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L’ipocondria

Cosa è l’ipocondria?

Ipocondria significa fobia delle malattie ed è una condizione conosciuta dai tempi antichi.

Il termine IPOCONDRIA risale, infatti, a Ippocrate il quale parlava di Male degli Ipocondri per descrivere la condizione di pazienti che lamentavano dolori addominali, problemi digestivi, ansia, timore della morte e sentimenti di tristezza.

In Italia si stima che quasi 4 milioni di persone, circa il 6 -7 % della popolazione, ne siano affette, si tratta solitamente di soggetti adulti con una distribuzione simile tra maschi e femmine.

Sono ipocondriaco?

Il paziente ipocondriaco può sperimentare la sua paura con sfumature diverse che vanno dal moderato timore fino alla convinzione assoluta di avere una malattia, solitamente grave e pericolosa per la sua salute, potenzialmente mortale.

In questo caso le preoccupazioni ossessive sulla presenza di una grave problematica di salute non vengono influenzate neppure da evidenze concrete come visite mediche rassicuranti o esami diagnostici negativi.

Il paziente vive in uno stato di ipervigilanza per ogni segnale che viene dal corpo, ogni sensazione corporea viene prontamente rilevata e interpretata alla luce della sua paura, diventando immediatamente il chiaro sintomo di qualcosa che non va.

Tutto ciò ovviamente diventa ancor più rilevante qualora effettivamente il paziente abbia qualche sintomo reale, magari dovuto ad una condizione medica banale e risolvibile, come un raffreddore, un’ influenza, un leggero mal di testa o di stomaco.

Qualsiasi organo o funzione del corpo possono essere messe in dubbio e spesso il pensiero si sposta dall’una all’altra.

 

Ipocondria a Milano Paziente Ipocondriaco Psichiatra Psicoterapeuta

Scarica l’infografica “ipocondria”

Quali sono i sintomi dell’ipoconndria?

Tipici esempi sono un’eccessiva attenzione alle funzioni intestinali, al battito cardiaco, alle continue sensazioni propriocettive del nostro corpo. Un altro caratteristico dubbio dei pazienti affetti da ipocondria è il timore di avere contratto o di poter contrarre una malattia infettiva o una neoplasia.

Gli ipocondriaci mettono in atto le loro paure con comportamenti di controllo ripetitivo e rituale del proprio corpo oppure si sottopongono a frequenti visite mediche o esami di approfondimento, mai soddisfatti e tranquillizzati da risultati negativi.

Nei casi più evidenti il paziente arriva a non fidarsi della competenza o della cura del medico e tenderà a rivolgersi a diversi professionisti pur di scongiurare la sua paura.

Come si cura l’ipocondria

Nei tempi recenti è comune visitare pazienti che hanno raccolto numerose notizie cliniche navigando sulla rete e si presentano alla visita con una corposa documentazione già proponendo diagnosi o esami specifici per la patologia di cui ritengono di soffrire. Spesso sono anche molto informati sulle terapie disponibili.

E’ però anche possibile che la fobia delle malattie si manifesti in modo del tutto differente e quindi con il rifiuto e la negazione di dare valore a sintomi e segni che dovrebbero invece essere indagati e con un evitamento fobico di medici o procedure diagnostiche, anche semplici e non invasive.

Un’altra caratteristica delle personalità ipocondriache è descrivere i loro sintomi in modo molto dettagliato, fornendo spesso particolari poco significativi o riproponendo il disturbo lamentato più volte e in modi differenti, solitamente senza nessuna consapevolezza delle modalità ansiose e ridondanti con cui la storia clinica viene proposta al medico.

Per il medico psichiatra proprio questo stile comunicativo è molto utile per porre la diagnosi e in genarle l’ipocondria è una condizione di facile identificazione diagnostica.

Nella maggioranza dei casi i sintomi non sono di entità tale da compromettere le relazioni sociali, prevalentemente il disagio del paziente ha ripercussioni sui famigliari più stretti con i quali possono crearsi tensioni nel momento in cui il paziente si sente poco ascoltato e sottovalutato nella sua preoccupazione.

La terapia di questo disturbo deve prevedere indubbiamente un percorso di psicoterapia in cui lo scopo è di aiutare il paziente, non tanto a non temere fatti peraltro non prevedibili né evitabili in assoluto, quanto condurlo a sviluppare modalità di pensiero e comportamenti più adeguati, realistici ed efficaci, e a gestire con una emotività più controllata e congrua gli eventuali problemi di salute che si troverà ad affrontare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di ipocondia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Burnout

Cosa è il burnout?

Il Burnout può essere definito come uno stato di esaurimento emotivo accompagnato da sintomi di tipo ansioso e depressivo. In effetti, il termine anglosassone Burnout si traduce come: bruciato, esaurito, estinto, esausto.

È uno stato patologico che riguarda il fisico e la psiche legato al perdurare di condizioni di stress lavorativo che generano un sovraccarico non più tollerabile e gestibile dall’organismo del paziente.

Depressione Milano Psichiatra Burnout

Scarica l’infografica “Burnout” in pdf.

Anni fa questo tipo di condizione veniva riservata alle cosiddette professioni di aiuto in cui è richiesto un notevole impegno sul piano interpersonale. In verità nel mondo occidentale moderno il Burnout è estremamente frequente in moltissimi contesti lavorativi che sono caratterizzati da richieste eccessive di performance e di tempo dedicato al lavoro, come ad esempio nel caso di professionisti con ruoli dirigenziali, avvocati in grandi studi associati, medici, turnisti di ogni genere e qualsiasi figura professionale sulla quale vengono riversate pretese eccessive di impegno e di risultato a lungo termine.

I dati emersi dagli studi epidemiologici e dalle osservazioni cliniche segnalano come questa condizione patologica sia in continuo aumento e sia correlata non soltanto con un profondo malessere personale ma anche con costi sociali indiretti molto elevati, in quanto compromette profondamente la motivazione e la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.

E’ quindi una delle più frequenti cause di assenteismo.

Come si manifesta il burnout

Il quadro clinico di un paziente in stato di Burnout è caratterizzato da tensione generale e ansia costante, il pensiero si focalizza ossessivamente e rimugina su ogni aspetto del proprio lavoro. Il sonno è invariabilmente disturbato perché i pensieri continui rendono difficile l’addormentamento, il risveglio è precoce e già dai primi minuti compare l’ansia.

E’ sempre presente il calo del tono dell’umore, variabile nell’intensità a seconda della gravità e della durata dello stress che causa la situazione di esaurimento.

Il paziente sperimenta uno stato di profonda demotivazione e spesso anche il timore di recarsi al proprio lavoro.

I pazienti si descrivono come molto stanchi e allo stesso tempo incapaci di rilassarsi.

