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Articoli che trattano di: Disturbi d’Ansia

Disturbi d’Ansia

 
Questo capitolo comprende numerosi disturbi: l’Agorafobia, la Fobia Sociale, il Disturbo d’Ansia Generalizzato, il Disturbo Post-traumatico da Stress.
 
Sebbene in tutte queste situazioni cliniche il sintomo principale riferito sia l’ansia, esse differiscono notevolmente per ciò che riguarda le situazioni che la generano, la durata dell’ansia durante la giornata e soprattutto il modo con cui lo stato di ansia si evidenzia.

In comune tra loro riconoscono una buona risposta ai farmaci serotoninergici che oggi rappresentano un ausilio indispensabile per la cura dei Disturbi d’Ansia.

Anche queste patologie, infatti, devono essere, pressoché sempre, curate farmacologicamente, in associazione o meno con una terapia psicologica, secondo i singoli casi.

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La felicità in pillola

La felicità in pillola

La fluoxetina è un antidepressivo, il nome commerciale più noto ai molti di questa molecola è Prozac. E’ un farmaco che ha fatto tanto parlare di sé negli anni ’90, soprattutto nei paesi anglosassoni dove è stato prescritto, secondo alcune fonti, forse in un modo un po’ indiscriminato. Ci si riferiva allora a questa medicina come alla pillola della felicità.

Appartiene alla classe degli antidepressivi serotoninergici o SSRI ed è un ottimo farmaco, se usato nelle situazioni che veramente ne richiedono l’utilizzo e rispettando le linee guida della sua prescrizione.

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Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Depressione o Sindrome da Burnout

Depressione o Sindrome da Burnout

Ansia e depressione sono due termini,  oramai noti a tutti,  che non solo  indicano due importanti capitoli della patologia medico-psichiatrica, ma soprattutto segnalano i due sintomi principali che  i pazienti   riferiscono  quando vengono alla visita.

Inoltre, i termini  ansia e depressione indicano due stati  emotivi spiacevoli che frequentemente appartengono  alla esperienza di vita comune di ciascuno di noi,  anche di chi non  necessita  dell’aiuto dello specialista.

Altre volte invece, l’entità e la qualità di tali stati d’animo si concretizza in una forma depressiva vera e propria.

Spesso si “cerca di tirare avanti ” sperando che la situazione si risolva,  il più delle volte  si  decide di rivolgersi al medico di famiglia, il quale non  può che intervenire con strumenti terapeutici che agiscono sopprimendo il sintomo ma che non possono agire alla base delle cause, anche biologiche, che determinano  la comparsa di questi  disturbi.

Raramente isolate,  le manifestazioni di ansia e di umore  depresso, il più delle volte si presentano associate tra di loro e possono accompagnarsi, in modo variabile, ad altri disturbi quali ad esempio la riduzione della concentrazione, la difficoltà ad addormentarsi  o a mantenere il sonno e soprattutto un importante calo di energia psico-fisica.

Osservo in genere nella mia pratica clinica come  le persone arrivino alla visita quando  questi disturbi  datano già da alcuni mesi e la richiesta di aiuto si concretizza solo nel momento in cui  i sintomi  stanno  causando un evidente disagio su tutte le attività quotidiane, sia quelle lavorative che quelle personali.

E’ molto importante in tutti i casi fare una diagnosi precisa: ci troviamo di fronte ad un quadro depressivo conclamato, che necessita di una adeguata terapia medica, solitamente di tipo allopatico, oppure siamo in quelle fasi iniziali di esaurimento in cui il nostro organismo inizia a mandare segnali che, se bene interpretati e affrontati, permettono di recuperare uno stato di salute senza arrivare alla malattia depressiva?

Il termine esaurimento nervoso, che ha preceduto negli anni la terminologia più moderna di Depressione è, a mio parere, molto corretto in alcune situazioni cliniche, come spesso lo sono le descrizioni della cosiddetta saggezza popolare.

In effetti le condizioni a cui mi riferivo prima, inquadrate da un punto di vista Omotossicologico rappresentano proprio la manifestazione clinica di uno stato di indebolimento di organi e di funzioni biologiche e metaboliche dal corretto funzionamento delle quali dipende il mantenimento dello stato di salute e di efficienza  fisica e psichica. Quando queste funzioni sono scarsamente efficienti si arriva ad una condizione di sofferenza dell’organismo che si manifesta con un insieme di sintomi che possono mimare per qualità uno stato depressivo.

I motivi e le condizioni che possono portare all’indebolimento  dei meccanismi  deputati  alla produzione di livelli ottimali di energia e di salute sono numerosi, l’argomento è vasto e interessante e sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

La Medicina Omotossicologica e La Medicina Fisiologica di Regolazione sono in grado di agire a vari livelli,  sui diversi organi, ripristinandone gradualmente la funzione,  permettendo  così il controllo e la modulazione dei sintomi,  ma anche, e questo è ciò che più conta,   potenziando vie metaboliche che si svolgono all’interno delle cellule  che sono deputate alla produzione di energia (Ciclo di Krebs  e Fosforilazione Ossidativa) nonché regolando vie di trasmissione neuro-endocrina la cui corretta regolazione è indispensabile per le funzioni vitali e la risposta adeguata allo Stress, tra queste  in particolare l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene.

E’ quindi  importante  dare valore e non trascurare condizioni caratterizzate da una stanchezza apparentemente immotivata, una riduzione delle energie fisiche e psichiche, associate o meno a sintomi più qualificati in senso depressivo o ansioso, proprio allo scopo di prevenire la comparsa di situazioni più conclamate e inquadrabili nella vera e propria Depressione,  le quali poi necessitano  un intervento farmacologico mirato con farmaci antidepressivi e ansiolitici.

Sono queste situazioni che ancora  non sconfinano nel patologico e che possono  essere contenute e risolte senza il ricorso a farmaci allopatici; appartengono spesso  alla continua ciclicità dell’efficienza delle nostre funzioni biologiche,  le quali  per mantenere nel tempo la loro efficacia vanno sostenute e potenziate.

La Medicina Omotossicologica stimolando i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo  può quindi essere di grande utilità in queste situazioni “borderline,  nonché in tutti i momenti di vita in cui le richieste a cui il nostro organismo è sottoposto sono più elevate.

Un tipico esempio sono i due periodi del cambio di stagione primaverile e autunnale, momenti in cui al nostro organismo è richiesto un adattamento su vari livelli, che può essere stimolato ed aiutato proprio per evitare l’esperienza comune della comparsa o dell’aggravamento in queste stagioni di passaggio, di sintomi ansioso-depressivi.

Accanto a questi  vi sono altri tipi di altri disturbi che in questi periodi dell’anno spesso vengono a riacutizzarsi, ne sono esempi comuni l’insonnia e le patologie  quali il reflusso gastroesofageo e i disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La mente vagante, creatività e ansia

La mente vagante, creatività e ansia

Le neuroscienze stanno facendo scoperte sempre più importanti ed interessanti per quanto riguarda il funzionamento del nostro organo più nobile e segreto: il cervello.

Stanno cercando di approfondire e di spiegare cosa è realmente la mente, come funziona e come influenza la nostra vita o, viceversa, come noi possiamo influenzala e dirigerla verso una modalità che potenzi il nostro senso di benessere. A volte sembra che la mente abbia una vita propria, fatta di pensieri, desideri, ricordi e una varietà di emozioni che si generano in modo automatico e involontario.

