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Articoli che trattano di: Patologie

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Una strana forma di Depressione

Disturbo Bipolare o Depressione Bipolare

Con il termine di Depressione Bipolare o Disturbo Bipolare si indica una particolare forma di Disturbo dell’Umore caratterizzata da alternanza di Episodi di Depressione ed Episodi di Euforia. Questi ultimi possono essere spontanei o anche indotti dall’utilizzo di farmaci  prescritti allo scopo di risolvere un precedente quadro depressivo.

Mentre i sintomi della Depressione sono più noti e facilmente riconoscibili e soprattutto causano una sofferenza soggettiva che spinge il paziente a chiedere l’aiuto del medico, la sintomatologia che accompagna un Episodio di Euforia, principalmente quando questo non è particolarmente grave, può sfuggire all’osservazione dei pazienti che solitamente sperimentano un senso di benessere e di forza psichica che difficilmente riescono a considerare patologico.

E’ invece importantissimo riconoscere questa condizione clinica che può altrimenti evolvere fino a quadri molto gravi.

Il nostro tono dell’umore può essere paragonato a un pendolo: le oscillazioni in senso euforico (quando queste avvengono a causa di un Disturbo Bipolare) aumentano il rischio che, nei mesi successivi, il paziente vada incontro a un Episodio Depressivo, il quale sarà tanto più acuto e duraturo quanto più tardi si è intervenuti con mezzi preventivi.

Un secondo motivo per cui è assolutamente necessario intervenire in caso di Euforia è che, non adeguatamente trattata, può evolvere in forme sempre più gravi e resistenti alle terapie; sono queste situazioni in cui il paziente può davvero perdere il controllo delle proprie azioni, non considerando il rischio potenziale di alcune di queste ( guida spericolata, investimenti finanziari impulsivi) e la inopportunità di altre (ridere, cantare e ballare in pubblico, comportamenti sessuali promiscui o eccessivi, abbigliamento eccentrico)  esponendosi quindi a situazioni anche pericolose o illegali.

Conoscere il disturbo bipolare, l'ansia e la depressione per sapere come affrontarli a Milano

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Omotossicologia e Psichiatria

Omotossicologia.

Cos’è?

LOmotossicologia si è sviluppata nel secolo scorso, in Germania, per opera del medico tedesco Hans Heinrich Reckeweg, spinto dal desiderio di creare una sinergia e un collegamento tra l’Omeopatia e la Medicina Convenzionale.

L’evoluzione recente della Omotossicologia è la Medicina Fisiologica di Regolazione (PRM)  che rappresenta la più moderna integrazione tra medicina accademica e le cosiddette medicine non convenzionali.

Omotossicologia e  Medicina di Regolazione si fondano sulle attuali conoscenze nel campo della Biologia Molecolare, della Biochimica, della Biofisica, dell’Immunologia ed in particolare della Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia.

Rappresentano quindi il passaggio dell’approccio omeopatico verso la rigorosità scientifica.

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I farmaci omotossicologici

In PMR e in Omotossicologia si utilizzano farmaci sia a diluizioni omeopatiche che a diluizioni ponderali, questi ultimi vengono formulati secondo i principi della terapia Low Doses ( cioè a Basso Dosaggio ) e attraverso processi di dinamizzazione cinetica i quali rendono la molecola attiva farmacologicamente anche a bassi dosaggi; ciò permette di modulare e ridurre drasticamente la comparsa di effetti collaterali e il sovraccarico degli organi deputati al metabolismo dei farmaci (fegato e rene).

L’interpretazione della malattia

Secondo La Medicina di Regolazione la malattia è interpretata come la risposta e la lotta dell’organismo a qualsiasi “tossina”.

Il suo bersaglio è l’eliminazione del sovraccarico di tossine che hanno superato la soglia di allarme, soprattutto attraverso la correzione e la stimolazione dei meccanismi fisiologici atti a mantenere il corretto funzionamento delle difese dell’organismo. Esso è infatti costantemente esposto ad un’enorme quantità di tossine esogene (batteri, virus, tossine alimentari, metalli pesanti, fattori di inquinamento ambientale, cataboliti di farmaci di sintesi, stress emotivi, ecc.) ed endogene ( prodotti intermedi dei diversi metabolismi, cataboliti finali, ecc. ).

La terapia ha lo scopo di riportare l’organismo nella condizione di reagire all’agente patogeno senza sviluppare sintomi, potenziando i meccanismi difensivi, le funzioni cellulari e l’attività degli organi emuntori.

PMR e Psichiatria

In ambito psichiatrico Omotossicologia e Medicina di Regolazione trovano applicazione in diverse situazioni cliniche.

Una attenta diagnosi deve innanzitutto essere posta per riconoscere correttamente ed inquadrare la patologia presentata dal paziente. Vanno differenziate quindi le situazioni che necessitano una terapia antidepressiva o di controllo dell’ansia con farmaci classici dalle situazioni nelle quali la terapia secondo il Paradigma Omotossicologico può risultare utile e risolutiva; sempre con l’attenzione ad un corretto inquadramento personale che permetta anche di valutare la eventuale necessità di un supporto o di una terapia di tipo psicologico.

Sono oramai numerose le evidenze che correlano la comparsa di disturbi e sintomi quali ansia, insonnia, “esaurimento psicofisico”, “stanchezza cronica”, Sindrome Premestruale a cause che solo di recente sono state riconosciute come momenti patogeni di primaria importanza e che potrebbero sembrare assolutamente poco correlate alla comparsa di sintomi psichiatrici: tra questi la disbiosi intestinale, gli stati di candidosi e le intolleranze alimentari.

Basti pensare che l’80% del neurotrasmettitore serotonina viene prodotta a livello intestinale e che la moderna psichiatria utilizza normalmente farmaci Serotoninergici (cioè che aumentano la disponibilità del neurotrasmettitore serotonina nello spazio intersinaptico) per trattare disturbi d’ansia e disturbi dell’umore.

