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Articoli che trattano di: Attacchi di Panico

Attacchi di Panico

 
L’attacco di panico è una manifestazione acuta di ansia accompagnata da sintomi fisici di grande entità e fonte di grave preoccupazione per il paziente. Può trattarsi di un episodio singolo o caratterizzarsi come un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.
 
Di tutti i tipi di Disturbo d’Ansia è quello maggiormente frequente.
Presenta caratteristiche tipiche e particolari che ne rendono semplice la diagnosi. Sebbene si tratti di un disturbo che spaventa molto chi ne soffre, determinando un profondo disagio emotivo e fisico, è oggi facilmente curabile attraverso il ricorso a molecole specifiche in associazione a tecniche di psicoterapia.

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Respirate e rallentate contro il panico

Respirate e rallentate contro il panico

Il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) è  purtroppo oggi molto frequente. Le cause che determinano l’insorgenza del DAP sono davvero numerose, non sono ancora del tutto chiarite e in ogni singolo paziente è individuabile un insieme di concause, biologiche e psicologiche, che vanno attentamente valutate per impostare il trattamento corretto.

I meccanismi di risposta allo stress e gli attacchi di panico

Indubbiamente nella società occidentale, orientata al raggiungimento di performance sempre più elevate sia su un piano lavorativo, economico, sociale ed estetico, sia su tanti altri versanti, l’essere umano è sottoposto a un carico di richieste continue e pressanti cui fare fronte che su un piano biologico attiva cronicamente i meccanismi di risposta allo stress ponendo le basi per il notevole aumento dell’insorgenza di questa patologia al quale stiamo assistendo. Quindi la comparsa del disturbo fa spesso seguito a situazioni ambientali e contingenti che sono vissute dal soggetto come stressanti, situazioni cioè che disturbano l’equilibrio dell’organismo il quale risponde con tutta una serie di adattamenti neuropsichici, emotivi, ormonali, immunologici e motori che configurano La Sindrome Generale di Adattamento di Selye, più comunemente conosciuta come STRESS.

Curare gli attacchi di Panico a Milano Psichiatra a Milano Psicoterapeuta

Innanzitutto RICORDATE:
• Il Disturbo da Attacchi di Panico è una patologia diffusa e ben conosciuta.
• Avere avuto un attacco di panico non significa soffrire di Disturbo da Attacchi di Panico.
• Il Disturbo da Attacchi di Panico è un disturbo che può essere curato con efficacia.
• Durante gli attacchi di panico non si impazzisce né si muore!
• Durante gli attacchi di panico non si commettono atti pericolosi per sé o per gli altri

>> Scarica l’infografica “Niente panico!” in formato pdf

E’ interessante notare che tra queste situazioni spesso la comparsa di panico nell’essere umano è correlata a esperienze di “lutto” e di distacco. Questo termine, in questo contesto, va inteso in senso lato, riguarda cioè quelle situazioni in cui  la persona si trova esposta a eventi di separazione, reali o temuti; la comparsa di ansia e panico riguarda prevalentemente soggetti predisposti i quali, il più delle volte, hanno mostrato da bambini ansia da separazione dalle figure di riferimento e in generale sintomi di ansia durante l’infanzia. Questo perché nel bambino la separazione dai genitori è un processo molto complesso sul piano psichico, con un impatto emotivo profondo e il modo con cui avviene, o è vissuta, da luogo a stili di attaccamento che si apprendono in età infantile ma che rimangono invariati per tutta la vita nelle relazioni adulte, i quali possono comportare una vulnerabilità emotiva eccessiva nei confronti delle esperienze di distacco.

In questi casi la separazione affettiva è vissuta come un grave pericolo alla sopravvivenza e l’organismo reagisce con una risposta biologica intensa che si manifesta in tutta la sua gravità, nei soggetti predisposti, con la comparsa dell’attacco di panico. Ciò però può accadere anche quando l’esperienza di lontananza dalle figure di riferimento non compromette la relazione, ma appartiene ai quotidiani momenti di autonomia che la vita impone. A volte addirittura non vi è a livello concreto nella vita del paziente nessun evento di potenziale distacco ma il vissuto è comunque presente a livello inconscio, nel mondo psichico del paziente e agisce come spina irritativa psichica.

