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Articoli che trattano di: Distimia

Distimia e Depressione

 
Queste due situazioni cliniche appartengono al capitolo dei Disturbi dell’Umore. Sono simili come qualità della sintomatologia ma differiscono per la gravità delle manifestazioni cliniche, la durata e il decorso.

Vanno ben distinte da situazioni in cui può essere presente una sintomatologia di tipo depressivo ma che non rientrano in queste diagnosi in quanto l’approccio terapeutico è sostanzialmente diverso.

La Distimia e l’Episodio Depressivo necessitano sempre di un approccio farmacologico, a volte associato a quello psicoterapeutico.

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Che Ansia!

Che Ansia!

Il Disturbo da Ansia Generalizzata (DAG) è piuttosto diffuso. Si tratta di una condizione di preoccupazione eccessivamente sproporzionata rispetto agli eventi vissuti che viene manifestata per un periodo di tempo di almeno sei mesi. Tale preoccupazione deve essere associata alla mancanza di riposo, irritabilità, sensazione di affaticamento, difficoltà di concentrazione, rigidità muscolare, disregolazione dei ritmisonno-veglia.

Ciò che rende caratteristico il disturbo di ansia generalizzata è il processo di rimuginazione che, nei soggetti che soffrono di DAG, a differenza dei non pazienti, risulta essere difficilmente controllabile. Le rimuginazioni possono essere definite come una concatenazione di preoccupazioni o di immagini scaturite da sensazioni negative scarsamente gestibili. Il contenuto delle rimuginazioni può variare da paziente a paziente, ma ciò che conta è la presenza disturbante e pressoché costante delle elaborazioni mentali ansiose.

I soggetti affetti da DAG riferiscono di esperire due modelli di preoccupazioni:

  • Tipo I: riferite ad eventi giornalieri esterni ritenuti ansiogeni (es. parlare con le persone) e ad eventi interni quali il timore che scaturisce da sensazioni fisiche;
  • Tipo II: nutrire credenze negative relative al processo di rimuginazione, vale a dire preoccuparsi del proprio continuo rimuginare (ipotizzando, ad esempio, di essere sull’orlo della follia).

Insieme alle credenze negative, sono contemporaneamente presenti delle credenze positive relative al fatto di preoccuparsi: viene postulato che il continuo elucubrare nasconda un aspetto benefico poiché esso può essere un modo utile per fronteggiare un problema. Dai pazienti viene riferita la necessità di adottare un elevato e continuo livello di ansia dal momento che essa stimola la produzione di elucubrazioni in grado di obbligare il soggetto a meditare sulle possibili strategie di risoluzione del problema. E’ come se la rimuginazione racchiudesse un aspetto protettivo che permette di tenersi sempre in uno stato di allerta per essere pronti ad affrontare gli eventi.

Tale strategia risulta, però, altamente disfunzionale e faticosa per la quantità di energia mentale richiesta. Essa, inoltre, tende ad incrementare il livello di vulnerabilità, aumentando anche la quantità delle aspettative negative e, quindi, la quota d’ansia. Per questi motivi, ad un certo punto,  gli aspetti benefici del rimuginare vengono riconosciuti come insostenibili.

Le risposte comportamentali che ne derivano sono l’evitamento e la ricerca di rassicurazioni. L’evitamento riguarda gli stimoli esterni temuti, le situazioni di incertezza o quelle che racchiudono il pericolo di attivare le rimuginazioni.

La ricerca di rassicurazioni viene agita nel momento in cui è necessario interrompere o impedire il susseguirsi del pensiero ansioso e preoccupato. Non sempre tale strategia si rivela efficace, anzi, in molte occasioni diventa fonte di un incremento delle angosce. Rivolgere, ad esempio, la richiesta di rassicurazioni a più interlocutori può significare ricevere risposte discordanti con relativo ampliamento della condizione d’ansia. Cercare rassicurazioni circa lo stato di salute di una persona cara telefonandogli ad intervalli precisi, comporta un effetto ansiogeno nel momento in cui casualmente si verifichi una mancata risposta. Nel tentativo, quindi, di interrompere il circolo di elucubrazioni, si può avverare l’effetto opposto, aumentando il senso di insicurezza e di agitazione.

