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Una strana forma di Depressione

Disturbo Bipolare o Depressione Bipolare

Con il termine di Depressione Bipolare o Disturbo Bipolare si indica una particolare forma di Disturbo dell’Umore caratterizzata da alternanza di Episodi di Depressione ed Episodi di Euforia. Questi ultimi possono essere spontanei o anche indotti dall’utilizzo di farmaci  prescritti allo scopo di risolvere un precedente quadro depressivo.

Mentre i sintomi della Depressione sono più noti e facilmente riconoscibili e soprattutto causano una sofferenza soggettiva che spinge il paziente a chiedere l’aiuto del medico, la sintomatologia che accompagna un Episodio di Euforia, principalmente quando questo non è particolarmente grave, può sfuggire all’osservazione dei pazienti che solitamente sperimentano un senso di benessere e di forza psichica che difficilmente riescono a considerare patologico.

E’ invece importantissimo riconoscere questa condizione clinica che può altrimenti evolvere fino a quadri molto gravi.

Il nostro tono dell’umore può essere paragonato a un pendolo: le oscillazioni in senso euforico (quando queste avvengono a causa di un Disturbo Bipolare) aumentano il rischio che, nei mesi successivi, il paziente vada incontro a un Episodio Depressivo, il quale sarà tanto più acuto e duraturo quanto più tardi si è intervenuti con mezzi preventivi.

Un secondo motivo per cui è assolutamente necessario intervenire in caso di Euforia è che, non adeguatamente trattata, può evolvere in forme sempre più gravi e resistenti alle terapie; sono queste situazioni in cui il paziente può davvero perdere il controllo delle proprie azioni, non considerando il rischio potenziale di alcune di queste ( guida spericolata, investimenti finanziari impulsivi) e la inopportunità di altre (ridere, cantare e ballare in pubblico, comportamenti sessuali promiscui o eccessivi, abbigliamento eccentrico)  esponendosi quindi a situazioni anche pericolose o illegali.

Conoscere il disturbo bipolare, l'ansia e la depressione per sapere come affrontarli a Milano

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Omotossicologia e Psichiatria

Omotossicologia.

Cos’è?

LOmotossicologia si è sviluppata nel secolo scorso, in Germania, per opera del medico tedesco Hans Heinrich Reckeweg, spinto dal desiderio di creare una sinergia e un collegamento tra l’Omeopatia e la Medicina Convenzionale.

L’evoluzione recente della Omotossicologia è la Medicina Fisiologica di Regolazione (PRM)  che rappresenta la più moderna integrazione tra medicina accademica e le cosiddette medicine non convenzionali.

Omotossicologia e  Medicina di Regolazione si fondano sulle attuali conoscenze nel campo della Biologia Molecolare, della Biochimica, della Biofisica, dell’Immunologia ed in particolare della Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia.

Rappresentano quindi il passaggio dell’approccio omeopatico verso la rigorosità scientifica.

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I farmaci omotossicologici

In PMR e in Omotossicologia si utilizzano farmaci sia a diluizioni omeopatiche che a diluizioni ponderali, questi ultimi vengono formulati secondo i principi della terapia Low Doses ( cioè a Basso Dosaggio ) e attraverso processi di dinamizzazione cinetica i quali rendono la molecola attiva farmacologicamente anche a bassi dosaggi; ciò permette di modulare e ridurre drasticamente la comparsa di effetti collaterali e il sovraccarico degli organi deputati al metabolismo dei farmaci (fegato e rene).

L’interpretazione della malattia

Secondo La Medicina di Regolazione la malattia è interpretata come la risposta e la lotta dell’organismo a qualsiasi “tossina”.

Il suo bersaglio è l’eliminazione del sovraccarico di tossine che hanno superato la soglia di allarme, soprattutto attraverso la correzione e la stimolazione dei meccanismi fisiologici atti a mantenere il corretto funzionamento delle difese dell’organismo. Esso è infatti costantemente esposto ad un’enorme quantità di tossine esogene (batteri, virus, tossine alimentari, metalli pesanti, fattori di inquinamento ambientale, cataboliti di farmaci di sintesi, stress emotivi, ecc.) ed endogene ( prodotti intermedi dei diversi metabolismi, cataboliti finali, ecc. ).

La terapia ha lo scopo di riportare l’organismo nella condizione di reagire all’agente patogeno senza sviluppare sintomi, potenziando i meccanismi difensivi, le funzioni cellulari e l’attività degli organi emuntori.

PMR e Psichiatria

In ambito psichiatrico Omotossicologia e Medicina di Regolazione trovano applicazione in diverse situazioni cliniche.

