi.

A livello del sistema nervoso l’alcool determina una poli-nevrite cioè un’infiammazione e poi una degenerazione delle fibre nervose dovuta all’effetto tossico dell’alcool e alle carenze vitaminiche. I sintomi sono inizialmente di tipo sensitivo come crampi o parestesie e poi sono alterate anche le funzioni motorie.

L’apparato cardio-vascolare anche è leso dall’azione tossica dell’acetaldeide, che deriva dal metabolismo dell’alcool etilico, sulle fibre cardiache, ciò può portare a insufficienza del muscolo cardiaco con tachiaritmie, difficoltà respiratorie, edemi alle caviglie e ipertensione arteriosa.

Disturbi della sfera cognitiva nell’alcolismo

L’abuso cronico di alcool si accompagna ad evidenti disturbi della memoria, soprattutto quella a breve termine, che viene definita come memoria di fissazione. Altri deficit cognitivi sono le evidenti difficoltà di concentrazione e di attenzione che possono gravemente interferire con le quotidiane attività lavorative o personali.

Cause dell’alcolismo

Fattori predisponenti all’abuso di sostanze psicoattive sono la struttura della personalità e la presenza di un disturbo psichiatrico maggiore, come i Disturbi d’Ansia e la Depressione, non adeguatamente riconosciuti e curati. Gli alcolisti utilizzano la sostanza per automedicarsi.

Spesso i pazienti con abuso e dipendenza da alcool hanno una famigliarità positiva per Disturbi dell’Umore o d’Ansia e frequentemente nella famiglia di origine altri hanno sofferto di alcolismo. I pazienti presentano una struttura caratteriale incline a vissuti di tipo ansioso o depressivo, hanno personalità dipendenti e fragili, inclini a impulsività e bassa autostima, difficoltà relazionali, poche capacità di problem solving e di gestione emotiva della frustrazione. Tutte queste caratteristiche rendono il paziente più esposto alla sofferenza di fronte alle inevitabili difficoltà e ai disagi esistenziali. A volte l’alcolismo è la conseguenza dell’impossibilità di elaborare un grave evento traumatico come può tipicamente accadere dopo un grave lutto non elaborato.

La percentuale di disturbi psichici riscontrata negli alcolisti disintossicati è notevolmente maggiore rispetto alla popolazione generale, confermando come l’alcool venga utilizzato a scopo automedicazione per lenire, non soltanto sentimenti spiacevoli come la tensione o il senso di vuoto e solitudine o problemi relazionali, ma anche veri e propri sintomi di patologie come gli attacchi di panico, la fobia sociale, il disturbo d’ansia generalizzato, l’agorafobia, la depressione e la distimia. Anche nella fase euforica del Disturbo Bipolare può esserci abuso di alcool come conseguenza della disinibizione, dell’impulsività e della scarsa capacità di valutare le conseguenze del proprio comportamento che caratterizza questa patologia.

La Sindrome da Astinenza Alcolica

E’ un’importante situazione clinica caratterizzata da sintomi e segni molto evidenti e che richiede un corretto e tempestivo intervento medico. Si instaura dopo alcune ora dalla brusca interruzione o dalla drastica riduzione del consumo di alcool. I sintomi principali sono una forte ansia e stato di agitazione psichica e motoria, tremori evidenti soprattutto alle mani, irritabilità, sintomi depressivi, grave insonnia e un senso di angoscia profonda con paura della morte. Una sintomatologia che per molti aspetti è simile a quella di un attacco di panico. Spesso sono presenti nausea, vomito, sudorazione profusa, tachicardia. Nei casi più gravi si hanno allucinazioni, soprattutto visive, stato confusionale, disorientamento spazio temporale e convulsioni (Delirium Tremens).

Trattamento dell’alcolismo

La terapia medico-psichiatrica dell’alcolismo richiede un buon inquadramento diagnostico. Innanzitutto vanno valutate le reali possibilità di disintossicare il soggetto senza ricorrere ad un ricovero. Spesso, infatti, la prima fase della terapia richiede un breve periodo in ambiente protetto allo scopo  di disintossicare il paziente e gestire l’astinenza.

