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Archivio Tag: psicoterapia Milano

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Il disturbo paranoide di personalità

Il disturbo paranoide di personalità

Il soggetto paranoide è sospettoso in maniera ingiustificata e privo di fiducia negli altri tanto da nutrire il timore costante di essere oggetto di inganno, sfruttamento e umiliazione. Le personalità paranoidi si presentano come esageratamente vigili e circospette, tendono a mostrare un atteggiamento emotivamente freddo, una elevata aggressività nel momento in cui ritengono di essere stati offesi e maltrattati ed un forte senso di autonomia. Si tratta di uno stile cognitivo ‘cronico’ ed abituale che esprime il modo attraverso cui la persona pensa e conosce il contesto circostante.

La sfiducia del soggetto paranoide nei confronti della realtà esterna è sostenuta dal fatto che dentro di sé esiste un modello interno degli altri negativo ed una propria rappresentazione, solo in superficie, positiva. In apparenza, infatti, il paziente paranoide si reputa giusto, equo, importante ed “in credito”, ma un livello più profondo e non riconosciuto dal soggetto, vige una visione di sé di incompetente ed insignificante. Secondo diversi studi sui modelli eziologici, la paranoia si manifesta per compensare il modello negativo di sé incolpando ed attribuendo agli altri gli aspetti sfavorevoli.

Alcuni autori affermano che i genitori avrebbero un ruolo cruciale nel determinare lo stilo cognitivo paranoide nel bambino. Genitori che controllano, disapprovano e criticano favoriscono lo sviluppo nel proprio figlio sia di sentimenti di disistima e di scarso valore, sia di una rappresentazione degli altri come avversi ed umilianti.

I soggetti con questo tipo di patologia, nell’infanzia e nell’adolescenza, presentano alcuni tratti comuni quali un comportamento scarsamente relazionale, ipersensibilità e difficoltà scolastiche.

Il disturbo Paranoide di personalità esordisce a partire dalla prima età adulta e, nel tempo, tende ad aggravarsi e peggiorare.

I dati epidemiologici rivelano che tale disturbo riguarda più frequentemente il sesso maschile; l’incidenza nella popolazione generale è tra lo 0,5 e il 2,5% manifestandosi in maniera prevalente nei gruppi etnici minoritari.

Il DSM-IV, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, definisce i seguenti criteri di valutazione per il Disturbo Paranoide di Personalità:

  • Continui sospetti, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubbi ingiustificati della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • Riluttanza a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possano essere usate contro di sé;
  • Ipotesi di significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Costante rancore, vale a dire non perdonare gli insulti, le ingiurie o le offese;
  • Percezione di attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, fino a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetti ricorrenti, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner sessuale.

Come già precedentemente indicato, il disturbo paranoide tende ad aggravarsi nel tempo. Pertanto, come ovvia conseguenza, il soggetto nel tempo tenderà ad acuire anche le difficoltà a livello relazionale fino a causare fratture irreparabili in ambito matrimoniale e lavorativo alimentando ancor di più quella condizione di isolamento sociale e di alienazione.

E’ proprio a causa di tale stato di isolamento, che spesso può sconfinare nella depressione, che i parenti dei soggetti paranoidi si trovano a dover sollecitare il proprio caro nell’intraprendere un percorso psicoterapeutico e, se necessario, di tipo farmacologico laddove lo stato depressivo sia profondo; chi soffre di questo tipo di disturbo, infatti, non è in grado di cercare spontaneamente aiuto in quanto non consapevole delle proprie erronee interpretazioni della realtà circostante.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di Psicoterapia per il trattamento disturbi della personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il desiderio di maternità

 Il desiderio di maternità

“Desiderio” per la psicoanalisi è la forma umana del bisogno di sopravvivere e procreare che esiste in ogni essere vivente. Il desiderio, a differenza del bisogno istintuale, vuole essere riconosciuto ancor prima che appagato; solo così può tradursi in ambizione consapevole.