La psicoterapia per il disturbo d’ansia generalizzato

Il trattamento dei pazienti con DAG è di tipo integrato poiché associa l’aiuto farmacologico a quello psicoterapeutico. Diversi studi, evidenziano l’efficacia della psicoterapia con un miglioramento di circa la metà dei pazienti trattati; essi manifestano una drastica diminuzione dell’ansia sin dal momento in cui creano lo spazio per poter ragionare sulle proprie preoccupazioni con uno specialista attento e preparato.

Si evidenzia, inoltre, che, seppure certi soggetti siano stati trattati efficacemente dalla psicoterapia, continuino a presentare nel tempo una condizione d’ansia gestibile. Ciò indica che lo stato emotivo ansioso può finalmente essere padroneggiato e compreso poiché sono chiari sia i motivi delle proprie preoccupazioni, sia i meccanismi psicologici sottostanti.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento dei disturbi di ansia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Separazione dei genitori: che sofferenza per i figli!

Separazione dei genitori: che sofferenza per i figli!

Studi sociologici e demografici affermano che la separazione matrimoniale sia un fenomeno esploso a partire dagli anni Sessanta con una differente incidenza nei diversi paesi: in quest’ultimo decennio, negli Stati Uniti, in Inghilterra e nei paesi scandinavi il tasso dei divorzi si aggira tra il 40-50% sul totale dei matrimoni. In Italia, la legislazione ha introdotto il divorzio solo negli anni Settanta. Tra i paesi industrializzati, l’Italia ed il Giappone presentano il tasso percentuale di divorzio minore rispetto agli altri paesi appartenenti alla stessa fascia socioeconomica. Tali valori demografici vanno bene interpretati poiché la statistica non tiene conto del fatto che in Italia, unico tra i paesi industrializzati ad imporre lo scioglimento dello stato matrimoniale in due stadi, la metà dei coniugi separati non sceglie il divorzio.

Perché la coppia sceglie la separazione? Nella maggior parte dei casi di coniugi con figli, la motivazione risiede nella necessità di conseguire una qualità della vita migliore per se stessi e per i figli ed è ciò che effettivamente accade. Ciò non esula, però, dal fatto che tale evento familiare trascini con sé diversi vissuti emotivi nella psicologia dei figli. A determinare il tipo di reazione psicologica dei bambini e dei ragazzi di genitori separati concorrono tre specifici fattori: la gravità del conflitto tra i genitori, il contesto socioeconomico e culturale della famiglia, la qualità del ruolo educativo di almeno uno dei genitori.

Nell’analizzare gli effetti della separazione sui figli, bisogna rifarsi alla letteratura anglosassone che ha prodotto un grandissima quantità di studi clinici. La maggior parte dei dati forniti dalla ricerche empiriche, concorda nel riconoscere che la fine del matrimonio causi sicuramente conseguenze psichiche e comportamentali spiacevoli nei figli a qualsiasi età essi subiscano l’evento.

Quando la separazione avviene durante la gravidanza o nei primi mesi di vita del neonato, egli potrebbe risentire dello stato emotivo materno e manifestarlo con un rallentamento nello sviluppo fisico e cognitivo.

Per bambini tra gli 1 e i 3 anni, potrebbero emergere tratti di insicurezza ed eccessivi timori, una maggiore richiesta di attenzione attraverso atteggiamenti regressivi, disturbi del sonno, ansia, nervosismo. Tali disagi sono determinati anche da cambiamenti nella routine, nelle figure di accudimento (es. presenza di una baby sitter ed allontamento di uno dei genitori a cui si è molto legati), dal cambio di casa, nonché dall’umore del genitore con cui si vive.

Tra i 3 e 6 anni, non capendo cosa significa la separazione, ma accorgendosi che un genitore non vive e non dorme più nella stessa casa, si scatenano nel bambino svariate interpretazioni. Le più comuni vedono il piccolo incolparsi dell’allontanamento del genitore specie se, nei conflitti precedenti alla separazione, il tema di disaccordo tra adulti includeva per qualche motivo il figlio stesso. Come conseguenza, il bambino può manifestare una sospetta docilità atta a fare riavvicinare il genitore allontanato, oppure una oppositività eccessiva come segno di rabbia per la perdita della stabilità familiare. E’ probabile, quando viene allontanato dal tetto familiare il padre, che un figlio maschio nutra il timore di essere anch’egli rifiutato dalla madre soprattutto se viene rimproverato di rassomigliare al papà.

