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Archivio Tag: Studio Psichiatria Integrata

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Ebook Semestrali | #3 – Dicembre 2014

3a uscita E-book dello Studio Psichiatria Integrata: Download Gratuito

Semestrale di Informazione Medica – #3 | Dicembre 2014

Ebook Gratuito Psichiatria Psicoterapia Medicina Omotossicologica Selvi

Gentili lettori,

è uscito il terzo numero Semestrale di Informazione Medica dello Studio Psichiatria Integrata, che contiene una raccolta degli articoli tratti dal sito web www.cristinaselvi.it, ad opera della dott.ssa Cristina Selvi.

Gli argomenti trattati in questi numeri di approfondimento riguardano la Psichiatria, la Psicoterapia e la Medicina Omotossicologica.

E’ possibile scaricare gratuitamente una copia integrale dal sito web dello Studio Psichiatria Integrata.
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Ebook Semestrali | #2 – Giugno 2014

2a uscita E-book dello Studio Psichiatria Integrata: Download Gratuito

Semestrale di Informazione Medica – #2 | Giugno 2014

Ebook Gratuito Psichiatria Psicoterapia Medicina Omotossicologica Selvi

Gentili lettori,

è uscito il secondo numero Semestrale di Informazione Medica dello Studio Psichiatria Integrata, che contiene una raccolta degli articoli tratti dal portale web www.cristinaselvi.it, ad opera della dott.ssa Cristina Selvi.

Gli argomenti trattati in questi numeri di approfondimento riguardano la Psichiatria, la Psicoterapia e la Medicina Omotossicologica.

E’ possibile scaricare gratuitamente una copia integrale dal portale web dello Studio Psichiatria Integrata.
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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il panico non ci fa paura!

Il panico non ci fa paura!

“Guarda la paura in faccia e questa cesserà di turbarti” diceva un detto popolare; niente di più vero se riferito al disturbo di panico.

La terapia di pazienti con disturbo di panico concede ottimi risultati.

Si tratta di un disturbo molto diffuso ed invalidante ma esso racchiude una caratterista positiva: se affrontato, è guaribile!

Iniziamo allora ad affrontarlo andando a capire alcune caratteristiche salienti relative al disturbo di panico.

Chi ha vissuto un attacco di panico lo descrive come un breve ma intensissimo periodo di paura in cui sente di essere in procinto di morire, di impazzire, di perdere il controllo, di essere colpito da un infarto o da chissà quale altra grave malattia. Si prova una sensazione di tremore, soffocamento, vertigini, palpitazioni, capogiro, nausea, senso di disorientamento ed estraneamento dalla realtà che comporta il bisogno disperato di allontanarsi dalla situazione che si sta vivendo per fuggire altrove.

Questo brevissimo ma intenso disagio, può cambiare la vita a chi lo vive.

Si tratta di una crisi così intensa che mobilita una quantità tale di energie da non poter durare a lungo: una volta raggiunto l’apice, non può durare più di venti minuti.

In genere, i primi attacchi di panico sono inaspettati e non riconducibili ad una specifica situazione; nel corso del tempo possono ripetersi, divenire ricorrenti ed associabili a condizioni particolari quali, ad esempio, guidare l’auto, stare sui mezzi pubblici o al supermercato. Ciò induce significativi cambiamenti nel comportamento della persona che tenderà a mettere in atto straordinari meccanismi di evitamento delle situazioni temute, evitamenti che, in apparenza, sono utili metodi di prevenzione e protezione dall’ansia, ma, in realtà, rappresentano il miglior modo per sprofondare sempre più all’interno del disturbo di panico. L’evitamento rappresenta una via facile e rapida che permette di allontanare lo stimolo temuto e contemporaneamente trasmette una sensazione di controllo e comando della situazione. C’è da aggiungere, però, che le fughe messe in atto danno sì la sensazione di essersi “salvati” ma lasciano dentro di sé un senso di sconfitta e di sconforto.

Esiste un’elevata percentuale di pazienti che da anni vivono chiusi in casa nel timore di poter essere colti da un attacco di panico nel momento in cui dovessero uscire e si esponessero senza più protezioni. Per questo motivo, gli attacchi di panico condizionano chi ne soffre fino a condurlo verso una parziale invalidità. L’evitamento impedisce di imparare dall’esperienza, contrasta la possibilità di confrontarsi con i propri timori, rimanda la risoluzione del problema, anzi, lo complica sempre di più.