Una attenta diagnosi deve innanzitutto essere posta per riconoscere correttamente ed inquadrare la patologia presentata dal paziente. Vanno differenziate quindi le situazioni che necessitano una terapia antidepressiva o di controllo dell’ansia con farmaci classici dalle situazioni nelle quali la terapia secondo il Paradigma Omotossicologico può risultare utile e risolutiva; sempre con l’attenzione ad un corretto inquadramento personale che permetta anche di valutare la eventuale necessità di un supporto o di una terapia di tipo psicologico.

Sono oramai numerose le evidenze che correlano la comparsa di disturbi e sintomi quali ansia, insonnia, “esaurimento psicofisico”, “stanchezza cronica”, Sindrome Premestruale a cause che solo di recente sono state riconosciute come momenti patogeni di primaria importanza e che potrebbero sembrare assolutamente poco correlate alla comparsa di sintomi psichiatrici: tra questi la disbiosi intestinale, gli stati di candidosi e le intolleranze alimentari.

Basti pensare che l’80% del neurotrasmettitore serotonina viene prodotta a livello intestinale e che la moderna psichiatria utilizza normalmente farmaci Serotoninergici (cioè che aumentano la disponibilità del neurotrasmettitore serotonina nello spazio intersinaptico) per trattare disturbi d’ansia e disturbi dell’umore.

Inoltre, La Medicina di Regolazione è molto efficace nelle situazioni di cronica attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene legate a condizioni di stress prolungato, attraverso terapie che supportano l’organismo e le reazioni biochimiche mitocondriali deputate alla produzione di energia, supportando e stimolando tutte le funzioni che vengono attivate cronicamente e quindi stressate in condizioni di sovraccarico psico-fisico prolungato.

L’obiettivo è quello di evitare che l’esaurimento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene porti alla comparsa di sintomi che possono mimare e successivamente evolvere in una Sindrome Depressiva.

Possono inoltre essere comprese ed affrontate con la PMR alcune di quelle situazioni cliniche che vengono classificate nelle cosiddette Patologie Psicosomatiche, quali situazioni caratterizzate da  dolore cronico senza correlati fisici, disturbi cronici a livello gastrointestinale, ipertensione, situazioni di stanchezza cronica (Sikness Sindrome), nonché la sintomatologia psichica e neurovegetativa legata alla Menopausa, tutte condizioni che spesso, dopo numerosi approcci e trattamenti, approdano allo studio psichiatrico e vengono trattate con farmaci antidepressivi.

Appartengono a queste situazioni anche quelle classificate come M.U.S. (Medical Unexpleined Syntoms), e cioè quadri sintomatologici caratterizzati da sintomi vaghi ed aspecifici che spesso sono legati a disregolazioni del Sistema Neurovegetativo: affaticabilità, irritabilità, dolori diffusi, alterazioni del ciclo sonno-veglia, stipsi o diarrea cronica, eccessiva sensibilità al freddo, sensazioni di sbandamento, cefalea, ansia, alterazioni tono dell’umore, che però ancora non si strutturano in una vera e propria Sindrome Depressiva.

L’impiego di farmaci Omotossicologici è inoltre di grande efficacia nella fase in cui il medico decide di ridurre gradualmente e poi sospendere la terapia psichiatrica allopatica, allo scopo di stimolare le difese dell’organismo per evitare la ricomparsa di sintomi.

 Concetti di base

In Medicina Fisiologica di Regolazione uno dei concetti principali e il primo momento terapeutico è il Drenaggio della Matrice, cioè del tessuto connettivale ubiquitariamente presente nel nostro organismo, che svolge funzioni di vitale importanza per ciò che riguarda la regolazione di numerosissime funzioni da cui dipende il mantenimento dello stato di salute.

Una matrice non drenata porterà ad una sofferenza del metabolismo cellulare e quindi alla comparsa di malattie di funzione d’organo fino ad una sofferenza cellulare dell’organo stesso.

Perciò la Riattivazione degli Organi Emuntori (polmone, cute, rene, fegato, intestino) e il drenaggio della Matrice Intercellulare sono due cardini portanti della PMR e hanno la finalità di migliorare i processi di regolazione e di difesa, stimolando la capacità del soggetto di ripristinare e mantenere lo stato di salute.

Un altro concetto cardine è quello della Regolazione dell’Equilibrio Acido–Base e la correzione dell’acidosi tissutale, condizione che può anch’essa facilitare l’insorgenza di sintomi legati alla disregolazione del Sistema Nervoso Neurovegetativo.