Anche i professionisti più seri, capaci e stimati possono sperimentare forti sentimenti di paura e di inadeguatezza ed iniziare a temere o rifiutare nuovi incarichi e nuove responsabilità, con sensi di colpa, di fallimento e rabbia.

Sono invariabilmente presenti disturbi cognitivi come riduzione della capacità di concentrarsi e della memoria.

Anche a livello fisico possono comparire sintomi quali cefalea, gastrite e ulcere, ipertensione, calo della libido.

Non è raro il tentativo di autocura con abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze psicotrope.

Cause del burnout

La Sindrome del Burnout è il punto di arrivo di uno stato di stress cronico e di impegno lavorativo che esubera le capacità del soggetto di farvi fronte a lungo termine.

Avviene quando le condizioni e i ritmi di lavoro non sono commisurati alla persona ma sono maggiormente orientati alla logica del guadagno.

Spesso le gratificazioni professionali, sia economiche che non, sono scarse ed è presente un alto livello di competizione anche con comportamenti poco corretti su un piano interpersonale.

Un altro motivo facilitante la comparsa di Burnout è lo svolgimento del lavoro in ambienti poco adatti, ad esempio bui, rumorosi, malamente climatizzati.

Nel mondo moderno occidentale, soprattutto con la sempre crescente riduzione del personale, la capacità di resistere allo stress e alla sovraccarico lavorativo stanno diventando condizioni richieste in modo esplicito durante la selezione del personale. Spesso le persone, prive di valide alternative non hanno altra possibilità che accettare condizioni di lavoro a lungo termine non compatibili con uno stato di benessere psico-fisico.

Diagnosi del burnout

Nella diagnosi di questa condizione è molto importante un approfondimento obiettivo del contesto lavorativo ed anche una attenta anammesi psicologica e famigliare.

E’ altrettanto importante approfondire la comprensione della struttura di personalità del paziente.

Vanno infatti ben differenziate, per diversi motivi, le situazioni di effettivo Burnout da quelle dovute ad una struttura di personalità in qualche modo fragile, poco flessibile o non sufficientemente dotata di capacità di problem solving o competenze relazionali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La felicità in pillola

La felicità in pillola

La fluoxetina è un antidepressivo, il nome commerciale più noto ai molti di questa molecola è Prozac. E’ un farmaco che ha fatto tanto parlare di sé negli anni ’90, soprattutto nei paesi anglosassoni dove è stato prescritto, secondo alcune fonti, forse in un modo un po’ indiscriminato. Ci si riferiva allora a questa medicina come alla pillola della felicità.

Appartiene alla classe degli antidepressivi serotoninergici o SSRI ed è un ottimo farmaco, se usato nelle situazioni che veramente ne richiedono l’utilizzo e rispettando le linee guida della sua prescrizione.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La comunicazione passiva

Lo stile passivo

In questo articolo ci focalizziamo sullo stile comunicativo che viene definito Passivo.

Comunicare e relazionarsi con uno atteggiamento orientato alla passività significa avere difficoltà ad esprimere liberamente, senza ansia o preoccupazione, il proprio punto di vista. Le persone che utilizzano questo stile provano disagio e si sentono inibite nell’evidenziare e comunicare le proprie idee, i propri desideri e bisogni, soprattutto se ritengono che questi siano diversi da quelli dell’interlocutore.

Per chi possiede questo stile può essere molto difficile dire di no, sottrarsi ad una richiesta esplicita o anche presunta. Queste persone sono spinte dal desiderio di non deludere mai nessuno e di non essere quindi criticate, giudicate o ridicolizzate.

La comunicazione passiva si struttura a partire dai primi anni di vita, potenziata da un clima famigliare che inibisce l’intraprendenza e la libera espressione. A volte è così totalizzante che la persona non ne è nemmeno consapevole, non riconosce e non da valore alla specificità del suo essere diverso dagli altri e quindi alla sua identità e personalità.

Accade così, talvolta, che questi soggetti, non sappiano nemmeno che cosa veramente desiderano, quali sono i propri gusti, il proprio modo di pensare; per questo si adeguano senza troppa sofferenza al volere degli altri che diventano, anzi, una guida e un punto di riferimento rispetto al loro sentirsi inermi, privi di iniziativa e sicurezza.

La passività rappresenta una difesa verso la possibilità di sperimentare emozioni troppo sgradevoli. Spesso nasconde una grande paura e difficoltà a gestire situazioni conflittuali dove possa emergere la propria rabbia o quella altrui. Ancor più profondamente ciò che guida queste persone è il desiderio e il bisogno di compiacere per non essere abbandonate o ignorate. Questi soggetti sono generalmente descritti, o si descrivono, come timidi, riservati e indecisi, non sono molto creativi e spesso sperimentano vissuti di ansia, inadeguatezza e sentimenti di colpa.

Il soggetto passivo utilizza poche parole e solitamente le pronuncia con un tono calmo e un volume basso. Si esprime in modo semplice e conciso, a scapito della possibilità di approfondire meglio ciò che sta dicendo, come se temesse di disturbare o non immaginasse che qualcuno possa interessarsi a ciò di cui sta parlando.

Anche la comunicazione non verbale esprime le difficoltà di questi soggetti: la mimica e la gestualità possono essere ridotte, lo sguardo è spesso basso o sfuggente, incontra a fatica quello del compagno di dialogo.

I pazienti che vengono in terapia a causa delle difficoltà relazionali legate al loro stile di comunicazione, si percepiscono come persone poco interessanti, con poche cose da dire e sono particolarmente preoccupati dalla possibilità che si generi un conflitto o un attrito nella relazione. Questo genera in loro uno stato di ansia e d’ipervigilanza rispetto alle reazioni degli altri.

E’ ovvio che questo stile comunicativo non può che generare un circolo vizioso in cui la persona sentirà il suo valore sempre più diminuito, la sua autostima sempre più compromessa e il senso di frustrazione interpersonale sempre più schiacciante.

Queste persone si sottovalutano, in genere, molto di più di quanto un corretto esame di realtà potrebbe segnalare. Tendono, infatti, a sovrastimare le loro umane debolezze o difficoltà senza l’adeguata consapevolezza di quelle che sono le loro risorse, capacità e punti di forza. Aiutarli a raggiungere una corretta percezione di sé è uno degli obiettivi cardine della terapia con questi soggetti.

La terapia psicologica è determinante per questi soggetti che sono maggiormente inclini a sviluppare stati di ansia o depressivi, nonché patologie psicosomatiche come cefalea, dolori diffusi e sintomi gastrointestinali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Essere flessibili ci rende più felici

 Essere flessibili ci rende più felici

I pazienti affetti da Disturbi di Personalità possiedono una struttura psicologica rigida e poco flessibile, il loro modo di affrontare la vita è caratterizzato da scarsa adattabilità, queste persone  utilizzano schemi di ragionamento e di comportamento sempre identici , senza avere la sufficiente capacità di modularli e modificarli a seconda del contesto specifico.

