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Archivio Tag: sintomi depressione

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Depressione o Sindrome da Burnout

Depressione o Sindrome da Burnout

Ansia e depressione sono due termini,  oramai noti a tutti,  che non solo  indicano due importanti capitoli della patologia medico-psichiatrica, ma soprattutto segnalano i due sintomi principali che  i pazienti   riferiscono  quando vengono alla visita.

Inoltre, i termini  ansia e depressione indicano due stati  emotivi spiacevoli che frequentemente appartengono  alla esperienza di vita comune di ciascuno di noi,  anche di chi non  necessita  dell’aiuto dello specialista.

Altre volte invece, l’entità e la qualità di tali stati d’animo si concretizza in una forma depressiva vera e propria.

Spesso si “cerca di tirare avanti ” sperando che la situazione si risolva,  il più delle volte  si  decide di rivolgersi al medico di famiglia, il quale non  può che intervenire con strumenti terapeutici che agiscono sopprimendo il sintomo ma che non possono agire alla base delle cause, anche biologiche, che determinano  la comparsa di questi  disturbi.

Raramente isolate,  le manifestazioni di ansia e di umore  depresso, il più delle volte si presentano associate tra di loro e possono accompagnarsi, in modo variabile, ad altri disturbi quali ad esempio la riduzione della concentrazione, la difficoltà ad addormentarsi  o a mantenere il sonno e soprattutto un importante calo di energia psico-fisica.

Osservo in genere nella mia pratica clinica come  le persone arrivino alla visita quando  questi disturbi  datano già da alcuni mesi e la richiesta di aiuto si concretizza solo nel momento in cui  i sintomi  stanno  causando un evidente disagio su tutte le attività quotidiane, sia quelle lavorative che quelle personali.

E’ molto importante in tutti i casi fare una diagnosi precisa: ci troviamo di fronte ad un quadro depressivo conclamato, che necessita di una adeguata terapia medica, solitamente di tipo allopatico, oppure siamo in quelle fasi iniziali di esaurimento in cui il nostro organismo inizia a mandare segnali che, se bene interpretati e affrontati, permettono di recuperare uno stato di salute senza arrivare alla malattia depressiva?

Il termine esaurimento nervoso, che ha preceduto negli anni la terminologia più moderna di Depressione è, a mio parere, molto corretto in alcune situazioni cliniche, come spesso lo sono le descrizioni della cosiddetta saggezza popolare.

In effetti le condizioni a cui mi riferivo prima, inquadrate da un punto di vista Omotossicologico rappresentano proprio la manifestazione clinica di uno stato di indebolimento di organi e di funzioni biologiche e metaboliche dal corretto funzionamento delle quali dipende il mantenimento dello stato di salute e di efficienza  fisica e psichica. Quando queste funzioni sono scarsamente efficienti si arriva ad una condizione di sofferenza dell’organismo che si manifesta con un insieme di sintomi che possono mimare per qualità uno stato depressivo.

I motivi e le condizioni che possono portare all’indebolimento  dei meccanismi  deputati  alla produzione di livelli ottimali di energia e di salute sono numerosi, l’argomento è vasto e interessante e sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

La Medicina Omotossicologica e La Medicina Fisiologica di Regolazione sono in grado di agire a vari livelli,  sui diversi organi, ripristinandone gradualmente la funzione,  permettendo  così il controllo e la modulazione dei sintomi,  ma anche, e questo è ciò che più conta,   potenziando vie metaboliche che si svolgono all’interno delle cellule  che sono deputate alla produzione di energia (Ciclo di Krebs  e Fosforilazione Ossidativa) nonché regolando vie di trasmissione neuro-endocrina la cui corretta regolazione è indispensabile per le funzioni vitali e la risposta adeguata allo Stress, tra queste  in particolare l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene.

E’ quindi  importante  dare valore e non trascurare condizioni caratterizzate da una stanchezza apparentemente immotivata, una riduzione delle energie fisiche e psichiche, associate o meno a sintomi più qualificati in senso depressivo o ansioso, proprio allo scopo di prevenire la comparsa di situazioni più conclamate e inquadrabili nella vera e propria Depressione,  le quali poi necessitano  un intervento farmacologico mirato con farmaci antidepressivi e ansiolitici.