Ad ogni modo, sia che l’approccio sia ambulatoriale o residenziale, il paziente deve essere supportato nella fase di disassuefazione alla sostanza sia da un punto di vista farmacologico che psicologico.

La terapia farmacologica è necessaria, inizialmente, per ridurre i sintomi dell’astinenza fisica che indurrebbero il paziente a ricadere nel comportamento di abuso e deve essere effettuata sotto stretto controllo medico-psichiatrico. Il medico internista si dovrà occupare della valutazione e della terapia dei danni che l’alcool ha causato all’organismo del paziente.

Solo dopo questa fase sarà possibile una valutazione dello stato psichico e della struttura di personalità, i cui risultati non siano inquinati dallo stato di alterazione causato dall’alcool o dai sintomi dell’astinenza. La maggior parte dei soggetti mostrerà una patologia di tipo depressivo o un disturbo d’ansia che dovranno essere curate in modo adeguato sia con la terapia farmacologica sia con la psicoterapia. Anche in assenza di una patologia psichiatrica conclamata il più delle volte il paziente alcolista presenta una struttura di personalità caratterizzata da tratti disfunzionali e fragile che richiederà un lungo intervento di psicoterapia.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di alcolismo a Milano e dipendenze da sostanze. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il disturbo paranoide di personalità

Il disturbo paranoide di personalità

Il soggetto paranoide è sospettoso in maniera ingiustificata e privo di fiducia negli altri tanto da nutrire il timore costante di essere oggetto di inganno, sfruttamento e umiliazione. Le personalità paranoidi si presentano come esageratamente vigili e circospette, tendono a mostrare un atteggiamento emotivamente freddo, una elevata aggressività nel momento in cui ritengono di essere stati offesi e maltrattati ed un forte senso di autonomia. Si tratta di uno stile cognitivo ‘cronico’ ed abituale che esprime il modo attraverso cui la persona pensa e conosce il contesto circostante.

La sfiducia del soggetto paranoide nei confronti della realtà esterna è sostenuta dal fatto che dentro di sé esiste un modello interno degli altri negativo ed una propria rappresentazione, solo in superficie, positiva. In apparenza, infatti, il paziente paranoide si reputa giusto, equo, importante ed “in credito”, ma un livello più profondo e non riconosciuto dal soggetto, vige una visione di sé di incompetente ed insignificante. Secondo diversi studi sui modelli eziologici, la paranoia si manifesta per compensare il modello negativo di sé incolpando ed attribuendo agli altri gli aspetti sfavorevoli.

Alcuni autori affermano che i genitori avrebbero un ruolo cruciale nel determinare lo stilo cognitivo paranoide nel bambino. Genitori che controllano, disapprovano e criticano favoriscono lo sviluppo nel proprio figlio sia di sentimenti di disistima e di scarso valore, sia di una rappresentazione degli altri come avversi ed umilianti.

I soggetti con questo tipo di patologia, nell’infanzia e nell’adolescenza, presentano alcuni tratti comuni quali un comportamento scarsamente relazionale, ipersensibilità e difficoltà scolastiche.

Il disturbo Paranoide di personalità esordisce a partire dalla prima età adulta e, nel tempo, tende ad aggravarsi e peggiorare.

I dati epidemiologici rivelano che tale disturbo riguarda più frequentemente il sesso maschile; l’incidenza nella popolazione generale è tra lo 0,5 e il 2,5% manifestandosi in maniera prevalente nei gruppi etnici minoritari.

Il DSM-IV, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, definisce i seguenti criteri di valutazione per il Disturbo Paranoide di Personalità:

  • Continui sospetti, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubbi ingiustificati della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • Riluttanza a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possano essere usate contro di sé;
  • Ipotesi di significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Costante rancore, vale a dire non perdonare gli insulti, le ingiurie o le offese;
  • Percezione di attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, fino a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetti ricorrenti, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner sessuale.