Per figli nella fascia di età tra 6 e 10 anni, i vissuti sono riconducibili alla tristezza, alla rabbia ed alla nostalgia. Avvertono maggiormente un senso di trascuratezza e solitudine; ricercano con forza le attenzioni dei genitori anche comportandosi male, oppure chiudendosi in sé, badando da soli a loro stessi o ai fratelli minori.

Nei ragazzi in preadolescenza o adolescenza, affiora il conflitto tra l’amore per i genitori e la rabbia per la loro condotta. Sono disorientati e confusi anche in merito ai valori morali da adottare nella vita. Problemi scolastici e condotte ribelli appaiono sia a causa della sofferenza provata, sia come atto punitivo nei confronti degli adulti.

In generale, è il clima di conflitto tra i genitori, che siano uniti o separati, a determinare un malessere psichico e disturbi comportamentali della prole. Alcuni studi hanno indagato se l’evento della separazione o divorzio rappresentasse la causa primaria dei vissuti negativi sui figli o se, invece, lo determinasse il solo rapporto conflittuale tra genitori. A tale scopo, è stato costituito un campione di 120 ragazzi tra i 7 e 15 anni, metà dei quali provenienti da famiglie separate e metà da famiglie unite. Attraverso test psicologici ed interviste cliniche, è emerso che il conflitto genitoriale determina disturbi emotivi e caratteriali nella prole. Viene attribuita, quindi, poca importanza ed influenza all’evento della separazione sullo stato psicologico dei ragazzi. Nell’esaminare l’effetto a lungo termine della separazione, sono state svolte ulteriori ricerche su un campione italiano di ragazzi tra i 15 ed i 26 anni diviso omogeneamente in due gruppi a seconda della provenienza da famiglie unite o separate da almeno 9 anni. Non emergono significative differenze tra i due gruppi per ciò che concerne la fiducia nell’altro sesso e la capacità di creare e vivere relazioni affettive stabili. Il dato positivo è che il gruppo dei figli di genitori separati rivela una maggiore indipendenza che esprime a livello economico e comportamentale andando prima a vivere da solo e contribuendo precocemente al proprio mantenimento. I figli di coppie separate, inoltre, costituiscono legami affettivi molto forti all’infuori della propria famiglia e frequentano con maggiore assiduità i loro amici rispetto ai ragazzi provenienti da famiglie unite. Esistono, quindi, conseguenze positive sullo sviluppo psichico dei figli di famiglie divise. Per contro, è emerso che essi esprimono un rapporto scarsamente soddisfacente con il proprio padre, riferiscono maggiori difficoltà a livello scolastico e disagi personali tali da richiedere consultazioni psichiatriche e psicoterapeutiche.

Tutti i figli che vivono rapporti conflittuali tra i genitori soffrono.

Spesso la famiglia non si accorge dei disagi che il loro conflitto provoca. La consulenza psicologica è una scelta opportuna e fortemente consigliata. L’intervento psicologico deve avvenire a livello di coppia per appianare e risolvere il conflitto e, laddove impossibile, nello stabilire quando il disaccordo è insanabile e deleterio per i figli. La consultazione psicoterapeutica è consigliata nell’assistere anche individualmente bambini o ragazzi offrendo loro l’opportunità di uno spazio in cui manifestare e capire il loro malessere e le dinamiche relazionali. Tali percorsi sono, altresì, integrati con sedute di tipo familiare specie per famiglie con figli in età adolescenziale o preadolescenziale.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la separazione della coppia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depressione e cannabis in adolescenza

Depressione e Cannabis in adolescenza

Oggi presento il caso clinico di un paziente conosciuto due anni fa.

Francesco è un adolescente di 19 anni, di nazionalità italiana nonostante i suoi tratti somatici rivelino l’origine somala ereditata dalla mamma, di ceto sociale benestante e di buona cultura. E’ un ragazzo di bell’aspetto, longilineo, eccessivamente magro. Si presenta al primo incontro accompagnato dalla madre a cui delega completamente la spiegazione del suo disagio non pronunciandosi mai se non stimolato direttamente da me. Il suo atteggiamento appare timido e pacato. Solo conoscendolo meglio capisco che si tratta, invece, di uno stato di apatia, chiusura e rassegnazione nei confronti della vita.