L’attacco di panico dal punto di vista biologico

Da un punto di vista biologico le persone affette da DAP dimostrano una particolare sensibilità di alcune zone encefaliche alle fisiologiche modificazioni di concentrazione di Anidride Carbonica (CO2); la stimolazione di queste zone produce frequenti e intensi falsi segnali di asfissia (mancanza d’aria) che è uno dei sintomi tipici del panico e dell’ansia.  Queste sono zone ricche di neuroni che inducono il rilascio di adrenalina procurando la reazione di allarme e l’attacco ansioso acuto tipico del panico. Per questo motivo è molto importante imparare come respirare, sia durante l’attacco di panico, sia per prevenirlo, sia in generale nella vita di tutti i giorni, evitando la respirazione superficiale, troppo veloce e frequente che è tipica del paziente ansioso.

Il controllo del respiro durante l’attacco di panico

L’uomo moderno ha disimparato a respirare in modo corretto, riempie i polmoni solo parzialmente e respira troppo velocemente, con la conseguenza di non sfruttare le potenzialità dell’apparato respiratorio nell’ossigenare il sangue e quindi gli organi, cervello compreso. Respirando in modo più fisiologico alleniamo e potenziamo tutti i muscoli della gabbia toracica e in particolare impariamo ad utilizzare il diaframma, muscolo a forma di cupola che divide la cavità toracica da quella addominale.

La respirazione diaframmatica oltre ad essere benefica nel ridurre lo stato di attivazione psichica “massaggia” gli organi cavi addominali, favorendo lo svuotamento dello stomaco e promuovendo la peristalsi intestinale, è quindi un ottimo ausilio nelle persone che soffrono di stitichezza e di problemi digestivi in genere, patologie spesso correlate a stati d’ansia.

Il respiro deve essere lento, normalmente noi eseguiamo un numero eccessivo di respiri ogni minuto, dobbiamo imparare a ridurre la frequenza degli atti respiratori che devono essere più completi e profondi.

Allenarsi in questo senso ogni giorno per almeno 5/10 minuti è una strategia utile e benefica per chi soffre di ansia, nel tempo anche quando non ci concentriamo sulla respirazione, quindi durante lo svolgimento delle nostre quotidiane attività, il nostro respiro diventa più naturale e sano.

Come modulare i neurotrasmettitori

Il Disturbo da Attacchi di Panico dipende anche da un’alterazione dei sistemi neuronali che utilizzano come neurotrasmettitori la Serotonina, la Dopamina, la Noradrenalina, questo è il motivo per cui agendo su questi sistemi si può ottenere una notevole riduzione dell’ansia e la scomparsa del panico.

Le strategie per riequilibrare questi sistemi sono diverse. Innanzitutto questo può essere ottenuto attraverso l’utilizzo di farmaci specifici contro l’ansia; oggi gli attacchi di panico sono molto ben curabili attraverso il ricorso agli stessi farmaci che si usano nella depressione, malattia nella quale esiste una disregolazione delle stesse vie neuronali. Questi farmaci agiscono nel DAP un po’ come un antibiotico agisce quando si ha un’infezione, cioè curandone le cause biochimiche che ne sono alla base, mentre le Benzodiazepine svolgono un ruolo importante ma esclusivamente di tipo sintomatico, un po’ come la Tachipirina dell’ansia.

Altre strategie per riequilibrare l’assetto dei neurotrasmettitori sono le Tecniche di Rilassamento e tutte le altre pratiche fisiche e mentali che agiscono riducendo lo stato di attivazione psichica e fisica (arousal), favorendo quindi la secrezione di sostanze che abbiano un’azione “calmante” (Melatonina, Serotonina, Gaba, Endorfine) e limitando la secrezione di quelle che hanno una funzione eccitatoria (Adrenalina, Noradrenalina, Cortisolo). Per citarne alcune le pratiche di Meditazione, le diverse forme di Yoga, il Ci Gong, il Tai Chi le Tecniche di Respirazione e i massaggi. I massaggi, ad esempio, agiscono attraverso le incredibili connessioni che esistono tra la cute e il sistema nervoso ( Network cute-cervello) dovute al fatto che nell’embrione umano le stesse cellule daranno vita al sistema nervoso, alla pelle e agli organi di senso. Da qui verosimilmente il potere della musica e anche dei colori di determinare stati di benessere psichico per esempio attraverso la Musicoterapia e la Cromoterapia.