Il desiderio di maternità è influenzato dal modello della famiglia originaria. L’istinto materno è il risultato di esperienze ed emozioni diverse che hanno inizio durante l’infanzia. Determinante è il legame con la madre che, nei primi anni di vita, è per la figlia una figura di riferimento con la quale identificarsi, creare una relazione intensa e costruire le proprie aspettative circa l’identità futura. Fondamentali sono anche il rapporto con il padre, i legami sentimentali con gli uomini e le prime esperienze sessuali.

La maternità non è un processo lineare, garantito dalla natura e dall’istinto, ma un evento che racchiude in sé la complessità e la conflittualità che è propria di ogni vita.

Fino agli anni ’60, la questione del desiderio non si era mai posta veramente: il destino delle donne era di diventare madri. Oggi la maternità cessa di essere vissuta come un destino al quale sottomettersi e diventa una decisione personale, decisione di assumere nelle proprie mani la facoltà procreativa e di realizzazione di sé.

Il desiderio di restare incinta non è connesso solo a ciò che la maternità rappresenta a livello sociale ma soprattutto a come essa viene interiorizzata. La gravidanza è per la donna pregna di significati. Essa può avere una funzione difensiva, nel senso di permettere gratificazione, riconoscimento, senso di identità e compensativa rispetto ad una fragile immagine di sé. In questi casi, essere incinta può rispondere al bisogno di conferma della propria identità.

La nascita di un figlio è anche un elemento propulsivo. E’ come se aver dato la vita e lo sviluppo del bambino vicino a sé riempiano la donna di nuova energia e slancio. Come se, forse, l’essere adulta, vicino a un nuovo sé che nasce e si sviluppa permette alla donna di raggiungere gli obiettivi prefissati, in quanto agisce non per sé ma per il figlio. Allo stesso tempo, lo sviluppo della nuova vita può significare la rottura con vecchi schemi di impotenza, di vuoto, incapacità e permette alla madre di sviluppare alcune parti di sé che fino ad allora lei aveva trascurate.

Riporto il caso di una mia paziente che calza perfettamente con i concetti sopra enunciati.

Caso clinico

Giulia non prese in mano coscientemente il suo desiderio di maternità.

Compiuti i ventisei anni, Giulia ebbe inconsapevolmente una percezione diversa della sua vita, più pesante. Quell’anno ha rappresentato per lei un momento di passaggio, di crescita psicologica desiderata ma anche contrastata e temuta: era l’anno in cui terminava il suo assegno di ricerca in biologia; ciò stabiliva l’uscita definitiva dal mondo dell’università, un mondo protetto in cui Giulia si identificava ancora come studentessa e in cui si sentiva sotto l’ala protettiva dei genitori e dell’istituzione, e il proiettarsi verso qualcosa di ancora indefinito dal punto di vista professionale (e soprattutto di identità). Giulia aveva in mente di iniziare un master di specializzazione in biologia molecolare ma non sapeva se davvero le interessasse e se avesse avuto la volontà di frequentare lezioni così pesanti per un periodo di tempo piuttosto lungo. Si sentiva smarrita per non aver ancora raggiunto il traguardo dell’esame di stato e dell’iscrizione all’albo professionale.

Ciò che è rilevante sottolineare, è che Giulia non era assolutamente consapevole di tali pensieri e vissuti; lei si sentiva solamente molto sofferente senza darsi una spiegazione di tale malessere. La notte spesso manifestava attacchi di panico, soffriva all’idea di dover stare a contatto con la gente, preferiva la tranquillità della sua casa trascorrendo il tempo da sola o eventualmente in compagnia del suo fidanzato. Non aspettava altro che il fine settimana per tornare a casa dai suoi genitori, in particolare da sua mamma con cui aveva un rapporto di grande confidenza e attaccamento. Al di fuori di queste situazioni, Giulia soffriva ed il vedersi così ridotta, senza darsi una spiegazione, la faceva tremare di paura temendo di non essere in grado di badare a se stessa e di affrontare una vita da persona adulta. Giulia voleva defilarsi dalla vita, non aveva modo di osservare la vita come un’opportunità di mettersi in gioco ed in rapporto ai milioni di stimoli che essa presenta. Era troppo dura per Giulia pensare di crescere e divenire persona adulta, responsabile e senza protezioni materne tanto da rinunciare a farlo? E’ la spiegazione che ci siamo date. La depressione di quel periodo aveva proprio il significato di fermare Giulia nella sua maturazione facendole cogliere solo gli aspetti negativi della vita tanto da pensare che fossero molto pesanti e di estrema responsabilità e, quindi, tali da non essere affrontati.