In conclusione

La terapia Omotossicologica e la Medicina di Regolazione non agiscono sopprimendo il sintomo, ma si propongono come terapie di profonda disintossicazione e stimolazione dei fisiologici meccanismi metabolici e di difesa; questo grazie all’utilizzo sia di farmaci derivanti dall’omeopatia classica, che da acquisizioni farmacologiche più recenti: derivati d’organo, catalizzatori della respirazione cellulare, chinoni, vitamine omeopatizzate, citochine omeopatizzate, farmaci allopatici in diluizione omeopatica e altri prodotti dalla moderna ricerca farmacologica di settore.

Una corretta integrazione, là dove sia possibile, tra farmacologia classica e farmacologia Omotossicologica porta spesso a risultati migliori e più duraturi rispetto all’utilizzo di un solo paradigma di cura. 

 La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia e Omotossicologia a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

 

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Depressione e psicoterapia

Depressione e psicoterapia

Depressione è un termine generico che si presta a molte interpretazioni personali e a volte non del tutto corrette. Come ho già scritto in altri articoli la depressione può essere un vissuto emotivo, un sentimento ma può essere anche un sintomo che si presenta con intensità variabile e sfumature qualitative differenti.
A volte si tratta di una vera e propria malattia e si accompagna ad altri sintomi o segni rilevati dal medico: quello che noi psichiatri definiamo Episodio Depressivo.

Per impostare un corretto percorso terapeutico, il medico deve poter accertare di fronte a quale delle diverse situazioni si trova e l’eventuale origine o le concause di ciò che il paziente sta vivendo.

E’ indispensabile quindi differenziare le forme di Depressione cosiddetta reattiva dalle forme di Depressione endogena.

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>> Scarica l’infografica Depressione endogena e reattiva in formato pdf

La Depressione reattiva (esogena) ha una genesi prevalentemente psicologica e può essere definita come una risposta eccessiva e non adattiva ad un evento di vita quale ad esempio la rottura di un legame affettivo, la perdita di una persona cara o la perdita del lavoro. Non sempre comunque in queste situazioni si arriva ad avere un vero e proprio Episodio Depressivo.

Si parla di Depressione quando i sintomi sono di entità, gravità e durata tali da concretizzare un quadro ben riconoscibile dallo psichiatra.
E’ molto importante riconoscere e discriminare le differenti situazioni cliniche in quanto la terapia da impostare sarà diversa, così come la prognosi.

La possibilità di sviluppare Depressione reattiva dipende da alcuni fattori come il carattere e la struttura della personalità, le risorse cognitive e culturali, il contesto sociale ed affettivo che supporta il paziente mentre attraversa un periodo difficile e stressante della sua esistenza.
In queste forme depressive gli agiti autolesivi sono rari e se avvengono sono il più delle volte a scopo di richiesta di aiuto e dimostrativi.
Nelle forme di depressione esogena (causata cioè da fattori esterni ambientali) la psicoterapia è sempre necessaria, in quanto sono il risultato della impossibilità da parte della persona di attivare le risorse necessarie ad affrontare la propria situazione esistenziale.

Il tipo e la durata dell’intervento psicologico saranno differenti a seconda delle specifiche situazioni, della gravità dei sintomi e dell’evento che ha determinato lo stato depressivo ma anche dalle caratteristiche specifiche del singolo paziente e dalla presenza o meno di una rete relazionale adeguatamente supportiva.

Talvolta anche nelle depressioni reattive può essere necessario favorire la risoluzione dei sintomi più gravi, come ad esempio una forte ansia o l’insonnia, prescrivendo una terapia farmacologica per un certo periodo. In questo modo il paziente, meno disturbato e concentrato sui sintomi, potrà maggiormente trarre beneficio da ciò che emerge ed apprende durante il percorso di psicoterapia.

La Depressione Maggiore (endogena) ha invece un’origine prevalentemente biologica, non è quindi necessario che il paziente stia attraversando o vivendo un momento difficile o triste della propria esistenza per sviluppare un Episodio Depressivo.
I sintomi sono simili alle forme reattive ma si presentano con gravità maggiore.
La tolleranza al dolore psichico della depressione dipende comunque dalla struttura di personalità e dalle risorse del paziente.
In questi casi la possibilità di veri agiti autolesivi è sempre da tenere in considerazione.

Nella Depressione endogena la terapia farmacologica è inderogabilmente necessaria, sarebbe un grave errore diagnostico e terapeutico non prescrivere farmaci in un Episodio di Depressione Maggiore.
Per questo motivo io insisto ripetutamente sulla necessità di rivolgersi a terapeuti che siano in grado di effettuare una diagnosi clinica corretta e precisa, con una formazione professionale che permetta di comprendere veramente se il farmaco è indicato ed indispensabile e la flessibilità di saper integrare, quando necessario, diversi percorsi di cura.