Inoltre, La Medicina di Regolazione è molto efficace nelle situazioni di cronica attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene legate a condizioni di stress prolungato, attraverso terapie che supportano l’organismo e le reazioni biochimiche mitocondriali deputate alla produzione di energia, supportando e stimolando tutte le funzioni che vengono attivate cronicamente e quindi stressate in condizioni di sovraccarico psico-fisico prolungato.

L’obiettivo è quello di evitare che l’esaurimento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene porti alla comparsa di sintomi che possono mimare e successivamente evolvere in una Sindrome Depressiva.

Possono inoltre essere comprese ed affrontate con la PMR alcune di quelle situazioni cliniche che vengono classificate nelle cosiddette Patologie Psicosomatiche, quali situazioni caratterizzate da  dolore cronico senza correlati fisici, disturbi cronici a livello gastrointestinale, ipertensione, situazioni di stanchezza cronica (Sikness Sindrome), nonché la sintomatologia psichica e neurovegetativa legata alla Menopausa, tutte condizioni che spesso, dopo numerosi approcci e trattamenti, approdano allo studio psichiatrico e vengono trattate con farmaci antidepressivi.

Appartengono a queste situazioni anche quelle classificate come M.U.S. (Medical Unexpleined Syntoms), e cioè quadri sintomatologici caratterizzati da sintomi vaghi ed aspecifici che spesso sono legati a disregolazioni del Sistema Neurovegetativo: affaticabilità, irritabilità, dolori diffusi, alterazioni del ciclo sonno-veglia, stipsi o diarrea cronica, eccessiva sensibilità al freddo, sensazioni di sbandamento, cefalea, ansia, alterazioni tono dell’umore, che però ancora non si strutturano in una vera e propria Sindrome Depressiva.

L’impiego di farmaci Omotossicologici è inoltre di grande efficacia nella fase in cui il medico decide di ridurre gradualmente e poi sospendere la terapia psichiatrica allopatica, allo scopo di stimolare le difese dell’organismo per evitare la ricomparsa di sintomi.

 Concetti di base

In Medicina Fisiologica di Regolazione uno dei concetti principali e il primo momento terapeutico è il Drenaggio della Matrice, cioè del tessuto connettivale ubiquitariamente presente nel nostro organismo, che svolge funzioni di vitale importanza per ciò che riguarda la regolazione di numerosissime funzioni da cui dipende il mantenimento dello stato di salute.

Una matrice non drenata porterà ad una sofferenza del metabolismo cellulare e quindi alla comparsa di malattie di funzione d’organo fino ad una sofferenza cellulare dell’organo stesso.

Perciò la Riattivazione degli Organi Emuntori (polmone, cute, rene, fegato, intestino) e il drenaggio della Matrice Intercellulare sono due cardini portanti della PMR e hanno la finalità di migliorare i processi di regolazione e di difesa, stimolando la capacità del soggetto di ripristinare e mantenere lo stato di salute.

Un altro concetto cardine è quello della Regolazione dell’Equilibrio Acido–Base e la correzione dell’acidosi tissutale, condizione che può anch’essa facilitare l’insorgenza di sintomi legati alla disregolazione del Sistema Nervoso Neurovegetativo.

In conclusione

La terapia Omotossicologica e la Medicina di Regolazione non agiscono sopprimendo il sintomo, ma si propongono come terapie di profonda disintossicazione e stimolazione dei fisiologici meccanismi metabolici e di difesa; questo grazie all’utilizzo sia di farmaci derivanti dall’omeopatia classica, che da acquisizioni farmacologiche più recenti: derivati d’organo, catalizzatori della respirazione cellulare, chinoni, vitamine omeopatizzate, citochine omeopatizzate, farmaci allopatici in diluizione omeopatica e altri prodotti dalla moderna ricerca farmacologica di settore.

Una corretta integrazione, là dove sia possibile, tra farmacologia classica e farmacologia Omotossicologica porta spesso a risultati migliori e più duraturi rispetto all’utilizzo di un solo paradigma di cura. 

 La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia e Omotossicologia a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

 

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Depressione e psicoterapia

Depressione e psicoterapia

Depressione è un termine generico che si presta a molte interpretazioni personali e a volte non del tutto corrette. Come ho già scritto in altri articoli la depressione può essere un vissuto emotivo, un sentimento ma può essere anche un sintomo che si presenta con intensità variabile e sfumature qualitative differenti.
A volte si tratta di una vera e propria malattia e si accompagna ad altri sintomi o segni rilevati dal medico: quello che noi psichiatri definiamo Episodio Depressivo.

Per impostare un corretto percorso terapeutico, il medico deve poter accertare di fronte a quale delle diverse situazioni si trova e l’eventuale origine o le concause di ciò che il paziente sta vivendo.

E’ indispensabile quindi differenziare le forme di Depressione cosiddetta reattiva dalle forme di Depressione endogena.

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>> Scarica l’infografica Depressione endogena e reattiva in formato pdf

La Depressione reattiva (esogena) ha una genesi prevalentemente psicologica e può essere definita come una risposta eccessiva e non adattiva ad un evento di vita quale ad esempio la rottura di un legame affettivo, la perdita di una persona cara o la perdita del lavoro. Non sempre comunque in queste situazioni si arriva ad avere un vero e proprio Episodio Depressivo.

Si parla di Depressione quando i sintomi sono di entità, gravità e durata tali da concretizzare un quadro ben riconoscibile dallo psichiatra.
E’ molto importante riconoscere e discriminare le differenti situazioni cliniche in quanto la terapia da impostare sarà diversa, così come la prognosi.

La possibilità di sviluppare Depressione reattiva dipende da alcuni fattori come il carattere e la struttura della personalità, le risorse cognitive e culturali, il contesto sociale ed affettivo che supporta il paziente mentre attraversa un periodo difficile e stressante della sua esistenza.
In queste forme depressive gli agiti autolesivi sono rari e se avvengono sono il più delle volte a scopo di richiesta di aiuto e dimostrativi.
Nelle forme di depressione esogena (causata cioè da fattori esterni ambientali) la psicoterapia è sempre necessaria, in quanto sono il risultato della impossibilità da parte della persona di attivare le risorse necessarie ad affrontare la propria situazione esistenziale.