Spesso, infatti, la mente ci porta là dove vuole, senza che noi possiamo agire alcun controllo sui suoi contenuti, sui pensieri e le emozioni. Allo stesso modo, il più delle volte, gli esseri umani reagiscono a questi pensieri ed emozioni con comportamenti che sono spesso influenzati dalle nostre sovrastrutture cognitive e precedenti esperienze affettive, comportamenti spesso rigidi, ripetitivi e poco efficaci all’ottenimento della serenità.

Mind Wandering: la mente vagante

Esiste una modalità di funzionamento della mente che viene chiamata Mind Wandering e potrebbe essere tradotta come La mente vagante.

Questa è il frutto dell’attivazione di circuiti specifici di neuroni ed è uno stato molto frequente in tutti noi, spesso inconsapevole, altre volte più presente alla nostra coscienza.

Durante lo stato di mind wandering, appunto, la mente vagabonda, salta da un contenuto all’altro, i pensieri si affacciano alla mente come se ciò non fosse sotto il dominio della nostra volontà, si affollano e a volte ci sommergono, generando ansia e malessere. Sicuramente durante lo stato di mind wandering non possiamo essere pienamente consapevoli della situazione presente che stiamo vivendo né degli stati interni che essa ci provoca.

Come ho detto precedentemente lo stato di mind wandering avviene il più delle volte senza alcuna consapevolezza, è spesso una condizione non riconosciuta, a meno che non si impari ad accorgersi del vagare incessante della mente attraverso l’utilizzo di pratiche che riducono questo fenomeno e aiutano la mente a rimanere concentrata.

La capacità della mente di vagabondare alla ricerca di associazioni e pensieri ha anche aspetti positivi. Ad esempio, la creatività e le intuizioni, si generano proprio grazie alla facoltà della mente umana di “saltare di ramo in ramo” alla ricerca di soluzioni diverse e più efficaci. Questo stato ci permette quindi di riflettere, ragionare, ipotizzare le diverse possibili soluzioni, pianificare, avere intuizioni e pensieri creativi. L’eccesso inconsapevole di questo fenomeno può però risultare dannoso ai fini della nostra tranquillità, nonchè inutilmente dispendioso.

Un eccesso di mind wandering non è soltanto svantaggioso ma è anche correlato con stati mentali negativi, come pessimismo e ansia. Viceversa, stati negativi dell’umore potenziano il mind wandering dando via ad un circolo vizioso che molti di noi conoscono ma rispetto al quale oggi possediamo alcune armi efficaci.

Mind Wandering e psicoterapia

Nella pratica clinica, ad esempio durante le sedute di psicoterapia, è frequentissimo osservare questo fenomeno che interferisce con la nostra consapevolezza di ciò che siamo nel qui e ora della nostra vita e crea un ciclo continuo di pensieri e di emozioni spesso inutili e dolorose che si oppongono al nostro cambiamento e alla nostra evoluzione.

Per questo motivo gli studi e le ricerche nel campo della psicologia, della psichiatria e delle neuroscienze sono oggigiorno molto attenti alle cosiddette pratiche meditative, riconoscendo a queste un ruolo importante nella cura di alcune situazioni di sofferenza emotiva ed anche fisica.

Ridurre il mind wandering con la meditazione

La meditazione in questo contesto è intesa come una pratica che favorisce la possibilità che mente rimanga concentrata su uno specifico stimolo. Ogni cosa può essere oggetto di meditazione, cioè di attenzione focalizzata: una parte del corpo, un rumore, uno stimolo qualunque rilevato con i nostri sensi, pensieri e stati d’animo. Inizialmente si usa come stimolo qualcosa di facilmente percepibile come ad esempio il fluire del respiro.

Molte tradizioni filosofiche e religiose sanno da secoli che imparare a vivere nel momento presente aiuta a sviluppare emozioni positive e di serenità. Esistono pratiche differenti, laiche e religiose, che portano tutte, come risultato finale, a ridurre il mind wandering e placare la mente, sviluppando anche la capacità di essere in contatto con il momento presente, con la realtà in tutti i suoi risvolti sia positivi che negativi.

La meditazione favorisce la capacità di rimanere in contatto con ciò che non vorremmo riducendo nel tempo la nostra sofferenza e la reattività.

Circuiti neuronali particolari si attivano quando svolgiamo compiti che richiedono di focalizzare e concentrare la mente e quando concentriamo volontariamente la nostra attenzione su uno specifico stimolo.

La meditazione focalizzata permette di contrastare il rimuginio della mente e ciò non soltanto nel momento in cui si pratica la meditazione, cosa logicamente intuibile ma anche in tutti gli altri momenti della giornata in cui la meditazione non viene praticata.

Mindfullness

Viene definita MINDFULLNESS, la pienezza della mente, la consapevolezza che emerge se prestiamo attenzione in modo intenzionale al momento presente, così come è, possibilmente in modo non giudicante.

Questa definizione si deve al medico Jon Kabat Zinn, colui che per primo ha studiato ed applicato a livello terapeutico le pratiche di concentrazione della attenzione.

Ad un certo punto, gradualmente la Mindfulness diventa una modalità di vivere, diventa spontanea, si affaccia con maggiore frequenza nelle nostre vite migliorando il nostro umore, il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con le inevitabili ostacoli e sofferenze insite nella vita stessa.

Ci aiuta a stare nel presente, riducendo la nostra naturale reattività al mondo, l’attaccamento ossessivo a ciò che desideriamo o il rifiuto di ciò che non vogliamo. Crea uno stato di pace interiore che è di notevole aiuto e permette di fare scelte consapevoli e non reattive.

La capacità di sviluppare mindfulness, contrariamente al mind wandering, migliora la flessibilità psicologica e facilita i processi di disidentificazione dai propri contenuti mentali, che non devono essere negati ma osservati in modo consapevole per favorirne la graduale riduzione di intensità.

Una notevole mole di studi scientifici ha dimostrato inequivocabilmente gli effetti benefici della meditazione sul benessere psicologico ed emotivo e quindi anche sulla salute fisica, se pensiamo a tutti i sintomi somatici che possono scaturire da uno stato di stress emotivo cronicamente protratto (coliti, gastriti, patologie cutanee, disturbi funzionali cardiaci, ipertensione e tanti altri).

Molti studi inoltre riconoscono alla meditazione, sempre se praticata in modo regolare, il potere di potenziare il sistema immunitario e di ridurre i processi involutivi a livello della corteccia cerebrale.

La meditazione per la cura dei disturbi d’ansia e del dolore cronico

Oggi la meditazione viene utilizzata sia nella prevenzione delle ricadute depressive che nella cura di Disturbi d’Ansia, inoltre, in alcuni ospedali, per il trattamento del dolore cronico.

È da tempo proposta a livello preventivo nei paesi anglosassoni, recentemente anche in Italia, in alcune scuole, negli studi professionali e nelle aziende, in quanto, favorendo il benessere personale, migliora la capacità di apprendere, memorizzare e di essere efficaci nello svolgimento del proprio lavoro.