Se il paziente è ben preparato e sostenuto dal punto di vista psicologico, può provare a non fuggire dalle situazioni temute e dai propri sintomi, può provare a passare attraverso la propria storia di panico per riuscire a comprendere meglio cosa l’abbia determinata, quali meccanismi psicologici l’abbiano causata. Attraverso la psicoterapia si può rivedere la propria storia personale, riesaminare le proprie strategie (spesso inconsapevoli) per affrontare le situazioni, oppure far fronte ai segni lasciati da un evento traumatico.

In sintesi, per riuscire a trattare e risolvere il panico, occorre affrontarlo e occorre conoscerlo!

La dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Attacco e Disturbo di Panico a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra, Psicoterapeuta e Omotossicologa presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il dolore di una separazione

Il dolore di una separazione

Conosco Massimo durante un ricovero presso il reparto psichiatrico dei Disturbi dell’Umore a causa di un episodio di Depressione Maggiore diagnosticato dal suo medico psichiatra curante. Egli riferisce la necessità di iniziare un percorso psicoterapeutico data la sua sofferenza interiore dovuta alla recente separazione dalla moglie.

Nel mese precedente la nostra conoscenza, il paziente era stato ricoverato in un’altra struttura psichiatrica a causa della sua condizione depressiva, ma poi, dato il mancato miglioramento sintomatologico, ha richiesto il nuovo ricovero.

Il paziente, evidentemente depresso, sin dal primo momento racconta di trovarsi in quello stato a causa della recente separazione dalla moglie per decisione della stessa.

Forte è la motivazione e l’esigenza del paziente di capire la ragione della sua reazione emotiva depressiva così intensa, condizione che lo ha profondamente cambiato a livello umano. Riferisce infatti la necessità di approfondire la conoscenza di se stesso, di essere maggiormente interessato alle problematiche altrui e di vivere con minore superficialità i rapporti con gli altri, gli avvenimenti personali e la vita in generale.

Dati anamnestici

Massimo è cresciuto in un ambiente familiare piuttosto rigido e severo. Suo padre viene descritto come una persona inflessibile e rigorosa in fatto di educazione e sentimenti. Non rammenta l’espressione di alcun gesto affettuoso da parte sua; lo descrive come persona di buoni valori, molto ritirata ed esigente di rispetto.

La madre è una persona buona ma non affettuosa, proiettata verso le esigenze altrui, dominata dal marito. Entrambi i genitori sono sempre stati molto impegnati nella buona educazione dei figli e nel mantenimento di un sereno clima familiare, tanto è vero che Massimo non ricorda di aver mai udito o visto alcun litigio tra i genitori.

Il paziente ha due fratelli maggiori con i quali non ha creato un legame di condivisione vista la scarsa capacità di comunicazione ed il carattere tendenzialmente solitario di tutti e tre i fratelli.

Coppia/famiglia

Con la ex-moglie, coetanea di Massimo, si sono conosciuti in età adolescenziale, hanno intrapreso un legame stabile dopo il raggiungimento della laurea e si sposati dopo tre anni di fidanzamento per decisione di entrambi.

Massimo riferisce che la loro vita di coppia è sempre stata “su due binari paralleli”, ciò a significare che poco hanno condiviso e poco hanno costruito. Lui, molto impegnato nel lavoro durante la settimana nella sua attività imprenditoriale ed il weekend lontano da casa per seguire la sua grande passione per gli sport e per il mare; lei, impegnata nel suo lavoro di insegnante e nella cura dei figli, è sempre stata poco incline a seguire il marito nel fine settimana.

La coppia ha due figli di età preadolescenziale. A tal proposito, Massimo ricorda la sua difficoltà a diventare genitore. Egli spiega che, inizialmente, non era pronto a vivere la paternità. Si sentiva distaccato poiché non sapeva gestire il nuovo ruolo che andava a ricoprire riproponendo il modello genitoriale paterno che lui stesso aveva esperito in qualità di figlio. Solo a distanza di qualche anno, ha capito che stava mettendo in atto un modello anacronistico, troppo formale e distaccato.

Tre mesi prima del ricovero di Massimo, la ex-moglie comunica al marito la volontà di separarsi da lui dopo 14 anni di matrimonio. E’ una decisione sofferta che la ex-moglie è riuscita a prendere dopo aver pensato e ragionato con l’aiuto di uno psicologo.