Il tipo e la durata dell’intervento psicologico saranno differenti a seconda delle specifiche situazioni, della gravità dei sintomi e dell’evento che ha determinato lo stato depressivo ma anche dalle caratteristiche specifiche del singolo paziente e dalla presenza o meno di una rete relazionale adeguatamente supportiva.

Talvolta anche nelle depressioni reattive può essere necessario favorire la risoluzione dei sintomi più gravi, come ad esempio una forte ansia o l’insonnia, prescrivendo una terapia farmacologica per un certo periodo. In questo modo il paziente, meno disturbato e concentrato sui sintomi, potrà maggiormente trarre beneficio da ciò che emerge ed apprende durante il percorso di psicoterapia.

La Depressione Maggiore (endogena) ha invece un’origine prevalentemente biologica, non è quindi necessario che il paziente stia attraversando o vivendo un momento difficile o triste della propria esistenza per sviluppare un Episodio Depressivo.
I sintomi sono simili alle forme reattive ma si presentano con gravità maggiore.
La tolleranza al dolore psichico della depressione dipende comunque dalla struttura di personalità e dalle risorse del paziente.
In questi casi la possibilità di veri agiti autolesivi è sempre da tenere in considerazione.

Nella Depressione endogena la terapia farmacologica è inderogabilmente necessaria, sarebbe un grave errore diagnostico e terapeutico non prescrivere farmaci in un Episodio di Depressione Maggiore.
Per questo motivo io insisto ripetutamente sulla necessità di rivolgersi a terapeuti che siano in grado di effettuare una diagnosi clinica corretta e precisa, con una formazione professionale che permetta di comprendere veramente se il farmaco è indicato ed indispensabile e la flessibilità di saper integrare, quando necessario, diversi percorsi di cura.

Nella Depressone Maggiore la psicoterapia può essere integrata alla terapia farmacologica, valutando il singolo caso.
Gli obiettivi sono, ad esempio, ridurre i vissuti di colpa che tutti i pazienti sperimentano legati al fatto di sentirsi impotenti ed incapaci di reagire, sostenere il paziente e aiutarlo a trovare strategie migliori per tollerare il suo malessere e aiutarlo ad accettare la necessità di assumerne una terapia, spesso per lunghi periodi, soprattutto nelle forme ricorrenti.
Inoltre, è importante rendere il paziente capace di riconoscere i sintomi della depressione agli esordi, in modo da prevenire eventuali ricadute.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapie per curare la Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Depressione o Sindrome da Burnout

Depressione o Sindrome da Burnout

Ansia e depressione sono due termini,  oramai noti a tutti,  che non solo  indicano due importanti capitoli della patologia medico-psichiatrica, ma soprattutto segnalano i due sintomi principali che  i pazienti   riferiscono  quando vengono alla visita.

Inoltre, i termini  ansia e depressione indicano due stati  emotivi spiacevoli che frequentemente appartengono  alla esperienza di vita comune di ciascuno di noi,  anche di chi non  necessita  dell’aiuto dello specialista.

Altre volte invece, l’entità e la qualità di tali stati d’animo si concretizza in una forma depressiva vera e propria.

Spesso si “cerca di tirare avanti ” sperando che la situazione si risolva,  il più delle volte  si  decide di rivolgersi al medico di famiglia, il quale non  può che intervenire con strumenti terapeutici che agiscono sopprimendo il sintomo ma che non possono agire alla base delle cause, anche biologiche, che determinano  la comparsa di questi  disturbi.

Raramente isolate,  le manifestazioni di ansia e di umore  depresso, il più delle volte si presentano associate tra di loro e possono accompagnarsi, in modo variabile, ad altri disturbi quali ad esempio la riduzione della concentrazione, la difficoltà ad addormentarsi  o a mantenere il sonno e soprattutto un importante calo di energia psico-fisica.

Osservo in genere nella mia pratica clinica come  le persone arrivino alla visita quando  questi disturbi  datano già da alcuni mesi e la richiesta di aiuto si concretizza solo nel momento in cui  i sintomi  stanno  causando un evidente disagio su tutte le attività quotidiane, sia quelle lavorative che quelle personali.

E’ molto importante in tutti i casi fare una diagnosi precisa: ci troviamo di fronte ad un quadro depressivo conclamato, che necessita di una adeguata terapia medica, solitamente di tipo allopatico, oppure siamo in quelle fasi iniziali di esaurimento in cui il nostro organismo inizia a mandare segnali che, se bene interpretati e affrontati, permettono di recuperare uno stato di salute senza arrivare alla malattia depressiva?

Il termine esaurimento nervoso, che ha preceduto negli anni la terminologia più moderna di Depressione è, a mio parere, molto corretto in alcune situazioni cliniche, come spesso lo sono le descrizioni della cosiddetta saggezza popolare.

In effetti le condizioni a cui mi riferivo prima, inquadrate da un punto di vista Omotossicologico rappresentano proprio la manifestazione clinica di uno stato di indebolimento di organi e di funzioni biologiche e metaboliche dal corretto funzionamento delle quali dipende il mantenimento dello stato di salute e di efficienza  fisica e psichica. Quando queste funzioni sono scarsamente efficienti si arriva ad una condizione di sofferenza dell’organismo che si manifesta con un insieme di sintomi che possono mimare per qualità uno stato depressivo.