Sono queste situazioni che ancora  non sconfinano nel patologico e che possono  essere contenute e risolte senza il ricorso a farmaci allopatici; appartengono spesso  alla continua ciclicità dell’efficienza delle nostre funzioni biologiche,  le quali  per mantenere nel tempo la loro efficacia vanno sostenute e potenziate.

La Medicina Omotossicologica stimolando i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo  può quindi essere di grande utilità in queste situazioni “borderline,  nonché in tutti i momenti di vita in cui le richieste a cui il nostro organismo è sottoposto sono più elevate.

Un tipico esempio sono i due periodi del cambio di stagione primaverile e autunnale, momenti in cui al nostro organismo è richiesto un adattamento su vari livelli, che può essere stimolato ed aiutato proprio per evitare l’esperienza comune della comparsa o dell’aggravamento in queste stagioni di passaggio, di sintomi ansioso-depressivi.

Accanto a questi  vi sono altri tipi di altri disturbi che in questi periodi dell’anno spesso vengono a riacutizzarsi, ne sono esempi comuni l’insonnia e le patologie  quali il reflusso gastroesofageo e i disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il dolore di una separazione

Il dolore di una separazione

Conosco Massimo durante un ricovero presso il reparto psichiatrico dei Disturbi dell’Umore a causa di un episodio di Depressione Maggiore diagnosticato dal suo medico psichiatra curante. Egli riferisce la necessità di iniziare un percorso psicoterapeutico data la sua sofferenza interiore dovuta alla recente separazione dalla moglie.

Nel mese precedente la nostra conoscenza, il paziente era stato ricoverato in un’altra struttura psichiatrica a causa della sua condizione depressiva, ma poi, dato il mancato miglioramento sintomatologico, ha richiesto il nuovo ricovero.

Il paziente, evidentemente depresso, sin dal primo momento racconta di trovarsi in quello stato a causa della recente separazione dalla moglie per decisione della stessa.

Forte è la motivazione e l’esigenza del paziente di capire la ragione della sua reazione emotiva depressiva così intensa, condizione che lo ha profondamente cambiato a livello umano. Riferisce infatti la necessità di approfondire la conoscenza di se stesso, di essere maggiormente interessato alle problematiche altrui e di vivere con minore superficialità i rapporti con gli altri, gli avvenimenti personali e la vita in generale.

Dati anamnestici

Massimo è cresciuto in un ambiente familiare piuttosto rigido e severo. Suo padre viene descritto come una persona inflessibile e rigorosa in fatto di educazione e sentimenti. Non rammenta l’espressione di alcun gesto affettuoso da parte sua; lo descrive come persona di buoni valori, molto ritirata ed esigente di rispetto.

La madre è una persona buona ma non affettuosa, proiettata verso le esigenze altrui, dominata dal marito. Entrambi i genitori sono sempre stati molto impegnati nella buona educazione dei figli e nel mantenimento di un sereno clima familiare, tanto è vero che Massimo non ricorda di aver mai udito o visto alcun litigio tra i genitori.

Il paziente ha due fratelli maggiori con i quali non ha creato un legame di condivisione vista la scarsa capacità di comunicazione ed il carattere tendenzialmente solitario di tutti e tre i fratelli.

Coppia/famiglia

Con la ex-moglie, coetanea di Massimo, si sono conosciuti in età adolescenziale, hanno intrapreso un legame stabile dopo il raggiungimento della laurea e si sposati dopo tre anni di fidanzamento per decisione di entrambi.

Massimo riferisce che la loro vita di coppia è sempre stata “su due binari paralleli”, ciò a significare che poco hanno condiviso e poco hanno costruito. Lui, molto impegnato nel lavoro durante la settimana nella sua attività imprenditoriale ed il weekend lontano da casa per seguire la sua grande passione per gli sport e per il mare; lei, impegnata nel suo lavoro di insegnante e nella cura dei figli, è sempre stata poco incline a seguire il marito nel fine settimana.

La coppia ha due figli di età preadolescenziale. A tal proposito, Massimo ricorda la sua difficoltà a diventare genitore. Egli spiega che, inizialmente, non era pronto a vivere la paternità. Si sentiva distaccato poiché non sapeva gestire il nuovo ruolo che andava a ricoprire riproponendo il modello genitoriale paterno che lui stesso aveva esperito in qualità di figlio. Solo a distanza di qualche anno, ha capito che stava mettendo in atto un modello anacronistico, troppo formale e distaccato.