Questo modo di funzionare può generare significativi problemi in aree importanti  della vita, tipicamente nelle relazioni interpersonali, influenzando negativamente e in modo costante la qualità dell’esistenza del paziente.

Un Disturbo di Personalità non è una patologia psichiatrica segnalata sempre da sintomi evidenti, come ansia o depressione,  ma non riguarda quelle normali e fisiologiche sfumature del carattere che identificano ciascuno di noi e che, a volte, possono essere lievemente problematiche nella quotidianità. Vivere in modo cronico situazioni che possono evolvere in modo frustrante può dare il via ad una sofferenza personale che spesso favorisce anche lo sviluppo di un disturbo psichiatrico più strutturato come una Depressione o un Disturbo d’Ansia.

Il loro riconoscimento come tratto patologico è difficile per il paziente stesso che tende a considerarlo come il suo modo di essere fatto.  Troppo identificati ed abituati al nostro modo di essere, poco osservatori consapevoli delle nostre vite, fatichiamo a riconoscere come disadattivi alcuni tratti del carattere e spesso anche il clinico sente la necessità di un approfondimento che vada al di là del solo colloquio con il paziente. Esistono, infatti, diversi test personologici che possono indagare i tratti della personalità, distinguendoli sia dal punto di vista qualitativo che per ciò che riguarda la loro eccessiva penetranza e quindi la loro problematicità. Più frequentemente sono i famigliari e le persone che entrano in relazione con questi soggetti che percepiscono e rilevano le difficoltà di cui il paziente non è  consapevole. Solitamente la richiesta di aiuto allo specialista arriva dopo anni di incomprensioni riguardo ai motivi dei propri fallimenti e frustrazioni, personali, affettivi, relazionali o professionali.

Un soggetto affetto da Disturbo di Personalità può, infatti, andare in contro ad importanti sofferenze e difficoltà  durante la sua esistenza, può incorrere in frequenti fallimenti affettivi o delle proprie mete esistenziali, può avvertire una identità di sé svalutata , fragile, con sensi di colpa, può sperimentare sintomi di ansia o un vago senso di tristezza, insoddisfazione e noia, che vanno ben inquadrati e non devono sempre e comunque essere interpretati come forme di Depressione .

In condizioni ottimali i tratti di personalità dovrebbero essere flessibili e fluidi, cioè adattabili alla situazione contingente e alle diverse relazioni.

Un semplice esempio in cui tutti noi ci possiamo riconoscere sono i nostri tratti di inclinazione alla dipendenza o alla autonomia rispetto alle altre persone. Questi due aspetti  influenzano il modo con cui entriamo in relazione con gli altri, percepiamo gli altri e ci sentiamo sicuri e compresi oppure soli e abbandonati. Un’autonomia troppo spiccata, e ritenuta come un valore a cui non rinunciare, ha sicuramente un impatto negativo sulla capacità di vivere  relazioni di profondo e intimo scambio, anche se chi la utilizza può non rendersene conto, non patirne e anzi considerarla un vantaggio, una capacità, una difesa dal rischio di essere vittima di sofferenze affettive. Allo stesso modo, un’eccessiva inclinazione alla dipendenza, in tutte le relazioni, può creare altrettanti comprensibili problemi.

Un altro tipico tratto della personalità potrebbe essere la maggiore o minore inclinazione a fidarsi, ad avere fiducia negli altri. Un’adeguata flessibilità ci permette di comprendere quando è meglio diffidare ed  essere più cauti, senza sviluppare una indiscriminata sospettosità.

Un paziente con Disturbo di Personalità potrà essere sempre e comunque eccessivamente sospettoso delle intenzioni altrui nei suoi confronti, anche qui con conseguenze potenzialmente negative sulla sua vita sociale e relazionale. È la nostra capacità di adeguare in modo fluido le nostre risposte ai problemi, generate il più delle volte in modo automatico, che ci può aiutare a risolvere o attenuare le conseguenze di un momento difficile nella nostra esistenza. E’ sempre molto affascinante per me l’immagine del giunco di canna di bambù che, sferzato dal vento forte si lascia andare e si flette senza spezzarsi, per poi tornare nella sua originale forma una volta superata la tempesta.

Disturbi personalità a Milano diagnosi e cura psichiatra Milano Psicoterapeuta
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Definizione di personalità

 Tutti noi abbiamo una nostra specifica personalità che si forma nel tempo ed è il risultato del temperamento innato integrato a tutte le esperienze di vita che attraversiamo nel crescere e di come le elaboriamo. La nostra personalità, sana o patologica è una mescolanza di tante sfaccettature o tratti che alla fine ci caratterizzano come individui singoli e irripetibili: “ la personalità è ciò che si è”. Capire la struttura di personalità di un paziente è spesso più rilevante per lo psichiatra  che capirne il problema manifesto, anche perché sarà grazie alla sua personalità che il paziente troverà e attiverà le risorse per risolvere o per convivere con il suo problema, sia esso fisico che emotivo. Può essere quindi definita come “un insieme di modi di pensare, agire, sentire e comportarsi n che rimangono relativamente stabili nel tempo”. Certamente i tratti di personalità disfunzionali appaiono molto più evidenti quando entriamo in relazione con l’altro, possono invece rimanere più silenti se conduciamo una vita più ritirata.

Sono  l’impatto e la sofferenza personale, il disagio interno e altrui che segnalano e fanno da termometro rispetto a qualcosa che non sta funzionando in modo efficace. Perché, in effetti, il parametro più utile è proprio quello dell’efficacia delle nostre azioni e dei nostri pensieri, per ciò che riguarda l’obiettivo a breve termine ma anche, e soprattutto, gli sviluppi a lungo termine delle nostre azioni. E’ importante segnalare il fatto  che anche persone capaci di un funzionamento personologico del tutto adeguato e adattabile, sebbene nelle loro diverse specificità, in condizioni di stress acuto o cronico possono ovviamente accentuare alcuni tratti a scapito di altri meno funzionali  risultando, per quella specifica contingenza, meno capaci di accedere a stili di problem solving efficaci.

Classificazione di Disturbi di Personalità

I Disturbi di Personalità si dividono in tre Gruppi o Cluster.