I motivi e le condizioni che possono portare all’indebolimento  dei meccanismi  deputati  alla produzione di livelli ottimali di energia e di salute sono numerosi, l’argomento è vasto e interessante e sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

La Medicina Omotossicologica e La Medicina Fisiologica di Regolazione sono in grado di agire a vari livelli,  sui diversi organi, ripristinandone gradualmente la funzione,  permettendo  così il controllo e la modulazione dei sintomi,  ma anche, e questo è ciò che più conta,   potenziando vie metaboliche che si svolgono all’interno delle cellule  che sono deputate alla produzione di energia (Ciclo di Krebs  e Fosforilazione Ossidativa) nonché regolando vie di trasmissione neuro-endocrina la cui corretta regolazione è indispensabile per le funzioni vitali e la risposta adeguata allo Stress, tra queste  in particolare l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene.

E’ quindi  importante  dare valore e non trascurare condizioni caratterizzate da una stanchezza apparentemente immotivata, una riduzione delle energie fisiche e psichiche, associate o meno a sintomi più qualificati in senso depressivo o ansioso, proprio allo scopo di prevenire la comparsa di situazioni più conclamate e inquadrabili nella vera e propria Depressione,  le quali poi necessitano  un intervento farmacologico mirato con farmaci antidepressivi e ansiolitici.

Sono queste situazioni che ancora  non sconfinano nel patologico e che possono  essere contenute e risolte senza il ricorso a farmaci allopatici; appartengono spesso  alla continua ciclicità dell’efficienza delle nostre funzioni biologiche,  le quali  per mantenere nel tempo la loro efficacia vanno sostenute e potenziate.

La Medicina Omotossicologica stimolando i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo  può quindi essere di grande utilità in queste situazioni “borderline,  nonché in tutti i momenti di vita in cui le richieste a cui il nostro organismo è sottoposto sono più elevate.

Un tipico esempio sono i due periodi del cambio di stagione primaverile e autunnale, momenti in cui al nostro organismo è richiesto un adattamento su vari livelli, che può essere stimolato ed aiutato proprio per evitare l’esperienza comune della comparsa o dell’aggravamento in queste stagioni di passaggio, di sintomi ansioso-depressivi.

Accanto a questi  vi sono altri tipi di altri disturbi che in questi periodi dell’anno spesso vengono a riacutizzarsi, ne sono esempi comuni l’insonnia e le patologie  quali il reflusso gastroesofageo e i disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità

La personalità in psichiatria è definita come l’insieme dei modi con cui percepiamo e viviamo la realtà, consideriamo le altre persone e noi stessi, il nostro modo di metterci in relazione con il mondo esterno e di reagire alle difficoltà della vita, intese sia sul piano concreto sia sul piano emotivo e affettivo. E’ la risultante del temperamento, che è innato, e di ciò che accade in noi attraverso gli innumerevoli eventi con i quali ci confrontiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo.

A volte il processo di costruzione della personalità non avviene in modo adeguato o completo, dando luogo a tratti della personalità troppo rigidi e poco efficaci. Sebbene si confrontino con notevoli difficoltà, è impossibile per questi soggetti modificare i propri schemi di pensiero, cui fanno seguito comportamenti spesso disfunzionali e inadatti.

Un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata sarà invece capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.mStare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Le cause del disturbo evitante di personalità

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

La terapia del disturbo evitante di personalità

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull’ambiente esterno: “sono gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano o come trascorrono la loro vita,  mi annoio e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

La terapia farmacologica può aiutare, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione  a situazioni solitamente evitate.Per questo obiettivo possono essere anche utilizzati i B-bloccanti grazie loro potere sui sintomi periferici dell’ansia come il tremore, la sudorazione e il rossore.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Evitante di Personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La mente vagante, creatività e ansia

La mente vagante, creatività e ansia

Le neuroscienze stanno facendo scoperte sempre più importanti ed interessanti per quanto riguarda il funzionamento del nostro organo più nobile e segreto: il cervello.

Stanno cercando di approfondire e di spiegare cosa è realmente la mente, come funziona e come influenza la nostra vita o, viceversa, come noi possiamo influenzala e dirigerla verso una modalità che potenzi il nostro senso di benessere. A volte sembra che la mente abbia una vita propria, fatta di pensieri, desideri, ricordi e una varietà di emozioni che si generano in modo automatico e involontario.

Spesso, infatti, la mente ci porta là dove vuole, senza che noi possiamo agire alcun controllo sui suoi contenuti, sui pensieri e le emozioni. Allo stesso modo, il più delle volte, gli esseri umani reagiscono a questi pensieri ed emozioni con comportamenti che sono spesso influenzati dalle nostre sovrastrutture cognitive e precedenti esperienze affettive, comportamenti spesso rigidi, ripetitivi e poco efficaci all’ottenimento della serenità.

Mind Wandering: la mente vagante

Esiste una modalità di funzionamento della mente che viene chiamata Mind Wandering e potrebbe essere tradotta come La mente vagante.

Questa è il frutto dell’attivazione di circuiti specifici di neuroni ed è uno stato molto frequente in tutti noi, spesso inconsapevole, altre volte più presente alla nostra coscienza.

Durante lo stato di mind wandering, appunto, la mente vagabonda, salta da un contenuto all’altro, i pensieri si affacciano alla mente come se ciò non fosse sotto il dominio della nostra volontà, si affollano e a volte ci sommergono, generando ansia e malessere. Sicuramente durante lo stato di mind wandering non possiamo essere pienamente consapevoli della situazione presente che stiamo vivendo né degli stati interni che essa ci provoca.

Come ho detto precedentemente lo stato di mind wandering avviene il più delle volte senza alcuna consapevolezza, è spesso una condizione non riconosciuta, a meno che non si impari ad accorgersi del vagare incessante della mente attraverso l’utilizzo di pratiche che riducono questo fenomeno e aiutano la mente a rimanere concentrata.

La capacità della mente di vagabondare alla ricerca di associazioni e pensieri ha anche aspetti positivi. Ad esempio, la creatività e le intuizioni, si generano proprio grazie alla facoltà della mente umana di “saltare di ramo in ramo” alla ricerca di soluzioni diverse e più efficaci. Questo stato ci permette quindi di riflettere, ragionare, ipotizzare le diverse possibili soluzioni, pianificare, avere intuizioni e pensieri creativi. L’eccesso inconsapevole di questo fenomeno può però risultare dannoso ai fini della nostra tranquillità, nonchè inutilmente dispendioso.