Anche semplicemente imparare a “fare le cose piano” può essere di aiuto nell’alleviare i sintomi d’ansia ed evitare la possibilità che evolvano in panico; spesso chi è ansioso cammina velocemente, mangia velocemente, pensa velocemente e si muove velocemente, nel tentativo di fare tante cose, tutte insieme e aspirando alla perfezione. Imparare uno stile di vita più lento e fisiologico, oltre che meno esigente verso se stessi, è indispensabile proprio per chi soffre di sintomi d’ansia. E come in tutte le cose della nostra vita anche questa capacità richiede, per essere appresa, impegno nell’esercizio di questa regola che non avviene soltanto perché crediamo che sia giusta e utile, dobbiamo ricordaci di applicare il “metodo della maggior lentezza” durante tutta la nostra giornata e le nostre azioni.

 In ultimo si possono ottenere ottimi benefici anche attraverso la Psicoterapia, nelle sue differenti declinazioni, la quale, come oramai è confermato dagli studi di neuro-imaging, determina modificazioni non solo del pensiero e del comportamento ma anche dei neurotrasmettitori, delle connessioni tra le cellule nervose e quindi della struttura e del funzionamento del cervello.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia degli attacchi di panico Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

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Che Ansia!

Che Ansia!

Il Disturbo da Ansia Generalizzata (DAG) è piuttosto diffuso. Si tratta di una condizione di preoccupazione eccessivamente sproporzionata rispetto agli eventi vissuti che viene manifestata per un periodo di tempo di almeno sei mesi. Tale preoccupazione deve essere associata alla mancanza di riposo, irritabilità, sensazione di affaticamento, difficoltà di concentrazione, rigidità muscolare, disregolazione dei ritmisonno-veglia.

Ciò che rende caratteristico il disturbo di ansia generalizzata è il processo di rimuginazione che, nei soggetti che soffrono di DAG, a differenza dei non pazienti, risulta essere difficilmente controllabile. Le rimuginazioni possono essere definite come una concatenazione di preoccupazioni o di immagini scaturite da sensazioni negative scarsamente gestibili. Il contenuto delle rimuginazioni può variare da paziente a paziente, ma ciò che conta è la presenza disturbante e pressoché costante delle elaborazioni mentali ansiose.

I soggetti affetti da DAG riferiscono di esperire due modelli di preoccupazioni:

  • Tipo I: riferite ad eventi giornalieri esterni ritenuti ansiogeni (es. parlare con le persone) e ad eventi interni quali il timore che scaturisce da sensazioni fisiche;
  • Tipo II: nutrire credenze negative relative al processo di rimuginazione, vale a dire preoccuparsi del proprio continuo rimuginare (ipotizzando, ad esempio, di essere sull’orlo della follia).

Insieme alle credenze negative, sono contemporaneamente presenti delle credenze positive relative al fatto di preoccuparsi: viene postulato che il continuo elucubrare nasconda un aspetto benefico poiché esso può essere un modo utile per fronteggiare un problema. Dai pazienti viene riferita la necessità di adottare un elevato e continuo livello di ansia dal momento che essa stimola la produzione di elucubrazioni in grado di obbligare il soggetto a meditare sulle possibili strategie di risoluzione del problema. E’ come se la rimuginazione racchiudesse un aspetto protettivo che permette di tenersi sempre in uno stato di allerta per essere pronti ad affrontare gli eventi.

Tale strategia risulta, però, altamente disfunzionale e faticosa per la quantità di energia mentale richiesta. Essa, inoltre, tende ad incrementare il livello di vulnerabilità, aumentando anche la quantità delle aspettative negative e, quindi, la quota d’ansia. Per questi motivi, ad un certo punto,  gli aspetti benefici del rimuginare vengono riconosciuti come insostenibili.

Le risposte comportamentali che ne derivano sono l’evitamento e la ricerca di rassicurazioni. L’evitamento riguarda gli stimoli esterni temuti, le situazioni di incertezza o quelle che racchiudono il pericolo di attivare le rimuginazioni.