Analisi del quadro psicologico

La depressione di Massimo è conseguente al vissuto luttuoso dato dalla fine del matrimonio. La sofferenza deriva dal tramonto del suo progetto di coppia e di famiglia ideale ed è accompagnata da un forte senso di fallimento. La separazione è un evento profondamente traumatico che Massimo sente di non riuscire a contrastare, proprio lui che, come temperamento, tende a dominare e dirigere, si trova a provare l’insostenibile sensazione di essere sopraffatto dalle emozioni.

Dalla descrizione della sua storia e della sua personalità emerge chiaramente la tendenza al controllo, al distacco emotivo, alla razionalità ed alla concretezza. La famiglia d’origine, molto rigida e attenta all’educazione, ha trasmesso a Massimo un modello relazionale basato sul dovere piuttosto che sull’espressività e l’affettività. Egli è inconsapevole che l’educazione ed il rispetto tanto richiesti dal padre nascondano la difficoltà di maneggiare il materiale emotivo. Massimo stesso descrive come “sereno” il clima respirato nella sua famiglia d’origine proprio perché non avvenivano contrasti aperti, senza accorgersi del fatto che quello rappresentava una buona difesa dall’instaurare punti di contatto tra loro. La stessa vita coniugale ha seguito un percorso identico. Il termometro della coppia di Massimo sembra essere basato sull’organizzazione: se questa funziona, allora la coppia funziona, trascurando qualsiasi altra sfumatura emotiva ed affettiva tra i coniugi.

Il paziente si è ritrovato ad affrontare non solo il grande fallimento del matrimonio, ma anche il fallimento dei suoi modelli ideali, delle sue convinzioni e progetti futuri.

Soffermarsi sui propri meccanismi psichici attraverso la psicoterapia permette di acquisire consapevolezza circa la fine del rapporto e l’irreversibilità della scelta. La psicoterapia di Massimo si è incentrata non solo sul forte vissuto depressivo, ma anche sull’enorme carico di rabbia per l’abbandono subito e per la perdita affettiva che lo ha sconvolto a livello dell’identità e dell’autostima. Dopo una prima fase di negazione dell’evento, seguono i vissuti depressivi, i sensi di colpa, la rabbia e la necessità di risarcimento verso il partner che ha lasciato. Ognuno ha un personale percorso che, secondo i manuali, dura almeno un anno (ma in realtà dura molto di più) e comporta una complessa elaborazione psicologica simile a quella che si effettua di fronte alla morte di una persona cara.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la separazione a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

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Depressione e cannabis in adolescenza

Depressione e Cannabis in adolescenza

Oggi presento il caso clinico di un paziente conosciuto due anni fa.

Francesco è un adolescente di 19 anni, di nazionalità italiana nonostante i suoi tratti somatici rivelino l’origine somala ereditata dalla mamma, di ceto sociale benestante e di buona cultura. E’ un ragazzo di bell’aspetto, longilineo, eccessivamente magro. Si presenta al primo incontro accompagnato dalla madre a cui delega completamente la spiegazione del suo disagio non pronunciandosi mai se non stimolato direttamente da me. Il suo atteggiamento appare timido e pacato. Solo conoscendolo meglio capisco che si tratta, invece, di uno stato di apatia, chiusura e rassegnazione nei confronti della vita.

Il motivo che ha spinto la famiglia a richiedere una psicoterapia per il figlio riguarda, nello specifico, l’incapacità di Francesco a condurre una vita “normale” fatta di scuola, studio, sport, interessi, ragazza, orari, impegni. Francesco manifesta un disinteresse generale per tutto ciò che deve svolgere. Fondamentalmente, egli passa le sue giornate tra il letto e le panchine del parco con alcuni amici. Nonostante la famiglia lo incoraggi e lo renda libero di scegliere qualsiasi attività, lui non manifestava alcuna preferenza. Per lui contano solo i pochi amici che, come lui afferma, provano la sua stessa identica condizione di abulia. La condizione clinica di Francesco, al momento dell’inizio della terapia, non si presenta solo attraverso l’appiattimento emotivo riconducibile ad uno stato depressivo, ma anche attraverso l’uso sostanzioso di cannabis iniziato intorno ai 15 anni. Francesco spiega che la dipendenza dalla marijuana abbia uno scopo “autoterapeutico”, vale a dire trovare sollievo dalla sua condizione di disagio. Indagando, emerge che la cannabis, talvolta, provoca in lui stati affettivi contrastanti: momenti di pace e sollievo, ma anche ansia e pensieri negativi. Francesco fuma in compagnia o da solo, ma l’effetto che più gli piace è quella sorta di isolamento in cui il suo pensiero viaggia affrontando grandi temi esistenziali, oppure si perde nei suoni della musica riuscendo ad assentarsi dalla vita per qualche ora. Per contro, la sostanza si ripercuote sul suo sonno che afferma essere molto sfasato, dormendo poche ore la notte, non riuscendo a svegliarsi il mattino per fare qualsiasi attività e ciò lo porta ad avere continui contrasti familiari.