Tre mesi prima del ricovero di Massimo, la ex-moglie comunica al marito la volontà di separarsi da lui dopo 14 anni di matrimonio. E’ una decisione sofferta che la ex-moglie è riuscita a prendere dopo aver pensato e ragionato con l’aiuto di uno psicologo.

Analisi del quadro psicologico

La depressione di Massimo è conseguente al vissuto luttuoso dato dalla fine del matrimonio. La sofferenza deriva dal tramonto del suo progetto di coppia e di famiglia ideale ed è accompagnata da un forte senso di fallimento. La separazione è un evento profondamente traumatico che Massimo sente di non riuscire a contrastare, proprio lui che, come temperamento, tende a dominare e dirigere, si trova a provare l’insostenibile sensazione di essere sopraffatto dalle emozioni.

Dalla descrizione della sua storia e della sua personalità emerge chiaramente la tendenza al controllo, al distacco emotivo, alla razionalità ed alla concretezza. La famiglia d’origine, molto rigida e attenta all’educazione, ha trasmesso a Massimo un modello relazionale basato sul dovere piuttosto che sull’espressività e l’affettività. Egli è inconsapevole che l’educazione ed il rispetto tanto richiesti dal padre nascondano la difficoltà di maneggiare il materiale emotivo. Massimo stesso descrive come “sereno” il clima respirato nella sua famiglia d’origine proprio perché non avvenivano contrasti aperti, senza accorgersi del fatto che quello rappresentava una buona difesa dall’instaurare punti di contatto tra loro. La stessa vita coniugale ha seguito un percorso identico. Il termometro della coppia di Massimo sembra essere basato sull’organizzazione: se questa funziona, allora la coppia funziona, trascurando qualsiasi altra sfumatura emotiva ed affettiva tra i coniugi.

Il paziente si è ritrovato ad affrontare non solo il grande fallimento del matrimonio, ma anche il fallimento dei suoi modelli ideali, delle sue convinzioni e progetti futuri.

Soffermarsi sui propri meccanismi psichici attraverso la psicoterapia permette di acquisire consapevolezza circa la fine del rapporto e l’irreversibilità della scelta. La psicoterapia di Massimo si è incentrata non solo sul forte vissuto depressivo, ma anche sull’enorme carico di rabbia per l’abbandono subito e per la perdita affettiva che lo ha sconvolto a livello dell’identità e dell’autostima. Dopo una prima fase di negazione dell’evento, seguono i vissuti depressivi, i sensi di colpa, la rabbia e la necessità di risarcimento verso il partner che ha lasciato. Ognuno ha un personale percorso che, secondo i manuali, dura almeno un anno (ma in realtà dura molto di più) e comporta una complessa elaborazione psicologica simile a quella che si effettua di fronte alla morte di una persona cara.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la separazione a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

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Depressione e cannabis in adolescenza

Depressione e Cannabis in adolescenza

Oggi presento il caso clinico di un paziente conosciuto due anni fa.

Francesco è un adolescente di 19 anni, di nazionalità italiana nonostante i suoi tratti somatici rivelino l’origine somala ereditata dalla mamma, di ceto sociale benestante e di buona cultura. E’ un ragazzo di bell’aspetto, longilineo, eccessivamente magro. Si presenta al primo incontro accompagnato dalla madre a cui delega completamente la spiegazione del suo disagio non pronunciandosi mai se non stimolato direttamente da me. Il suo atteggiamento appare timido e pacato. Solo conoscendolo meglio capisco che si tratta, invece, di uno stato di apatia, chiusura e rassegnazione nei confronti della vita.