Un eccesso di mind wandering non è soltanto svantaggioso ma è anche correlato con stati mentali negativi, come pessimismo e ansia. Viceversa, stati negativi dell’umore potenziano il mind wandering dando via ad un circolo vizioso che molti di noi conoscono ma rispetto al quale oggi possediamo alcune armi efficaci.

Mind Wandering e psicoterapia

Nella pratica clinica, ad esempio durante le sedute di psicoterapia, è frequentissimo osservare questo fenomeno che interferisce con la nostra consapevolezza di ciò che siamo nel qui e ora della nostra vita e crea un ciclo continuo di pensieri e di emozioni spesso inutili e dolorose che si oppongono al nostro cambiamento e alla nostra evoluzione.

Per questo motivo gli studi e le ricerche nel campo della psicologia, della psichiatria e delle neuroscienze sono oggigiorno molto attenti alle cosiddette pratiche meditative, riconoscendo a queste un ruolo importante nella cura di alcune situazioni di sofferenza emotiva ed anche fisica.

Ridurre il mind wandering con la meditazione

La meditazione in questo contesto è intesa come una pratica che favorisce la possibilità che mente rimanga concentrata su uno specifico stimolo. Ogni cosa può essere oggetto di meditazione, cioè di attenzione focalizzata: una parte del corpo, un rumore, uno stimolo qualunque rilevato con i nostri sensi, pensieri e stati d’animo. Inizialmente si usa come stimolo qualcosa di facilmente percepibile come ad esempio il fluire del respiro.

Molte tradizioni filosofiche e religiose sanno da secoli che imparare a vivere nel momento presente aiuta a sviluppare emozioni positive e di serenità. Esistono pratiche differenti, laiche e religiose, che portano tutte, come risultato finale, a ridurre il mind wandering e placare la mente, sviluppando anche la capacità di essere in contatto con il momento presente, con la realtà in tutti i suoi risvolti sia positivi che negativi.

La meditazione favorisce la capacità di rimanere in contatto con ciò che non vorremmo riducendo nel tempo la nostra sofferenza e la reattività.

Circuiti neuronali particolari si attivano quando svolgiamo compiti che richiedono di focalizzare e concentrare la mente e quando concentriamo volontariamente la nostra attenzione su uno specifico stimolo.

La meditazione focalizzata permette di contrastare il rimuginio della mente e ciò non soltanto nel momento in cui si pratica la meditazione, cosa logicamente intuibile ma anche in tutti gli altri momenti della giornata in cui la meditazione non viene praticata.

Mindfullness

Viene definita MINDFULLNESS, la pienezza della mente, la consapevolezza che emerge se prestiamo attenzione in modo intenzionale al momento presente, così come è, possibilmente in modo non giudicante.

Questa definizione si deve al medico Jon Kabat Zinn, colui che per primo ha studiato ed applicato a livello terapeutico le pratiche di concentrazione della attenzione.

Ad un certo punto, gradualmente la Mindfulness diventa una modalità di vivere, diventa spontanea, si affaccia con maggiore frequenza nelle nostre vite migliorando il nostro umore, il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con le inevitabili ostacoli e sofferenze insite nella vita stessa.

Ci aiuta a stare nel presente, riducendo la nostra naturale reattività al mondo, l’attaccamento ossessivo a ciò che desideriamo o il rifiuto di ciò che non vogliamo. Crea uno stato di pace interiore che è di notevole aiuto e permette di fare scelte consapevoli e non reattive.

La capacità di sviluppare mindfulness, contrariamente al mind wandering, migliora la flessibilità psicologica e facilita i processi di disidentificazione dai propri contenuti mentali, che non devono essere negati ma osservati in modo consapevole per favorirne la graduale riduzione di intensità.

Una notevole mole di studi scientifici ha dimostrato inequivocabilmente gli effetti benefici della meditazione sul benessere psicologico ed emotivo e quindi anche sulla salute fisica, se pensiamo a tutti i sintomi somatici che possono scaturire da uno stato di stress emotivo cronicamente protratto (coliti, gastriti, patologie cutanee, disturbi funzionali cardiaci, ipertensione e tanti altri).

Molti studi inoltre riconoscono alla meditazione, sempre se praticata in modo regolare, il potere di potenziare il sistema immunitario e di ridurre i processi involutivi a livello della corteccia cerebrale.

La meditazione per la cura dei disturbi d’ansia e del dolore cronico

Oggi la meditazione viene utilizzata sia nella prevenzione delle ricadute depressive che nella cura di Disturbi d’Ansia, inoltre, in alcuni ospedali, per il trattamento del dolore cronico.

È da tempo proposta a livello preventivo nei paesi anglosassoni, recentemente anche in Italia, in alcune scuole, negli studi professionali e nelle aziende, in quanto, favorendo il benessere personale, migliora la capacità di apprendere, memorizzare e di essere efficaci nello svolgimento del proprio lavoro.

Per il suo potere nel migliorare la gestione delle emozioni e i conseguenti comportamenti reattivi, fa parte del programma riabilitativo in molte Comunità Terapeutiche e in diversi Istituti Penitenziari.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Mindfullness a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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I Disturbi del Sonno

I Disturbi del Sonno

La classificazione dei disturbi del sonno è molto ampia e complessa comprendendo situazioni di lieve entità e transitorie come il Jat-lag fino alle forme gravissime e fortunatamente rarissime di Insonnia Fatale Famigliare.

Una prima distinzione va comunque fatta tra forme primarie, legate cioè proprio alla disregolazione dei meccanismi che sono alla base delle funzioni di sonno e veglia e forme secondarie a malattie organiche in genere, in particolare malattie neurologiche e psichiatriche.