Nella Depressone Maggiore la psicoterapia può essere integrata alla terapia farmacologica, valutando il singolo caso.
Gli obiettivi sono, ad esempio, ridurre i vissuti di colpa che tutti i pazienti sperimentano legati al fatto di sentirsi impotenti ed incapaci di reagire, sostenere il paziente e aiutarlo a trovare strategie migliori per tollerare il suo malessere e aiutarlo ad accettare la necessità di assumerne una terapia, spesso per lunghi periodi, soprattutto nelle forme ricorrenti.
Inoltre, è importante rendere il paziente capace di riconoscere i sintomi della depressione agli esordi, in modo da prevenire eventuali ricadute.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapie per curare la Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La comunicazione passiva

Lo stile passivo

In questo articolo ci focalizziamo sullo stile comunicativo che viene definito Passivo.

Comunicare e relazionarsi con uno atteggiamento orientato alla passività significa avere difficoltà ad esprimere liberamente, senza ansia o preoccupazione, il proprio punto di vista. Le persone che utilizzano questo stile provano disagio e si sentono inibite nell’evidenziare e comunicare le proprie idee, i propri desideri e bisogni, soprattutto se ritengono che questi siano diversi da quelli dell’interlocutore.

Per chi possiede questo stile può essere molto difficile dire di no, sottrarsi ad una richiesta esplicita o anche presunta. Queste persone sono spinte dal desiderio di non deludere mai nessuno e di non essere quindi criticate, giudicate o ridicolizzate.

La comunicazione passiva si struttura a partire dai primi anni di vita, potenziata da un clima famigliare che inibisce l’intraprendenza e la libera espressione. A volte è così totalizzante che la persona non ne è nemmeno consapevole, non riconosce e non da valore alla specificità del suo essere diverso dagli altri e quindi alla sua identità e personalità.

Accade così, talvolta, che questi soggetti, non sappiano nemmeno che cosa veramente desiderano, quali sono i propri gusti, il proprio modo di pensare; per questo si adeguano senza troppa sofferenza al volere degli altri che diventano, anzi, una guida e un punto di riferimento rispetto al loro sentirsi inermi, privi di iniziativa e sicurezza.

La passività rappresenta una difesa verso la possibilità di sperimentare emozioni troppo sgradevoli. Spesso nasconde una grande paura e difficoltà a gestire situazioni conflittuali dove possa emergere la propria rabbia o quella altrui. Ancor più profondamente ciò che guida queste persone è il desiderio e il bisogno di compiacere per non essere abbandonate o ignorate. Questi soggetti sono generalmente descritti, o si descrivono, come timidi, riservati e indecisi, non sono molto creativi e spesso sperimentano vissuti di ansia, inadeguatezza e sentimenti di colpa.

Il soggetto passivo utilizza poche parole e solitamente le pronuncia con un tono calmo e un volume basso. Si esprime in modo semplice e conciso, a scapito della possibilità di approfondire meglio ciò che sta dicendo, come se temesse di disturbare o non immaginasse che qualcuno possa interessarsi a ciò di cui sta parlando.

Anche la comunicazione non verbale esprime le difficoltà di questi soggetti: la mimica e la gestualità possono essere ridotte, lo sguardo è spesso basso o sfuggente, incontra a fatica quello del compagno di dialogo.

I pazienti che vengono in terapia a causa delle difficoltà relazionali legate al loro stile di comunicazione, si percepiscono come persone poco interessanti, con poche cose da dire e sono particolarmente preoccupati dalla possibilità che si generi un conflitto o un attrito nella relazione. Questo genera in loro uno stato di ansia e d’ipervigilanza rispetto alle reazioni degli altri.

E’ ovvio che questo stile comunicativo non può che generare un circolo vizioso in cui la persona sentirà il suo valore sempre più diminuito, la sua autostima sempre più compromessa e il senso di frustrazione interpersonale sempre più schiacciante.

Queste persone si sottovalutano, in genere, molto di più di quanto un corretto esame di realtà potrebbe segnalare. Tendono, infatti, a sovrastimare le loro umane debolezze o difficoltà senza l’adeguata consapevolezza di quelle che sono le loro risorse, capacità e punti di forza. Aiutarli a raggiungere una corretta percezione di sé è uno degli obiettivi cardine della terapia con questi soggetti.

La terapia psicologica è determinante per questi soggetti che sono maggiormente inclini a sviluppare stati di ansia o depressivi, nonché patologie psicosomatiche come cefalea, dolori diffusi e sintomi gastrointestinali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Invecchiamento Attivo – Healthy Ageing

Invecchiamento Attivo

Il 2012 è L’Anno Europeo dell’Invecchiamento Attivo e della Solidarietà, proclamato dall’Unione Europea.