Per il suo potere nel migliorare la gestione delle emozioni e i conseguenti comportamenti reattivi, fa parte del programma riabilitativo in molte Comunità Terapeutiche e in diversi Istituti Penitenziari.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Mindfullness a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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I Disturbi del Sonno

I Disturbi del Sonno

La classificazione dei disturbi del sonno è molto ampia e complessa comprendendo situazioni di lieve entità e transitorie come il Jat-lag fino alle forme gravissime e fortunatamente rarissime di Insonnia Fatale Famigliare.

Una prima distinzione va comunque fatta tra forme primarie, legate cioè proprio alla disregolazione dei meccanismi che sono alla base delle funzioni di sonno e veglia e forme secondarie a malattie organiche in genere, in particolare malattie neurologiche e psichiatriche.

Il sonno può essere definito come uno stato d’incoscienza momentaneo e reversibile, caratterizzato dalla sospensione delle facoltà sensoriali e della motilità volontaria. Rimangono invariate alcune funzioni autonome quindi involontarie come il respiro, il battito cardiaco, l’attività cerebrale e il metabolismo, che però subiscono  importanti modifiche durante il sonno.

In un adulto sano il sonno medio è di circa sette ore, discostarsi eccessivamente da questa media, sia in difetto sia in eccesso, può determinare problemi di salute.

Forse non tutti sanno che un eccesso di ore di sonno può essere correlato a una maggiore probabilità di patologie cardiovascolari e a stati di esaurimento di tipo depressivo.

Vi sono diverse teorie sulle funzioni biologiche del sonno che verosimilmente in futuro saranno approfondite e integrate da nuove conoscenze.

Durante il sonno aumenta la produzione di alcuni ormoni anabolici come ormone della crescita e il testosterone mentre, al contrario, diminuiscono ormoni catabolici come il cortisolo, questo segnalerebbe che durante il periodo di sonno vengono messi in atto processi di recupero e riparazione di tessuti dell’organismo, è stato ad esempio dimostrato che viene aumentata la sintesi proteica a livello muscolare e a livello del sistema nervoso centrale.

Studi condotti sugli effetti della deprivazione di sonno sulla memoria, permettono di ipotizzare che durante il sonno avvenga la sintesi di proteine cerebrali implicate con la fissazione dei ricordi.

Alcuni autori segnalano anche l’influenza del sonno sui processi di termoregolazione che, infatti, sono molto alterati nei casi di grave deprivazione di sonno.

Ovviamente la durata e la qualità del sonno influenza lo stato di veglia e vigilanza diurna e funzioni come l’attenzione, la concentrazione e la gestione emotiva. Non dormire a sufficienza può favorire una riduzione delle prestazioni cognitive durante la veglia, umore instabile e labilità emotiva.

Il sonno, per essere riposante, deve avere una sua architettura precisa, divisa in fasi con caratteristiche differenti e individuabili all’EEG. Il rispetto della sequenza e della durata di queste fasi assicura un sonno valido e ristorante.

Esso può essere diviso in due fasi: sonno REM e sonno non-REM a seconda che sia associato o meno ad attività onirica (sogni), a un’elevata attività cerebrale e a movimenti oculari rapidi o lenti,REM infatti, significa appunto Rapid Eyes Movement.

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L’insonnia nei disturbi psichiatrici

In questa sede segnalo in modo particolare la presenza d’insonnia come uno dei sintomi della Depressione e di molti Disturbi d’Ansia. Spesso, anzi, l’insonnia è il primo sintomo a manifestarsi e precede tutti gli altri che caratterizzano l’Episodio Depressivo. D’altro canto alcuni studi segnalano che chi soffre d’insonnia ha una probabilità maggiore di sviluppare ansia e depressione rispetto a chi dorme un numero sufficiente di ore.

Nel 90% dei casi di Depressione Maggiore vi sono alterazioni della struttura e della durata del sonno: da un punto di vista clinico possiamo avere difficoltà di addormentamento con latenze eccessive o insonnia iniziale, risveglio precoce o insonnia terminale oppure un sonno interrotto da un eccessivo numero di risvegli non seguiti da rapido ri-addormentamento.

Anche l’ipersonnia, cioè un aumentato bisogno di sonno e numero di ore totali di addormentamento, può essere parte del quadro clinico della Depressione. Ciò avviene in circa il 10% dei casi e soprattutto in alcune forme specifiche che vengono definite Depressioni Atipiche proprio per la peculiarità di alcune manifestazioni sintomatologiche o nelle forme di Disturbo Affettivo Stagionale chiamate anche  SAD o  Winter-blues. Spesso in queste forme è anche presente l’iperfagia cioè un aumento dell’appetito, sintomo raro nelle altre forme di Disturbo Depressivo.

I pazienti con Disturbi d’Ansia tendono ad avere soprattutto difficoltà di addormentamento (insonnia iniziale) e presentano risvegli notturni. Il 70% dei pazienti affetti da attacchi di panico ha insonnia con risvegli multipli. In questo caso è essenziale trattare il disturbo del sonno perché esso favorisce la comparsa dell’attacco di panico, sia diurno che notturno.

Anche nel Disturbo Ossessivo Compulsivo sono presenti disturbi del sonno in particolare una riduzione del numero complessivo di ore con un aumento dei risvegli notturni.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress è caratterizzato da ritardo dell’addormentamento e soprattutto dalla presenza di sogni terrifici in cui il paziente rivive le esperienze traumatiche vissute o sogni che generano stati emotivi che il paziente ha vissuto durante il trauma.

Durante l’Episodio Euforico del Disturbo Bipolare i pazienti mostrano una notevole riduzione delle ore di sonno senza influenza sulla qualità della veglia, riescono cioè a mantenere la vigilanza diurna valida nonostante la mancanza di sonno e non riferiscono stanchezza né sonnolenza diurna.

Nell’Episodio Euforico del Disturbo Bipolare è sempre indispensabile trattare i disturbi del sonno poiché la mancanza di sonno rallenta la risoluzione dell’episodio stesso.

In alcune forme di Depressione, infatti, la deprivazione di sonno è utilizzata come strategia di potenziamento accanto alla terapia con i farmaci, per il suo potere antidepressivo.

Terapia

In tutti i disturbi psichiatrici, l’insonnia è secondaria alla presenza della malattia di fondo, per questo motivo si assiste quasi invariabilmente alla ripresa di un sonno regolare non appena la terapia risolve il quadro clinico principale.

Ciò nonostante è sempre buona strategia terapeutica favorire un sonno adeguato e riposante, allo scopo di accelerare la guarigione del disturbo psichiatrico.

E’ essenziale indagare con il paziente i dettagli del disturbo del sonno: le modalità di insorgenza, la frequenza e la gravità, nonché la sua evoluzione nel tempo ed eventuali situazioni ambientali concomitanti alla comparsa dell’insonnia. Ciò permette al medico di scegliere tra le molecole e i farmaci a disposizione quelli più adatti al singolo paziente.

La scelta del farmaco, l’orario e la modalità di somministrazione vanno valutate  in base al periodo in cui il sonno è disturbato.

In linea di massima questi farmaci andranno assunti per un periodo limitato e poi gradualmente sospesi quando il sonno riprende in modo adeguato, invece i farmaci prescritti per la terapia del disturbo d’ansia o depressivo andranno assunti più a lungo.

Secondo la gravità del disturbo del sonno possono essere utilizzati farmaci più o meno potenti, modulandone inoltre il dosaggio.