Un pensiero ricorrente che la paziente mi riferiva durante i primi mesi della terapia era legato al timore di non riuscire a programmare alcun impegno a lungo o breve termine, di grande o moderata entità senza provare un’ansia acuta. Temeva di dover affrontare il master nonostante ne fosse molto attirata e, allo stesso modo, non poteva pensare di sposarsi e avere dei figli poiché ciò le causava la sensazione di panico. Arrivò persino a mettere in dubbio il rapporto con il suo fidanzato, pur amandolo e ritenendolo un uomo affidabile, benevolo e premuroso. Pensava che se avesse posto delle distanze da lui, ciò avrebbe diminuito la sua ansia allontanando la possibilità di separarsi dalla propria famiglia e dalla condizione di figlia.

Questi rappresentavano solo dei tentativi di evitare la crescita, ma la spinta al cambiamento ed alla maturazione erano troppo forti (o troppo inconsciamente desiderati) da essere totalmente respinti.

Attraverso la psicoterapia, lei si lasciò incuriosire cautamente dal cambiamento e si lasciò “trasportare” dai suoi desideri di realizzazione accettando di divenire altro dal solo essere “figlia protetta”. Si riavvicinò al suo fidanzato ed il loro nuovo rapporto prese una piega diversa. Dopo diversi anni di terapia Giulia fu in grado di accettare la proposta di matrimonio e, contemporaneamente a tale evento, l’attesa di un bimbo.

Quando Giulia mi parlava di maternità, nel primo periodo di terapia, lo faceva sempre in termini pessimistici pensando che avrebbe avuto difficoltà a rimanere incinta o addirittura pensando che non avrebbe mai potuto avere l’opportunità di essere madre. Rimasi stupita nello scoprire che aspettava un bambino, per me era una sorpresa inaspettata. Non era stata una decisione che aveva verbalizzato in terapia, non ne avevamo mai discusso in modo troppo approfondito. L’idea che mi feci, fu che Giulia temesse di rendersi cosciente dei suoi desideri per cui li viveva dentro di sé in modo piuttosto soffocato. Prendere in mano i suoi desideri avrebbe comportato l’assumersi il carico emotivo di qualcosa a cui tanto aspirava. Non solo, avrebbe comportato anche l’assumersi il rischio di “separarsi” dalla madre, o il timore di occupare un nuovo posto in società ed in ambito lavorativo, o rendersi consapevole dell’andare incontro ad uno stravolgimento dell’equilibrio di coppia, ma soprattutto comportava il rischio di diventare più attiva nel suo percorso di vita. Giulia, voleva che le cose accadessero senza rendersene conto troppo esplicitamente. Utilizzava questa modalità difensiva per sgravarsi emotivamente del carico dato da alcune consapevolezze. Molte volte mi accorgevo della forza con cui nutriva certi desideri a fatto compiuto.

Ciò che insieme abbiamo considerato era che Giulia aveva delegato al bambino il compito di dare una svolta a certi meccanismi in cui si sentiva intrappolata ma che “da sola”, senza la giustificazione dell’attesa di un figlio, non riusciva a cambiare. Con l’arrivo di un bimbo certe scelte e certi cambiamenti erano imposti e lei, quindi, si sentiva legittimata a metterli in atto. Questo rappresentava un’ulteriore evidenza delle sua impossibilità ad essere parte attiva nelle scelte della sua vita.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

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I problemi nello sviluppo della personalità

I problemi nello sviluppo della personalità

Lo sviluppo cognitivo dipende dal bagaglio emozionale. La personalità è associata alle precoci esperienze di contatto di cui non si ha memoria consapevole ma che determinano una traccia indelebile a livelli profondi della persona. I bambini che presentano difficoltà di attaccamento manifestano fatica a formare delle relazioni reciproche poiché mostrano una debolezza della capacità sensoriale e della attività motoria complessa. Ciò significa che non sono in grado di percepire chiaramente e rivelano disagio nel rispondere adeguatamente.