Il concetto di Invecchiamento Attivo o Invecchiamento in Buona Salute è un concetto preventivo caro alla Medicina Omotossicologica.

Tutti noi sappiamo che la vita media si è notevolmente allungata grazie alle migliori condizioni generali di vita e anche grazie alla capacità di curare farmacologicamente molte malattie che in passato avrebbero portato alla morte.

In effetti, il concetto di Malattia Cronica o Degenerativa è relativamente recente e appunto riguarda quelle patologie che oggi possono essere controllate a lungo termine, allungando così le aspettative di vita. In passato la diagnosi di queste malattie era più rara ed era invece più frequente la morte a causa dell’impossibilità di fare fronte alle fasi acute e all’aggravamento di queste forme.

Se è sicuramente rassicurante sapere che oggi si può vivere più a lungo, desidero porre l’attenzione sul fatto che ciò che conta è assicurarsi una vecchiaia  che non sia costellata da dolori cronici, da gravi limitazioni fisiche o mentali e dall’assunzione di una quantità impressionante di farmaci che devono controllare ogni sintomo manifestato da un organismo che va fisiologicamente incontro alla fine del suo ciclo di vita.

Quindi, per avere una buona vecchiaia, bisogna porre attenzione al proprio stile di vita con largo anticipo e mettere in atto tutta una serie di comportamenti e di accorgimenti che, speriamo, facciano della terza età un periodo degno di essere vissuto nonostante le sue complessità.

I processi di invecchiamento sono in parte conseguenza di una graduale involuzione delle ghiandole endocrine, che gradualmente si atrofizzano e riducono la loro capacità di produzione ormonale. Questo processo non riguarda soltanto le ovaie e i testicoli e quindi la produzione di ormoni sessuali, ma coinvolge tutto il sistema endocrino, così come il sistema immunitario, gli organi emuntori, la cute, i muscoli le ossa e naturalmente anche il cervello.

L’invecchiamento è legato innanzitutto al patrimonio genetico di ciascuno di noi anche se  oramai è noto come si possa influire facilitando o inibendo l’espressione  del patrimonio genetico, la scienza che tratta queste influenze è chiamata: Epigenetica.

Quindi proviamo a considerare l’insieme delle condotte di vita che possono influire positivamente rallentando e modulando i processi inevitabili dell’invecchiamento cerebrale e fisico, ricordandoci che il corpo influenza i pensieri e viceversa.

E’ essenziale mantenere vivi gli interessi e le BUONE relazioni, mettersi nella condizione di ricevere stimoli diversificati che mantengono agili le nostre capacità di elaborarli.  Non chiudersi quindi in una routine ripetitiva, quasi automatica che non farà altro che farci considerare ogni diversificazione da essa come un pericolo o nella migliore delle ipotesi una scocciatura da evitare.

Ogni esperienza nuova ci tiene a contatto con il mondo e i suoi cambiamenti e ci impone almeno di conoscerli, di fare qualche riflessione e magari anche condividerla con chi ci sta vicino, potenziando le capacità ideative e relazionali.

E’ importante sapere che la maggior parte delle cellule cerebrali non si replica, sono infatti cellule molto specializzate, estremamente complesse, per questo motivo il nostro patrimonio di cellule e di connessioni nervose va difeso con attenzione, usandolo ed allenandolo.

E’ indispensabile rispettare il proprio corpo senza avere la miracolistica aspettativa che non vada accudito e curato e mantenuto in salute per rallentarne l’inevitabile deterioramento. Vuole dire riconoscere i messaggi che il nostro organismo ci invia e dargli il giusto significato, non minimizzare né sottostimare ciò che ci accade, limitandosi soltanto ad  assumere farmaci che facciano scomparire i sintomi senza approfondire i motivi alla base della loro comparsa e attuare comportamenti preventivi.

Significa nutrirlo BENE, che non vuole dire abbondantemente ( anzi la restrizione calorica corretta ha un forte potere antiaging). Vuole dire essere equilibrati nella qualità dei nutrienti che scegliamo ricordando che l’aspetto esterno di un cibo non corrisponde quasi mai alla vera qualità e al reale contenuto in nutrienti.

Vuole dire fare un’adeguata attività fisica, la quale non solo mantiene i  muscoli allenati, in grado di sorreggere il nostro corpo e di farci muovere con facilità e senza dolore, ma anche fortifica le ossa, il sistema immunitario e aiuta a controllare glicemia, pressione arteriosa e colesterolo, riducendo il massiccio ricorso a terapie che controllano questi parametri come invece si osserva troppo spesso nella popolazione anziana.