Le categorie di farmaci utilizzati possono essere diverse. Il classico “sonnifero” appartiene solitamente alla categoria delle benzodiazepine ipnotico-sedative, ma l’induzione del sonno può anche avvenire con l’utilizzo di antistaminici, antidepressivi dotati di attività sedativa, anticonvulsivanti e antipsicotici.

E’ molto importante valutare la durata d’azione dei farmaci in modo da non interferire con il risveglio. Questo soprattutto nei soggetti anziani i quali più frequentemente soffrono di insonnia. Con gli anni il metabolismo rallenta ed è meno efficace e questi soggetti possono andare incontro a fenomeni di accumulo con gravi ripercussioni al risveglio e durante la giornata.

Il paziente deve essere quindi monitorato nel tempo per evitare che sviluppi effetti collaterali o assuefazione dovuta a un uso eccessivo o troppo prolungato del farmaco.

Igiene del sonno

Rappresenta l’insieme delle abitudini e dei comportamenti quotidiani che favoriscono un buon sonno e quindi un adeguato rendimento diurno.

Se un buon dormitore può non prestare troppa attenzione a queste regole i soggetti che soffrono d’insonnia devono imparare invece a rispettarle.

Ricordiamo che alcuni cibi e bevande hanno un forte potere eccitante e devono quindi essere consumanti con moderazione o temporaneamente evitati se si ha un disturbo del sonno, soprattutto nelle ore serali.

Anche l’assunzione di alcolici può avere, in chi soffre d’insonnia, un effetto paradosso di tipo stimolante, sebbene infatti tenda a favorire l’addormentamento  può indurre un numero eccessivo di risvegli notturni.

Dormire durante il giorno è sconsigliato, benchè aiuti a mantenere una vigilanza efficiente influenza negativamente la capacità di addormentarsi e mantenere il sonno. L’abitudine a un breve pisolino, con orario di sveglia prefissato, non è necessariamente dannosa in chi non presenta disturbi del sonno.

L’attività fisica disturba il sonno ed è quindi sconsigliata nelle ore serali, contraddicendo la diffusa idea che stancarsi fisicamente favorisca il sonno. E’ invece utile a questo scopo lo svolgimento di un’attività aerobica moderata nelle ore diurne.

Non esagerare con i liquidi nei pasti serali poiché molti soggetti insonni se risvegliati dalla necessità di urinare faticheranno a riprendere il sonno.

Creare condizioni esterne di calma, comodità e  buio, in un ambiente silenzioso e con una temperatura non eccessiva.

Importante anche mantenere una certa regolarità negli orari in cui ci si corica. 

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi del sonno a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Accudire il corpo per curare la mente – Lo shiatsu

Accudire il corpo per curare la mente – Lo shiatsu

Tutte le persone vivono nella loro vita situazioni ed eventi che alterano il loro benessere e la loro tranquillità emotiva o fisica, non hanno patologie evidenti o conclamate ma allo stesso tempo non stanno del tutto bene. Molti si sentono cronicamente stanchi oppure non dormono a sufficienza, soffrono di cefalea, gastrite o colite, patologie senza alcun correlato anatomico, dovute ad alterazione funzionali. Frequentemente le persone lamentano dolori muscolo-scheletrici, contratture e  patologie legate allo stato continuo e inconsapevole di tensione muscolare ( e mentale) e alle errate posture.

Esiste quindi una vastissima parte di popolazione che, a causa di una scarsa attenzione a tutti i fattori che concorrono a mantenere il nostro sistema in equilibrio e in salute, non sono né sani né malati, ma sicuramente non stanno bene come potrebbero. Se questo stato si cronicizza, la capacità del nostro organismo di mantenere un suo equilibrio può esaurirsi generando la comparsa della vera e propria malattia. Mi piace ricordare la definizione di Salute da parte dell’OMS: la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale, e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità.

Nel mio lavoro insisto sempre molto sulla prevenzione. Intervenire prima della fase in cui l’organismo ha perso le sue possibilità di adattarsi significa scongiurare la possibilità che compaia un disturbo come la Depressione o gli Attacchi di Panico. La prevenzione è la cura del nostro corpo attraverso una sana alimentazione e un’adeguata attività di movimento, la cura della nostra mente attraverso tutte quelle attività che la stimolano e che potenziano le sue funzioni, quindi avere interessi, tenersi informati e avere relazioni sociali.

Avere cura di sé significa trovare un corretto equilibrio tra ciò che appartiene alla sfera del dovere e ciò che appartiene alla sfera del piacere. Uno dei tanti modi per fornire al nostro organismo l’energia per resistere alle continue sollecitazioni cui è sottoposto è il massaggio, inteso in senso lato.

Le tecniche possibili sono diverse ma ognuna di loro condivide due fattori importantissimi attraverso i quali il massaggio regola alcuni valori che si alterano quando siamo in una condizione di disagio e di stress.  Il primo è la relazione di accudimento con l’operatore e il secondo è la stimolazione tattile sulla pelle, organo che condivide con il Sistema Nervoso Centrale la stessa origine embrionale.

Tra i diversi trattamenti disponibili oggi diamo alcune informazioni sullo Shiatsu, pratica che può essere di aiuto in caso di ansia, integrandone la terapia. Nello shiatsu la mente e il corpo trovano insieme un loro equilibrio che porta ad un senso di vitalità e di benessere. L’operatore attraverso il tocco e la pressione, favorisce il naturale fluire dell’energia, ciò rilassa la mente e libera da tensioni e blocchi.

Questo articolo  è stato scritto da Cristina Gessner, operatrice shiatsu a Milano. (www.cristinagessner.com)

Qualche curiosità sullo shiatsu

Lo shiatsu fa parte di quelle discipline olistiche che affiancano la medicina occidentale, è un potentissimo rimedio naturale per la salute globale, per il benessere di corpo, mente e spirito. Ha una tradizione millenaria, cui la scienza sta riconoscendo un importante ruolo curativo.

La sua storia risale agli albori della medicina cinese, mentre è probabile che la pratica esistesse ancora prima, conosciuta però con un altro nome, poiché il termine shi-atsu appare per la prima volta nel 1915, con il significato di “pressione con le dita”.

Oggi si pratica in tutto il mondo e nei secoli si è trasformato, evolvendosi per le esigenze del mondo moderno, influenzando ed essendo influenzato da altre forme di manipolazione occidentali, come la terapia cranio- sacrale e le tecniche di chiropratica, oltre ad integrare altri metodi curativi giapponesi tradizionali.

L’elemento fondamentale dello shiatsu, che lo accomuna e crea un dialogo con altre discipline orientali, è il concetto del QI, energia o forza vitale  (in cinese) o Ki (per il Giappone), apparso in Cina circa 2000 anni fa.

Carola Beresford-Cooke nel suo libro include una definizione, secondo la quale si potrebbe  definire il QI come “un’infinita gamma di frequenze vibrazionali che crea e pervade tutti i fenomeni, materiali o immateriali, animati o inanimati, fisici o emozionali, unendoli in una fitta trama intricata e in continua evoluzione. Qualcosa al contempo priva di sostanza e fisicamente palpabile, una sottile energia che si può condensare in sostanza, in essenza.”