Come già precedentemente indicato, il disturbo paranoide tende ad aggravarsi nel tempo. Pertanto, come ovvia conseguenza, il soggetto nel tempo tenderà ad acuire anche le difficoltà a livello relazionale fino a causare fratture irreparabili in ambito matrimoniale e lavorativo alimentando ancor di più quella condizione di isolamento sociale e di alienazione.

E’ proprio a causa di tale stato di isolamento, che spesso può sconfinare nella depressione, che i parenti dei soggetti paranoidi si trovano a dover sollecitare il proprio caro nell’intraprendere un percorso psicoterapeutico e, se necessario, di tipo farmacologico laddove lo stato depressivo sia profondo; chi soffre di questo tipo di disturbo, infatti, non è in grado di cercare spontaneamente aiuto in quanto non consapevole delle proprie erronee interpretazioni della realtà circostante.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di Psicoterapia per il trattamento disturbi della personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il caso di Davide, timido narcisista

Il caso di Davide, timido narcisista

Conosco Davide nell’ambulatorio dell’ospedale in occasione di un test psicologico di valutazione della personalità (SCID II) come richiesto dal suo psichiatra curante a causa di vissuti depressivi che il paziente afferma di manifestare.

Davide appare un ragazzo timido ed insicuro. Si presenta con un look semplice, t-shirt, maglione di lana a girocollo, occhiali che ogni tanto toglie e pulisce con il maglione. Mi colpisce la modalità attraverso cui si svolgono il test ed i colloqui conoscitivi: egli non sa cosa dire, non riesce a descrivere nessun componente della sua famiglia, non sa spiegare i lati del suo carattere, parla poco e bisogna continuamente sollecitarlo a maggiori approfondimenti che, spesso, rimangono incompiuti.

Davide spiega di aver avuto delle difficoltà scolastiche che lo hanno portato a manifestare sensazioni di insuccesso, di disistima e di tristezza che, talvolta, culmina in una ideazione suicidaria. Nel corso della terapia, è emerso che Davide ha vissuto diversi cambiamenti scolastici, ma l’ultimo gli ha causato maggior disagio poiché si trovava nella classe degli amici che frequentava anche nel tempo libero e, il dover loro mostrare di non essere uno studente brillante, lo condizionava molto e lo condiziona anche al momento della terapia visto che frequentava ancora la stessa cerchia di persone. Il paziente riferisce in seduta sogni ambientati proprio all’interno della classe, sogni di interrogazioni e voti bassi, di sguardi, di valutazioni e di derisioni. Al termine delle scuole superiori, Davide ha sentito la necessità di allontanarsi dall’ambiente fino a quel momento frequentato, iscrivendosi in una ottima università all’estero. Spiega di essere dovuto “scappare” dalla sua città natale a causa dei rapporti problematici con i suoi amici.

Descrive in modo molto sbrigativo la sua famiglia dal momento che non trova le parole per poterlo fare. Lo interpreto come un ulteriore segno di incapacità di capire chi ha di fronte visto che lui stesso ha una visione indefinita di sé. Ciò che emerge in maniera significativa è la forza delle figure parentali che sembrano aver schiacciato Davide: il padre professionista di alto livello e la madre molto forte caratterialmente.

Sono affiorati molti aspetti che bene spiegano il disagio di Davide e che ne definiscono la diagnosi come, ad esempio, il suo assumere atteggiamenti snob, sottolineare costantemente il proprio gusto per la raffinatezza e la sofisticazione, la volontà di ottenere alti guadagni dalla professione di cui è alla ricerca per sentirsi forte e potente, la necessità di volersi legare a persone dal cognome importante.

Molto rilevante è l’uso di alcolici, di ansiolitici e di cannabis in pressoché qualsiasi occasione sociale.