Inoltre il movimento ci permetterci di rimanere in contato con un ambiente vitale e stimolante, sia che venga praticato in una centro sportivo o all’aria aperta.

Possiamo quindi dire che una buona vecchiaia si può costruire, almeno in parte.

Non esistono terapie allopatiche in grado di supportare un fisiologico processo d’invecchiamento, almeno se escludiamo l’assunzione di integratori vitaminici, peraltro molto utili in alcune situazioni.

La Medicina Omotossicologica dispone invece di alcune strategie che possono rendere più graduale e fluido il declino cognitivo e fisico.

Per citarne alcune segnalo la possibilità di utilizzare modulatori della risposta immunitaria (Citochine e Interleuchine) che potenziano le difese antivirali, le difese contro le infezioni batteriche e modulano le reazioni immunitarie quando queste sono troppo vivaci e disregolate come nelle malattie croniche di origine autoimmune. La longevità è legata a un sistema immunitario efficiente e forte ma non aggressivo.

Dispone inoltre di farmaci che agiscono proprio all’interno delle cellule, a livello del mitocondrio, centrale energetica della cellula, la quale senza energia è destinata a morire o a degenerare. L’invecchiamento è infatti anche dovuto ad una graduale riduzione del numero e della funzionalità dei mitocondri, processo che può essere parzialmente rallentato attraverso l’utilizzo di farmaci omotossicologici.

Sono a disposizione dell’Omotossicologia potenti antiossidanti, come l’Ubichinone e altre sostanze ; ricordando che i radicali liberi sono molecole che si formano normalmente durante i processi metabolici e intervengono nei processi di invecchiamento, nella genesi dei tumori e delle malattie degenerative, danneggiando le strutture cellulari.

Dispone di ormoni in Low Dose con azione regolatoria, che vengono somministrati alle concentrazioni fisiologiche alle quali funzionano nel nostro organismo e che non hanno lo scopo di una terapia sostitutiva, ma hanno l’obiettivo di regolare la produzione ormonale in difetto o in eccesso, accompagnando le ghiandole ad esaurire la loro funzione più in là nel tempo e in modo più graduale, meno brusco, riducendo quindi i sintomi dovuti alla carenza ormonale.

Dispone infine di fattori neurotrofici o neurotrofine, utilizzati anch’essi in preparazioni Low Dose; si tratta di proteine che promuovono la crescita cellulare, favoriscono il mantenimento in vita delle cellule nervose e delle loro reciproche connessioni, con un’influenza positiva sulle funzioni neuropsicologiche di attenzione, memoria e concentrazione.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e Invecchiamento Attivo a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depressione o Sindrome da Burnout

Depressione o Sindrome da Burnout

Ansia e depressione sono due termini,  oramai noti a tutti,  che non solo  indicano due importanti capitoli della patologia medico-psichiatrica, ma soprattutto segnalano i due sintomi principali che  i pazienti   riferiscono  quando vengono alla visita.

Inoltre, i termini  ansia e depressione indicano due stati  emotivi spiacevoli che frequentemente appartengono  alla esperienza di vita comune di ciascuno di noi,  anche di chi non  necessita  dell’aiuto dello specialista.

Altre volte invece, l’entità e la qualità di tali stati d’animo si concretizza in una forma depressiva vera e propria.

Spesso si “cerca di tirare avanti ” sperando che la situazione si risolva,  il più delle volte  si  decide di rivolgersi al medico di famiglia, il quale non  può che intervenire con strumenti terapeutici che agiscono sopprimendo il sintomo ma che non possono agire alla base delle cause, anche biologiche, che determinano  la comparsa di questi  disturbi.

Raramente isolate,  le manifestazioni di ansia e di umore  depresso, il più delle volte si presentano associate tra di loro e possono accompagnarsi, in modo variabile, ad altri disturbi quali ad esempio la riduzione della concentrazione, la difficoltà ad addormentarsi  o a mantenere il sonno e soprattutto un importante calo di energia psico-fisica.

Osservo in genere nella mia pratica clinica come  le persone arrivino alla visita quando  questi disturbi  datano già da alcuni mesi e la richiesta di aiuto si concretizza solo nel momento in cui  i sintomi  stanno  causando un evidente disagio su tutte le attività quotidiane, sia quelle lavorative che quelle personali.

E’ molto importante in tutti i casi fare una diagnosi precisa: ci troviamo di fronte ad un quadro depressivo conclamato, che necessita di una adeguata terapia medica, solitamente di tipo allopatico, oppure siamo in quelle fasi iniziali di esaurimento in cui il nostro organismo inizia a mandare segnali che, se bene interpretati e affrontati, permettono di recuperare uno stato di salute senza arrivare alla malattia depressiva?