In chiave occidentale questo concetto può essere compreso attraverso le nuove conoscenze nel campo della biofisica, come spiega nel medesimo testo il prof.  James Oschman: Una scoperta fondamentale della fisica quantistica è che, a livello subatomico, nessuna particella esiste, se non in relazione alle altre. Quelli che noi percepiamo come oggetti sono, dal punto di vista della fisica quantistica, punti di collegamento in una rete ininterrotta e interconnessa di eventi, movimenti, relazioni ed energie: il continuum della natura. La natura vivente e gli esseri umani formano una trama continua di componenti e di processi ciclici, tra loro collegati e interdipendenti. Nessuna parte può essere isolata, come più importante o come unità fondamentale. Nulla esiste di per sé.

Cosa succede quando si tocca con lo shiatsu?

Il cliente arriva e, comodamente vestito, si sdraia sul futon. All’inizio della seduta mi racconta cosa l’ha portato da me. Sia sul piano fisico come ad esempio un dolore o una contrattura, sia mentale ed emozionale: il desiderio di un sostegno in una fase particolare della vita, oppure la curiosità o, ancora meglio, la prevenzione e il mantenimento dello stato di benessere in cui si trova. Ascolto il suo racconto che mi porta molti messaggi, non solo verbali.

Nella terminologia giapponese si chiamano: shin (la tonalità della voce, i gesti , la postura, il colorito, l’odore). La seconda fase è quella della diagnosi attraverso il tocco, sull’addome e poi lungo il corpo, lungo i meridiani. Attraverso questi canali, vie preferenziali dove scorre “l’energia” (Qi nella lingua cinese, Ki in giapponese) si può accedere ai messaggi racchiusi nel corpo della persona e quindi, agendo con la pressione delle mani, aiuto quella persona a sentirsi, a cogliere quei messaggi, a potenziare la sua capacità di stare meglio. Il tocco non è soltanto fisico, può essere lo strumento “magico” con cui aprire sorrisi, chiarezza interiore, libertà di intraprendere una strada diversa da percorrere.

Ogni seduta è unica perché non segue mai uno schema preciso, le mani si muovono secondo  quella vibrazione energetica, o Ki, che in quel preciso momento dialoga, si offre nell’incontro. Gli “strumenti di lavoro” dello shiatsuka sono le mani, il pollice, gomiti e ginocchia. Il tocco é gentile, assolutamente non invasivo, molto rilassante e piacevole, accompagnato da stiramenti degli arti, mobilitazioni articolari e dondolamenti.

Lo shiatsu “cura”, ma con un’accezione diversa da quella comune di sconfiggere un sintomo o una malattia, si prende cura di noi. Nella visione orientale il sintomo è solo un messaggio che il corpo invia per comunicare un malessere. Eliminarlo senza comprenderlo sarebbe inutile, perché, prima o poi, quello stesso malessere irrisolto emergerebbe da qualche altra parte, magari con un altro sintomo. Il corpo va quindi ascoltato. Il corpo, dunque, si “auto organizza” per il suo benessere psico-fisico.

Questa è una capacità che possediamo tutti, ma che è difficile da riconoscere e utilizzare. Alla fine della seduta in genere ci si sente molto rilassati, leggeri, comunque si avverte una ritrovata e naturale vitalità. Poi si scopre una migliore lucidità mentale e una scioltezza articolare e muscolare infine un miglioramento o la scomparsa di disturbi e dolori, con una disposizione al benessere assolutamente spontanea.

La pressione delle mani produce anche un effetto specifico sul tessuto connettivo ( in termini di volume, il tessuto connettivo è l’organo più grande del corpo ). I tessuti del corpo possono così recuperare velocemente idratazione e flessibilità. Di conseguenza, applicando la pressione shiatsu semplicemente sotto forma di massaggio, si rafforza la salute dei tessuti mediante una maggior idratazione, una maggiore duttilità e una più rapida connessione a livello comunicativo tra le cellule di tutto il corpo.

Il tessuto connettivo ha la proprietà di legare le parti del corpo e anche di trasformare e inviare energia e informazioni, di tipo chimico, ormonale, cellulare o anche biofisico, in modo rapido. Cellule e tessuti possono in tal modo utilizzare le informazioni che provengono da tutto il corpo per potenziare le loro funzioni di mantenimento e nutrimento.

Un’altro importante effetto, durante la seduta e nel tempo, è di percepire il proprio corpo come “intero”. Spesso ci viviamo come se le parti del nostro corpo fossero separate, a sé stanti. Magari ci concentriamo di più su una zona dolente e il resto di noi è come se fosse in secondo piano, come se l’energia (Ki) non potesse fluire. Percepirsi come un corpo più fluido, che si muove nello spazio naturalmente, aiuta a modificare i pensieri e le emozioni.

La Dott.ssa Crisitna Selvi ospiterà lo Shiatsu Open Day presso Studio Psichiatria Integrata a Milano in P.le Gorini 6 il giorno 6 febbraio 2016, dalle 10 alle 17. L’operatrice professionista Cristina Gessner offrità una prova di trattamento gratuito. E’ necessaria la prenotazione facendo riferimento a Cristina Gessner +39 0221117386 cristinagessner2000@gmail.com www.cristinagessner.com.

 

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Curare le fobie

Che cosa sono, quali cause hanno e come si curano le fobie

Cosa sono le fobie?

Le fobie sono i più frequenti Disturbi d’Ansia nella popolazione. La fobia è una paura incontrollabile, di elevata intensità e non giustificabile dallo stimolo che la provoca. Le fobie sono causate da situazioni o da oggetti che non sono realmente pericolosi o minacciosi quanto la persona fobica crede. Ogni tipo di ragionamento e di spiegazione razionale non può rassicurare a lungo la persona che soffre di una fobia.

Gli adulti possono avere la consapevolezza che lo stimolo fobico non è così pericoloso come da loro percepito, ciò nonostante l’esposizione alla situazione temuta induce una reazione neurovegetativa e psichica che può variare dall’attacco di panico a forme più moderate e lievi di sofferenza emotiva. Spesso, invece, i bambini non possono riconoscere la infondatezza dalla loro forte paura.

Un paziente affetto da fobia svilupperà, di fronte all’oggetto o alla situazione che lo spaventa, una serie di sintomi fisici dovuti all’alterazione dell’equilibrio neurovegetativo: tremore, tachicardia, sudorazione, problemi  intestinali o anche maggiore necessità di urinare, mancanza di aria e respirazione veloce e superficiale, rossore del volto. Questi disturbi sono così spiacevoli che inducono la persona a evitare di confrontarsi con la situazione che li determina; si creano così le condotte di evitamento, caratteristiche del disturbo.

Le condotte di evitamento sono, infatti, obiettivo primario della terapia delle fobie, poiché hanno il potere di rinforzare e incrementare la paura e di influire negativamente sull’autostima del soggetto il quale si percepisce via via sempre meno in grado di fare fronte alla sua paura. Talvolta, invece, lo stimolo fobico è tollerato dal paziente ma a spese di un forte sforzo emotivo e di volontà.

Anche l’ansia anticipatoria è tipica dei disturbi fobici e consiste nel fatto che la persona inizia a percepire pensieri di paura e reazioni fisiche anche soltanto al pensiero della situazione che a breve dovrà affrontare.