  •  Cluster A: appartengono a questo gruppo I Disturbi Schizoide, Schizotipico e Paranoide. Sono caratterizzati da comportamenti bizzarri o eccentrici, da un atteggiamento sospettoso e da un sostanziale disinteresse e distacco verso gli altri, con uno stile di vita autonomo e riservato.
  • Nel Cluster B sono annoverati i Disturbi di Personalità caratterizzati da un’esagerata espressione emotiva, con comportamenti spesso drammatici o impulsivi. L’instabilità dell’immagine di sé e nelle relazioni interpersonali è caratteristica di queste persone che tendono ad oscillare tra idealizzazione  e svalutazione. Appartengono a questo gruppo il Disturbo Borderline, Narcisistico, Istrionico e Antisociale di Personalità.
  • Cluster C: Sono i Disturbi caratterizzati da ansia e inibizione. Questi soggetti sono per lo più ritirati e timidi e temono il giudizio altrui. A differenza dei soggetti del Cluster A per loro lo stare soli è fonte di sofferenza e non una ricerca deliberata. Tendono ad essere dipendenti nelle relazioni con elevati bisogni di ascolto e accudimento. Sono il Disturbo Evitante, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo  e il Disturbo Dipendente di Personalità. 

I Disturbi di personalità devono essere diagnosticati e curati

Una personalità disfunzionale, come abbiamo detto, espone la persona ad una serie di possibili fallimenti e sofferenze che si ripetono nella propria esistenza proprio a causa della rigidità con cui il paziente sembra non poter imparare dalla esperienza. Tutto ciò nel tempo può causare problemi emotivi ma anche concreti tali per cui al Disturbo di Personalità può associarsi anche un vero e proprio Disturbo d’Ansia o una Depressione o spesso un abuso di alcool o sostanze stupefacenti.

I Disturbi di Personalità vanno quindi sempre curati e il trattamento di elezione è la psicoterapia.

In alcuni specifici casi da valutare di volta in volta, per un breve periodo potrebbe essere indicata l’associazione con una terapia farmacologica, mirata alla risoluzione dei sintomi e dei disagi più eclatanti.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia dei disturbi di personalità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Accudire il corpo per curare la mente – Lo shiatsu

Accudire il corpo per curare la mente – Lo shiatsu

Tutte le persone vivono nella loro vita situazioni ed eventi che alterano il loro benessere e la loro tranquillità emotiva o fisica, non hanno patologie evidenti o conclamate ma allo stesso tempo non stanno del tutto bene. Molti si sentono cronicamente stanchi oppure non dormono a sufficienza, soffrono di cefalea, gastrite o colite, patologie senza alcun correlato anatomico, dovute ad alterazione funzionali. Frequentemente le persone lamentano dolori muscolo-scheletrici, contratture e  patologie legate allo stato continuo e inconsapevole di tensione muscolare ( e mentale) e alle errate posture.

Esiste quindi una vastissima parte di popolazione che, a causa di una scarsa attenzione a tutti i fattori che concorrono a mantenere il nostro sistema in equilibrio e in salute, non sono né sani né malati, ma sicuramente non stanno bene come potrebbero. Se questo stato si cronicizza, la capacità del nostro organismo di mantenere un suo equilibrio può esaurirsi generando la comparsa della vera e propria malattia. Mi piace ricordare la definizione di Salute da parte dell’OMS: la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale, e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità.

Nel mio lavoro insisto sempre molto sulla prevenzione. Intervenire prima della fase in cui l’organismo ha perso le sue possibilità di adattarsi significa scongiurare la possibilità che compaia un disturbo come la Depressione o gli Attacchi di Panico. La prevenzione è la cura del nostro corpo attraverso una sana alimentazione e un’adeguata attività di movimento, la cura della nostra mente attraverso tutte quelle attività che la stimolano e che potenziano le sue funzioni, quindi avere interessi, tenersi informati e avere relazioni sociali.

Avere cura di sé significa trovare un corretto equilibrio tra ciò che appartiene alla sfera del dovere e ciò che appartiene alla sfera del piacere. Uno dei tanti modi per fornire al nostro organismo l’energia per resistere alle continue sollecitazioni cui è sottoposto è il massaggio, inteso in senso lato.

Le tecniche possibili sono diverse ma ognuna di loro condivide due fattori importantissimi attraverso i quali il massaggio regola alcuni valori che si alterano quando siamo in una condizione di disagio e di stress.  Il primo è la relazione di accudimento con l’operatore e il secondo è la stimolazione tattile sulla pelle, organo che condivide con il Sistema Nervoso Centrale la stessa origine embrionale.

Tra i diversi trattamenti disponibili oggi diamo alcune informazioni sullo Shiatsu, pratica che può essere di aiuto in caso di ansia, integrandone la terapia. Nello shiatsu la mente e il corpo trovano insieme un loro equilibrio che porta ad un senso di vitalità e di benessere. L’operatore attraverso il tocco e la pressione, favorisce il naturale fluire dell’energia, ciò rilassa la mente e libera da tensioni e blocchi.

Questo articolo  è stato scritto da Cristina Gessner, operatrice shiatsu a Milano. (www.cristinagessner.com)

Qualche curiosità sullo shiatsu

Lo shiatsu fa parte di quelle discipline olistiche che affiancano la medicina occidentale, è un potentissimo rimedio naturale per la salute globale, per il benessere di corpo, mente e spirito. Ha una tradizione millenaria, cui la scienza sta riconoscendo un importante ruolo curativo.

La sua storia risale agli albori della medicina cinese, mentre è probabile che la pratica esistesse ancora prima, conosciuta però con un altro nome, poiché il termine shi-atsu appare per la prima volta nel 1915, con il significato di “pressione con le dita”.

Oggi si pratica in tutto il mondo e nei secoli si è trasformato, evolvendosi per le esigenze del mondo moderno, influenzando ed essendo influenzato da altre forme di manipolazione occidentali, come la terapia cranio- sacrale e le tecniche di chiropratica, oltre ad integrare altri metodi curativi giapponesi tradizionali.

L’elemento fondamentale dello shiatsu, che lo accomuna e crea un dialogo con altre discipline orientali, è il concetto del QI, energia o forza vitale  (in cinese) o Ki (per il Giappone), apparso in Cina circa 2000 anni fa.

Carola Beresford-Cooke nel suo libro include una definizione, secondo la quale si potrebbe  definire il QI come “un’infinita gamma di frequenze vibrazionali che crea e pervade tutti i fenomeni, materiali o immateriali, animati o inanimati, fisici o emozionali, unendoli in una fitta trama intricata e in continua evoluzione. Qualcosa al contempo priva di sostanza e fisicamente palpabile, una sottile energia che si può condensare in sostanza, in essenza.”

In chiave occidentale questo concetto può essere compreso attraverso le nuove conoscenze nel campo della biofisica, come spiega nel medesimo testo il prof.  James Oschman: Una scoperta fondamentale della fisica quantistica è che, a livello subatomico, nessuna particella esiste, se non in relazione alle altre. Quelli che noi percepiamo come oggetti sono, dal punto di vista della fisica quantistica, punti di collegamento in una rete ininterrotta e interconnessa di eventi, movimenti, relazioni ed energie: il continuum della natura. La natura vivente e gli esseri umani formano una trama continua di componenti e di processi ciclici, tra loro collegati e interdipendenti. Nessuna parte può essere isolata, come più importante o come unità fondamentale. Nulla esiste di per sé.