La ricerca di rassicurazioni viene agita nel momento in cui è necessario interrompere o impedire il susseguirsi del pensiero ansioso e preoccupato. Non sempre tale strategia si rivela efficace, anzi, in molte occasioni diventa fonte di un incremento delle angosce. Rivolgere, ad esempio, la richiesta di rassicurazioni a più interlocutori può significare ricevere risposte discordanti con relativo ampliamento della condizione d’ansia. Cercare rassicurazioni circa lo stato di salute di una persona cara telefonandogli ad intervalli precisi, comporta un effetto ansiogeno nel momento in cui casualmente si verifichi una mancata risposta. Nel tentativo, quindi, di interrompere il circolo di elucubrazioni, si può avverare l’effetto opposto, aumentando il senso di insicurezza e di agitazione.

La psicoterapia per il disturbo d’ansia generalizzato

Il trattamento dei pazienti con DAG è di tipo integrato poiché associa l’aiuto farmacologico a quello psicoterapeutico. Diversi studi, evidenziano l’efficacia della psicoterapia con un miglioramento di circa la metà dei pazienti trattati; essi manifestano una drastica diminuzione dell’ansia sin dal momento in cui creano lo spazio per poter ragionare sulle proprie preoccupazioni con uno specialista attento e preparato.

Si evidenzia, inoltre, che, seppure certi soggetti siano stati trattati efficacemente dalla psicoterapia, continuino a presentare nel tempo una condizione d’ansia gestibile. Ciò indica che lo stato emotivo ansioso può finalmente essere padroneggiato e compreso poiché sono chiari sia i motivi delle proprie preoccupazioni, sia i meccanismi psicologici sottostanti.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento dei disturbi di ansia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il panico non ci fa paura!

Il panico non ci fa paura!

“Guarda la paura in faccia e questa cesserà di turbarti” diceva un detto popolare; niente di più vero se riferito al disturbo di panico.

La terapia di pazienti con disturbo di panico concede ottimi risultati.

Si tratta di un disturbo molto diffuso ed invalidante ma esso racchiude una caratterista positiva: se affrontato, è guaribile!

Iniziamo allora ad affrontarlo andando a capire alcune caratteristiche salienti relative al disturbo di panico.

Chi ha vissuto un attacco di panico lo descrive come un breve ma intensissimo periodo di paura in cui sente di essere in procinto di morire, di impazzire, di perdere il controllo, di essere colpito da un infarto o da chissà quale altra grave malattia. Si prova una sensazione di tremore, soffocamento, vertigini, palpitazioni, capogiro, nausea, senso di disorientamento ed estraneamento dalla realtà che comporta il bisogno disperato di allontanarsi dalla situazione che si sta vivendo per fuggire altrove.

Questo brevissimo ma intenso disagio, può cambiare la vita a chi lo vive.

Si tratta di una crisi così intensa che mobilita una quantità tale di energie da non poter durare a lungo: una volta raggiunto l’apice, non può durare più di venti minuti.

In genere, i primi attacchi di panico sono inaspettati e non riconducibili ad una specifica situazione; nel corso del tempo possono ripetersi, divenire ricorrenti ed associabili a condizioni particolari quali, ad esempio, guidare l’auto, stare sui mezzi pubblici o al supermercato. Ciò induce significativi cambiamenti nel comportamento della persona che tenderà a mettere in atto straordinari meccanismi di evitamento delle situazioni temute, evitamenti che, in apparenza, sono utili metodi di prevenzione e protezione dall’ansia, ma, in realtà, rappresentano il miglior modo per sprofondare sempre più all’interno del disturbo di panico. L’evitamento rappresenta una via facile e rapida che permette di allontanare lo stimolo temuto e contemporaneamente trasmette una sensazione di controllo e comando della situazione. C’è da aggiungere, però, che le fughe messe in atto danno sì la sensazione di essersi “salvati” ma lasciano dentro di sé un senso di sconfitta e di sconforto.

Esiste un’elevata percentuale di pazienti che da anni vivono chiusi in casa nel timore di poter essere colti da un attacco di panico nel momento in cui dovessero uscire e si esponessero senza più protezioni. Per questo motivo, gli attacchi di panico condizionano chi ne soffre fino a condurlo verso una parziale invalidità. L’evitamento impedisce di imparare dall’esperienza, contrasta la possibilità di confrontarsi con i propri timori, rimanda la risoluzione del problema, anzi, lo complica sempre di più.