La sua condizione nel tempo è peggiorata. Si è aggiunto l’uso di alcol che gli fa provare nausee che gli impediscono di mangiare, consumandosi ancora di più fisicamente. I suoi genitori sembrano stanchi del suo stile di vita e lo lasciano molto libero di gestirsi. La frequenza alla scuola serale, seppure sia stata una sua scelta, non è mai stata mantenuta con continuità. Francesco manifesta idee opposte a seconda del momento: talvolta è sconfortato, non ha alcun progetto di recupero scolastico, non si mostra interessato ad intraprendere alcuna attività lavorativa, né è positivo sul suo futuro (anzi, pensa di diventare un homeless); talvolta, emerge in lui il desiderio di recuperare, di andare a lavorare con suo padre, di smettere di fumare, di cambiare. E’ però consapevole che, da un momento all’altro, possano arrivare le “crisi” che lo spingerebbero a riprendere di fumare e gli impedirebbero di far fronte agli impegni.

Per i primi sei mesi di psicoterapia, la frequenza di Francesco alle sedute è piuttosto discontinua: si scorda dell’appuntamento, oppure non riesce a svegliarsi per tempo, oppure arriva in ritardo. Inizialmente, dimostra di non aver investito molte aspettative sul nostro lavoro dato che l’atteggiamento è di rassegnazione per la sua condizione psicologica. Successivamente, mostra un atteggiamento diverso nei confronti della terapia: la sua frequenza è più regolare, mi telefona personalmente, senza delegare alla madre, nel momento in cui dimentica l’orario dell’appuntamento, è più puntuale e durante i colloqui manifesta livelli minori di chiusura e disagio.

Diagnosi

Dal punto di vista clinico psicologico, Francesco presenta un disturbo dell’umore di tipo depressivo, denominato Distimia. Si tratta di una condizione depressiva cronica che può esordire già in età adolescenziale e che, a differenza della Depressione Maggiore, comporta sintomi più lievi ma continuativi. La cognitività di Francesco presenta i seguenti pensieri:

  • non combino niente, i miei amici sono già all’università;
  • non ho un appoggio dai miei genitori;
  • sono in un ambiente stressante, ho un continuo bisogno che qualcosa mi calmi;
  • non mi interessa se il fumo o l’alcol mi fanno del male perché non sono interessato alla vita;
  • senza di me la mia famiglia non avrebbe problemi, è tranquilla, vanno d’accordo;
  • mi isolo anche per togliere loro il senso di colpa del non essere riusciti a crescermi.

Nel caso di Francesco, alla Distimia è associata una dipendenza da sostanze.

Trattamento

Nonostante sia dimostrato che la psicoterapia risulti essere un trattamento efficace nella cura della Distimia, esso deve essere correlato ad una adeguata farmacoterapia. Il paziente ha rifiutato le cure psichiatriche farmacologiche necessarie sia dal punto di vista antidepressivo, sia da quello di disintossicazione da cannabis e alcol.

Sembra che Francesco tema di liberarsi della marijuana poiché la vive come unico valido anestetico in grado di alleviare il suo stato di sofferenza. Il percorso di psicoterapia, al contrario, è finalizzato al portare a contatto il paziente con le proprie emozioni anche se sgradevoli. Francesco ha manifestato molte resistenze espresse anche rifiutando di presentarsi ad alcune sedute; il suo istinto è sempre stato di scappare dalle brutte emozioni che prova di sé e del mondo. Nel tempo, ha lentamente preso coscienza dei circoli viziosi che lo portano ad una visione depressiva della vita ed ora è più consapevole dei suoi schemi di pensiero e della sua affettività. L’utilizzo della cannabis avviene ancora, seppure in modo minore, più per soddisfare un piacere che per necessità di fuga. Nella suo vissuto si stanno affacciando esperienze emotive nuove ed una maggiore possibilità di attività.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la distimia e le dipendenze da alcool e cannabis collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Lo Shopping Compulsivo