Il termine esaurimento nervoso, che ha preceduto negli anni la terminologia più moderna di Depressione è, a mio parere, molto corretto in alcune situazioni cliniche, come spesso lo sono le descrizioni della cosiddetta saggezza popolare.

In effetti le condizioni a cui mi riferivo prima, inquadrate da un punto di vista Omotossicologico rappresentano proprio la manifestazione clinica di uno stato di indebolimento di organi e di funzioni biologiche e metaboliche dal corretto funzionamento delle quali dipende il mantenimento dello stato di salute e di efficienza  fisica e psichica. Quando queste funzioni sono scarsamente efficienti si arriva ad una condizione di sofferenza dell’organismo che si manifesta con un insieme di sintomi che possono mimare per qualità uno stato depressivo.

I motivi e le condizioni che possono portare all’indebolimento  dei meccanismi  deputati  alla produzione di livelli ottimali di energia e di salute sono numerosi, l’argomento è vasto e interessante e sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

La Medicina Omotossicologica e La Medicina Fisiologica di Regolazione sono in grado di agire a vari livelli,  sui diversi organi, ripristinandone gradualmente la funzione,  permettendo  così il controllo e la modulazione dei sintomi,  ma anche, e questo è ciò che più conta,   potenziando vie metaboliche che si svolgono all’interno delle cellule  che sono deputate alla produzione di energia (Ciclo di Krebs  e Fosforilazione Ossidativa) nonché regolando vie di trasmissione neuro-endocrina la cui corretta regolazione è indispensabile per le funzioni vitali e la risposta adeguata allo Stress, tra queste  in particolare l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene.

E’ quindi  importante  dare valore e non trascurare condizioni caratterizzate da una stanchezza apparentemente immotivata, una riduzione delle energie fisiche e psichiche, associate o meno a sintomi più qualificati in senso depressivo o ansioso, proprio allo scopo di prevenire la comparsa di situazioni più conclamate e inquadrabili nella vera e propria Depressione,  le quali poi necessitano  un intervento farmacologico mirato con farmaci antidepressivi e ansiolitici.

Sono queste situazioni che ancora  non sconfinano nel patologico e che possono  essere contenute e risolte senza il ricorso a farmaci allopatici; appartengono spesso  alla continua ciclicità dell’efficienza delle nostre funzioni biologiche,  le quali  per mantenere nel tempo la loro efficacia vanno sostenute e potenziate.

La Medicina Omotossicologica stimolando i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo  può quindi essere di grande utilità in queste situazioni “borderline,  nonché in tutti i momenti di vita in cui le richieste a cui il nostro organismo è sottoposto sono più elevate.

Un tipico esempio sono i due periodi del cambio di stagione primaverile e autunnale, momenti in cui al nostro organismo è richiesto un adattamento su vari livelli, che può essere stimolato ed aiutato proprio per evitare l’esperienza comune della comparsa o dell’aggravamento in queste stagioni di passaggio, di sintomi ansioso-depressivi.

Accanto a questi  vi sono altri tipi di altri disturbi che in questi periodi dell’anno spesso vengono a riacutizzarsi, ne sono esempi comuni l’insonnia e le patologie  quali il reflusso gastroesofageo e i disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La comunicazione e gli stili comunicativi

La comunicazione e gli stili comunicativi

Cosa è la comunicazione

La comunicazione può essere definita come un passaggio di informazioni che avviene tra noi e l’ambiente sociale nel quale viviamo, informazioni che riceviamo e che forniamo all’altro nello scambio interpersonale.

L’etimologia della parola deriva dal latino: cum, cioè con e munire tradotto come legare. La comunicazione ci unisce agli altri e fornisce indicazioni su chi siamo e su cosa desideriamo e allo stesso tempo ci permette di comprendere il nostro interlocutore. Ci segnala intenzioni di amicizia e disponibilità o di ostilità ed aggressività, anche latente.

La comunicazione è caratterizzata da aspetti verbali e paraverbali, cioè le parole che pronunciamo, le pause, i momenti di silenzio, il tono e la modulazione della voce, e da aspetti non verbali, la mimica, la direzione dello sguardo, la nostra postura e la gestualità, nonché lo spazio fisico che poniamo tra noi e l’interlocutore.

Gran maggior parte della comunicazione è basata su messaggi non verbali, anche se noi siamo abituati a credere che le parole ci permettano di comunicare le nostre intenzioni e di capire quelle altrui, è stato dimostrato che il 70% della comunicazione avviene attraverso canali non verbali, che è quindi bene conoscere e saper riconoscere.