Il motivo che ha spinto la famiglia a richiedere una psicoterapia per il figlio riguarda, nello specifico, l’incapacità di Francesco a condurre una vita “normale” fatta di scuola, studio, sport, interessi, ragazza, orari, impegni. Francesco manifesta un disinteresse generale per tutto ciò che deve svolgere. Fondamentalmente, egli passa le sue giornate tra il letto e le panchine del parco con alcuni amici. Nonostante la famiglia lo incoraggi e lo renda libero di scegliere qualsiasi attività, lui non manifestava alcuna preferenza. Per lui contano solo i pochi amici che, come lui afferma, provano la sua stessa identica condizione di abulia. La condizione clinica di Francesco, al momento dell’inizio della terapia, non si presenta solo attraverso l’appiattimento emotivo riconducibile ad uno stato depressivo, ma anche attraverso l’uso sostanzioso di cannabis iniziato intorno ai 15 anni. Francesco spiega che la dipendenza dalla marijuana abbia uno scopo “autoterapeutico”, vale a dire trovare sollievo dalla sua condizione di disagio. Indagando, emerge che la cannabis, talvolta, provoca in lui stati affettivi contrastanti: momenti di pace e sollievo, ma anche ansia e pensieri negativi. Francesco fuma in compagnia o da solo, ma l’effetto che più gli piace è quella sorta di isolamento in cui il suo pensiero viaggia affrontando grandi temi esistenziali, oppure si perde nei suoni della musica riuscendo ad assentarsi dalla vita per qualche ora. Per contro, la sostanza si ripercuote sul suo sonno che afferma essere molto sfasato, dormendo poche ore la notte, non riuscendo a svegliarsi il mattino per fare qualsiasi attività e ciò lo porta ad avere continui contrasti familiari.

La sua condizione nel tempo è peggiorata. Si è aggiunto l’uso di alcol che gli fa provare nausee che gli impediscono di mangiare, consumandosi ancora di più fisicamente. I suoi genitori sembrano stanchi del suo stile di vita e lo lasciano molto libero di gestirsi. La frequenza alla scuola serale, seppure sia stata una sua scelta, non è mai stata mantenuta con continuità. Francesco manifesta idee opposte a seconda del momento: talvolta è sconfortato, non ha alcun progetto di recupero scolastico, non si mostra interessato ad intraprendere alcuna attività lavorativa, né è positivo sul suo futuro (anzi, pensa di diventare un homeless); talvolta, emerge in lui il desiderio di recuperare, di andare a lavorare con suo padre, di smettere di fumare, di cambiare. E’ però consapevole che, da un momento all’altro, possano arrivare le “crisi” che lo spingerebbero a riprendere di fumare e gli impedirebbero di far fronte agli impegni.

Per i primi sei mesi di psicoterapia, la frequenza di Francesco alle sedute è piuttosto discontinua: si scorda dell’appuntamento, oppure non riesce a svegliarsi per tempo, oppure arriva in ritardo. Inizialmente, dimostra di non aver investito molte aspettative sul nostro lavoro dato che l’atteggiamento è di rassegnazione per la sua condizione psicologica. Successivamente, mostra un atteggiamento diverso nei confronti della terapia: la sua frequenza è più regolare, mi telefona personalmente, senza delegare alla madre, nel momento in cui dimentica l’orario dell’appuntamento, è più puntuale e durante i colloqui manifesta livelli minori di chiusura e disagio.

Diagnosi

Dal punto di vista clinico psicologico, Francesco presenta un disturbo dell’umore di tipo depressivo, denominato Distimia. Si tratta di una condizione depressiva cronica che può esordire già in età adolescenziale e che, a differenza della Depressione Maggiore, comporta sintomi più lievi ma continuativi. La cognitività di Francesco presenta i seguenti pensieri:

  • non combino niente, i miei amici sono già all’università;
  • non ho un appoggio dai miei genitori;
  • sono in un ambiente stressante, ho un continuo bisogno che qualcosa mi calmi;
  • non mi interessa se il fumo o l’alcol mi fanno del male perché non sono interessato alla vita;
  • senza di me la mia famiglia non avrebbe problemi, è tranquilla, vanno d’accordo;
  • mi isolo anche per togliere loro il senso di colpa del non essere riusciti a crescermi.

Nel caso di Francesco, alla Distimia è associata una dipendenza da sostanze.

Trattamento

Nonostante sia dimostrato che la psicoterapia risulti essere un trattamento efficace nella cura della Distimia, esso deve essere correlato ad una adeguata farmacoterapia. Il paziente ha rifiutato le cure psichiatriche farmacologiche necessarie sia dal punto di vista antidepressivo, sia da quello di disintossicazione da cannabis e alcol.