Se il paziente è ben preparato e sostenuto dal punto di vista psicologico, può provare a non fuggire dalle situazioni temute e dai propri sintomi, può provare a passare attraverso la propria storia di panico per riuscire a comprendere meglio cosa l’abbia determinata, quali meccanismi psicologici l’abbiano causata. Attraverso la psicoterapia si può rivedere la propria storia personale, riesaminare le proprie strategie (spesso inconsapevoli) per affrontare le situazioni, oppure far fronte ai segni lasciati da un evento traumatico.

In sintesi, per riuscire a trattare e risolvere il panico, occorre affrontarlo e occorre conoscerlo!

La dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Attacco e Disturbo di Panico a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra, Psicoterapeuta e Omotossicologa presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Le dinamiche familiari del paziente con Attacco di Panico

Le dinamiche familiari del paziente con Attacco di Panico

L’attacco di panico è una manifestazione violenta e perturbante che si pone come un segnale della necessità di ascoltare una parte di sé trascurata. E’ un sintomo che va necessariamente colto per poter esplorare e conoscere meglio aspetti interiori di cui non si è consapevoli ma che, come la realtà dimostra, giocano un ruolo decisivo sull’equilibrio psico-fisico.

In genere, non sempre è semplice accorgersi dei disagi psicologici che vive un proprio familiare poiché, spesso, esso si manifesta in modo altalenante, subdolo e confuso. Al contrario, il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) è l’unico a presentarsi in modo evidente e ben definito: mostra sintomi visibili ed è delimitato da un momento di inizio e di fine. E’ più semplice da cogliere, ma ciò non significa che sia anche più semplice rapportarsi ad esso piuttosto che ad altre psicopatologie. Chi vive il DAP ne parla nei termini di un’esperienza sconvolgente: un breve ma intenso momento di paura in cui sente di essere in procinto di morire, di impazzire, di perdere il controllo, o di essere colpito da un infarto. Si provano sensazioni di soffocamento, vertigini, palpitazioni, capogiro, nausea, senso di estraneamento dalla realtà. Data la quantità di energie che si mobilitano durante l’episodio di panico, esso ha una durata molto breve che non può superare i venti minuti ma tanto basta a cambiare la vita di chi lo manifesta e dei familiari coinvolti.

Nella fase iniziale, quando ancora non è stata fatta una diagnosi, è difficile che il soggetto con Disturbo da Attacchi di Panico riesca a comprendere e a darsi una spiegazione dell’accaduto, pertanto, risulta impossibile anche per i familiari afferrare il disagio manifestato. Incapaci di capire cosa stia succedendo, i congiunti mostrano diverse possibilità di reazione: dimostrano vicinanza chiedendo direttamente al paziente suggerimenti sul tipo di comportamento da tenere; minimizzano i sintomi; si arrabbiano di fronte agli atteggiamenti di evitamento classificandoli come segnali di mancanza di volontà; si colpevolizzano attribuendosi la causa del problema e sostituendosi al soggetto sofferente in ogni attività egli non riesca più a svolgere.

In linea generale, è possibile affermare che il paziente con Disturbo da Attacchi di Panico è diviso tra il bisogno di protezione dalla pericolosità del mondo e la necessità di indipendenza all’interno del mondo. Egli tende a vivere con ansia ogni stimolo possa minacciare l’equilibrio tra questi due poli. Le relazioni con i familiari sono coinvolte in tali dinamiche poiché loro stessi sono sia causa, sia oggetto di perturbazioni dell’equilibrio del paziente. Quest’ultimo è incline a costruire legami privilegiati nei confronti di chi può garantirgli la costante disponibilità di rassicurarlo e proteggerlo anche a discapito del suo essere autonomo. Per mantenere la vicinanza si può utilizzare, ad esempio, la strategia dell’essere accompagnato in ogni spostamento, oppure di poter richiedere una costante disponibilità di reperibilità telefonica. In questo modo, si rischia di limitare la personale percezione di autonomia per cui il soggetto circoscrive tali strategie a poche persone con le quali vi sia un rapporto affettivo profondo tale da giustificare l’indispensabile vicinanza.