Valutazione diagnostica del caso clinico

Il paziente presenta un disturbo della personalità di tipo nacisistico covert (timido) caratterizzato dalla necessità di ammirazione e di riconoscimento da parte degli altri che, se non si realizza, diventa una fonte di estrema sofferenza per il soggetto poiché egli dipende dall’approvazione altrui senza esserne consapevole, o essendolo solo parzialmente. La sfera sociale è investita di grandi aspettative e acquisisce, quindi, un’importanza fondamentale per queste persone: esse dipendono e si sentono determinate dalla valutazione degli altri. Il senso di sé è grandioso ma molto precario e risente dell’esterno. Tali pazienti appaiono molto fragili ed ipersensibili alla critica dal momento che vi è un sottostante senso di inferiorità ed inadeguatezza. Ciò li condiziona a livello sociale rendendoli inibiti e facendo emergere condotte che possano aiutare ad affrontare il senso di vergogna. In questo caso, Davide utilizza principalmente l’alcol, sostanza che gli permette di sentirsi più forte e carico e che allevia l’ansia. Vi la tendenza a manifestare una sintomatologia ansiosa-depressiva e, spesso, anche la manifestazione di attacchi di panico. Emergono in modo preponderante anche sentimenti di rabbia solitamente proiettata sugli altri ed espressa in maniera passiva-aggressiva.

Attraverso un percorso di psicoterapia si attua una importante ristrutturazione cognitiva. E’ possibile riconoscere tali tratti sopraelencati e trovare le risorse interne sulle quali fondare la propria forza. Si tratta di un nuovo modo di vivere, finalmente libero dalla dipendenza verso gli altri e certamente basato su una stima di sé che diviene solida e reale e non più veicolata dagli altri. La sintomatologia ansiosa e depressiva si risolve, lasciando spazio ad una visione positiva della vita.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

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Dimmi che famiglia hai e ti dirò chi sei

Dimmi che famiglia hai e ti dirò chi sei

Il periodo sensibile durante il quale il bambino costruisce il legame di attaccamento è quello del primo anno di vita. Uno dei migliori indici di previsione del modello di attaccamento che emergerà tra la madre ed il suo bambino di 12 mesi è il modo in cui la madre parla della propria madre e della sua esperienza di essere accudita da lei quando era bambina. In effetti, la relazione della neomamma con la totalità della sua esperienza di ricevere cure materne esercita un’influenza fondamentale sul suo comportamento materno verso il bambino.

La storia di attaccamento è molto informativa per capire il comportamento degli adulti. In psicologia, esiste un test chiamato Adult Attachment Interview che ricostruisce il rapporto che il soggetto adulto aveva instaurato con il proprio genitore e che spiega il motivo per cui una persona arriva a manifestare un determinato assetto cognitivo in grado di condizionare la visione di sé e dell’ambiente circostante, la modalità con cui vengono vissute le esperienze e, in generale, il comportamento tenuto verso pressoché ogni attività e legame interpersonale.

Il modo con cui l’individuo riesce a gestire le relazioni sociali è strettamente correlato al modo con cui il genitore si è comportato con lui. L’attaccamento, quindi, ha un ruolo considerevole nell’influenzare i risvolti della personalità futura dell’individuo e, pertanto, anche nel condizionare la psicopatologia dell’adulto.

Per avere una sorta di schema che possa meglio aiutare a capire come il comportamento dei caregivers influenzi lo stile personologico del soggetto, è possibile identificare in linea di massima tre gruppi di psicopatologia dietro ai quali vi è stato un preciso atteggiamento genitoriale.

  •  Adulti con una modalità di rapportarsi all’ambiente tendenzialmente bizzarra, poco congrua alla realtà, strana e stravagante hanno avuto genitori incapaci di cogliere le loro richieste. La mancata sintonizzazione del genitore sui bisogni del figlio non ha permesso al bambino di riconoscersi ed identificarsi nelle proprie esigenze; il piccolo non ha potuto essere adeguatamente aiutato a fare una buona lettura del proprio mondo interno che appare, quindi, confuso ed inappropriato. Ne deriva un soggetto che nella vita è orientato all’isolamento sociale, allo scarso desiderio di coinvolgimento affettivo ed alla tendenza a creare le proprie interpretazioni della realtà in modo eccentrico e poco realistico.
  • Adulti con una forte emotività, drammaticità nel vivere i sentimenti, espressività esagerata del mondo interno sono persone che hanno tendenzialmente vissuto relazioni con genitori immaturi ed ambivalenti poiché incapaci di veicolare in maniera appropriata ed efficace la manifestazione dei sentimenti e dei bisogni profondi. Ne derivano adulti impulsivi e con elevate difficoltà di controllo.
  • Adulti ansiosi hanno alle spalle genitori ansiosi, insicuri, inclini ad adottare regole educative rigide poiché forte è il senso di insicurezza interna, peraltro trasmesso in toto al proprio figlio.