Sembra che Francesco tema di liberarsi della marijuana poiché la vive come unico valido anestetico in grado di alleviare il suo stato di sofferenza. Il percorso di psicoterapia, al contrario, è finalizzato al portare a contatto il paziente con le proprie emozioni anche se sgradevoli. Francesco ha manifestato molte resistenze espresse anche rifiutando di presentarsi ad alcune sedute; il suo istinto è sempre stato di scappare dalle brutte emozioni che prova di sé e del mondo. Nel tempo, ha lentamente preso coscienza dei circoli viziosi che lo portano ad una visione depressiva della vita ed ora è più consapevole dei suoi schemi di pensiero e della sua affettività. L’utilizzo della cannabis avviene ancora, seppure in modo minore, più per soddisfare un piacere che per necessità di fuga. Nella suo vissuto si stanno affacciando esperienze emotive nuove ed una maggiore possibilità di attività.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la distimia e le dipendenze da alcool e cannabis collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La Distimia

 Distimia e Sintomi Depressione

Francesca ha 33 anni, è sposata,  ha un figlio di 9 anni e lavora in una agenzia di viaggi.

Non ricorda neanche più quando ha cominciato a sentirsi così né il perché.

In effetti  nella sua vita non ci sono particolari problemi ma ciò nonostante tutto le sembra faticoso, poco gratificante, poco significativo. Se dovesse pensare a qualcosa che le dia veramente gioia e allegria non saprebbe che risposte darsi.

Certo è molto contenta del suo bambino e del suo matrimonio che le sembrano anche il riparo sicuro  da un mondo nel quale  trova poco di piacevole.

Non sa davvero dire che cosa le piacerebbe fare o cosa la renderebbe felice, tutto il suo tempo libero lo trascorre aderendo alle  iniziative  che  propone il marito, le vanno bene e le va bene che sia lui a decidere per loro.

Non ha  amici personali, quelli di quando era ragazza non li ha più contattati e solitamente la sua vita sociale è limitata agli incontri  con chi già il marito conosceva prima di sposarsi.

Comunque sente sempre un po’ di disagio quando sta con gli altri come se loro avessero sempre cose da dirsi e da raccontarsi e lei invece non avesse mai nulla di interessante o intelligente da condividere.Vive con un latente senso di inadeguatezza……………..

 

Cosa

“Depressione” è un termine con tanti significati. È considerata una patologia quando l’umore depresso e i relativi sintomi sono di entità sufficiente e durano così a lungo da interferire con la vita affettiva, sociale, lavorativa di un individuo.

Il termine Distimia deriva dal greco dys (deviazione) e thymos (mente), ossia, nel linguaggio corrente, “cattivo stato mentale” o “umore malato”

La Distimia, o Disturbo Distimico è una forma particolare di depressione  caratterizzata da sintomi più lievi ma più persistenti rispetto alla Depressione Maggiore,   cioè di  durata pari o maggiore ai due anni.  La gravità della depressione è, nella Distimia, minore che durante un Episodio Depressivo e la sensazione soggettiva del paziente è spesso quella di “essere fatto così”, attribuendo il disagio più al suo carattere  e della sua personalità che ad un disturbo curabile.  È infatti normale, per la persona distimica, “sentirsi giù di corda”, “vedere tutto nero”.

Anche gli altri sintomi sono simili per qualità a quelli della Depressione ma meno gravi e più duraturi nel tempo e si concretizzano soprattutto come  bassa autostima, atteggiamenti eccessivamente autocritici e autosvalutanti,  difficoltà a relazionarsi,  senso di inadeguatezza, pessimismo, indecisione, un senso di generale disinteresse e mancanza di senso, stanchezza cronica, che si associano ad un umore cronicamente triste e l’inclinazione alla malinconia. Inoltre  le persone affette da Distimia si vivono spesso come poco intelligenti, noiose, poco interessanti.

 Quando

Questa patologia  ha spesso un esordio precoce, già nella adolescenza o nella prima età adulta. Nonostante ciò la diagnosi spesso avviene solo ad avvenuta cronicizzazione proprio a causa della ridotta intensità delle sue manifestazioni. Purtroppo il ritardo nel riconoscimento di questa patologia può causare l’evoluzione del disturbo in un Episodio di Depressione Maggiore.