Lo Shopping Compulsivo

Nel passato, il concetto di dipendenza era riferito all’uso di alcol e droghe. Attualmente, ricercatori e clinici considerano la dipendenza non più limitata all’assunzione di sostanze, ma a qualsiasi esperienza così appagante da poter causare una compulsione a ripetere. E’ quindi più corretto affermare che si possono instaurare atteggiamenti di dipendenza non solo nei confronti di qualche sostanza da ingerire, ma anche verso qualcosa che viene agito, vale a dire verso quelle esperienze capaci di generare sensazioni gratificanti che soddisfano i bisogni umani e che rappresentano una ricompensa psicologica.

L’addiction è fondamentalmente un disturbo determinato da un’alterazione delle strutture mentali che causa un cambiamento disfunzionale del modo di esprimersi da parte della persona. Tale modalità di espressione si esplica nella tendenza al soddisfacimento immediato dei bisogni, nella compulsività e nella difficoltà di controllo che comporta l’incapacità di limitare l’attività nonostante i sensi di colpa o i problemi familiari e finanziari.

Tale patologia è stata studiata da illustri psichiatri (Kraepelin e Bleuler) nei primi anni del secolo scorso; essa godeva addirittura di una definizione specifica di “Oniomania” – dal greco oniomai che significa comprare – ma poi è stata dimenticata fino ad essere nuovamente affrontata negli ultimi due decenni.  Attualmente, parlare di shopping addiction significa rapportarsi ad una sindrome clinica ben definita che causa significativi effetti disfunzionali a livello psicologico e che mostra elementi appartenenti al disturbo ossessivo-compulsivo ed al disturbo del controllo degli impulsi. Da un punto di vista psicoanalitico, tale patologia presenta precursori di sviluppo comuni al disturbo degli impulsi ed al narcisismo patologico.

Certamente, questo disturbo è correlato al periodo storico ed alla situazione socio-economica che caratterizza le culture più avanzate. I beni materiali occupano un ruolo molto potente dal momento che, tramite essi, vengono veicolati la propria identità e il proprio status sociale dimostrando alla comunità il proprio livello di benessere e di felicità. Il possedere dei beni determina, superficialmente, il valore della persona che si sente molto più appagata e soddisfatta di sé tanto più riesce a presentarsi al mondo simile al sé ideale.

Ad un livello maggiormente profondo, la dipendenza da shopping risulta essere il sintomo di un conflitto interiore, il modo per regolare ed attenuare problemi esistenziali. I vestiti, le scarpe, la cosmesi, i gioielli, il cellulare, l’auto, l’arredo, la casa ed altro ancora rappresentano una stampella concreta ad un instabile senso di sé; essi infondono una illusoria fiducia ad individui che nutrono un vissuto di disistima. L’acquisto di prodotti di consumo serve a travestire temporaneamente la persona ed a coprire le sensazioni sgradevoli che essa avverte, consapevolmente o meno, di sé. È come se si richiedesse agli abiti, o in generale ai beni materiali, di rappresentare la propria persona poiché troppo debole ed inadeguata per essere in grado di scoprirsi di tali protezioni. Comprare restituisce una sensazione emotiva di eccitazione ed affermazione, ma, per contro, presenta ulteriori emozioni sgradevoli come un senso di nervosismo, irrequietezza e profondi sensi di colpa per non riuscire ad  autocontrollarsi. Ciò alimenta ancor di più quell’originale stato di disistima. Spesso, l’energia utilizzata per mantenere questa compulsione argina l’impegno del soggetto a raggiungere altri obiettivi maggiormente adeguati che possono fornire una buona sensazione di realizzazione ed indipendenza.

È difficile distanziarsi da questo problema poiché lo shopping è socialmente accettabile. Nella vita è naturale comprare, bisogna avere dei vestiti nell’armadio, quindi, è un comportamento che fa parte del quotidiano ed è facilmente accettabile. Oltre a ciò, a differenza della dipendenza da sostanze, non altera lo stato di coscienza e non comporta gravi conseguenze psico-fisiche. Inoltre, dà orgoglio avere accanto persone che tengono alla loro immagine ed al loro guardaroba e che sono socialmente desiderabili.