Sin dalla nascita, il legame madre-figlio è un’area protetta all’interno della quale entrambi i partecipanti si scambiano costantemente stimolazioni, feedback e si sintonizzano l’uno sull’altro. Si tratta di un processo affettivo che conduce alla maturazione delle abilità cognitive, emotive e della personalità. E’ grazie al rapporto con la mamma che il bambino, durante il primo anno di vita, trova un riferimento affettivo, costante ed immutabile, per leggere ed imparare molte competenze essenziali e basilari come riconoscere gli stimoli dell’ambiente più rilevanti, comunicare, concentrarsi, concettualizzare, vivere le emozioni. Qualsiasi sia il quoziente intellettivo dei bambini con un attaccamento alla madre disturbato, essi manifesteranno comunque una debolezza di queste competenze di base.

La stabilità della figura di attaccamento (definita in psicologia come ‘stabilità dell’oggetto’) permette al bambino la maturazione di emozioni, intenzioni, concetti e comportamenti stabili ed intenzionali. Tale conquista evolutiva si verifica nei primi anni di vita attraverso determinati stadi di sviluppo.

  • Stadio 1 (0-6 mesi): le emozioni sono suscitate dalla madre, figura affettiva centrale, fin tanto che è presente. Tutto il resto fa parte dello sfondo.

  • Stadio 2 (6-12 mesi): la percezione è maggiore e il bimbo riesce a riconoscere gli estranei. Il ricordo della mamma permane anche se lei si allontana ed esce dalla sua visuale. In questa fase, di conseguenza, emergono i sentimenti di paura dell’estraneo e di paura della separazione dando spazio ad emozioni di ansia ed incertezza. Egli necessita di persone, oggetti ed azioni stabili, riconoscibili e costanti. Il bambino ha bisogno di essere accompagnato ad apprendere gli elementi della sua realtà ed a gestire (attraverso il riconoscimento) gli stati d’animo che essi gli provocano. Ad esempio, egli avrà il terrore di dormire da solo nel momento in cui non vi è stato un processo di apprendimento progressivo. La ‘permanenza del riconoscimento’ indica che il piccolo è in grado di individuare gli stimoli interni ed esterni che appartengono a lui ed al suo ambiente ma è una competenza non innata, nel senso che arriva a maturazione solo per tramite delle figure di attaccamento. La conoscenza del mondo, il riuscire a dormire da solo, per tornare all’esempio, dipenderanno dall’accompagnamento stabile che gli è stato offerto e dalle separazioni quotidiane a cui è stato abituato gradualmente.

  • Stadio 3 (12-36 mesi): avviene la ‘permanenza dell’identità‘. Il bambino interiorizza le emozioni e l’atteggiamento morale dei genitori, chiarisce la definizione del limite tra il sé e l’altro, prende coscienza dell’essere un soggetto “agente” e prova il suo impatto sull’ambiente. In questa fase, emerge il senso di colpa nel momento in cui sente il conflitto tra i propri bisogni e le aspettative o desideri delle figure di attaccamento. Sperimenta la repressione del dolore nel momento in cui si separa dalla persona di riferimento.

  • Stadio 4 (36 mesi – 6 anni): è la fase del consolidamento della ‘permanenza sociale‘ in cui il bambino si confronta con gli altri trovando la sua identità sociale. E’ in grado di modulare e cambiare la sua posizione ed il suo comportamento a seconda del gruppo in cui si trova.