Soffermandosi su quest’ultimo cluster di tipo ansioso, è possibile ricostruire una famiglia ansiosa che vive il mondo esterno in termini di pericolo o di rischio potenziale verso il quale bisogna proteggersi dal momento che anche il corpo e la mente sono vissuti come vulnerabili e deboli. In molti casi, in famiglia vi è la presenza di un malato, o di un depresso, oppure è paventata la possibilità di malattie future, o ancora sussiste una storia di lutto. Tutto questo aggrava il senso della vita che appare difficile da sostenere e fa provare ad ogni membro il timore di “non farcela” a portare avanti il peso del rischio e delle responsabilità.

I genitori sono così terrorizzati dal mondo esterno che tengono i figli il più possibile protetti all’interno del loro piccolo mondo chiuso, senza considerare il danno che ciò causa sulla formazione psicofisica del bambino. In primis, il piccolo inizia a costruire un’esperienza di un sé fragile ed incapace di affrontare il mondo e, in seconda battuta, si avvia con maggiore probabilità verso la possibilità di sviluppare in modo grave una psicopatologia. La rappresentazione di sé debole autorizza la persona ad impaurirsi della crisi d’ansia e ad evitare i luoghi che riconosce come pericolosi, ma in questo modo rafforza il mantenimento della sofferenza. Il senso di sé fragile e debole è il punto di partenza di tutte le patologie d’ansia. E’ fondamentale indagare con il paziente ansioso la sua storia di attaccamento perché ciò consente di ricostruire la fiducia verso se stesso e di demolire determinate credenze che derivano da lontano.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Disturbo Narcisistico di Personalità

Il disturbo narcisistico di personalità

Nell’uso comune della nostra lingua siamo abituati a dare alla parola “narcisista” una connotazione negativa. In verità ci sono periodi della vita e dello sviluppo in cui essere narcisisti è sano ed opportuno e il piccolo narcisista deve essere adeguatamente accolto, riconosciuto ed apprezzato dai genitori. Ciò significa che i comportamenti grandiosi, egoisti ed egocentrici del bambino non devono essere potenziati in modo eccessivo ma nemmeno respinti, inibiti o ignorati. La parola giusta, direi, è regolati nella relazione con i genitori.

Anche nel periodo dell’adolescenza è piuttosto comune e fisiologico mostrare tratti e comportamenti di tipo narcisistico, ciò non è necessariamente patologico o certamente indicativo di un futuro disturbo della personalità.

Cosa è il disturbo narcisistico di personalità

Il Disturbo Narcisistico di Personalità è una struttura caratterizzata dall’ipersensibilità al giudizio e al rifiuto affettivo.

Si può manifestare con modalità differenti, che vengono definite narcisista overt, cioè evidente e narcisista covert, nascosto, che potremmo tradurre come  il tipo arrogante e il tipo timido. Il modo di percepirsi, di apparire agli altri e di relazionarsi dei soggetti affetti dalle due modalità di presentazione del Disturbo Narcisistico sono apparentemente molto diverse ma ambedue sono accomunate da sentimenti di scarsa autostima, paura della umiliazione e  del rifiuto.

Oggi parliamo del primo tipo di struttura narcisistica.