Si considera che la percentuale di persone che soffrono di questa patologia sia tra il 2 e l’8% tra la popolazione adulta degli USA con una proporzione tra donne-uomini di 9 a 1. Tra le varie spiegazioni di questo disequilibrio tra i due sessi, vi è che le donne sono più propense a ricercare informazioni sui beni di consumo ed essendo maggiormente inclini a ricercare soluzioni esterne a supporto dei problemi personali, sono propense a trovare rimedio negli acquisti. Per ciò che concerne gli shopper addicted di sesso maschile, trattasi di giovani istruiti, con discrete e stabili possibilità finanziarie, professionisti, interessati alla moda e alla cura del corpo, lontani dal modello maschile tradizionale.

Il trattamento psicoterapeutico si propone di osservare l’impulso all’acquisto come una modalità per regolare i propri stati emotivi-affettivi, come possibilità di contrastare il senso di inadeguatezza, di vuoto, di depressione, di ansia e stress patologico. Si considera la percezione che il paziente nutre profondamente nei confronti di sé stesso e si affronta la difficoltà di tollerare e vivere situazioni dolorose ed emotivamente complesse considerando che per tali soggetti ogni esito spiacevole delle proprie esperienze è vissuto con un grave senso di fallimento personale che va assolutamente eliminato o compensato con una gratificazione piacevole. La negazione dei sentimenti negativi risulta l’unica soluzione che essi intravedono per non cadere negli stati di depressione e disperazione. Qualora i sentimenti di ansia e depressione fossero clinicamente significativi risulta opportuno, nonché necessario, un sostegno psichiatrico di tipo farmacologico.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo dipendente di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Valore dei Test Neuro-Psicologici. Dott.ssa Alessia Santoro

Il Valore dei Test Neuro-Psicologici.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, illustra il valore dei Test Neuro-Psicologici presso lo Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

Per meglio valutare il quadro clinico di un paziente ci si può avvalere anche di test neuro-psicologici. I test servono a meglio indagare gli aspetti specifici della persona, ad esempio l’intelligenza, la memoria, le capacità cognitive e il deterioramento di esse, il carattere, il temperamento e i disturbi della personalità. I test sono molto utili perchè permettono di fare una precisa diagnosi clinica, focalizzano il problema clinico principale sul quale basare l’intervento, indirizzano e guidano la terapia.

Le informazioni ottenute dai test vengono comunicate e spiegate al paziente: è un’operazione importante questa, in cui il terapeuta deve essere molto chiaro e rispondere esaustivamente ad ogni domanda che viene posta. In questa maniera il soggetto può sentirsi accolto sui suoi punti di sofferenza, aumentare il livello di fiducia con il terapeuta e sicuramente fare un buon utilizzo delle informazioni che gli sono state date e  sulle quali eventualmente potrà aprirsi ad una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, esegue Test Neuro-Psicologici a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra, Psicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Genitori preoccupati? No, genitori interessati!

Genitori preoccupati? No, genitori interessati!

Preoccuparsi è una delle funzioni primarie della genitorialità. Spesso, però, non ci si accorge, o non si vuole vedere oppure addirittura si collude con le condotte disadattive dei figli adolescenti. Principalmente, i genitori sono in buona fede. In seconda istanza, sono spaventati. Essi temono di attribuire un disagio al proprio figlio, pertanto, tendono a rimanere paralizzati adottando una posizione minimalista che tenti una spiegazione rassicurante dei segnali manifestati dai figli come, ad esempio, ritenendo che quei sintomi fanno parte del percorso di crescita, che è così per tutti. Ecco allora che la preoccupazione si placa e contemporaneamente si innalza la capacità di tollerare l’inaccettabile. Si tratta di una sorta di rassegnazione educativa dove tutto può essere giustificato e compreso: le canne vengono rappresentate solo come droghe leggere, anche l’alcol non viene riconosciuto come pericoloso ma piuttosto viene considerato un comune divertimento adolescenziale, le diete particolarmente restrittive fanno parte della normalità, le ore passate sul computer o sul cellulare è perché ormai se si eliminasse la tecnologia sarebbe un trauma e il rischio è di rendere il figlio un disadattato. Lo stesso genitore si abitua ad assistere a tali condotte e spesso non si addentra nella lettura e nell’indagine di ciò che sta oltre il comportamento.