La comunicazione è un’abilità sociale che influenza moltissimo la qualità delle nostre relazioni e in generale della nostra vita personale e professionale. Fortunatamente può essere modificata e migliorata, aiutandoci a raggiungere un maggior benessere psicologico ed emotivo.

Psicoterapia Milano Comunicazione Psicologa Psichiatra

Gli stili della comunicazione in psicologia

In psicologia si distinguono tre stili di comunicazione: passivo, aggressivo e quello fondato sulla comunicazione assertiva.

L’assertività è lo stile più efficace, quello che ci assicura il migliore risultato in termini di raggiungimento dei nostri obiettivi e in termini di soddisfazione e serenità personale e interpersonale. Saper comunicare bene è una delle basi per aspirare ad avere relazioni di valore, solide e basate su reale interesse e affetto reciproco.

Sfortunatamente lo stile assertivo è anche il più difficile da sviluppare e da insegnare ai nostri figli ma, come abbiamo detto in precedenza, si può perfezionare e potenziare nel tempo.

Ciascuno di noi possiede un suo modo specifico e caratteristico di utilizzare la comunicazione nella relazione con gli altri.

Nessuna persona utilizza un unico stile di comunicazione ma in ciascuno di noi prevale una attitudine rispetto alle altre. E’ anche vero che lo stile comunicativo dipende parzialmente dal clima relazionale, quindi viene co-costruito in modo differente in ciascuna coppia relazionale anche in base alle modalità di comunicazione del nostro interlocutore.

Gli stili comunicativi sono il risultato del nostro temperamento innato integrato a ciò che abbiamo vissuto durante gli anni della nostra crescita, all’interno del nostro nucleo famigliare. Le personalità dei genitori e il loro modo di agire con i figli possono potenziare un particolare tipo di comunicazione, ad esempio quella passiva, e inibire lo sviluppo di un modo più efficace di comunicare. I genitori stessi possono essere a loro volta incapaci di una comunicazione assertiva e quindi nell’impossibilità di permettere al figlio di modellarsi e di introiettare uno stile efficace.

Ciò che s’impara da piccoli nella relazione con i genitori ci struttura per la vita e viene poi generalizzato nelle altre relazioni da adulti.

In psicoterapia uno degli obiettivi è anche quello di insegnare al paziente a riconoscere i segnali della comunicazione non verbale sua e delle persone con le quali entra in relazione. Questa competenza sociale, insieme ad altre sviluppate nel percorso terapeutico, facilita la possibilità  di costruirsi una vita più soddisfacente e di evitare numerose frustrazioni e fallimenti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo Evitante di Personalità

Il Disturbo Evitante di Personalità

La personalità in psichiatria è definita come l’insieme dei modi con cui percepiamo e viviamo la realtà, consideriamo le altre persone e noi stessi, il nostro modo di metterci in relazione con il mondo esterno e di reagire alle difficoltà della vita, intese sia sul piano concreto sia sul piano emotivo e affettivo. E’ la risultante del temperamento, che è innato, e di ciò che accade in noi attraverso gli innumerevoli eventi con i quali ci confrontiamo dal giorno stesso in cui veniamo al mondo.

A volte il processo di costruzione della personalità non avviene in modo adeguato o completo, dando luogo a tratti della personalità troppo rigidi e poco efficaci. Sebbene si confrontino con notevoli difficoltà, è impossibile per questi soggetti modificare i propri schemi di pensiero, cui fanno seguito comportamenti spesso disfunzionali e inadatti.

Un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata sarà invece capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.mStare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Le cause del disturbo evitante di personalità

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

La terapia del disturbo evitante di personalità

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull’ambiente esterno: “sono gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano o come trascorrono la loro vita,  mi annoio e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

La terapia farmacologica può aiutare, sebbene ovviamente non abbia alcun effetto sulla personalità del paziente. Lo scopo è di ridurre i sintomi che derivano dall’ansia sociale, grazie al fatto che alcuni antidepressivi serotoninergici possono migliorare gli aspetti fobico-sociali, diminuendo la sensibilità all’imbarazzo e la vergogna. Altre volte la terapia farmacologica si rende necessaria per trattare la depressione che consegue all’isolamento e alle difficoltà nel costruirsi un contesto sociale piacevole e supportivo. In alcune circostanze questi pazienti possono essere supportati con benzodiazepine, ad esempio in momenti specifici di esposizione  a situazioni solitamente evitate.Per questo obiettivo possono essere anche utilizzati i B-bloccanti grazie loro potere sui sintomi periferici dell’ansia come il tremore, la sudorazione e il rossore.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa del percorso di diagnosi e terapia del Disturbo Evitante di Personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.