Esperienze traumatiche di separazione nella fase che va dai 12 ai 36 mesi, rendono il bambino e poi l’adulto vulnerabile dal punto di vista affettivo, insicuro e spaventato. Anche le separazioni o gli allontanamenti scarsamente significativi vengono vissuti come rifiuti, gli avvicinamenti sono accompagnati dall’idealizzazione dell’altro o dalla sottomissione con lo scopo di evitare un rifiuto. Egli vive male l’interesse degli altri verso l’esterno poiché lo vive come un abbandono e prova a dare inizio a conflitti per poter testare la relazione ed il grado di importanza affettiva che riveste verso la figura di riferimento. Il meccanismo di difesa tipico è il diniego repressivo che si esprime nel tollerare (o sopravvivere) ai momenti di separazione sradicando il ricordo della madre per poi mostrare un falso cinismo. In questo caso, qualsiasi esperienza di separazione, anche in età adulta, porta il soggetto a vissuti eccessivamente intensi. La tendenza è di provare una svalutazione di sé con il rischio di sviluppare condotte di dipendenza dalle sostanze e dall’alcol.

La compromissione dei primi due stadi può determinare un disturbo grave dell’attaccamento, mentre i due successivi comportano un problema o un trauma dell’attaccamento, ma non un disagio grave.

I bambini che hanno subito un trauma nello stadio 3 o 4 sono disponibili e ricettivi alla psicoterapia poiché hanno sviluppato la possibilità di investire affettivamente sulle persone. Anche se con precise difficoltà e difese, mostrano di voler stare in una relazione e questo li rende accessibili alla psicoterapia. Nel momento in cui avvertono di essere presi in carico dal terapeuta, accettano e cercano l’aiuto mostrando l’impegno di voler superare la paura di essere abbandonati e rifiutati.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depressione e cannabis in adolescenza

Depressione e Cannabis in adolescenza

Oggi presento il caso clinico di un paziente conosciuto due anni fa.

Francesco è un adolescente di 19 anni, di nazionalità italiana nonostante i suoi tratti somatici rivelino l’origine somala ereditata dalla mamma, di ceto sociale benestante e di buona cultura. E’ un ragazzo di bell’aspetto, longilineo, eccessivamente magro. Si presenta al primo incontro accompagnato dalla madre a cui delega completamente la spiegazione del suo disagio non pronunciandosi mai se non stimolato direttamente da me. Il suo atteggiamento appare timido e pacato. Solo conoscendolo meglio capisco che si tratta, invece, di uno stato di apatia, chiusura e rassegnazione nei confronti della vita.

Il motivo che ha spinto la famiglia a richiedere una psicoterapia per il figlio riguarda, nello specifico, l’incapacità di Francesco a condurre una vita “normale” fatta di scuola, studio, sport, interessi, ragazza, orari, impegni. Francesco manifesta un disinteresse generale per tutto ciò che deve svolgere. Fondamentalmente, egli passa le sue giornate tra il letto e le panchine del parco con alcuni amici. Nonostante la famiglia lo incoraggi e lo renda libero di scegliere qualsiasi attività, lui non manifestava alcuna preferenza. Per lui contano solo i pochi amici che, come lui afferma, provano la sua stessa identica condizione di abulia. La condizione clinica di Francesco, al momento dell’inizio della terapia, non si presenta solo attraverso l’appiattimento emotivo riconducibile ad uno stato depressivo, ma anche attraverso l’uso sostanzioso di cannabis iniziato intorno ai 15 anni. Francesco spiega che la dipendenza dalla marijuana abbia uno scopo “autoterapeutico”, vale a dire trovare sollievo dalla sua condizione di disagio. Indagando, emerge che la cannabis, talvolta, provoca in lui stati affettivi contrastanti: momenti di pace e sollievo, ma anche ansia e pensieri negativi. Francesco fuma in compagnia o da solo, ma l’effetto che più gli piace è quella sorta di isolamento in cui il suo pensiero viaggia affrontando grandi temi esistenziali, oppure si perde nei suoni della musica riuscendo ad assentarsi dalla vita per qualche ora. Per contro, la sostanza si ripercuote sul suo sonno che afferma essere molto sfasato, dormendo poche ore la notte, non riuscendo a svegliarsi il mattino per fare qualsiasi attività e ciò lo porta ad avere continui contrasti familiari.