Il disturbo narcisistico overt

Il Disturbo Narcisistico Overt caratterizza persone che appaiono decise, autonome, forti e affascinanti, adeguatamente inserite a livello sociale e lavorativo. Purtroppo queste persone  non hanno capacità di entrare in intimità  con gli altri, evitano il coinvolgimento profondo e le relazioni stabili e quindi appaiono spesso egoiste e presuntuose, paradossalmente fin troppo sicure di sé. Di fatto si tratta di persone fragili, sensibili, molto bisognose di ammirazione, che hanno costruito, inconsapevolmente, una barriera di difesa rispetto alla possibilità di sentirsi feriti ed emotivamente vulnerabili.

La loro caratteristica tipica è la mancanza di capacità empatica, cioè la difficoltà di riconoscere che anche gli altri hanno desideri, sentimenti e bisogni e stati d’animo. Per questo non amano essere coinvolti in situazioni in cui l’altro possa avere bisogno di loro o del loro aiuto e sono spesso inconsapevoli del disagio e del dolore che il loro atteggiamento può determinare a chi cerca di entrare in relazione con loro.

Per queste persone è difficile confrontarsi con possibili critiche o disapprovazioni, a volte anche di poco conto.  Si sentono molto facilmente svalutati e sminuiti e preferiscono relazioni che non li mettano in discussione. La loro tendenza è di reagire alla critica, o a ciò che loro vivono come una critica, con rabbia e rottura della relazione. Si comportano, quindi, in modo difensivo ogni volta che percepiscono una, se pur velata, minaccia al loro senso di valore personale.

Senza saperlo sono alla disperata ricerca di situazioni interpersonali in cui ricevono approvazione e nelle quali possano soddisfare i loro bisogni e le loro priorità con l’obiettivo primario di mantenere la loro autonomia e autosufficienza, attraverso il non coinvolgimento emotivo e il ritiro affettivo. Queste persone sono molto restie a comunicare qualsiasi disagio fisico o psicologico, spesso non sono capaci di manifestazioni  affettive e sono controllati e rigidi.

Raramente la persona affetta da questo tipo struttura di carattere richiede un aiuto e una terapia. Sebbene possano avere difficoltà a livello relazionale raramente ne sono consapevoli e sentono il desiderio di risolvere le loro difficoltà. Può però accadere che alcuni eventi di vita come una malattia o il fisiologico progredire dell’invecchiamento possano causare una ferita che questi pazienti, abituati al loro senso di efficacia, autonomia e di competenza non sono in grado di tollerare, sviluppando depressione. Altre volte la crisi consegue all’abbandono a cui possono andare incontro date le difficoltà che generano nella relazione.

Circa il 75% dei soggetti con questo tipo di disturbo narcisistico è di sesso maschile.

Le cause del disturbo narcisistico di personalità

I Disturbi della Personalità originano dall’interazione del temperamento del bambino con l’ambiente relazionale nel quale cresce, hanno cioè un’origine biologica e psico-sociale.

Ogni bambino rappresenta una sfida per i genitori quando nasce con un temperamento difficile e la regolazione dell’emotività e dei tratti di personalità, che vanno formandosi, avviene all’interno della relazione con chi si prende cura del bambino. Ciò che è veramente determinante è il tipo di interazione reciproca che si genera tra il bambino e il suo ambiente, rappresentato soprattutto dalle figure di accudimento.

I pazienti narcisisti hanno vissuto esperienze precoci di attaccamento poco rassicuranti e accoglienti affettivamente e hanno reagito con un forte disinvestimento emotivo verso l’altro e rivolgendo le proprie attenzioni verso di sé. Ma dietro all’apparente autonomia del narcisista overt c’è in verità un vissuto (inconscio) di sé come di una persona spaventata dal rifiuto e dal bisogno di attenzioni che non è stato soddisfatto in modo adeguato, equilibrato. Nella convinzione di non poter ricevere le attenzioni necessarie e desiderate, questo tipo di persona sviluppa una difesa nell’autonomia, rifiutando l’amore e non chiedendo alcun tipo di sostegno, imparando a rinunciare alla vicinanza affettiva e all’intimità per difendersi dalla ferita del potenziale rifiuto.