Il sonno può essere definito come uno stato d’incoscienza momentaneo e reversibile, caratterizzato dalla sospensione delle facoltà sensoriali e della motilità volontaria. Rimangono invariate alcune funzioni autonome quindi involontarie come il respiro, il battito cardiaco, l’attività cerebrale e il metabolismo, che però subiscono  importanti modifiche durante il sonno.

In un adulto sano il sonno medio è di circa sette ore, discostarsi eccessivamente da questa media, sia in difetto sia in eccesso, può determinare problemi di salute.

Forse non tutti sanno che un eccesso di ore di sonno può essere correlato a una maggiore probabilità di patologie cardiovascolari e a stati di esaurimento di tipo depressivo.

Vi sono diverse teorie sulle funzioni biologiche del sonno che verosimilmente in futuro saranno approfondite e integrate da nuove conoscenze.

Durante il sonno aumenta la produzione di alcuni ormoni anabolici come ormone della crescita e il testosterone mentre, al contrario, diminuiscono ormoni catabolici come il cortisolo, questo segnalerebbe che durante il periodo di sonno vengono messi in atto processi di recupero e riparazione di tessuti dell’organismo, è stato ad esempio dimostrato che viene aumentata la sintesi proteica a livello muscolare e a livello del sistema nervoso centrale.

Studi condotti sugli effetti della deprivazione di sonno sulla memoria, permettono di ipotizzare che durante il sonno avvenga la sintesi di proteine cerebrali implicate con la fissazione dei ricordi.

Alcuni autori segnalano anche l’influenza del sonno sui processi di termoregolazione che, infatti, sono molto alterati nei casi di grave deprivazione di sonno.

Ovviamente la durata e la qualità del sonno influenza lo stato di veglia e vigilanza diurna e funzioni come l’attenzione, la concentrazione e la gestione emotiva. Non dormire a sufficienza può favorire una riduzione delle prestazioni cognitive durante la veglia, umore instabile e labilità emotiva.

Il sonno, per essere riposante, deve avere una sua architettura precisa, divisa in fasi con caratteristiche differenti e individuabili all’EEG. Il rispetto della sequenza e della durata di queste fasi assicura un sonno valido e ristorante.

Esso può essere diviso in due fasi: sonno REM e sonno non-REM a seconda che sia associato o meno ad attività onirica (sogni), a un’elevata attività cerebrale e a movimenti oculari rapidi o lenti,REM infatti, significa appunto Rapid Eyes Movement.

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L’insonnia nei disturbi psichiatrici

In questa sede segnalo in modo particolare la presenza d’insonnia come uno dei sintomi della Depressione e di molti Disturbi d’Ansia. Spesso, anzi, l’insonnia è il primo sintomo a manifestarsi e precede tutti gli altri che caratterizzano l’Episodio Depressivo. D’altro canto alcuni studi segnalano che chi soffre d’insonnia ha una probabilità maggiore di sviluppare ansia e depressione rispetto a chi dorme un numero sufficiente di ore.

Nel 90% dei casi di Depressione Maggiore vi sono alterazioni della struttura e della durata del sonno: da un punto di vista clinico possiamo avere difficoltà di addormentamento con latenze eccessive o insonnia iniziale, risveglio precoce o insonnia terminale oppure un sonno interrotto da un eccessivo numero di risvegli non seguiti da rapido ri-addormentamento.

Anche l’ipersonnia, cioè un aumentato bisogno di sonno e numero di ore totali di addormentamento, può essere parte del quadro clinico della Depressione. Ciò avviene in circa il 10% dei casi e soprattutto in alcune forme specifiche che vengono definite Depressioni Atipiche proprio per la peculiarità di alcune manifestazioni sintomatologiche o nelle forme di Disturbo Affettivo Stagionale chiamate anche  SAD o  Winter-blues. Spesso in queste forme è anche presente l’iperfagia cioè un aumento dell’appetito, sintomo raro nelle altre forme di Disturbo Depressivo.

I pazienti con Disturbi d’Ansia tendono ad avere soprattutto difficoltà di addormentamento (insonnia iniziale) e presentano risvegli notturni. Il 70% dei pazienti affetti da attacchi di panico ha insonnia con risvegli multipli. In questo caso è essenziale trattare il disturbo del sonno perché esso favorisce la comparsa dell’attacco di panico, sia diurno che notturno.

Anche nel Disturbo Ossessivo Compulsivo sono presenti disturbi del sonno in particolare una riduzione del numero complessivo di ore con un aumento dei risvegli notturni.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress è caratterizzato da ritardo dell’addormentamento e soprattutto dalla presenza di sogni terrifici in cui il paziente rivive le esperienze traumatiche vissute o sogni che generano stati emotivi che il paziente ha vissuto durante il trauma.

Durante l’Episodio Euforico del Disturbo Bipolare i pazienti mostrano una notevole riduzione delle ore di sonno senza influenza sulla qualità della veglia, riescono cioè a mantenere la vigilanza diurna valida nonostante la mancanza di sonno e non riferiscono stanchezza né sonnolenza diurna.

Nell’Episodio Euforico del Disturbo Bipolare è sempre indispensabile trattare i disturbi del sonno poiché la mancanza di sonno rallenta la risoluzione dell’episodio stesso.

In alcune forme di Depressione, infatti, la deprivazione di sonno è utilizzata come strategia di potenziamento accanto alla terapia con i farmaci, per il suo potere antidepressivo.

Terapia

In tutti i disturbi psichiatrici, l’insonnia è secondaria alla presenza della malattia di fondo, per questo motivo si assiste quasi invariabilmente alla ripresa di un sonno regolare non appena la terapia risolve il quadro clinico principale.

Ciò nonostante è sempre buona strategia terapeutica favorire un sonno adeguato e riposante, allo scopo di accelerare la guarigione del disturbo psichiatrico.

E’ essenziale indagare con il paziente i dettagli del disturbo del sonno: le modalità di insorgenza, la frequenza e la gravità, nonché la sua evoluzione nel tempo ed eventuali situazioni ambientali concomitanti alla comparsa dell’insonnia. Ciò permette al medico di scegliere tra le molecole e i farmaci a disposizione quelli più adatti al singolo paziente.