Esempi frequenti di fobia sono: paura degli animali, specie di insetti, topi e serpenti, la paura dei cani, la paura di volare, di svenire, di arrossire, la paura dell’ascensore, del sangue, delle ferite, delle iniezioni, del dentista, dei temporali, dell’altezza, del buio, della velocità, dei luoghi chiusi, di attraversare un ponte, la paura di soffocare o di vomitare.   Si parla di Fobia Specifica in quanto la paura e l’ansia che ne consegue, non è generalizzata ma riguarda appunto una situazione particolare.

Le fobie specifiche sono più frequenti nel sesso femminile con  un rapporto di 2 a 1 circa.  Sebbene siano i disturbi d’ansia e psichiatrici più diffusi, raramente la loro gravità è tale da compromettere seriamente la vita della persona che ne soffre. Il trattamento si rende necessario soltanto nei casi in cui il disagio personale o la menomazione della quotidianità è tale da interferire con la vita del paziente.  Ad esempio, la paura di volare potrebbe interferire in modo rilevante in alcune professioni in cui gli spostamenti  aerei sono indispensabili, inducendo quindi la persona a rinunciare alla posizione lavorativa proposta.

Spesso i pazienti che chiedono aiuto hanno fobie multiple e comunque nel corso della loro vita possono sperimentare diversi tipi di Disturbo d’Ansia come gli Attacchi di Panico o anche altre forme come il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Quali sono le cause delle fobie?

Lo sviluppo di una fobia di gravità tale da rappresentare un disturbo avviene per l’interazione  di una vulnerabilità biologica con uno stimolo ambientale. A volte il paziente può avere sperimentato nella sua vita un evento traumatico che ha indotto lo sviluppo della fobia, come ad esempio, essere stato morso da un cane. Non tutte le persone che subiscono un evento traumatico andranno incontro però alla sintomatologia ansiosa, perché è necessaria l’inclinazione biologica allo sviluppo dei sintomi. E’ anche decisivo il modo in cui il soggetto è in grado di elaborare cognitivamente l’accaduto, le sue strategie di gestione dello stato d’ansia, nonché l’ambiente relazionale che supporta il soggetto nelle fasi di sperimentazione ed elaborazione del trauma. Un’elevata percentuale di soggetti fobici viene da famiglie in cui un membro soffre di fobia o altri disturbi d’ansia, confermando sia la dimensione biologica sia quella psicologica dell’ansia.

Come si curano le fobie?

Il trattamento delle fobie richiede sempre un intervento di Psicoterapia. Sebbene la valutazione del più corretto approccio psicologico si debba basare sulla valutazione specifica e personalizzata del singolo paziente, in linea generale i disturbi fobici rispondono bene alla terapia cognitivo-comportamentale. Nelle fobie specifiche spesso sono sufficienti alcuni mesi di terapia per estinguere la fobia, l’ansia anticipatoria e i comportamenti di evitamento associati.

A seconda della frequenza con cui il soggetto deve confrontarsi con lo stimolo fobico, e quindi dell’entità e della frequenza della sua ansia, si potrà valutare l’utilizzo di una terapia farmacologica. Nel caso in cui vi sia la necessità di affrontare una situazione ansiogena solo saltuariamente,  si possono prescrivere farmaci che il paziente potrà utilizzare al bisogno. Questi farmaci non sono curativi ma agiscono sulle manifestazioni mentali e fisiche dell’ansia. A questo scopo si usano le benzodiazepine, i classici farmaci ansiolitici.

A volte può essere utile prescrivere un beta-bloccante cioè un farmaco che riduce soprattutto le manifestazioni somatiche e neurovegetative della paura. Negli altri casi, cioè quando l’esposizione allo stimolo fobico è più frequente e può effettivamente creare disagi nella vita del paziente, la terapia corretta consiste nell’utilizzo di farmaci serotoninergici che hanno un ottimo potere anti ansia, sempre comunque in associazione alla psicoterapia, al fine di poter in seguito sospendere l’assunzione delle medicine.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di fobie a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Respirate e rallentate contro il panico

Respirate e rallentate contro il panico

Il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) è  purtroppo oggi molto frequente. Le cause che determinano l’insorgenza del DAP sono davvero numerose, non sono ancora del tutto chiarite e in ogni singolo paziente è individuabile un insieme di concause, biologiche e psicologiche, che vanno attentamente valutate per impostare il trattamento corretto.

I meccanismi di risposta allo stress e gli attacchi di panico

Indubbiamente nella società occidentale, orientata al raggiungimento di performance sempre più elevate sia su un piano lavorativo, economico, sociale ed estetico, sia su tanti altri versanti, l’essere umano è sottoposto a un carico di richieste continue e pressanti cui fare fronte che su un piano biologico attiva cronicamente i meccanismi di risposta allo stress ponendo le basi per il notevole aumento dell’insorgenza di questa patologia al quale stiamo assistendo. Quindi la comparsa del disturbo fa spesso seguito a situazioni ambientali e contingenti che sono vissute dal soggetto come stressanti, situazioni cioè che disturbano l’equilibrio dell’organismo il quale risponde con tutta una serie di adattamenti neuropsichici, emotivi, ormonali, immunologici e motori che configurano La Sindrome Generale di Adattamento di Selye, più comunemente conosciuta come STRESS.

Curare gli attacchi di Panico a Milano Psichiatra a Milano Psicoterapeuta

Innanzitutto RICORDATE:
• Il Disturbo da Attacchi di Panico è una patologia diffusa e ben conosciuta.
• Avere avuto un attacco di panico non significa soffrire di Disturbo da Attacchi di Panico.
• Il Disturbo da Attacchi di Panico è un disturbo che può essere curato con efficacia.
• Durante gli attacchi di panico non si impazzisce né si muore!
• Durante gli attacchi di panico non si commettono atti pericolosi per sé o per gli altri

>> Scarica l’infografica “Niente panico!” in formato pdf

E’ interessante notare che tra queste situazioni spesso la comparsa di panico nell’essere umano è correlata a esperienze di “lutto” e di distacco. Questo termine, in questo contesto, va inteso in senso lato, riguarda cioè quelle situazioni in cui  la persona si trova esposta a eventi di separazione, reali o temuti; la comparsa di ansia e panico riguarda prevalentemente soggetti predisposti i quali, il più delle volte, hanno mostrato da bambini ansia da separazione dalle figure di riferimento e in generale sintomi di ansia durante l’infanzia. Questo perché nel bambino la separazione dai genitori è un processo molto complesso sul piano psichico, con un impatto emotivo profondo e il modo con cui avviene, o è vissuta, da luogo a stili di attaccamento che si apprendono in età infantile ma che rimangono invariati per tutta la vita nelle relazioni adulte, i quali possono comportare una vulnerabilità emotiva eccessiva nei confronti delle esperienze di distacco.

In questi casi la separazione affettiva è vissuta come un grave pericolo alla sopravvivenza e l’organismo reagisce con una risposta biologica intensa che si manifesta in tutta la sua gravità, nei soggetti predisposti, con la comparsa dell’attacco di panico. Ciò però può accadere anche quando l’esperienza di lontananza dalle figure di riferimento non compromette la relazione, ma appartiene ai quotidiani momenti di autonomia che la vita impone. A volte addirittura non vi è a livello concreto nella vita del paziente nessun evento di potenziale distacco ma il vissuto è comunque presente a livello inconscio, nel mondo psichico del paziente e agisce come spina irritativa psichica.