 Quanto

Si tratta di un disturbo ad elevata prevalenza: fino al 6% della popolazione sviluppa  in qualche momento della sua vita uno o più episodi distimici.

E’ più frequente nel sesso femminile.

E’ stato calcolato, negli Stati Uniti, che  il 30% degli individui in psicoterapia è affetto da Distimia. Questo dato è estremamente rilevante in quanto segnala come il disturbo venga considerato esclusivamente legato a fattori personologici e vengano trascurati fattori più complessi di tipo Bio-Psico-Sociale che richiedono per la Distimia un trattamento  combinato, di tipo psicologico e farmacologico.

La tendenza cioè a interpretare la cronicità del disturbo come legata alla  personalità induce a considerare la Distimia sensibile soltanto alla psicoterapia.

 Perché

L’eziologia (ossia la causa) della distimia è multifattoriale, e quindi da ricercare tra un background genetico predisponente, associato a condizioni di  stress cronico e situazioni “traumatiche” durante l’infanzia. Quando insorge tardivamente nell’anziano è probabilmente correlata al progressivo declino delle  cognitive e all’impatto emotivo delle difficoltà fisiche o delle malattie a cui si va incontro con l’invecchiamento.

Come curarla

 E’ in genere la difficoltà nei rapporti sociali che porta questi soggetti a cercare aiuto.  Spesso la prima figura professionale interpellata è il Medico di famiglia il quale può avere difficoltà a riconoscere la presenza di un disturbo specifico. Per questo motivo la diagnosi è sottostimata e avviene solitamente soltanto in contesti  specialistici.

A differenza del passato, dove questo disturbo veniva spesso ignorato e non c’erano schemi terapeutici adeguati, la progressiva presa di coscienza del mondo medico nei confronti della Distimia ha permesso l’individuazione di strategie farmacologiche efficaci come gli inibitori re-uptake della serotonina ( SSRI ). La risposta alla terapia farmacologica è comunque generalmente buona. L’approccio medico deve essere sempre affiancato dalla psicoterapia, sia ad indirizzo psicodinamico che cognitivo- comportamentale,  proprio in virtù delle suddette cause multifattoriali della malattia.

Il tasso di guarigione del disturbo distimico, grazie alle attuali conoscenze e terapie, può raggiungere l’80%.

Se non trattato  adeguatamente  il  Disturbo Distimico può invece evolvere in Depressione.

Per questo, alla base dell’intervento terapeutico farmacologico e di supporto psicologico ci deve sempre essere un colloquio psichiatrico che miri ad individuare il problema, capirlo e lavorare assieme per risolverlo.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia e Sintomi Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Donne lunatiche??

Ansia e Depressione

La Sindrome Premestruale  viene definita come la comparsa ciclica  di disagi  fisici ed emotivi associati a  modificazioni del tono dell’umore e del comportamento  che compaiono nel periodo post-ovulatorio del ciclo mestruale, per attenuarsi e poi sparire con la comparsa della mestruazione. Devono essere di gravità sufficiente a determinare difficoltà nelle relazioni interpersonali, familiari e un’interferenza significativa con le attività quotidiane, lavorative e personali.

La stima delle donne che lamentano disturbi in questo periodo è variabile a seconda degli studi  ma circa il 75% di esse sperimenta una qualche forma di disagio, più o meno marcato.

Soltanto una percentuale minore, valutabile intorno al 2%-10% è afflitta in modo molto serio da queto disturbo, sono questi i casi che rientrano nella diagnosi di Disturbo Disforico della Tarda Fase Luteinica che rappresenta una categoria diagnostica riconosciuta a livello internazionale e presente nel DSM-IV, all’interno del capitolo dedicato ai Disturbi dell’Umore ( Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali,  è il testo di riferimento per la ricerca e la clinica che elenca  tutti i sintomi e i segni che devono essere presenti per poter porre diagnosi di un disturbo).

La prima descizione scientifica di questo disturbo risale al 1931 quando il neurologo Robert Frank descrisse  con il termine Tensione Premestruale  un quadro clinico vero e proprio con sintomi fisici e psichici che collegò alla fase luteinica del ciclo e quindi a modifiche dell’assetto ormonale, per lui dovute ad una disfunzione dell’ ovaio.