In modo meno frequente, il Disturbo da Attacchi di Panico compare anche in personalità in apparenza autonome e capaci di affrontare situazioni complesse e difficili. In questo caso, il tema riguarda la sfida con se stessi di essere forti, capaci ed indipendenti. Di fronte alla sintomatologia di panico, anche tali soggetti riferiscono la necessità di stabilire relazioni di vicinanza pur vivendole come un ulteriore fallimento in rapporto al loro bisogno di essere liberi ed autonomi. In tal caso, si rompe in maniera netta la continuità con il vissuto precedente arrivando a nutrire una percezione debole di sé che mantiene alto il rischio di vissuti di panico.

Il soggetto che soffre di attacchi di panico ha scarsa abitudine a riconoscere, vivere e modulare le emozioni e tende a controllare ogni manifestazione come se fosse un elemento pericoloso da combattere. Intorno a sé, egli ha quasi sempre vicino persone che, come lui, si spaventano di fronte all’irrompere dell’ansia e che quindi si prodigano per arginarla alimentando gli stessi circoli viziosi che il paziente già vive internamente.

Ciò che manca a tutti coloro che partecipano alla relazione, è l’intenzionalità dell’agito: le dinamiche familiari si strutturano inconsapevolmente intorno alla patologia ansiosa. La famiglia intera vive l’attacco di panico come un fallimento e partecipa inconsciamente nel tentativo di non far fallire l’equilibrio emotivo.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per gli attacchi di panico collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Gli psicofarmaci nella terapia dell’ansia

 Gli Psicofarmaci nella terapia dell’ansia

L’ansia è uno stato emotivo noto a tutti, chiunque può sperimentare nella sua esistenza situazioni o problemi che generano uno stato ansioso di preoccupazione mentale e di disagio fisico. Può anche essere un sintomo, spesso presente in molte forme cliniche di malattia psichiatrica o medica, ad esempio alcune forme di depressione sono accompagnate da evidenti sintomi ansiosi. Infine esiste il vasto capitolo dei Disturbi d’Ansia nei quali, ovviamente, questo sintomo caratterizza il quadro clinico, pur declinandosi in modi differenti.

La Classificazione dei Disturbi d’ansia

Si è portati a credere che l’ansia si curi esclusivamente con i calmanti, invece i farmaci a disposizione del medico per curare il sintomo ansia, o un vero e proprio Disturbo d’Ansia, sono diversi:

  • le benzodiazepine;
  • gli antidepressivi;
  • gli antipsicotici;
  • gli anticonvulsivanti.

Le benzodiazepine nella terapia dei Disturbi d’ansia

Oggi parliamo delle Benzodiazepine. Questo è il nome scientifico di quei farmaci che sono normalmente conosciuti come ansiolitici o calmanti. Questi farmaci hanno azione ansiolitica ma anche ipnoinducente, miorilassante e anticonvulsivante e si utilizzano quindi anche in altre condizioni patologiche.
E’ un gruppo composto da molte molecole diverse, che, sebbene abbiano tutte la stessa funzione, si differenziano per la durata di azione e cioè per il tempo che rimangono nell’organismo  una volta assunti.

La scelta tra le diverse benzodiazepine nella terapia dell’ansia

Si distinguono benzodiazepine ad emivita lunga, che vengono eliminate lentamente dall’organismo, svolgendo la loro azione anche per 24 ore  (ad es. En, Valium, Dalmadorm, Felison, Prazene), ad emivita intermedia (ad es. Xanax, Tavor, Lexotan) che vengono eliminate dall’organismo entro le 24 ore e ad emivita breve (ad es. Lendormin, Minias)  che svolgono la loro azione soltanto per poche ore.

L’emivita di un farmaco è un parametro molto importante che indica il tempo di durata di azione di un farmaco nell’organismo e varia notevolmente da molecola a molecola. Dall’emivita dipende non solo l’azione terapeutica ma anche gli eventuali effetti collaterali indesiderati.

La scelta del farmaco più opportuno al singolo paziente e alla situazione clinica che presenta prevede quindi delle conoscenze specifiche, anche perché il metabolismo dei farmaci può subire importanti modifiche in alcune situazioni. Ad esempio alcuni di questi farmaci sono particolarmente controindicati negli anziani, nei quali i fenomeni di accumulo sono più frequenti a causa del metabolismo epatico rallentato fisiologicamente dall’età e anche da eventuali altre terapie assunte. Anche per i pazienti affetti da malattie epatiche o con alterata funzionalità del fegato e renale vanno scelte molecole con un’emivita media o breve.