L’attacco di panico dal punto di vista biologico

Da un punto di vista biologico le persone affette da DAP dimostrano una particolare sensibilità di alcune zone encefaliche alle fisiologiche modificazioni di concentrazione di Anidride Carbonica (CO2); la stimolazione di queste zone produce frequenti e intensi falsi segnali di asfissia (mancanza d’aria) che è uno dei sintomi tipici del panico e dell’ansia.  Queste sono zone ricche di neuroni che inducono il rilascio di adrenalina procurando la reazione di allarme e l’attacco ansioso acuto tipico del panico. Per questo motivo è molto importante imparare come respirare, sia durante l’attacco di panico, sia per prevenirlo, sia in generale nella vita di tutti i giorni, evitando la respirazione superficiale, troppo veloce e frequente che è tipica del paziente ansioso.

Il controllo del respiro durante l’attacco di panico

L’uomo moderno ha disimparato a respirare in modo corretto, riempie i polmoni solo parzialmente e respira troppo velocemente, con la conseguenza di non sfruttare le potenzialità dell’apparato respiratorio nell’ossigenare il sangue e quindi gli organi, cervello compreso. Respirando in modo più fisiologico alleniamo e potenziamo tutti i muscoli della gabbia toracica e in particolare impariamo ad utilizzare il diaframma, muscolo a forma di cupola che divide la cavità toracica da quella addominale.

La respirazione diaframmatica oltre ad essere benefica nel ridurre lo stato di attivazione psichica “massaggia” gli organi cavi addominali, favorendo lo svuotamento dello stomaco e promuovendo la peristalsi intestinale, è quindi un ottimo ausilio nelle persone che soffrono di stitichezza e di problemi digestivi in genere, patologie spesso correlate a stati d’ansia.

Il respiro deve essere lento, normalmente noi eseguiamo un numero eccessivo di respiri ogni minuto, dobbiamo imparare a ridurre la frequenza degli atti respiratori che devono essere più completi e profondi.

Allenarsi in questo senso ogni giorno per almeno 5/10 minuti è una strategia utile e benefica per chi soffre di ansia, nel tempo anche quando non ci concentriamo sulla respirazione, quindi durante lo svolgimento delle nostre quotidiane attività, il nostro respiro diventa più naturale e sano.

Come modulare i neurotrasmettitori

Il Disturbo da Attacchi di Panico dipende anche da un’alterazione dei sistemi neuronali che utilizzano come neurotrasmettitori la Serotonina, la Dopamina, la Noradrenalina, questo è il motivo per cui agendo su questi sistemi si può ottenere una notevole riduzione dell’ansia e la scomparsa del panico.

Le strategie per riequilibrare questi sistemi sono diverse. Innanzitutto questo può essere ottenuto attraverso l’utilizzo di farmaci specifici contro l’ansia; oggi gli attacchi di panico sono molto ben curabili attraverso il ricorso agli stessi farmaci che si usano nella depressione, malattia nella quale esiste una disregolazione delle stesse vie neuronali. Questi farmaci agiscono nel DAP un po’ come un antibiotico agisce quando si ha un’infezione, cioè curandone le cause biochimiche che ne sono alla base, mentre le Benzodiazepine svolgono un ruolo importante ma esclusivamente di tipo sintomatico, un po’ come la Tachipirina dell’ansia.

Altre strategie per riequilibrare l’assetto dei neurotrasmettitori sono le Tecniche di Rilassamento e tutte le altre pratiche fisiche e mentali che agiscono riducendo lo stato di attivazione psichica e fisica (arousal), favorendo quindi la secrezione di sostanze che abbiano un’azione “calmante” (Melatonina, Serotonina, Gaba, Endorfine) e limitando la secrezione di quelle che hanno una funzione eccitatoria (Adrenalina, Noradrenalina, Cortisolo). Per citarne alcune le pratiche di Meditazione, le diverse forme di Yoga, il Ci Gong, il Tai Chi le Tecniche di Respirazione e i massaggi. I massaggi, ad esempio, agiscono attraverso le incredibili connessioni che esistono tra la cute e il sistema nervoso ( Network cute-cervello) dovute al fatto che nell’embrione umano le stesse cellule daranno vita al sistema nervoso, alla pelle e agli organi di senso. Da qui verosimilmente il potere della musica e anche dei colori di determinare stati di benessere psichico per esempio attraverso la Musicoterapia e la Cromoterapia.

Anche semplicemente imparare a “fare le cose piano” può essere di aiuto nell’alleviare i sintomi d’ansia ed evitare la possibilità che evolvano in panico; spesso chi è ansioso cammina velocemente, mangia velocemente, pensa velocemente e si muove velocemente, nel tentativo di fare tante cose, tutte insieme e aspirando alla perfezione. Imparare uno stile di vita più lento e fisiologico, oltre che meno esigente verso se stessi, è indispensabile proprio per chi soffre di sintomi d’ansia. E come in tutte le cose della nostra vita anche questa capacità richiede, per essere appresa, impegno nell’esercizio di questa regola che non avviene soltanto perché crediamo che sia giusta e utile, dobbiamo ricordaci di applicare il “metodo della maggior lentezza” durante tutta la nostra giornata e le nostre azioni.

 In ultimo si possono ottenere ottimi benefici anche attraverso la Psicoterapia, nelle sue differenti declinazioni, la quale, come oramai è confermato dagli studi di neuro-imaging, determina modificazioni non solo del pensiero e del comportamento ma anche dei neurotrasmettitori, delle connessioni tra le cellule nervose e quindi della struttura e del funzionamento del cervello.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia degli attacchi di panico Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

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Il Disturbo Post Traumatico da Stress

 Il Disturbo Post Traumatico da Stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress è una patologia psichiatrica non molto frequente, almeno nelle sue forme più gravi ed evidenti, dovuta all’impossibilità del sistema nervoso di integrare in modo adeguato una o più esperienze psicologicamente traumatiche.

In verità potrebbe anche essere una patologia sottostimata in quanto di non facile diagnosi, a meno che non  vi sia un chiaro, inequivocabile evento drammatico accaduto nella vita del paziente.
In assenza dell’evento traumatico evidente può essere confuso con forme di Depressione o di Distimia o con un Disturbo d’Ansia Generalizzato, o anche mascherarsi dietro una storia di abuso di sostanze e di alcool.

I sintomi del disturbo post traumatico da stress

Sono, infatti, numerosi i pazienti che presentano sintomi tipici di iperattivazione neurovegetativa e di evitamento, nonché le memorie emotive intrusive tipiche del Disturbo Post Traumatico. E’ verosimile che questi soggetti abbiano sperimentato e vissuto situazioni traumatiche meno evidenti, meno puntualmente riconoscibili ma più sottili e durature nel tempo, dando luogo ad una reattività  psichica ed emotiva molto simile  a quello dei gravi traumatizzati.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, nella sua forma più tipica ed evidente, si sviluppa in una certa percentuale di soggetti che hanno vissuto eventi di vita gravemente traumatici, che hanno implicato gravi lesioni personali o ai propri cari, o comunque la grave minaccia alla loro integrità fisica  o a quella di altre persone. E’ il tipico disturbo che colpisce una parte della popolazione dopo un disastro naturale, un terremoto o una grave alluvione, incidenti stradali, rapimenti o gravi aggressioni. E’ stato valutato che persino una certa percentuale degli individui impegnati in azioni di volontariato e soccorso dopo eventi di questo tipo può sviluppare un PTSD.