La sua condizione nel tempo è peggiorata. Si è aggiunto l’uso di alcol che gli fa provare nausee che gli impediscono di mangiare, consumandosi ancora di più fisicamente. I suoi genitori sembrano stanchi del suo stile di vita e lo lasciano molto libero di gestirsi. La frequenza alla scuola serale, seppure sia stata una sua scelta, non è mai stata mantenuta con continuità. Francesco manifesta idee opposte a seconda del momento: talvolta è sconfortato, non ha alcun progetto di recupero scolastico, non si mostra interessato ad intraprendere alcuna attività lavorativa, né è positivo sul suo futuro (anzi, pensa di diventare un homeless); talvolta, emerge in lui il desiderio di recuperare, di andare a lavorare con suo padre, di smettere di fumare, di cambiare. E’ però consapevole che, da un momento all’altro, possano arrivare le “crisi” che lo spingerebbero a riprendere di fumare e gli impedirebbero di far fronte agli impegni.

Per i primi sei mesi di psicoterapia, la frequenza di Francesco alle sedute è piuttosto discontinua: si scorda dell’appuntamento, oppure non riesce a svegliarsi per tempo, oppure arriva in ritardo. Inizialmente, dimostra di non aver investito molte aspettative sul nostro lavoro dato che l’atteggiamento è di rassegnazione per la sua condizione psicologica. Successivamente, mostra un atteggiamento diverso nei confronti della terapia: la sua frequenza è più regolare, mi telefona personalmente, senza delegare alla madre, nel momento in cui dimentica l’orario dell’appuntamento, è più puntuale e durante i colloqui manifesta livelli minori di chiusura e disagio.

Diagnosi

Dal punto di vista clinico psicologico, Francesco presenta un disturbo dell’umore di tipo depressivo, denominato Distimia. Si tratta di una condizione depressiva cronica che può esordire già in età adolescenziale e che, a differenza della Depressione Maggiore, comporta sintomi più lievi ma continuativi. La cognitività di Francesco presenta i seguenti pensieri:

  • non combino niente, i miei amici sono già all’università;
  • non ho un appoggio dai miei genitori;
  • sono in un ambiente stressante, ho un continuo bisogno che qualcosa mi calmi;
  • non mi interessa se il fumo o l’alcol mi fanno del male perché non sono interessato alla vita;
  • senza di me la mia famiglia non avrebbe problemi, è tranquilla, vanno d’accordo;
  • mi isolo anche per togliere loro il senso di colpa del non essere riusciti a crescermi.

Nel caso di Francesco, alla Distimia è associata una dipendenza da sostanze.

Trattamento

Nonostante sia dimostrato che la psicoterapia risulti essere un trattamento efficace nella cura della Distimia, esso deve essere correlato ad una adeguata farmacoterapia. Il paziente ha rifiutato le cure psichiatriche farmacologiche necessarie sia dal punto di vista antidepressivo, sia da quello di disintossicazione da cannabis e alcol.

Sembra che Francesco tema di liberarsi della marijuana poiché la vive come unico valido anestetico in grado di alleviare il suo stato di sofferenza. Il percorso di psicoterapia, al contrario, è finalizzato al portare a contatto il paziente con le proprie emozioni anche se sgradevoli. Francesco ha manifestato molte resistenze espresse anche rifiutando di presentarsi ad alcune sedute; il suo istinto è sempre stato di scappare dalle brutte emozioni che prova di sé e del mondo. Nel tempo, ha lentamente preso coscienza dei circoli viziosi che lo portano ad una visione depressiva della vita ed ora è più consapevole dei suoi schemi di pensiero e della sua affettività. L’utilizzo della cannabis avviene ancora, seppure in modo minore, più per soddisfare un piacere che per necessità di fuga. Nella suo vissuto si stanno affacciando esperienze emotive nuove ed una maggiore possibilità di attività.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la distimia e le dipendenze da alcool e cannabis collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Valore dei Test Neuro-Psicologici. Dott.ssa Alessia Santoro

Il Valore dei Test Neuro-Psicologici.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, illustra il valore dei Test Neuro-Psicologici presso lo Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

Per meglio valutare il quadro clinico di un paziente ci si può avvalere anche di test neuro-psicologici. I test servono a meglio indagare gli aspetti specifici della persona, ad esempio l’intelligenza, la memoria, le capacità cognitive e il deterioramento di esse, il carattere, il temperamento e i disturbi della personalità. I test sono molto utili perchè permettono di fare una precisa diagnosi clinica, focalizzano il problema clinico principale sul quale basare l’intervento, indirizzano e guidano la terapia.