Il motivo che ha spinto la famiglia a richiedere una psicoterapia per il figlio riguarda, nello specifico, l’incapacità di Francesco a condurre una vita “normale” fatta di scuola, studio, sport, interessi, ragazza, orari, impegni. Francesco manifesta un disinteresse generale per tutto ciò che deve svolgere. Fondamentalmente, egli passa le sue giornate tra il letto e le panchine del parco con alcuni amici. Nonostante la famiglia lo incoraggi e lo renda libero di scegliere qualsiasi attività, lui non manifestava alcuna preferenza. Per lui contano solo i pochi amici che, come lui afferma, provano la sua stessa identica condizione di abulia. La condizione clinica di Francesco, al momento dell’inizio della terapia, non si presenta solo attraverso l’appiattimento emotivo riconducibile ad uno stato depressivo, ma anche attraverso l’uso sostanzioso di cannabis iniziato intorno ai 15 anni. Francesco spiega che la dipendenza dalla marijuana abbia uno scopo “autoterapeutico”, vale a dire trovare sollievo dalla sua condizione di disagio. Indagando, emerge che la cannabis, talvolta, provoca in lui stati affettivi contrastanti: momenti di pace e sollievo, ma anche ansia e pensieri negativi. Francesco fuma in compagnia o da solo, ma l’effetto che più gli piace è quella sorta di isolamento in cui il suo pensiero viaggia affrontando grandi temi esistenziali, oppure si perde nei suoni della musica riuscendo ad assentarsi dalla vita per qualche ora. Per contro, la sostanza si ripercuote sul suo sonno che afferma essere molto sfasato, dormendo poche ore la notte, non riuscendo a svegliarsi il mattino per fare qualsiasi attività e ciò lo porta ad avere continui contrasti familiari.

La sua condizione nel tempo è peggiorata. Si è aggiunto l’uso di alcol che gli fa provare nausee che gli impediscono di mangiare, consumandosi ancora di più fisicamente. I suoi genitori sembrano stanchi del suo stile di vita e lo lasciano molto libero di gestirsi. La frequenza alla scuola serale, seppure sia stata una sua scelta, non è mai stata mantenuta con continuità. Francesco manifesta idee opposte a seconda del momento: talvolta è sconfortato, non ha alcun progetto di recupero scolastico, non si mostra interessato ad intraprendere alcuna attività lavorativa, né è positivo sul suo futuro (anzi, pensa di diventare un homeless); talvolta, emerge in lui il desiderio di recuperare, di andare a lavorare con suo padre, di smettere di fumare, di cambiare. E’ però consapevole che, da un momento all’altro, possano arrivare le “crisi” che lo spingerebbero a riprendere di fumare e gli impedirebbero di far fronte agli impegni.

Per i primi sei mesi di psicoterapia, la frequenza di Francesco alle sedute è piuttosto discontinua: si scorda dell’appuntamento, oppure non riesce a svegliarsi per tempo, oppure arriva in ritardo. Inizialmente, dimostra di non aver investito molte aspettative sul nostro lavoro dato che l’atteggiamento è di rassegnazione per la sua condizione psicologica. Successivamente, mostra un atteggiamento diverso nei confronti della terapia: la sua frequenza è più regolare, mi telefona personalmente, senza delegare alla madre, nel momento in cui dimentica l’orario dell’appuntamento, è più puntuale e durante i colloqui manifesta livelli minori di chiusura e disagio.

Diagnosi

Dal punto di vista clinico psicologico, Francesco presenta un disturbo dell’umore di tipo depressivo, denominato Distimia. Si tratta di una condizione depressiva cronica che può esordire già in età adolescenziale e che, a differenza della Depressione Maggiore, comporta sintomi più lievi ma continuativi. La cognitività di Francesco presenta i seguenti pensieri:

  • non combino niente, i miei amici sono già all’università;
  • non ho un appoggio dai miei genitori;
  • sono in un ambiente stressante, ho un continuo bisogno che qualcosa mi calmi;
  • non mi interessa se il fumo o l’alcol mi fanno del male perché non sono interessato alla vita;
  • senza di me la mia famiglia non avrebbe problemi, è tranquilla, vanno d’accordo;
  • mi isolo anche per togliere loro il senso di colpa del non essere riusciti a crescermi.

Nel caso di Francesco, alla Distimia è associata una dipendenza da sostanze.