La scelta del farmaco, l’orario e la modalità di somministrazione vanno valutate  in base al periodo in cui il sonno è disturbato.

In linea di massima questi farmaci andranno assunti per un periodo limitato e poi gradualmente sospesi quando il sonno riprende in modo adeguato, invece i farmaci prescritti per la terapia del disturbo d’ansia o depressivo andranno assunti più a lungo.

Secondo la gravità del disturbo del sonno possono essere utilizzati farmaci più o meno potenti, modulandone inoltre il dosaggio.

Le categorie di farmaci utilizzati possono essere diverse. Il classico “sonnifero” appartiene solitamente alla categoria delle benzodiazepine ipnotico-sedative, ma l’induzione del sonno può anche avvenire con l’utilizzo di antistaminici, antidepressivi dotati di attività sedativa, anticonvulsivanti e antipsicotici.

E’ molto importante valutare la durata d’azione dei farmaci in modo da non interferire con il risveglio. Questo soprattutto nei soggetti anziani i quali più frequentemente soffrono di insonnia. Con gli anni il metabolismo rallenta ed è meno efficace e questi soggetti possono andare incontro a fenomeni di accumulo con gravi ripercussioni al risveglio e durante la giornata.

Il paziente deve essere quindi monitorato nel tempo per evitare che sviluppi effetti collaterali o assuefazione dovuta a un uso eccessivo o troppo prolungato del farmaco.

Igiene del sonno

Rappresenta l’insieme delle abitudini e dei comportamenti quotidiani che favoriscono un buon sonno e quindi un adeguato rendimento diurno.

Se un buon dormitore può non prestare troppa attenzione a queste regole i soggetti che soffrono d’insonnia devono imparare invece a rispettarle.

Ricordiamo che alcuni cibi e bevande hanno un forte potere eccitante e devono quindi essere consumanti con moderazione o temporaneamente evitati se si ha un disturbo del sonno, soprattutto nelle ore serali.

Anche l’assunzione di alcolici può avere, in chi soffre d’insonnia, un effetto paradosso di tipo stimolante, sebbene infatti tenda a favorire l’addormentamento  può indurre un numero eccessivo di risvegli notturni.

Dormire durante il giorno è sconsigliato, benchè aiuti a mantenere una vigilanza efficiente influenza negativamente la capacità di addormentarsi e mantenere il sonno. L’abitudine a un breve pisolino, con orario di sveglia prefissato, non è necessariamente dannosa in chi non presenta disturbi del sonno.

L’attività fisica disturba il sonno ed è quindi sconsigliata nelle ore serali, contraddicendo la diffusa idea che stancarsi fisicamente favorisca il sonno. E’ invece utile a questo scopo lo svolgimento di un’attività aerobica moderata nelle ore diurne.

Non esagerare con i liquidi nei pasti serali poiché molti soggetti insonni se risvegliati dalla necessità di urinare faticheranno a riprendere il sonno.

Creare condizioni esterne di calma, comodità e  buio, in un ambiente silenzioso e con una temperatura non eccessiva.

Importante anche mantenere una certa regolarità negli orari in cui ci si corica. 

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi del sonno a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Essere flessibili ci rende più felici

 Essere flessibili ci rende più felici

I pazienti affetti da Disturbi di Personalità possiedono una struttura psicologica rigida e poco flessibile, il loro modo di affrontare la vita è caratterizzato da scarsa adattabilità, queste persone  utilizzano schemi di ragionamento e di comportamento sempre identici , senza avere la sufficiente capacità di modularli e modificarli a seconda del contesto specifico.

Questo modo di funzionare può generare significativi problemi in aree importanti  della vita, tipicamente nelle relazioni interpersonali, influenzando negativamente e in modo costante la qualità dell’esistenza del paziente.

Un Disturbo di Personalità non è una patologia psichiatrica segnalata sempre da sintomi evidenti, come ansia o depressione,  ma non riguarda quelle normali e fisiologiche sfumature del carattere che identificano ciascuno di noi e che, a volte, possono essere lievemente problematiche nella quotidianità. Vivere in modo cronico situazioni che possono evolvere in modo frustrante può dare il via ad una sofferenza personale che spesso favorisce anche lo sviluppo di un disturbo psichiatrico più strutturato come una Depressione o un Disturbo d’Ansia.

Il loro riconoscimento come tratto patologico è difficile per il paziente stesso che tende a considerarlo come il suo modo di essere fatto.  Troppo identificati ed abituati al nostro modo di essere, poco osservatori consapevoli delle nostre vite, fatichiamo a riconoscere come disadattivi alcuni tratti del carattere e spesso anche il clinico sente la necessità di un approfondimento che vada al di là del solo colloquio con il paziente. Esistono, infatti, diversi test personologici che possono indagare i tratti della personalità, distinguendoli sia dal punto di vista qualitativo che per ciò che riguarda la loro eccessiva penetranza e quindi la loro problematicità. Più frequentemente sono i famigliari e le persone che entrano in relazione con questi soggetti che percepiscono e rilevano le difficoltà di cui il paziente non è  consapevole. Solitamente la richiesta di aiuto allo specialista arriva dopo anni di incomprensioni riguardo ai motivi dei propri fallimenti e frustrazioni, personali, affettivi, relazionali o professionali.

Un soggetto affetto da Disturbo di Personalità può, infatti, andare in contro ad importanti sofferenze e difficoltà  durante la sua esistenza, può incorrere in frequenti fallimenti affettivi o delle proprie mete esistenziali, può avvertire una identità di sé svalutata , fragile, con sensi di colpa, può sperimentare sintomi di ansia o un vago senso di tristezza, insoddisfazione e noia, che vanno ben inquadrati e non devono sempre e comunque essere interpretati come forme di Depressione .

In condizioni ottimali i tratti di personalità dovrebbero essere flessibili e fluidi, cioè adattabili alla situazione contingente e alle diverse relazioni.