Cosa succede quando si tocca con lo shiatsu?

Il cliente arriva e, comodamente vestito, si sdraia sul futon. All’inizio della seduta mi racconta cosa l’ha portato da me. Sia sul piano fisico come ad esempio un dolore o una contrattura, sia mentale ed emozionale: il desiderio di un sostegno in una fase particolare della vita, oppure la curiosità o, ancora meglio, la prevenzione e il mantenimento dello stato di benessere in cui si trova. Ascolto il suo racconto che mi porta molti messaggi, non solo verbali.

Nella terminologia giapponese si chiamano: shin (la tonalità della voce, i gesti , la postura, il colorito, l’odore). La seconda fase è quella della diagnosi attraverso il tocco, sull’addome e poi lungo il corpo, lungo i meridiani. Attraverso questi canali, vie preferenziali dove scorre “l’energia” (Qi nella lingua cinese, Ki in giapponese) si può accedere ai messaggi racchiusi nel corpo della persona e quindi, agendo con la pressione delle mani, aiuto quella persona a sentirsi, a cogliere quei messaggi, a potenziare la sua capacità di stare meglio. Il tocco non è soltanto fisico, può essere lo strumento “magico” con cui aprire sorrisi, chiarezza interiore, libertà di intraprendere una strada diversa da percorrere.

Ogni seduta è unica perché non segue mai uno schema preciso, le mani si muovono secondo  quella vibrazione energetica, o Ki, che in quel preciso momento dialoga, si offre nell’incontro. Gli “strumenti di lavoro” dello shiatsuka sono le mani, il pollice, gomiti e ginocchia. Il tocco é gentile, assolutamente non invasivo, molto rilassante e piacevole, accompagnato da stiramenti degli arti, mobilitazioni articolari e dondolamenti.

Lo shiatsu “cura”, ma con un’accezione diversa da quella comune di sconfiggere un sintomo o una malattia, si prende cura di noi. Nella visione orientale il sintomo è solo un messaggio che il corpo invia per comunicare un malessere. Eliminarlo senza comprenderlo sarebbe inutile, perché, prima o poi, quello stesso malessere irrisolto emergerebbe da qualche altra parte, magari con un altro sintomo. Il corpo va quindi ascoltato. Il corpo, dunque, si “auto organizza” per il suo benessere psico-fisico.

Questa è una capacità che possediamo tutti, ma che è difficile da riconoscere e utilizzare. Alla fine della seduta in genere ci si sente molto rilassati, leggeri, comunque si avverte una ritrovata e naturale vitalità. Poi si scopre una migliore lucidità mentale e una scioltezza articolare e muscolare infine un miglioramento o la scomparsa di disturbi e dolori, con una disposizione al benessere assolutamente spontanea.

La pressione delle mani produce anche un effetto specifico sul tessuto connettivo ( in termini di volume, il tessuto connettivo è l’organo più grande del corpo ). I tessuti del corpo possono così recuperare velocemente idratazione e flessibilità. Di conseguenza, applicando la pressione shiatsu semplicemente sotto forma di massaggio, si rafforza la salute dei tessuti mediante una maggior idratazione, una maggiore duttilità e una più rapida connessione a livello comunicativo tra le cellule di tutto il corpo.

Il tessuto connettivo ha la proprietà di legare le parti del corpo e anche di trasformare e inviare energia e informazioni, di tipo chimico, ormonale, cellulare o anche biofisico, in modo rapido. Cellule e tessuti possono in tal modo utilizzare le informazioni che provengono da tutto il corpo per potenziare le loro funzioni di mantenimento e nutrimento.

Un’altro importante effetto, durante la seduta e nel tempo, è di percepire il proprio corpo come “intero”. Spesso ci viviamo come se le parti del nostro corpo fossero separate, a sé stanti. Magari ci concentriamo di più su una zona dolente e il resto di noi è come se fosse in secondo piano, come se l’energia (Ki) non potesse fluire. Percepirsi come un corpo più fluido, che si muove nello spazio naturalmente, aiuta a modificare i pensieri e le emozioni.

La Dott.ssa Crisitna Selvi ospiterà lo Shiatsu Open Day presso Studio Psichiatria Integrata a Milano in P.le Gorini 6 il giorno 6 febbraio 2016, dalle 10 alle 17. L’operatrice professionista Cristina Gessner offrità una prova di trattamento gratuito. E’ necessaria la prenotazione facendo riferimento a Cristina Gessner +39 0221117386 cristinagessner2000@gmail.com www.cristinagessner.com.

 

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Curare le fobie

Che cosa sono, quali cause hanno e come si curano le fobie

Cosa sono le fobie?

Le fobie sono i più frequenti Disturbi d’Ansia nella popolazione. La fobia è una paura incontrollabile, di elevata intensità e non giustificabile dallo stimolo che la provoca. Le fobie sono causate da situazioni o da oggetti che non sono realmente pericolosi o minacciosi quanto la persona fobica crede. Ogni tipo di ragionamento e di spiegazione razionale non può rassicurare a lungo la persona che soffre di una fobia.

Gli adulti possono avere la consapevolezza che lo stimolo fobico non è così pericoloso come da loro percepito, ciò nonostante l’esposizione alla situazione temuta induce una reazione neurovegetativa e psichica che può variare dall’attacco di panico a forme più moderate e lievi di sofferenza emotiva. Spesso, invece, i bambini non possono riconoscere la infondatezza dalla loro forte paura.

Un paziente affetto da fobia svilupperà, di fronte all’oggetto o alla situazione che lo spaventa, una serie di sintomi fisici dovuti all’alterazione dell’equilibrio neurovegetativo: tremore, tachicardia, sudorazione, problemi  intestinali o anche maggiore necessità di urinare, mancanza di aria e respirazione veloce e superficiale, rossore del volto. Questi disturbi sono così spiacevoli che inducono la persona a evitare di confrontarsi con la situazione che li determina; si creano così le condotte di evitamento, caratteristiche del disturbo.

Le condotte di evitamento sono, infatti, obiettivo primario della terapia delle fobie, poiché hanno il potere di rinforzare e incrementare la paura e di influire negativamente sull’autostima del soggetto il quale si percepisce via via sempre meno in grado di fare fronte alla sua paura. Talvolta, invece, lo stimolo fobico è tollerato dal paziente ma a spese di un forte sforzo emotivo e di volontà.

Anche l’ansia anticipatoria è tipica dei disturbi fobici e consiste nel fatto che la persona inizia a percepire pensieri di paura e reazioni fisiche anche soltanto al pensiero della situazione che a breve dovrà affrontare.