Trattamento

Nonostante sia dimostrato che la psicoterapia risulti essere un trattamento efficace nella cura della Distimia, esso deve essere correlato ad una adeguata farmacoterapia. Il paziente ha rifiutato le cure psichiatriche farmacologiche necessarie sia dal punto di vista antidepressivo, sia da quello di disintossicazione da cannabis e alcol.

Sembra che Francesco tema di liberarsi della marijuana poiché la vive come unico valido anestetico in grado di alleviare il suo stato di sofferenza. Il percorso di psicoterapia, al contrario, è finalizzato al portare a contatto il paziente con le proprie emozioni anche se sgradevoli. Francesco ha manifestato molte resistenze espresse anche rifiutando di presentarsi ad alcune sedute; il suo istinto è sempre stato di scappare dalle brutte emozioni che prova di sé e del mondo. Nel tempo, ha lentamente preso coscienza dei circoli viziosi che lo portano ad una visione depressiva della vita ed ora è più consapevole dei suoi schemi di pensiero e della sua affettività. L’utilizzo della cannabis avviene ancora, seppure in modo minore, più per soddisfare un piacere che per necessità di fuga. Nella suo vissuto si stanno affacciando esperienze emotive nuove ed una maggiore possibilità di attività.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la distimia e le dipendenze da alcool e cannabis collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Quando l’azzardo non è più un gioco

Quando l’azzardo non è più un gioco

Il gioco viene riconosciuto come una delle attività più importanti per lo sviluppo cognitivo, per la crescita a livello simbolico e per la socializzazione; rappresenta un modo salutare di ottenere piacere evadendo dalla quotidianità e dagli schemi convenzionali e raffigura la possibilità di alleviare i vissuti negativi provando emozioni gradevoli.

Come ogni forma di gioco, anche quella d’azzardo, che altro non è che una scommessa su quegli eventi il cui esito dipende dal caso, rientra nelle attività ludiche sostanzialmente innocue ed in grado di sollecitare la mente a livello immaginativo liberandosi dai vincoli e dalle tensioni della realtà. Si tratta di un’attività mentale che, se rispetta le opportune dimensioni spazio-temporali, risulta essere liberatoria delle fatiche della vita quotidiana. Alcuni psicologi ne parlano nei termini di ‘rifugio della mente’, vale a dire di luogo in cui il pensiero ha l’opportunità momentanea di evadere dagli stretti meccanismi della realtà vivendo illusoriamente in una dimensione più leggera, per poi rientrare nella concretezza della vita. Tale caratteristica appartiene al gioco d’azzardo così come a qualsiasi altra attività ludica o di svago.

Il gioco d’azzardo permette di illudersi di ottenere una vincita e di fantasticare sul proprio futuro, ma anche di ritornare alle condizioni di partenza affrontando la delusione (o disillusione) senza particolare fatica. Viene definito patologico quando manca l’esame di realtà, vale a dire quando si tende a mantenere viva l’illusione della vincita nonostante i dati concreti dimostrino l’opposto.

A tal riguardo, la maggior parte degli studiosi che si sono occupati del versante psicopatologico dei giocatori d’azzardo, attribuiscono loro una compromessa capacità di valutare la realtà tanto da parlarne nei termini di dissociazione dalla realtà. In quest’ottica, il soggetto ludopatico arriva a non tener conto né delle vincite, né delle perdite; egli si separa mentalmente da ricompense o sconfitte poiché sopraffatto esclusivamente dal piacere del gioco. Si tratta di una sorta di alterazione della coscienza che non è più in grado di valutare l’esito negativo delle scommesse d’azzardo. Giocare esclusivamente per divertirsi o per ottenere una vincita economica implica, invece, la possibilità e la capacità di sapersi fermare di fronte ad una perdita di denaro che tocca un determinato limite.

L’imprevedibilità risulta essere l’elemento principale di eccitazione capace di stimolare, a livello cerebrale, il nucleo accumbens che determina un aumento della produzione di dopamina, neurotrasmettitore della sensazione di piacere. Le forti emozioni favoriscono l’instaurarsi di condotte ripetitive che, con il tempo, scivolano verso una forma di dipendenza sempre più pervasiva. Il gioco d’azzardo presenta evidenti sovrapposizioni con l’abuso di sostanze; i soggetti ludopatici riferiscono di provare addirittura sintomi di astinenza quali nausea, tachicardia, ansia se allontanati dalla fonte di piacere.