I possibili effetti indesiderati delle benzodiazepine, soprattutto quando non sono adeguatamente dosate,  sono sonnolenza, astenia, disturbi della memoria e rallentamento psico-motorio.

I meccanismi di azione delle benzodiazepine nella terapia dell’ansia

Le benzodiazepine agiscono potenziando l’azione di un neurotrasmettitore che si chiama acido gamma-aminobutirrico o GABA e, fissandosi ai suoi recettori a livello dei neuroni,  svolgono effetto sedativo.

Le benzodiazepine rappresentano l’intervento sintomatico del fenomeno ansioso, controllano sia i sintomi psichici sia quelli fisici dell’ansia. Sono più adatte nelle forme di ansia acuta o  anticipatoria, meno nelle forme di ansia cronica. L’utilizzo a lungo termine va valutato con attenzione dal medico curante. Il dosaggio e la durata del trattamento vanno individualizzate a seconda delle caratteristiche dell’ansia, di quelle del paziente e monitorando la risposta clinica. A scopo indicativo possiamo dire che un trattamento protratto per qualche settimana, purché monitorato, non genera problemi.

L’utilizzo di questi farmaci è importante soprattutto nelle prime fasi del trattamento, quando è necessario ottenere un controllo sintomatico del disagio del paziente in attesa che altri farmaci svolgano la loro funzione. Questo perché i Disturbi d’Ansia si curano con i farmaci Serotoninergici i quali però hanno una latenza di azione di qualche settimana.

Gli effetti indesiderati delle benzodiazepine nella terapia dell’ansia

Molte persone a cui vengono prescritti questi farmaci temono il fenomeno della dipendenza. Come per tutti gli psicofarmaci c’è molto allarmismo, pregiudizio e mancanza di adeguata conoscenza e informazione. Va specificato che una terapia prescritta con criterio, quando è necessaria, dosata attentamente e monitorata periodicamente non può arrecare danni ma deve portare solo benefici, inoltre non causerà dipendenza, sempre se prescritta e assunta nel modo idoneo.

Ad ogni modo la sospensione del farmaco deve avvenire in modo graduale e deve seguire dei criteri che dipendono dalla dose iniziale e dal tempo per il quale il farmaco è stato assunto, con queste accortezze non si avranno problemi di astinenza e il paziente sarà in grado di sospendere la terapia senza particolari difficoltà. Eventuali piccoli disagi svaniscono nel giro di pochi giorni.

La sospensione brusca del farmaco, invece, può causare fenomeni di rebound come irritabilità, ansia, insonnia, tremori, sudorazioni e tachicardia. Anche questi comunque transitori e non pericolosi.

Un buon utilizzo di questi psicofarmaci è di grande sollievo per il paziente che soffre di ansia e non può essere dannoso. Purtroppo capita spesso che queste medicine vengono utilizzate senza una prescrizione medica ma  assunte per auto-somministrazione: in questo modo i possibili effetti indesiderati o i sintomi di astinenza e la dipendenza sono più frequenti.

Le benzodiazepine possono provocare qualche lieve effetto indesiderato, più che altro all’inizio della terapia. I più frequenti sono sedazione, sonnolenza, debolezza muscolare, stanchezza fisica e diminuzione della memoria. Tutti questi effetti spariscono aggiustando la dose in base alla reattività individuale al farmaco, che è molto variabile da soggetto a soggetto.

Le benzodiazepine sono farmaci molto maneggevoli e sicuri, anche l’intossicazione acuta da  ingestione accidentale o volontaria non porta solitamente al decesso. L’utilizzo incongruo di questi farmaci può invece di diventare pericoloso se vi è un abuso concomitante di alcool o di altre sostanze che agiscono a livello del sistema nervoso centrale, come le sostanze stupefacenti assunte a scopo voluttuario. In questi casi di poli-abuso possono essere inibiti alcuni importanti centri cerebrali, soprattutto quelli che controllano la frequenza del respiro e ciò può portare a grave pericolo per la vita a causa della depressione respiratoria.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia dei disturbi di Ansia Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Fobia sociale e l’ansia del giudizio

La fobia sociale e l’ansia del giudizio

La fobia sociale è un disturbo molto diffuso in cui il soggetto mostra una ipersensibilità al giudizio negativo da parte degli altri. Secondo il DSM, manuale diagnostico psichiatrico, tale disturbo viene definito come “una marcata e persistente paura di trovarsi in situazioni o di compiere delle prestazioni pubbliche, in cui l’individuo può trovarsi in imbarazzo”.