Esempi frequenti di fobia sono: paura degli animali, specie di insetti, topi e serpenti, la paura dei cani, la paura di volare, di svenire, di arrossire, la paura dell’ascensore, del sangue, delle ferite, delle iniezioni, del dentista, dei temporali, dell’altezza, del buio, della velocità, dei luoghi chiusi, di attraversare un ponte, la paura di soffocare o di vomitare.   Si parla di Fobia Specifica in quanto la paura e l’ansia che ne consegue, non è generalizzata ma riguarda appunto una situazione particolare.

Le fobie specifiche sono più frequenti nel sesso femminile con  un rapporto di 2 a 1 circa.  Sebbene siano i disturbi d’ansia e psichiatrici più diffusi, raramente la loro gravità è tale da compromettere seriamente la vita della persona che ne soffre. Il trattamento si rende necessario soltanto nei casi in cui il disagio personale o la menomazione della quotidianità è tale da interferire con la vita del paziente.  Ad esempio, la paura di volare potrebbe interferire in modo rilevante in alcune professioni in cui gli spostamenti  aerei sono indispensabili, inducendo quindi la persona a rinunciare alla posizione lavorativa proposta.

Spesso i pazienti che chiedono aiuto hanno fobie multiple e comunque nel corso della loro vita possono sperimentare diversi tipi di Disturbo d’Ansia come gli Attacchi di Panico o anche altre forme come il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

Quali sono le cause delle fobie?

Lo sviluppo di una fobia di gravità tale da rappresentare un disturbo avviene per l’interazione  di una vulnerabilità biologica con uno stimolo ambientale. A volte il paziente può avere sperimentato nella sua vita un evento traumatico che ha indotto lo sviluppo della fobia, come ad esempio, essere stato morso da un cane. Non tutte le persone che subiscono un evento traumatico andranno incontro però alla sintomatologia ansiosa, perché è necessaria l’inclinazione biologica allo sviluppo dei sintomi. E’ anche decisivo il modo in cui il soggetto è in grado di elaborare cognitivamente l’accaduto, le sue strategie di gestione dello stato d’ansia, nonché l’ambiente relazionale che supporta il soggetto nelle fasi di sperimentazione ed elaborazione del trauma. Un’elevata percentuale di soggetti fobici viene da famiglie in cui un membro soffre di fobia o altri disturbi d’ansia, confermando sia la dimensione biologica sia quella psicologica dell’ansia.

Come si curano le fobie?

Il trattamento delle fobie richiede sempre un intervento di Psicoterapia. Sebbene la valutazione del più corretto approccio psicologico si debba basare sulla valutazione specifica e personalizzata del singolo paziente, in linea generale i disturbi fobici rispondono bene alla terapia cognitivo-comportamentale. Nelle fobie specifiche spesso sono sufficienti alcuni mesi di terapia per estinguere la fobia, l’ansia anticipatoria e i comportamenti di evitamento associati.

A seconda della frequenza con cui il soggetto deve confrontarsi con lo stimolo fobico, e quindi dell’entità e della frequenza della sua ansia, si potrà valutare l’utilizzo di una terapia farmacologica. Nel caso in cui vi sia la necessità di affrontare una situazione ansiogena solo saltuariamente,  si possono prescrivere farmaci che il paziente potrà utilizzare al bisogno. Questi farmaci non sono curativi ma agiscono sulle manifestazioni mentali e fisiche dell’ansia. A questo scopo si usano le benzodiazepine, i classici farmaci ansiolitici.

A volte può essere utile prescrivere un beta-bloccante cioè un farmaco che riduce soprattutto le manifestazioni somatiche e neurovegetative della paura. Negli altri casi, cioè quando l’esposizione allo stimolo fobico è più frequente e può effettivamente creare disagi nella vita del paziente, la terapia corretta consiste nell’utilizzo di farmaci serotoninergici che hanno un ottimo potere anti ansia, sempre comunque in associazione alla psicoterapia, al fine di poter in seguito sospendere l’assunzione delle medicine.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di fobie a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il cervello che cambia

Il cervello che cambia

Una delle scoperte scientifiche più importanti degli ultimi decenni riguarda il nostro cervello e ha avuto un’enorme risonanza per la medicina, in particolare per le malattie che si manifestano quando le funzioni di questo nobile organo perdono la loro regolazione, come la Depressione.

Ora sappiamo che il cervello umano è dotato di plasticità, cioè della capacità di cambiare la sua struttura e il suo modo di funzionare in relazione all’ambiente nel quale viviamo. Fino a poco tempo fa si pensava che, una volta completato lo sviluppo, i neuroni e le sinapsi non potessero più cambiate né come numero né come conformazione. Nei decenni precedenti, la scienza è riuscita a scoprire che sintomi come l’ansia o la depressione sono causati da alterazioni dell’equilibrio e della sinergia dei neurotrasmettitori, le molecole che nel cervello permettono il funzionamento dei neuroni, la trasmissione degli impulsi e dei segnali nervosi. Tutto ciò ha dato la possibilità ai ricercatori di formulare molecole che potessero ripristinare lo stato di equilibrio e di conseguenza eliminare i sintomi.

Nel corso degli anni gli scienziati impegnati in questa ricerca hanno selezionato molecole sempre più raffinate e selettive, che agiscano possibilmente soltanto là dove c’è bisogno, causando il minore numero possibile di effetti collaterali. Impresa non facile se si pensa a quanto sia complesso il nostro organismo e in particolare il cervello, organo tra l’altro non facile da studiare proprio anche per la sua collocazione all’interno della scatola cranica. In fondo questo è ciò che accade per le malattie di molti altri organi o apparati del nostro corpo: i sintomi sono legati ad un alterato equilibrio dell’organo o del tessuto e i farmaci intervengono eliminandolo e riportando la situazione alla normalità.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

Questo concetto per gli psicofarmaci è molto importante perché una delle paure principali di molti pazienti è che il farmaco “alteri il loro modo di essere, la propria personalità”. In verità l’effetto del farmaco è proprio il contrario, eliminando lo squilibrio riporta la persona a come era prima della comparsa dei sintomi, con tutte le sue caratteristiche personali, tutti i suoi punti di forza e risorse e tutte le sue fragilità. Questa importantissima scoperta ha modificato in modo davvero rivoluzionario il destino di tante persone affette da Disturbi d’Ansia o da Depressione che ora possono finalmente condurre una vita del tutto normale.