Come si cura il disturbo narcisistico di personalità

Come abbiamo in precedenza detto è più frequente che il trattamento venga richiesto in situazioni di emergenza emotiva scatenate da eventi di vita che mettono a dura prova il fittizio e delicato equilibrio del narcisista.

La terapia è in primo luogo la psicoterapia individuale ad orientamento psicodinamico, attraverso la quale  si cerca di mediare da una visione di sé grandiosa o svalutata ad una più realistica dove possano essere considerate fragilità, risorse e capacità. Tutto ciò migliora le modalità con cui questi pazienti entrano in relazione e la loro sensibilità interpersonale che li fa arrabbiare o a volte vergognare e ritirarsi.

La terapia farmacologica può essere di sostegno soltanto in situazioni in cui il paziente va incontro ad Episodi Depressivi o forme di Ansia Sociale. Per questo i farmaci più frequentemente prescritti sono gli Antidepressivi Serotoninergici e le Benzodiazepine.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di disturbo narcisistico della personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Separazione dei genitori: che sofferenza per i figli!

Separazione dei genitori: che sofferenza per i figli!

Studi sociologici e demografici affermano che la separazione matrimoniale sia un fenomeno esploso a partire dagli anni Sessanta con una differente incidenza nei diversi paesi: in quest’ultimo decennio, negli Stati Uniti, in Inghilterra e nei paesi scandinavi il tasso dei divorzi si aggira tra il 40-50% sul totale dei matrimoni. In Italia, la legislazione ha introdotto il divorzio solo negli anni Settanta. Tra i paesi industrializzati, l’Italia ed il Giappone presentano il tasso percentuale di divorzio minore rispetto agli altri paesi appartenenti alla stessa fascia socioeconomica. Tali valori demografici vanno bene interpretati poiché la statistica non tiene conto del fatto che in Italia, unico tra i paesi industrializzati ad imporre lo scioglimento dello stato matrimoniale in due stadi, la metà dei coniugi separati non sceglie il divorzio.

Perché la coppia sceglie la separazione? Nella maggior parte dei casi di coniugi con figli, la motivazione risiede nella necessità di conseguire una qualità della vita migliore per se stessi e per i figli ed è ciò che effettivamente accade. Ciò non esula, però, dal fatto che tale evento familiare trascini con sé diversi vissuti emotivi nella psicologia dei figli. A determinare il tipo di reazione psicologica dei bambini e dei ragazzi di genitori separati concorrono tre specifici fattori: la gravità del conflitto tra i genitori, il contesto socioeconomico e culturale della famiglia, la qualità del ruolo educativo di almeno uno dei genitori.

Nell’analizzare gli effetti della separazione sui figli, bisogna rifarsi alla letteratura anglosassone che ha prodotto un grandissima quantità di studi clinici. La maggior parte dei dati forniti dalla ricerche empiriche, concorda nel riconoscere che la fine del matrimonio causi sicuramente conseguenze psichiche e comportamentali spiacevoli nei figli a qualsiasi età essi subiscano l’evento.

Quando la separazione avviene durante la gravidanza o nei primi mesi di vita del neonato, egli potrebbe risentire dello stato emotivo materno e manifestarlo con un rallentamento nello sviluppo fisico e cognitivo.

Per bambini tra gli 1 e i 3 anni, potrebbero emergere tratti di insicurezza ed eccessivi timori, una maggiore richiesta di attenzione attraverso atteggiamenti regressivi, disturbi del sonno, ansia, nervosismo. Tali disagi sono determinati anche da cambiamenti nella routine, nelle figure di accudimento (es. presenza di una baby sitter ed allontamento di uno dei genitori a cui si è molto legati), dal cambio di casa, nonché dall’umore del genitore con cui si vive.