Il termine Sindrome Premestruale fu poi introdotto nel 1960.

Fino al 1987 la medicina accademica non ha considerato questa situazione come una patologia che può causare  un vero e proprio disagio e che può necessitare di un intervento terapeutico, è stato soltanto in quell’anno che  la psichiatria ne prese atto intoducendola come categoria diagnostica  dotata di una sua nosografia (descrizione di sintomi e segni).

Nel 1987 la Sindrome premestruale è stata introdotta nella sezione dei “Disturbi Depressivi non Altrimenti Specificati” nel Manuale DSM.

Spesso anche le donne che non  presentano manifestazioni cliniche  marcate e severe possono comunque sperimentare difficoltà  evidenti nella loro vita quotidiana proprio nei giorni che precedono la comparsa del ciclo.

Esistono diversi sintomi in comune tra quelli lamentati nella PMS e i Disturbi Affettivi, ed esiste una prevalenza di Depressione Maggiore nelle donne  affette da  Disturbo Disforico della Tarda Fase Luteinica (LLPDD).

I SINTOMI DELLA PMS:

L’umore può essere depresso o francamente irritabile, associato ad ansia, labilità emotiva con pianto immotivato, cefalea, tensione mammaria con mastodinia, cioè dolore al seno, gonfiore e tensione addominale,  diarrea o stitichezza, malessere generale, stanchezza,  ritenzione idrica con  modificazioni significative del peso corporeo, modificazioni dell’appetito,  calo della libido, a volte nausea e vomito.

Alcune donne possono sperimentare soltanto uno o due sintomi in modo molto evidente mentre  altre   lamentano un numero maggiore di disagi ma con intensità meno marcata.

La comparsa della Sindrome Premestruale può avvenire in ogni momento dopo il menarca, anche se è più probabile intorno ai 25/30 anni. Il decorso tende ad essere ingravescente, nel senso che con il tempo i sintomi diventano  più marcati e possono durare per un periodo maggiore di tempo.

La eziologia (causa) della comparsa di questi sintomi è da attribuire alle modifiche del corretto equilibrio tra estrogeni e progesterone nella seconda fase del ciclo. E’ oramai accertata una funzione diretta di questi ormoni sul tono dell’umore, gli estrogeni tendono a migliorarlo mentre il progesterone è lievemente sedativo e depressogeno.

Si parla di un deficit relativo di Progesterone, condizione che riduce tra l’altro, la soglia alla sensibilità del dolore.

Gli studi segnalano inoltre alterazioni premestruali dei livelli di Serotonina, che  potrebbero spiegare il maggior bisogno di consumo di carboidrati in questo periodo  così come le alterazioni del transito intestinale, ricordiamo che l’intestino è ricco di recettori per la serotonina. Inoltre questo neurotrasmettitore  è coinvolto nella percezione del dolore, nella modulazione del tono dell’umore e del comportamento aggressivo.

Altre sostanze implicate nella comparsa della sindrome sono L’Acido Gamma Aminobutirrico (GABA), i cui livelli sono più bassi nelle donne affette dalla PMS; è  questo un amminoacido con una azione inibitoria a livello neuronale, fortemente correlato agli stati d’ansia e di tensione muscolare; per intenderci le benzodiazepine, cioè i farmaci sedativi,  potenziano l’azione del GABA.

La causa della Sindrome Premestruale,  però non è soltanto biologica,  la comparsa dei sintomi e soprattutto l’impatto emotivo di questi sulla donna è legata anche  a  fattori socioculturali e psicologici.

I vissuti emotivi  e gli atteggiamenti culturali tramandati a livello famigliare sono essenziali nel potenziare un atteggiamento negativo di alcune donne nei confronti del ciclo mestruale che può essere considerato  comunque un evento negativo e limitante. L’esperienza materna   del ciclo mestruale ( così come quelle della gravidanza, della maternità e della menopausa)  influisce notevolmente sull’approccio della figlia a tutte le questioni che riguardano la sfera sessuale e riproduttiva e a tutti i cambiamenti e ai possibili disagi ad essa connessi.

Non è raro nella pratica clinica incontrare donne che sono solite mettere in atto durante il ciclo    una serie di comportamenti evitanti e di limiti nella loro quotidianità come se si trovassero in uno stato in qualche modo patologico.