Il cervello è dotato di neuroplasticità

In anni più recenti sono migliorate notevolmente le metodiche di studio sul cervello, con la possibilità di un’indagine diretta della sua struttura e del suo funzionamento attraverso esami diagnostici sofisticati come la TAC , La Risonanza Magnetica, la PET, e soprattutto la fRMN, cioè la Risonanza Magnetica Funzionale che permette proprio di vedere, in tempo reale, cosa succede nel nostro cervello durante le normali attività che svolgiamo, funzioni come il pensare o il guardare una immagine o quando proviamo emozioni come  ansia, paura, gioia o rabbia o ancora durante l’esecuzione di pratiche che favoriscono la concentrazione e il rilassamento.

Le neuroscienze hanno poi affinato sempre più la possibilità di indagare le funzioni del nostro cervello e della nostra mente attraverso  valutazioni indirette delle funzioni cognitive come ad esempio test o prove di performance, utili sia a scopo di diagnosi  che per fini di ricerca. Da tutto ciò deriva l’importantissima scoperta del fatto che il cervello umano può cambiare nel tempo, può modificarsi non solo per ciò che concerne il suo funzionamento ma anche  modificare la sua struttura. Ciò che si è scoperto è che questi cambiamenti, tipici della fase dello sviluppo, permangono anche nell’età adulta e sono influenzati dall’ambiente e dalle esperienze che facciamo durante la vita.  Si tratta di una plasticità che può essere indotta durante tutta la nostra esistenza.

Le ripercussioni di queste scoperte sono estremamente importanti e la speranza è che la scienza possa progredire fino al punto di poter influire positivamente su queste capacità rigenerative, cosa che permetterebbe futuri scenari di cura su alcune malattie cerebrali, in quei casi in cui il tessuto cerebrale viene lesionato per diversi motivi, come un ictus o un trauma.

Allo stato dell’arte comunque, sapere che le esperienze e l’ambiente possono influire e modificare la struttura dell’encefalo, anche durante la vita adulta, ha permesso di dare una spiegazione più precisa e concreta di ciò che avviene in psicoterapia.

La psicoterapia cioè, pur essendo un trattamento che si fonda sulla parola, crea nel tempo modifiche a livello del tessuto cerebrale, al punto tale da poter esser considerato un “trattamento biologico”, che porta ad un efficace cambiamento psicologico sotteso da modifiche neurobiologiche. Come tutte le esperienze umane, quindi, anche la psicoterapia genera influenze e cambiamenti sulla funzione e sulla struttura dell’encefalo e lo fa in modo mirato, cioè il tipo di esperienza che viene fatta in psicoterapia porta a modifiche efficaci ad attivare vie neuronali che permettano alla mente di calmarsi e di funzionare in modo più integrato e collaborativo tra le diverse aree, quelle dove in seguito alle esperienze della vita si generano le emozioni e quelle che ci permettono di dare a queste emozioni dei significati corretti e ci aiutano ad autoregolarci quando queste emozioni sono intense e difficili.

E’ una specie di percorso al contrario: esperienze di sofferenza e di trauma generano attivazione di circuiti neuronali che vengono resi meno attivi dalla psicoterapia, la quale stimola la formazione e l’attivazione di  vie neuronali più utili ad uno stato di calma emotiva e di equilibrata razionalità. Queste modifiche riguardano le sinapsi, cioè le congiunzioni tra un neurone e l’altro, che possono attivarsi e aumentare numericamente o all’opposto possono spegnersi, quietarsi. In una mente calma sono attive strutture e vie neuronali differenti da quelle attive in una mente agitata. Ad esempio, attraverso le tecniche di neuroimaging, metodiche che permettono la  visualizzazione del cervello, si è visto che in una mente tranquilla le strutture profonde, deputate al controllo emotivo come l’amigdala, sono meno attivate,  mentre sarà più presente un controllo da parte di strutture più evolute, situate nella parte della corteccia che sono deputate alla elaborazione cognitiva degli eventi emotivi.

La psicoterapia modifica strutturalmente il cervello

Se la psicoterapia può essere quindi considerata un trattamento che modifica strutturalmente il cervello e regola il modo in cui i diversi circuiti di neuroni vengono attivati o silenziati. E’ ben intuibile come una sinergia tra un trattamento farmacologico e una psicoterapia rappresenti la migliore strategia di cura nei disturbi come l’Ansia e la Depressione. D’altronde l’efficacia della psicoterapia in questa condizioni è oramai comprovata da una notevole massa di studi a suo favore. Integrando i due tipi di trattamento si agisce non solo a livello psicologico, aiutando cioè il paziente a pensare in modo diverso a sé e alle proprie difficoltà o a relazionarsi in modo più efficace, si agisce anche direttamente modificando l’attività dei neuroni e in generale l’assetto neurobiologico del cervello.  Le ripercussioni positive di ciò possono riflettersi su tutto l’organismo dal momento che alcune strutture cerebrali sono  responsabili di fenomeni come la secrezione degli ormoni dello stress, i quali generano importanti  influenze su tutto il corpo fisico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo Post Traumatico da Stress

 Il Disturbo Post Traumatico da Stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress è una patologia psichiatrica non molto frequente, almeno nelle sue forme più gravi ed evidenti, dovuta all’impossibilità del sistema nervoso di integrare in modo adeguato una o più esperienze psicologicamente traumatiche.

In verità potrebbe anche essere una patologia sottostimata in quanto di non facile diagnosi, a meno che non  vi sia un chiaro, inequivocabile evento drammatico accaduto nella vita del paziente.
In assenza dell’evento traumatico evidente può essere confuso con forme di Depressione o di Distimia o con un Disturbo d’Ansia Generalizzato, o anche mascherarsi dietro una storia di abuso di sostanze e di alcool.

I sintomi del disturbo post traumatico da stress

Sono, infatti, numerosi i pazienti che presentano sintomi tipici di iperattivazione neurovegetativa e di evitamento, nonché le memorie emotive intrusive tipiche del Disturbo Post Traumatico. E’ verosimile che questi soggetti abbiano sperimentato e vissuto situazioni traumatiche meno evidenti, meno puntualmente riconoscibili ma più sottili e durature nel tempo, dando luogo ad una reattività  psichica ed emotiva molto simile  a quello dei gravi traumatizzati.

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, nella sua forma più tipica ed evidente, si sviluppa in una certa percentuale di soggetti che hanno vissuto eventi di vita gravemente traumatici, che hanno implicato gravi lesioni personali o ai propri cari, o comunque la grave minaccia alla loro integrità fisica  o a quella di altre persone. E’ il tipico disturbo che colpisce una parte della popolazione dopo un disastro naturale, un terremoto o una grave alluvione, incidenti stradali, rapimenti o gravi aggressioni. E’ stato valutato che persino una certa percentuale degli individui impegnati in azioni di volontariato e soccorso dopo eventi di questo tipo può sviluppare un PTSD.