Le informazioni ottenute dai test vengono comunicate e spiegate al paziente: è un’operazione importante questa, in cui il terapeuta deve essere molto chiaro e rispondere esaustivamente ad ogni domanda che viene posta. In questa maniera il soggetto può sentirsi accolto sui suoi punti di sofferenza, aumentare il livello di fiducia con il terapeuta e sicuramente fare un buon utilizzo delle informazioni che gli sono state date e  sulle quali eventualmente potrà aprirsi ad una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, esegue Test Neuro-Psicologici a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra, Psicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La Psicoterapia di Coppia. Dott.ssa Alessia Santoro

La Psicoterapia di Coppia.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, illustra la funzione della Psicoterapia di Coppia presso lo Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

La coppia è un nucleo dinamico e in continua trasformazione che segue nel corso della vita dei cambiamenti. Non sempre il cambiamento però riguarda entrambi i partners, pertanto è possibile che all’interno della coppia si creino dei problemi perché i due partners vanno in direzioni diverse.

Nel momento in cui la coppia non riesce ad affrontare da sola questo momento di crisi allora sorge l’esigenza di rivolgersi ad un terapeuta preparato che possa accompagnarli nella risoluzione del problema. In questo caso il terapeuta ha come compito quello di accompagnare i pazienti nell’analisi di quella che è la problematica centrale che causa la crisi e soprattutto nell’andare a mettere in evidenza quali sono le dinamiche relazionali che i due partners utilizzano tra loro senza più riuscire ad intendersi.

In questa maniera l’intervento diventa centrale all’interno della terapia di coppia: i pazienti riescono così ad essere consapevoli degli aspetti relazionali che li riguardano e a cercare di correggerli in maniera molto più funzionale. 

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia di Coppia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La funzione del colloquio con lo Psicologo Psicoterapeuta. Dott.ssa Alessia Santoro

La funzione del colloquio con lo Psicologo Psicoterapeuta.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, illustra la funzione del colloquio lo Psicologo Psicoterapeuta presso lo Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

La psicoterapia è un percorso che si basa solo sul colloquio con il paziente ed è atto alla risoluzione del problema che il paziente porta. E’ un percorso profondo ed esplorativo atto a mettere in risalto gli aspetti inconsapevoli che causano il sintomo e il problema. Attraverso il colloquio il paziente riesce a diventare consapevole dei meccanismi psicologici che gli causano il sintomo. In questa maniera il paziente diventa consapevole del suo pensiero e del suo comportamento, riuscendo a raggiungere un più alto livello di benessere.
E’ importante che, durante il percorso psicoterapeutico, il terapeuta e il paziente si confrontino in modo che riescano a ben definire gli obiettivi raggiunti e quelli da raggiungere.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il primo colloquio con lo Psicoterapeuta. Dott.ssa Alessia Santoro

Come si svolge il primo colloquio con lo Psicoterapeuta.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, spiega come si svolge il primo colloquio con lo Psicoterapeuta dello Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

La cura del paziente inizia già dal primo contatto. Nel corso dei primi colloqui bisogna conoscere la persona e va innanzitutto sottolineato quale è il problema che lo spinge a richiedere un intervento. All’interno di questa fase bisogna analizzare ulteriori dati quali la storia familiare, dati anamnestici che hanno segnato in maniera significativa la sua vita e ci si avvale anche di altre informazioni come la modalità con cui si presenta agli appuntamenti, il modo con cui parla e interagisce.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.