Un semplice esempio in cui tutti noi ci possiamo riconoscere sono i nostri tratti di inclinazione alla dipendenza o alla autonomia rispetto alle altre persone. Questi due aspetti  influenzano il modo con cui entriamo in relazione con gli altri, percepiamo gli altri e ci sentiamo sicuri e compresi oppure soli e abbandonati. Un’autonomia troppo spiccata, e ritenuta come un valore a cui non rinunciare, ha sicuramente un impatto negativo sulla capacità di vivere  relazioni di profondo e intimo scambio, anche se chi la utilizza può non rendersene conto, non patirne e anzi considerarla un vantaggio, una capacità, una difesa dal rischio di essere vittima di sofferenze affettive. Allo stesso modo, un’eccessiva inclinazione alla dipendenza, in tutte le relazioni, può creare altrettanti comprensibili problemi.

Un altro tipico tratto della personalità potrebbe essere la maggiore o minore inclinazione a fidarsi, ad avere fiducia negli altri. Un’adeguata flessibilità ci permette di comprendere quando è meglio diffidare ed  essere più cauti, senza sviluppare una indiscriminata sospettosità.

Un paziente con Disturbo di Personalità potrà essere sempre e comunque eccessivamente sospettoso delle intenzioni altrui nei suoi confronti, anche qui con conseguenze potenzialmente negative sulla sua vita sociale e relazionale. È la nostra capacità di adeguare in modo fluido le nostre risposte ai problemi, generate il più delle volte in modo automatico, che ci può aiutare a risolvere o attenuare le conseguenze di un momento difficile nella nostra esistenza. E’ sempre molto affascinante per me l’immagine del giunco di canna di bambù che, sferzato dal vento forte si lascia andare e si flette senza spezzarsi, per poi tornare nella sua originale forma una volta superata la tempesta.

Disturbi personalità a Milano diagnosi e cura psichiatra Milano Psicoterapeuta
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Definizione di personalità

 Tutti noi abbiamo una nostra specifica personalità che si forma nel tempo ed è il risultato del temperamento innato integrato a tutte le esperienze di vita che attraversiamo nel crescere e di come le elaboriamo. La nostra personalità, sana o patologica è una mescolanza di tante sfaccettature o tratti che alla fine ci caratterizzano come individui singoli e irripetibili: “ la personalità è ciò che si è”. Capire la struttura di personalità di un paziente è spesso più rilevante per lo psichiatra  che capirne il problema manifesto, anche perché sarà grazie alla sua personalità che il paziente troverà e attiverà le risorse per risolvere o per convivere con il suo problema, sia esso fisico che emotivo. Può essere quindi definita come “un insieme di modi di pensare, agire, sentire e comportarsi n che rimangono relativamente stabili nel tempo”. Certamente i tratti di personalità disfunzionali appaiono molto più evidenti quando entriamo in relazione con l’altro, possono invece rimanere più silenti se conduciamo una vita più ritirata.

Sono  l’impatto e la sofferenza personale, il disagio interno e altrui che segnalano e fanno da termometro rispetto a qualcosa che non sta funzionando in modo efficace. Perché, in effetti, il parametro più utile è proprio quello dell’efficacia delle nostre azioni e dei nostri pensieri, per ciò che riguarda l’obiettivo a breve termine ma anche, e soprattutto, gli sviluppi a lungo termine delle nostre azioni. E’ importante segnalare il fatto  che anche persone capaci di un funzionamento personologico del tutto adeguato e adattabile, sebbene nelle loro diverse specificità, in condizioni di stress acuto o cronico possono ovviamente accentuare alcuni tratti a scapito di altri meno funzionali  risultando, per quella specifica contingenza, meno capaci di accedere a stili di problem solving efficaci.

Classificazione di Disturbi di Personalità

I Disturbi di Personalità si dividono in tre Gruppi o Cluster.

  •  Cluster A: appartengono a questo gruppo I Disturbi Schizoide, Schizotipico e Paranoide. Sono caratterizzati da comportamenti bizzarri o eccentrici, da un atteggiamento sospettoso e da un sostanziale disinteresse e distacco verso gli altri, con uno stile di vita autonomo e riservato.
  • Nel Cluster B sono annoverati i Disturbi di Personalità caratterizzati da un’esagerata espressione emotiva, con comportamenti spesso drammatici o impulsivi. L’instabilità dell’immagine di sé e nelle relazioni interpersonali è caratteristica di queste persone che tendono ad oscillare tra idealizzazione  e svalutazione. Appartengono a questo gruppo il Disturbo Borderline, Narcisistico, Istrionico e Antisociale di Personalità.
  • Cluster C: Sono i Disturbi caratterizzati da ansia e inibizione. Questi soggetti sono per lo più ritirati e timidi e temono il giudizio altrui. A differenza dei soggetti del Cluster A per loro lo stare soli è fonte di sofferenza e non una ricerca deliberata. Tendono ad essere dipendenti nelle relazioni con elevati bisogni di ascolto e accudimento. Sono il Disturbo Evitante, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo  e il Disturbo Dipendente di Personalità. 

I Disturbi di personalità devono essere diagnosticati e curati

Una personalità disfunzionale, come abbiamo detto, espone la persona ad una serie di possibili fallimenti e sofferenze che si ripetono nella propria esistenza proprio a causa della rigidità con cui il paziente sembra non poter imparare dalla esperienza. Tutto ciò nel tempo può causare problemi emotivi ma anche concreti tali per cui al Disturbo di Personalità può associarsi anche un vero e proprio Disturbo d’Ansia o una Depressione o spesso un abuso di alcool o sostanze stupefacenti.

I Disturbi di Personalità vanno quindi sempre curati e il trattamento di elezione è la psicoterapia.

In alcuni specifici casi da valutare di volta in volta, per un breve periodo potrebbe essere indicata l’associazione con una terapia farmacologica, mirata alla risoluzione dei sintomi e dei disagi più eclatanti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi di personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.