STRATEGIE PER RIDURRE I SINTOMI:

Seguire una dieta povera di zuccheri, privilegiando comunque quelli a basso Indice Glicemico, cioè quelli che determinano un aumento più graduale dei livelli di glicemia nel sangue ( più variazioni intense e improvvise di glicemia determinano più variazioni intense e improvvise del tono dell’umore).

Ridurre l’assunzione di cibi che contengono Glutammato di Sodio,  sale derivato dall’Acido Glutammico  ( attente ad esempio ai dadi da cucina ) che ha un’azione eccitatoria a livello cerebrale e ridurre tutte le bevande che possono avere la stessa azione, come il caffè (evitando le bibite che contengono caffeina e zucchero!!).

Ridurre tutti  gli alimenti ricchi di cloruro di sodio, cioè di sale.

L’apporto  di acqua deve essere adeguato, circa 30 ml per ogni kg di peso.

Incrementare l’assunzione di oligoelementi, quali lo Zinco, il Calcio e il Magnesio.

E’ utile, come oramai è noto in tutti i Disturbi dell’Umore,  l’apporto di  Acidi Grassi Polinsaturi, i famosi Omega 3/6/9, di derivazione alimentare o come supplementazione di integratori.

Svolgere esercizio fisico regolare che produce Endorfine, e altre sostanza endogene quali la Feniletilamina che  innalzano  la soglia al dolore e migliorano il tono dell’umore.

Naturalmente come tutte le regole di igiene di vita queste attenzioni non possono essere seguite soltanto nella fase che precede le mestruazioni ma devono essere tenute presenti durante tutto il mese.

QUALI TERAPIE PER STARE MEGLIO:

Tutte le regole e le strategie consigliate  vanno nella direzione di ridurre lo stato di infiammazione e acidosi metabolica dell’organismo.

Questo è il motivo per cui la Sindrome Premestruale tende a peggiorare nel tempo, in quanto inevitabilmente,  l’organismo  va incontro negli anni ad un processo graduale di intossicazione che tende a dis-regolare  i processi  infiammatori e ad aumentare lo stato di acidosi, condizioni ambedue che potenziano la comparsa dei sintomi.

Ed  è qui che la Medicina Omotossicologica può agire profondamente ed efficacemente  riducendo i sintomi correlati alla PMS,  modulando e riequilibrando i processi infiammatori e drenando e detossificando l’organismo e in particolare il tessuto connettivo,  che è ubiquitario nel nostro organismo ed è quindi localizzato anche a livello cerebrale.

La Medicina Omotossicologica e di Regolazione dispone di ormoni in concentrazione Low Dose  (Progesterone, Beta-estradiolo, Melatonina, Serotonina, Beta-endorfina ) e di Organoterapici  ( cioè derivati di organo che modulano la funzionalità  dell’organo bersaglio) come Ovarium Suis e  Corpus Luteum Suis in grado di regolare la bilancia tra estrogeni e progesterone in modo da ridurre la comparsa dei sintomi.

Molti altri prodotti omotossicologici possono poi agire direttamente, in maniera sintomatica su manifestazioni quali ad esempio l’ansia, la ritenzione idrica, i dolori e  la cefalea.

A seconda dei sintomi che  maggiormente disturbano la donna possono essere impostati  protocolli terapeutici che hanno dimostrato di esser decisamente efficaci nel ridurre l’intensità dei sintomi della Sindrome Premestruale.

La Terapia Omotossicologica può essere prescritta, almeno inizialmente, anche in associazione con le eventuali terapia allopatiche già assunte per questo disturbo dalla paziente, che solitamente sono la Pillola Estroprogestinica, Benzodiazepine e, a volte, gli  Antidepressivi Serotoninergici, che si sono dimostrati utili nella terapia dei casi più invalidanti.

CURIOSITA’:

L’accertamento della Sindrome Premestruale al momento dell’atto delittuoso viene riconosciuta dalla legislazione di alcuni paesi ( Inghilterra, Francia) come una condizione attenuante.

In alcune regioni italiane  le donne non potevano  aiutare nella preparazione di salse e marmellate, in occasione del ciclo.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia, Ansia e Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.