Il DSM-IV,manuale diagnostico che classifica i disturbi psichiatrici, definisce dipendente e patologico il giocatore che presenta almeno cinque dei seguenti sintomi:

  1. pensiero eccessivamente coinvolto nel gioco d’azzardo (es. il soggetto rivive le situazioni di gioco passate e pianifica le future; pensiero costantemente rivolto al modo per procurarsi il denaro con cui giocare);
  2. scommette somme di denaro sempre maggiori aumentando la sensazione di sfida e di eccitazione;
  3. vissuti di agitazione ed ansia acuta nel momento in cui interrompe o tenta di interrompere il gioco;
  4. inutili tentativi di controllare e ridurre il gioco;
  5. umore che oscilla tra la depressione e la disforia;
  6. mancata lucidità nel valutare le perdite ed erronea convinzione di potersi rifare (“inseguimento delle perdite”);
  7. bugie e menzogne nei confronti di familiari e amici per mascherare il coinvolgimento nel gioco;
  8. condotte illegali, falsificazione e frode pur di reperire denaro;
  9. allontanamento o perdita degli affetti e delle opportunità di lavoro a causa del gioco;
  10. ricerca dell’aiuto altrui per far fronte ad una disastrosa situazione economica dovuta al gioco.

Tra i fattori di rischio di sviluppare tale disturbo sono stati identificati i disagi di carattere familiare, lavorativo, relazionale e, inoltre, la tendenza alla depressione, all’impulsività, all’incapacità di tollerare la noia, il precoce contatto con il gioco.

Di fronte ad una diagnosi di gioco d’azzardo patologico l’intervento psicoterapeutico può avvenire a livello individuale, andando ad identificare i meccanismi cognitivi che appartengono al soggetto ludopatico, ma anche quegli aspetti più profondi e sotterranei che inconsciamente spingono la persona ad adottare condotte disfunzionali; a livello di gruppo, creando spazi per l’incontro ed il confronto con altre persone che fungono da specchio di aspetti personali; a livello familiare, poiché vanno riprese ed elaborate dinamiche relazionali che possono aver inciso sull’esordio della patologia.

Esiste, altresì, una parte di intervento psicoeducazionale che coinvolge tutti i livelli di intervento e che si occupa di fornire importanti informazioni circa le caratteristiche della patologia e del suo andamento ed offre, inoltre, colloqui di sensibilizzazione e di confronto in grado di aumentare la motivazione ad occuparsi del problema, elemento determinante nell’affrontare e svolgere un percorso di cura efficace.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento delle dipendenze da gioco d’azzardo e le ludopatie collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La Distimia

 Distimia e Sintomi Depressione

Francesca ha 33 anni, è sposata,  ha un figlio di 9 anni e lavora in una agenzia di viaggi.

Non ricorda neanche più quando ha cominciato a sentirsi così né il perché.

In effetti  nella sua vita non ci sono particolari problemi ma ciò nonostante tutto le sembra faticoso, poco gratificante, poco significativo. Se dovesse pensare a qualcosa che le dia veramente gioia e allegria non saprebbe che risposte darsi.

Certo è molto contenta del suo bambino e del suo matrimonio che le sembrano anche il riparo sicuro  da un mondo nel quale  trova poco di piacevole.

Non sa davvero dire che cosa le piacerebbe fare o cosa la renderebbe felice, tutto il suo tempo libero lo trascorre aderendo alle  iniziative  che  propone il marito, le vanno bene e le va bene che sia lui a decidere per loro.

Non ha  amici personali, quelli di quando era ragazza non li ha più contattati e solitamente la sua vita sociale è limitata agli incontri  con chi già il marito conosceva prima di sposarsi.

Comunque sente sempre un po’ di disagio quando sta con gli altri come se loro avessero sempre cose da dirsi e da raccontarsi e lei invece non avesse mai nulla di interessante o intelligente da condividere.Vive con un latente senso di inadeguatezza……………..

 

Cosa

“Depressione” è un termine con tanti significati. È considerata una patologia quando l’umore depresso e i relativi sintomi sono di entità sufficiente e durano così a lungo da interferire con la vita affettiva, sociale, lavorativa di un individuo.