Tra i 3 e 6 anni, non capendo cosa significa la separazione, ma accorgendosi che un genitore non vive e non dorme più nella stessa casa, si scatenano nel bambino svariate interpretazioni. Le più comuni vedono il piccolo incolparsi dell’allontanamento del genitore specie se, nei conflitti precedenti alla separazione, il tema di disaccordo tra adulti includeva per qualche motivo il figlio stesso. Come conseguenza, il bambino può manifestare una sospetta docilità atta a fare riavvicinare il genitore allontanato, oppure una oppositività eccessiva come segno di rabbia per la perdita della stabilità familiare. E’ probabile, quando viene allontanato dal tetto familiare il padre, che un figlio maschio nutra il timore di essere anch’egli rifiutato dalla madre soprattutto se viene rimproverato di rassomigliare al papà.

Per figli nella fascia di età tra 6 e 10 anni, i vissuti sono riconducibili alla tristezza, alla rabbia ed alla nostalgia. Avvertono maggiormente un senso di trascuratezza e solitudine; ricercano con forza le attenzioni dei genitori anche comportandosi male, oppure chiudendosi in sé, badando da soli a loro stessi o ai fratelli minori.

Nei ragazzi in preadolescenza o adolescenza, affiora il conflitto tra l’amore per i genitori e la rabbia per la loro condotta. Sono disorientati e confusi anche in merito ai valori morali da adottare nella vita. Problemi scolastici e condotte ribelli appaiono sia a causa della sofferenza provata, sia come atto punitivo nei confronti degli adulti.

In generale, è il clima di conflitto tra i genitori, che siano uniti o separati, a determinare un malessere psichico e disturbi comportamentali della prole. Alcuni studi hanno indagato se l’evento della separazione o divorzio rappresentasse la causa primaria dei vissuti negativi sui figli o se, invece, lo determinasse il solo rapporto conflittuale tra genitori. A tale scopo, è stato costituito un campione di 120 ragazzi tra i 7 e 15 anni, metà dei quali provenienti da famiglie separate e metà da famiglie unite. Attraverso test psicologici ed interviste cliniche, è emerso che il conflitto genitoriale determina disturbi emotivi e caratteriali nella prole. Viene attribuita, quindi, poca importanza ed influenza all’evento della separazione sullo stato psicologico dei ragazzi. Nell’esaminare l’effetto a lungo termine della separazione, sono state svolte ulteriori ricerche su un campione italiano di ragazzi tra i 15 ed i 26 anni diviso omogeneamente in due gruppi a seconda della provenienza da famiglie unite o separate da almeno 9 anni. Non emergono significative differenze tra i due gruppi per ciò che concerne la fiducia nell’altro sesso e la capacità di creare e vivere relazioni affettive stabili. Il dato positivo è che il gruppo dei figli di genitori separati rivela una maggiore indipendenza che esprime a livello economico e comportamentale andando prima a vivere da solo e contribuendo precocemente al proprio mantenimento. I figli di coppie separate, inoltre, costituiscono legami affettivi molto forti all’infuori della propria famiglia e frequentano con maggiore assiduità i loro amici rispetto ai ragazzi provenienti da famiglie unite. Esistono, quindi, conseguenze positive sullo sviluppo psichico dei figli di famiglie divise. Per contro, è emerso che essi esprimono un rapporto scarsamente soddisfacente con il proprio padre, riferiscono maggiori difficoltà a livello scolastico e disagi personali tali da richiedere consultazioni psichiatriche e psicoterapeutiche.

Tutti i figli che vivono rapporti conflittuali tra i genitori soffrono.

Spesso la famiglia non si accorge dei disagi che il loro conflitto provoca. La consulenza psicologica è una scelta opportuna e fortemente consigliata. L’intervento psicologico deve avvenire a livello di coppia per appianare e risolvere il conflitto e, laddove impossibile, nello stabilire quando il disaccordo è insanabile e deleterio per i figli. La consultazione psicoterapeutica è consigliata nell’assistere anche individualmente bambini o ragazzi offrendo loro l’opportunità di uno spazio in cui manifestare e capire il loro malessere e le dinamiche relazionali. Tali percorsi sono, altresì, integrati con sedute di tipo familiare specie per famiglie con figli in età adolescenziale o preadolescenziale.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la separazione della coppia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.