L’aspetto centrale della fobia sociale è rappresentato dalla paura della valutazione negativa delle proprie prestazioni, dove per ‘prestazione’ si intende qualsiasi compito di tipo quotidiano effettuato in comunità e soggetto, quindi, all’osservazione altrui come ad esempio parlare in pubblico di fronte ad una o più persone, mangiare, scrivere e firmare. Ogni paziente fobico sociale si concentra su determinati tipi di paure. Esistono persone che temono di mangiare insieme agli altri perché sono convinti che venga notato il tremolio delle loro mani, oppure persone che non parlano in pubblico per il timore di arrossire, di non essere capiti e di non pronunciare bene le parole.

Il DSM prevede, però, anche un sottotipo di fobia sociale indicata come “fobia sociale generalizzata” che appartiene a persone che provano paura per la maggior parte delle situazioni sociali. In questo caso, l’impatto del disturbo sulla propria vita è decisamente più rilevante. Fondamentalmente, in maniera sottostante alle paure sopra elencate, vige la reale preoccupazione di essere percepiti come deboli, strani, mentalmente disturbati, stupidi.

All’interno di questo disturbo possono verificarsi gli attacchi di panico che insorgono quando ci si ritrova all’interno della situazione temuta, oppure già nel momento in cui si immagina e si anticipa mentalmente l’esposizione al contesto causa di ansia.

I soggetti che soffrono di questo problema tengono monitorati ogni volta in maniera parallela più fattori: la qualità della loro prestazione, l’attivazione fisiologica ed il feedback di chi gli sta di fronte. Essi cercano di avere il controllo di una esagerata quantità di informazioni, spesso marginali e ciò, oltre ad attivare un circolo di ansia, rovina la prestazione. Tutto questo tende a ripercuotersi negativamente sulla propria vita dato che subentra la scontata conseguenza degli evitamenti dei contesti e delle persone ritenuti fonte di imbarazzo ed ansia.

La necessità primaria dei fobici sociali è di dare un’ottima impressione di sé associata alla preoccupazione di non riuscirci. Essi avvertono ansia nei confronti di un determinato contesto poiché amplificano sia il pericolo di essere giudicati come incapaci ed inadeguati sia le ripercussioni negative che tale valutazione potrebbe avere sul proprio status sociale con il rischio di sentirsi rifiutati ed allontanati dalla comunità. In effetti, diversamente da quanto avviene nel disturbo da attacchi di panico in cui non si verifica ciò che si teme (es. non si muore, non si impazzisce), nella fobia sociale l’evento negativo può accadere, quindi è possibile che si venga rifiutati e non confermati; ciò vale per chiunque ma il paziente fobico lo vive in modo amplificato strumentalizzandolo per confermare la bassa opinione di sé stesso.

Tra le cause che determinano tale disturbo si ritrovano aspetti genetici ereditari (familiari con lo stesso disturbo), aspetti psicologici e di personalità che si manifestano attraverso tratti di perfezionismo, ipersensibilità al giudizio altrui, scarsa autostima ed aspetti ambientali legati alle esperienze educative in ambito familiare e scolastico, oppure stress vissuti nel contesto lavorativo e relazionale.

Per ciò che concerne il tipo di trattamento, la terapia farmacologia antidepressiva ed ansiolitica viene associata alla psicoterapia di modo che si agisca sia sui sintomi sia sulle cause del disturbo.

Dal momento che il soggetto fobico sociale ha una distorta percezione di sé, ciò rappresenta il punto di partenza dell’intervento psicoterapeutico. Insieme al paziente si analizzano le credenze negative relative a sé ed al mondo sociale e la convinzione di ottenere prestazioni fallimentari con esiti umilianti. Attraverso la psicoterapia, si individua il significato delle paure e del rischio di esporsi. Si porta il paziente verso una lettura più consapevole ed obiettiva di sé. Si tratta di un percorso di autovalutazione al fine di rendere il soggetto capace di determinarsi autonomamente senza fondare totalmente l’opinione di sé su credenze erronee.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia per il trattamento della Fobia Sociale a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.