Il termine Distimia deriva dal greco dys (deviazione) e thymos (mente), ossia, nel linguaggio corrente, “cattivo stato mentale” o “umore malato”

La Distimia, o Disturbo Distimico è una forma particolare di depressione  caratterizzata da sintomi più lievi ma più persistenti rispetto alla Depressione Maggiore,   cioè di  durata pari o maggiore ai due anni.  La gravità della depressione è, nella Distimia, minore che durante un Episodio Depressivo e la sensazione soggettiva del paziente è spesso quella di “essere fatto così”, attribuendo il disagio più al suo carattere  e della sua personalità che ad un disturbo curabile.  È infatti normale, per la persona distimica, “sentirsi giù di corda”, “vedere tutto nero”.

Anche gli altri sintomi sono simili per qualità a quelli della Depressione ma meno gravi e più duraturi nel tempo e si concretizzano soprattutto come  bassa autostima, atteggiamenti eccessivamente autocritici e autosvalutanti,  difficoltà a relazionarsi,  senso di inadeguatezza, pessimismo, indecisione, un senso di generale disinteresse e mancanza di senso, stanchezza cronica, che si associano ad un umore cronicamente triste e l’inclinazione alla malinconia. Inoltre  le persone affette da Distimia si vivono spesso come poco intelligenti, noiose, poco interessanti.

 Quando

Questa patologia  ha spesso un esordio precoce, già nella adolescenza o nella prima età adulta. Nonostante ciò la diagnosi spesso avviene solo ad avvenuta cronicizzazione proprio a causa della ridotta intensità delle sue manifestazioni. Purtroppo il ritardo nel riconoscimento di questa patologia può causare l’evoluzione del disturbo in un Episodio di Depressione Maggiore.

 Quanto

Si tratta di un disturbo ad elevata prevalenza: fino al 6% della popolazione sviluppa  in qualche momento della sua vita uno o più episodi distimici.

E’ più frequente nel sesso femminile.

E’ stato calcolato, negli Stati Uniti, che  il 30% degli individui in psicoterapia è affetto da Distimia. Questo dato è estremamente rilevante in quanto segnala come il disturbo venga considerato esclusivamente legato a fattori personologici e vengano trascurati fattori più complessi di tipo Bio-Psico-Sociale che richiedono per la Distimia un trattamento  combinato, di tipo psicologico e farmacologico.

La tendenza cioè a interpretare la cronicità del disturbo come legata alla  personalità induce a considerare la Distimia sensibile soltanto alla psicoterapia.

 Perché

L’eziologia (ossia la causa) della distimia è multifattoriale, e quindi da ricercare tra un background genetico predisponente, associato a condizioni di  stress cronico e situazioni “traumatiche” durante l’infanzia. Quando insorge tardivamente nell’anziano è probabilmente correlata al progressivo declino delle  cognitive e all’impatto emotivo delle difficoltà fisiche o delle malattie a cui si va incontro con l’invecchiamento.

Come curarla

 E’ in genere la difficoltà nei rapporti sociali che porta questi soggetti a cercare aiuto.  Spesso la prima figura professionale interpellata è il Medico di famiglia il quale può avere difficoltà a riconoscere la presenza di un disturbo specifico. Per questo motivo la diagnosi è sottostimata e avviene solitamente soltanto in contesti  specialistici.

A differenza del passato, dove questo disturbo veniva spesso ignorato e non c’erano schemi terapeutici adeguati, la progressiva presa di coscienza del mondo medico nei confronti della Distimia ha permesso l’individuazione di strategie farmacologiche efficaci come gli inibitori re-uptake della serotonina ( SSRI ). La risposta alla terapia farmacologica è comunque generalmente buona. L’approccio medico deve essere sempre affiancato dalla psicoterapia, sia ad indirizzo psicodinamico che cognitivo- comportamentale,  proprio in virtù delle suddette cause multifattoriali della malattia.

Il tasso di guarigione del disturbo distimico, grazie alle attuali conoscenze e terapie, può raggiungere l’80%.

Se non trattato  adeguatamente  il  Disturbo Distimico può invece evolvere in Depressione.

Per questo, alla base dell’intervento terapeutico farmacologico e di supporto psicologico ci deve sempre essere un colloquio psichiatrico che miri ad individuare il problema, capirlo e lavorare assieme per risolverlo.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e Sintomi Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.