Il decorso di un disagio psicofisico, pur essendo lento e progressivo e pur nascendo in maniera silente, non è mai impercettibile. Nel momento in cui sussiste una buona relazione familiare caratterizzata dalla condivisione delle regole, dall’apertura emotiva e dalla fiducia – specie del genitore nei confronti della propria sensibilità ad avvertire delle stonature del comportamento del ragazzo – è più semplice accorgersi dei cambiamenti.

Molti genitori, di fronte alle trasformazioni che avvengono in adolescenza, arretrano. Si sentono all’interno di un mondo sconosciuto e vivono con impotenza le mutazioni dei figli. Spesso si giustificano pensando che siano normali condotte o che ai loro tempi la società era diversa per cui decidono di non metterci mano e di abbandonare il loro criterio educativo mettendosi in disparte e delegando ai “tempi moderni” la responsabilità della formazione, buona o sbagliata, dei propri figli. Ciò che non tutti i genitori sanno è che devono ritenersi parte integrante del disadattamento del ragazzo affinché si tramutino in parte attiva nel percorso di aiuto.

In alcuni miei precedenti articoli, scrivevo dell’importanza di instaurare una sintonia emotiva con i bambini più piccoli attraverso il gioco ed il contatto fisico. La stessa cosa deve riguardare il rapporto con gli adolescenti, nel senso che l’accudimento fisico viene trasformato in uno scambio più sofisticato ed adeguato all’età ma rimanendo pur sempre convinti che la vicinanza, l’attenzione, l’ascolto ed il contenimento siano gli elementi principali per mantenere la sintonia affettiva. I ragazzi adolescenti per quanto riescano a muoversi in maniera autonoma e si dimostrino svegli e sicuri, vivono con fatica e spesso in solitudine le pressioni di un mondo che scoprono essere complesso. Ciò che vedono e sperimentano con superficialità fuori casa deve poi essere messo a fuoco in casa. Si tratta di  trovare il tempo per elaborare e riflettere su quanto vissuto all’esterno attraverso il confronto con la famiglia. Senza il raffronto con modelli adulti si faticano a trovare le linee guida con cui leggere e, in molti casi, proteggersi dal mondo. I genitori devono costantemente provare ad agevolare l’espressione dei figli ed incuriosirsi al loro punto di vista. Nel momento in cui il ragazzo verbalizza il modo con cui ha vissuto un’esperienza, crea uno spazio di elaborazione indispensabile, specie se aiutato dal confronto con il genitore, per formare le proprie credenze e le proprie idee che guideranno poi le sue successive scelte esterne all’ambito della casa.

Preoccuparsi significa interessarsi, relazionarsi in modo attivo e profondo, intuire il disagio, favorire l’espressione del figlio ed anche trovare il coraggio di dare dei limiti. Dietro a condotte adolescenziali pericolose si cela la difficoltà del genitore di essere presente nel rapporto con il figlio e di fidarsi della propria sensibilità di intuire il disagio psicologico.

Vi è inoltre l’opportunità di affidarsi al sostegno psicologico che, attraverso un counselling familiare, percorso più breve e mirato sui sintomi specifici, o una psicoterapia, affronta le tematiche complesse dell’adolescente e della genitorialità.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La Psicoterapia di Coppia. Dott.ssa Alessia Santoro

La Psicoterapia di Coppia.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, illustra la funzione della Psicoterapia di Coppia presso lo Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

La coppia è un nucleo dinamico e in continua trasformazione che segue nel corso della vita dei cambiamenti. Non sempre il cambiamento però riguarda entrambi i partners, pertanto è possibile che all’interno della coppia si creino dei problemi perché i due partners vanno in direzioni diverse.

Nel momento in cui la coppia non riesce ad affrontare da sola questo momento di crisi allora sorge l’esigenza di rivolgersi ad un terapeuta preparato che possa accompagnarli nella risoluzione del problema. In questo caso il terapeuta ha come compito quello di accompagnare i pazienti nell’analisi di quella che è la problematica centrale che causa la crisi e soprattutto nell’andare a mettere in evidenza quali sono le dinamiche relazionali che i due partners utilizzano tra loro senza più riuscire ad intendersi.

In questa maniera l’intervento diventa centrale all’interno della terapia di coppia: i pazienti riescono così ad essere consapevoli degli aspetti relazionali che li riguardano e a cercare di correggerli in maniera molto più funzionale. 

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia di Coppia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.