Molte delle conoscenze sull’insorgenza e sulle manifestazioni di questo disturbo, nonché sulla sua diagnosi e terapia, derivano dalle osservazioni dei reduci di guerra. Non è però necessario essere stati sotto i bombardamenti o vittime di eventi naturali catastrofici per sviluppare un disturbo i cui sintomi, magari più sfumati e meno invalidanti, permettono di porre questa diagnosi.

Una delle caratteristiche tipiche di questo disturbo è che il trauma continua a ripresentarsi nella mente di chi l’ha vissuto e questa situazione, in cui l’attenzione emotiva e cognitiva sono rivolte al trauma, allontana il paziente dalla realtà che lo circonda verso la quale sviluppa una sorta di distacco emotivo, di estraneità sia ai fatti che alle persone. Questi ricordi intrusivi dell’evento vissuto, possono essere immagini mentali, pensieri o ricordi che si ripresentano con insistenza e senza che il paziente possa controllarli o allontanarli. Queste memorie dolorose generano un’attivazione neurovegetativa intensa, che a sua volta da luogo ad una serie di disturbi che si possono manifestare sulla salute del fisico.

Sostanzialmente questi pazienti vivono in una condizione cronica di stress e di attivazione neuro-ormonale dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con tutte le conseguenze non solo psicologiche ma anche somatiche di questa condizione.

Può anche accadere, sebbene raramente, che questi pazienti sviluppino prevalentemente sintomi fisici con scarse manifestazioni psicologiche, il che rende la diagnosi ancora più complicata, ad esempio disturbi gastrici o intestinali, dolori posturali o patologie a livello muscoloscheletrico, ipertensione, problemi cardiaci e problematiche che interessano la sfera della sessualità. Sono questi i casi in cui è necessaria un’attenta e puntuale anamnesi della vita del paziente, a partire dalla sua infanzia, indagando su ogni possibile situazione che sia o sia stata potenzialmente traumatica, considerando anche che il sistema di gestione delle emozioni in un bambino è ancora in via di sviluppo e di consolidamento, per questo situazioni che ad una valutazione più superficiale e razionale possono apparire del tutto normali, creano spesso invece  una atmosfera traumatica e patogena per lo sviluppo sano del bambino. Mi riferisco soprattutto a situazioni emotivo-relazionali inerenti alle dinamiche famigliari alle quali il bambino può essere esposto senza possibilità di difesa.

In questi casi non sempre si trovano eventi che normalmente sarebbero definiti come traumatici a livello psichico, ma lo psichiatra può certamente riconoscere, sotto una superficie di apparente normalità, ciò che ha gravemente interferito con lo sviluppo armonico, tranquillo e solido del bambino.

Caratteristica del PTSD è una condizione di cronico di disagio psicologico e di attivazione neurovegetativa per cui il soggetto vive in un costante stato di tensione emotiva e fisica, ipersensibilizzato ad ogni cambiamento di stato interno o evento esterno che possano riattivare le memorie traumatiche dell’evento, o degli eventi, nel corpo e nella mente.

Questo stato viene definito come un aumento dell’arousal e si manifesta anche determinando disturbi del sonno, come difficoltà  nell’addormentamento o nel mantenimento del sonno, nonché facile irritabilità, difficoltà nella concentrazione e nella memoria di fissazione. I disturbi del sonno  sono spesso accompagnati da  incubi ricorrenti che riguardano l’evento vissuto, questo ovviamente nei casi in cui i sintomi sono conseguenti ad un puntuale evento traumatico.
I flashback sono anche tipici del PTSD e consistono in esperienze emotive in cui il paziente si dissocia dalla realtà e si sente esattamente come se stesse rivivendo l’evento traumatico.

Il paziente vive nel costante tentativo di evitare la sofferenza psicologica e fisica che la riattivazione del trauma determina e mette in atto una serie di manovre difensive, condotte di evitamento che lo limitano nella propria quotidianità, a volte compromettendo seriamente le relazioni personali o il lavoro.

Ad esempio evita luoghi e situazioni ma anche persone e relazioni che possano generare sentimenti anche lontanamente simili a quelli che ha vissuto. In generale queste persone tendono a vivere la loro vita in uno stato di ottundimento delle emozioni che li fa sentire, ed apparire, distaccati dal contesto sociale. E’ come se rimanessero incastrati in una emotività traumatizzata e quindi impossibilitati a prendere contatto in modo adeguato con il mondo attuale.

La possibilità, e la probabilità, che si sviluppi un Disturbo Post Traumatico da Stress è correlata alla gravità della situazione traumatizzante e ovviamente ad altre variabili come una vulnerabilità personale di base, che è differente in ciascuna persona, la possibilità di trovarsi in un contesto di supporto che riconosca e che aiuti l’elaborazione del trauma. Ovviamente anche l’età della persona esposta al trauma è un fattore discriminante importante e pare che le donne siano leggermente più predisposte degli uomini allo sviluppo di PTSD. Ecco quindi che non sempre vi è una correlazione del tutto lineare tra gravità del trauma e sviluppo dei sintomi.

La terapia del disturbo post traumatico da stress

Normalmente la cura di questa forma di disturbo prevede un’associazione di terapia farmacologica e di psicoterapia.

La cura con i farmaci è indispensabile nei casi in cui i sintomi siano troppo invalidanti per lo svolgimento di una vita normale sul piano scolastico o lavorativo e sociale, nonché quando la sofferenza esperita dal paziente è troppo intensa. Negli altri casi si potrà valutare anche durante lo svolgimento della terapia psicologica l’eventuale necessità di un supporto farmacologico. Ottimi alleati in questi casi sono i farmaci che agiscono sulla serotonina, come gli SSRI, associati eventualmente ad altre molecole ad azione ansiolitica o ipnoinducenti, se necessarie.

La terapia è quindi sovrapponibile a quella indicata in altri Disturbi d’Ansia o anche nei Disturbi dell’Umore. Spesso inoltre i pazienti sofferenti per i sintomi causati da un trauma, o da situazioni traumatiche, possono sviluppare Depressione o altre forme di Disturbo d’Ansia.

La terapia psicologica è però in cardine indispensabile per aiutare questi pazienti a liberarsi dei sintomi e a riprendere una normale esistenza. Il trattamento più indicato andrà scelto in base alla conoscenza profonda della situazione psicopatologica, della vita del paziente, della sua struttura di personalità, della sua infanzia, del suo ambiente affettivo e relazionale attuale. La terapia psicologica di tipo psicodinamico è verosimilmente più indicata là dove la sofferenza derivi dall’avere vissuto all’interno di un contesto di crescita problematico e traumatizzante. Altre forme di terapia come la Cognitivo-Comportamentale e l’EMDR (Eye   Movement Desensitization and Reprocessing)  sono più indicate se i sintomi insorgono dopo che la persona è stata esposta ad un grave evento drammatico e traumatizzante che viene riferito durante la raccolta della anamnesi.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di terapia del disturbo post-traumatico da stress a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.