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Articoli che trattano di: Disturbi Alimentari: Anoressia e Bulimia

Disturbi Alimentari

 
A parte i più noti, Anoressia e Bulimia, esistono altri disturbi della Condotta AlimentareOrtoressia. In tutte queste situazioni, oltre ad un’attenzione eccessiva rivolta al cibo e alla sua assunzione è presente un’alterata immagine del sé corporeo. Spesso inoltre il peso è alterato in eccesso o in difetto in modo potenzialmente pericoloso per la salute del paziente.
Questi disturbi sono frequentemente associati a Depressione, Distimia e Disturbi d’Ansia.
 
Il trattamento di questi disturbi dovrebbe essere multidisciplinare, la psicoterapia è indispensabile e frequentemente si rende necessario un supporto farmacologico, almeno in alcune fasi del disturbo. A volte è importante avvalersi di altre figure professionali come il medico internista, l’endocrinologo o il nutrizionista.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Bulimia: riconoscerla e vincerla

Bulimia: riconoscerla e vincerla

 

La parola Bulimia deriva dalla parola greca limos, che significa fame, e bous che indica il bue. Era un termine già in uso nell’Antica Grecia ed è soggetto a due tipi di interpretazioni: avere una fame da bue, oppure avere tanta fame da mangiarsi un bue.

Negli ultimi decenni la bulimia nervosa è stata oggetto di una quantità di ricerche scientifiche che ha pochi precedenti nel campo delle scienze psichiche. Nonostante questo grande interesse, vi è una bassa richiesta di aiuto professionale da parte dei pazienti che ne sono affetti.

Il DSM IV, manuale diagnostico che classifica i disturbi psichiatrici, considera essenziali per la diagnosi di bulimia nervosa le seguenti manifestazioni:

–          ricorrenti abbuffate, ossia rapida ingestione di una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili;

–          ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie al fine di prevenire l’aumento di peso: vomito auto-indotto, abuso di lassativi, uso di farmaci dimagranti, esagerata attività fisica;

–          una frequenza media delle abbuffate e condotte compensatorie di almeno due volte alla settimana per almeno tre mesi;

–          livelli di autostima indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporeo. Read more »

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Ortoressia e Disturbi Alimentari

Capita sempre più frequentemente di osservare nella pratica clinica  un nuovo Disturbo Alimentare  in cui l’attenzione ossessiva non viene posta sulla quantità di cibo e di calorie introdotte, come nella Anoressia,  ma sulla qualità degli alimenti, sulla scelta del cibo e sulle sue caratteristiche; questa nuova patologia  è conosciuta con il nome di “Ortoressia” o “Ortoressia Nervosa” (dal greco “orthos” che significa giusto e corretto, e “orexis” che significa appetito).

Essa  può essere definita come  la ricerca ossessiva di una alimentazione sana, ricca di sostanze nutrienti,  con l’assoluta esclusione di qualsiasi alimento che possa essere considerato non genuino, inquinato batteriologicamente o da un punto di vista chimico e le persone affette sono ossessionate da un’alimentazione che consenta loro di conservare o migliorare la salute e la loro qualità di vita. Naturalmente per poter parlare di patologia è necessario che i pensieri e i comportamenti  che riguardano il cibo si concretizzino in un vero e proprio disturbo ossessivo che  si differenzia da giuste e corrette norme di alimentazione a cui tutti dovremmo porre attenzione.

Questo quadro clinico è stato descritto, curiosamente,  per la prima volta dal dietologo Steve Bratman nel 1997; egli stesso aveva  sofferto per un periodo della sua vita di questo disturbo che all’epoca non era ancora codificato dalla psichiatria accademica come categoria diagnostica.

Le persone affette da Ortoressia spesso presentano altri disturbi psichici  sovrapposti al disturbo alimentare vero e proprio, ad esempio un Disturbo di Personalità di tipo Ossessivo, Disturbi d’Ansia, Ipocondria o Fobie per  le contaminazioni, nonché una ossessiva attenzione alla forma fisica e  ai processi di invecchiamento.

Questa emergente patologia  è maggiormente osservabile nei paesi industrializzati dove  le informazioni sull’importanza di una alimentazione sana, da un punto di vista quantitativo e qualitativo, sono spesso abusati a scopo di pubblicità, peraltro a volte ingannevoli, e dove sono maggiormente diffuse notizie che riguardano pericoli insiti nel consumare determinati alimenti ( carni infettate o comunque con un potenziale cancerogeno, frutta e verdura coltivate in presenza di additivi chimici o geneticamente modificate e così via) o pericoli nelle modalità di conservare o cucinare il cibo ( forni a microonde, metalli pesanti rilasciati durante la cottura in pentola).

Anche l’Ortoressia,  come tutti  i Disturbi del Comportamento Alimentare,  coinvolge maggiormente pazienti di sesso femminile e alcune categorie di persone sembrano maggiormente esposte allo sviluppo di questa patologia ed in particolare i vegetariani,  i vegani  e i consumatori abituali di cibi biologici e biodinamici.

Sebbene i benefici sulla salute e la qualità di vita di una sana alimentazione non siano da mettere in dubbio, in questo disturbo l’ attenzione alla qualità della alimentazione  determina  un allarme eccessivo e la messa in atto di comportamenti ossessivi di controllo e di evitamento sociale.

Attraverso il colloquio clinico il medico psichiatra deve differenziare  le situazioni  francamente patologiche, quando cioè le scelte alimentari  diventano dannose per la salute dell’individuo,  quando vengono ad essere influenzate negativamente le condizioni fisiche ma anche la vita di relazione e l’equilibrio psicologico.

Spesso infatti le persone affette da Ortoressia, mostrano atteggiamenti talmente rigidi e rifiutano categoricamente qualsiasi deroga  al punto tale che  vengono più facilmente criticati per questa inflessibilità  che per le loro scelte alimentari ed alla fine tendono ad isolarsi rifiutando tutte quelle occasioni di incontro sociale durante le quali le proprie convinzioni potrebbero essere messe in discussione, disapprovate o criticate.

Anche i pazienti affetti da Ortoressia,  come le ragazze anoressiche,  cercano  di conquistare e percepire il  senso di valore del proprio sé  e la propria autostima  attuando regole di rigido controllo, sviluppando forti sensi di colpa qualora dovessero cedere e trovando un’apparente realizzazione  in quegli aspetti della vita dove le regole vedono il loro maggiore sviluppo (regime alimentare, lavoro, business, competizioni, studio) spesso  a scapito di una corrispondente attenzione e consapevolezza verso  la propria sfera privata, personale e affettiva.

Anche l’Ortoressia è quindi una patologia che si manifesta attraverso  abitudini alimentari ossessive, ma che riguarda e coinvolge più profondamente la struttura di personalità e l’immagine di sé e del proprio valore in relazione al mondo esterno.

La terapia deve quindi articolarsi su diversi piani, coinvolgendo spesso figure professionali complementari quali lo psichiatra, che può valutare la necessità di una terapia specifica per il controllo della sintomatologia ossessiva e lo psicoterapeuta cha analizzerà con il paziente i nuclei profondi del proprio disagio.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e disturbi alimentari a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.