Molte delle conoscenze sull’insorgenza e sulle manifestazioni di questo disturbo, nonché sulla sua diagnosi e terapia, derivano dalle osservazioni dei reduci di guerra. Non è però necessario essere stati sotto i bombardamenti o vittime di eventi naturali catastrofici per sviluppare un disturbo i cui sintomi, magari più sfumati e meno invalidanti, permettono di porre questa diagnosi.

Una delle caratteristiche tipiche di questo disturbo è che il trauma continua a ripresentarsi nella mente di chi l’ha vissuto e questa situazione, in cui l’attenzione emotiva e cognitiva sono rivolte al trauma, allontana il paziente dalla realtà che lo circonda verso la quale sviluppa una sorta di distacco emotivo, di estraneità sia ai fatti che alle persone. Questi ricordi intrusivi dell’evento vissuto, possono essere immagini mentali, pensieri o ricordi che si ripresentano con insistenza e senza che il paziente possa controllarli o allontanarli. Queste memorie dolorose generano un’attivazione neurovegetativa intensa, che a sua volta da luogo ad una serie di disturbi che si possono manifestare sulla salute del fisico.

Sostanzialmente questi pazienti vivono in una condizione cronica di stress e di attivazione neuro-ormonale dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con tutte le conseguenze non solo psicologiche ma anche somatiche di questa condizione.

Può anche accadere, sebbene raramente, che questi pazienti sviluppino prevalentemente sintomi fisici con scarse manifestazioni psicologiche, il che rende la diagnosi ancora più complicata, ad esempio disturbi gastrici o intestinali, dolori posturali o patologie a livello muscoloscheletrico, ipertensione, problemi cardiaci e problematiche che interessano la sfera della sessualità. Sono questi i casi in cui è necessaria un’attenta e puntuale anamnesi della vita del paziente, a partire dalla sua infanzia, indagando su ogni possibile situazione che sia o sia stata potenzialmente traumatica, considerando anche che il sistema di gestione delle emozioni in un bambino è ancora in via di sviluppo e di consolidamento, per questo situazioni che ad una valutazione più superficiale e razionale possono apparire del tutto normali, creano spesso invece  una atmosfera traumatica e patogena per lo sviluppo sano del bambino. Mi riferisco soprattutto a situazioni emotivo-relazionali inerenti alle dinamiche famigliari alle quali il bambino può essere esposto senza possibilità di difesa.

In questi casi non sempre si trovano eventi che normalmente sarebbero definiti come traumatici a livello psichico, ma lo psichiatra può certamente riconoscere, sotto una superficie di apparente normalità, ciò che ha gravemente interferito con lo sviluppo armonico, tranquillo e solido del bambino.

Caratteristica del PTSD è una condizione di cronico di disagio psicologico e di attivazione neurovegetativa per cui il soggetto vive in un costante stato di tensione emotiva e fisica, ipersensibilizzato ad ogni cambiamento di stato interno o evento esterno che possano riattivare le memorie traumatiche dell’evento, o degli eventi, nel corpo e nella mente.

Questo stato viene definito come un aumento dell’arousal e si manifesta anche determinando disturbi del sonno, come difficoltà  nell’addormentamento o nel mantenimento del sonno, nonché facile irritabilità, difficoltà nella concentrazione e nella memoria di fissazione. I disturbi del sonno  sono spesso accompagnati da  incubi ricorrenti che riguardano l’evento vissuto, questo ovviamente nei casi in cui i sintomi sono conseguenti ad un puntuale evento traumatico.
I flashback sono anche tipici del PTSD e consistono in esperienze emotive in cui il paziente si dissocia dalla realtà e si sente esattamente come se stesse rivivendo l’evento traumatico.

Il paziente vive nel costante tentativo di evitare la sofferenza psicologica e fisica che la riattivazione del trauma determina e mette in atto una serie di manovre difensive, condotte di evitamento che lo limitano nella propria quotidianità, a volte compromettendo seriamente le relazioni personali o il lavoro.

Ad esempio evita luoghi e situazioni ma anche persone e relazioni che possano generare sentimenti anche lontanamente simili a quelli che ha vissuto. In generale queste persone tendono a vivere la loro vita in uno stato di ottundimento delle emozioni che li fa sentire, ed apparire, distaccati dal contesto sociale. E’ come se rimanessero incastrati in una emotività traumatizzata e quindi impossibilitati a prendere contatto in modo adeguato con il mondo attuale.

La possibilità, e la probabilità, che si sviluppi un Disturbo Post Traumatico da Stress è correlata alla gravità della situazione traumatizzante e ovviamente ad altre variabili come una vulnerabilità personale di base, che è differente in ciascuna persona, la possibilità di trovarsi in un contesto di supporto che riconosca e che aiuti l’elaborazione del trauma. Ovviamente anche l’età della persona esposta al trauma è un fattore discriminante importante e pare che le donne siano leggermente più predisposte degli uomini allo sviluppo di PTSD. Ecco quindi che non sempre vi è una correlazione del tutto lineare tra gravità del trauma e sviluppo dei sintomi.

La terapia del disturbo post traumatico da stress

Normalmente la cura di questa forma di disturbo prevede un’associazione di terapia farmacologica e di psicoterapia.

La cura con i farmaci è indispensabile nei casi in cui i sintomi siano troppo invalidanti per lo svolgimento di una vita normale sul piano scolastico o lavorativo e sociale, nonché quando la sofferenza esperita dal paziente è troppo intensa. Negli altri casi si potrà valutare anche durante lo svolgimento della terapia psicologica l’eventuale necessità di un supporto farmacologico. Ottimi alleati in questi casi sono i farmaci che agiscono sulla serotonina, come gli SSRI, associati eventualmente ad altre molecole ad azione ansiolitica o ipnoinducenti, se necessarie.

La terapia è quindi sovrapponibile a quella indicata in altri Disturbi d’Ansia o anche nei Disturbi dell’Umore. Spesso inoltre i pazienti sofferenti per i sintomi causati da un trauma, o da situazioni traumatiche, possono sviluppare Depressione o altre forme di Disturbo d’Ansia.

La terapia psicologica è però in cardine indispensabile per aiutare questi pazienti a liberarsi dei sintomi e a riprendere una normale esistenza. Il trattamento più indicato andrà scelto in base alla conoscenza profonda della situazione psicopatologica, della vita del paziente, della sua struttura di personalità, della sua infanzia, del suo ambiente affettivo e relazionale attuale. La terapia psicologica di tipo psicodinamico è verosimilmente più indicata là dove la sofferenza derivi dall’avere vissuto all’interno di un contesto di crescita problematico e traumatizzante. Altre forme di terapia come la Cognitivo-Comportamentale e l’EMDR (Eye   Movement Desensitization and Reprocessing)  sono più indicate se i sintomi insorgono dopo che la persona è stata esposta ad un grave evento drammatico e traumatizzante che viene riferito durante la raccolta della anamnesi.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di terapia del disturbo post-traumatico da stress a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.