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Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Il significato letterale dalla parola Agorafobia è il timore dei luoghi aperti.  Nella grecia antica il termine Agorà indicava, infatti, la piazza, il luogo aperto dove ci si incontrava nella città.

In psichiatria il significato è simile ma con delle specifiche più ampie.
L’agorafobia è la paura di trovarsi in situazioni in cui può essere difficile chiedere aiuto o allontanarsi nel caso si manifestassero ansia o sintomi imbarazzanti ( tipicamente il bisogno di correre al bagno).

Gli agorafobici temono tipicamente situazioni come l’essere in auto, soprattutto in autostrada,   recarsi in supermercati o centri commerciali, evitano situazioni affollate come ad esempio i concerti.
Molto frequente è la difficoltà o l’impossibilità di viaggiare sui mezzi pubblici, soprattutto sotterranei e in aereo.
Altre situazioni comunemente temute da chi soffre di agorafobia sono i ponti o l’utilizzo dell’ascensore, a volte anche solo recarsi al cinema o in un ristorante può essere motivo di preoccupazione ed ansia.

Erroneamente si pensa che l’agorafobia sia sempre associata al Disturbo da Attacchi di Panico, in realtà molti pazienti non hanno mai esperito attacchi di panico ma semplicemente sviluppano uno stato di ansia intensa, diversa dal panico, quando sono esposti alle suddette situazioni.


Evitamento e dipendenza

Il timore di affrontare contesti che si presentano quotidianamente può creare una importante  compromissione della propria autonomia di vita, con una limitazione del funzionamento sociale, lavorativo e a volte anche famigliare.

Mentre, infatti, alcuni stimoli fobici possono essere evitati senza grosse conseguenze nel quotidiano, altri, più frequenti e necessari per lo svolgimento della propria vita lavorativa o di svago, sono evitati dai pazienti che necessariamente andranno incontro a quelle che vengono definite condotte di evitamento.

Un’altra conseguenza è lo sviluppo di dipendenza da figure che rappresentano una base sicura e un punto di riferimento, molte esperienze  possono essere affrontate soltanto se con il supporto di famigliari o persone note e al corrente del problema.

Evitamento e dipendenza se non trattate si ampliano sempre di più con un decorso ingravescente che riduce gradualmente le possibilità di questi pazienti di muoversi in autonomia e di godere della loro vita e libertà.

A volte alcuni pazienti più resilienti non rinunciano e si espongono alle situazioni temute ma questo genera sempre in loro uno stato di forte allarme con sintomi tipici di quando siamo in situazione di pericolo e abbiamo paura.

I sintomi più frequenti sono: tachicardia e tachipnea, tremori, sudorazione, stato di allarme psichico, tensione muscolare, spesso dolori addominali meteorismo e sintomi diarroici o urgenza di fare pipì.
In alcuni casi i sintomi raggiungono livelli più alti e si concretizza un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.

Un’altra conseguenza dell’agorafobia, quando non trattata, può essere l’abuso di farmaci, alcol o droghe a scopo auto-terapeutico.

L’agorafobia insorge solitamente dopo l’adolescenza e colpisce con frequenza simile sia i  maschi che le femmine. Se non curata il decorso è ingravescente e anzi tende a peggiorare nel tempo.
Spesso questi pazienti sono stati bambini affetti da ansia da separazione o comunque da qualche problematica nella relazione con le figure di accudimento, bambini che per qualche motivo insito nel loro temperamento più sensibile o nella personalità del care-giver non hanno sviluppato la certezza di una base sicura e di un attaccamento stabile e tranquillizzante con i genitori.

L’Agorafobia, con o senza attacchi di panico va sempre curata.
Se i sintomi sono invalidanti, è necessario impostare una terapia farmacologica con SSRI, cioè farmaci che agiscono sul neurotrasmettitore Serotonina, implicato nello sviluppo dei disturbi d’ansia. Nel primo mese di terapia è buona pratica inserire anche un ansiolitico di supporto in quanto il tempo di latenza dei farmaci serotoninergici è appunto di 3 / 4 settimane durante le quali i pazienti non percepiscono ancora i benefici della terapia medica.

Accanto all’approccio biologico è però assolutamente indispensabile consigliare ai pazienti un periodo di psicoterapia che ha l’obiettivo di ridurre i conflitti e le paure alla base del problema e di aiutare il paziente a gestire meglio la sua emotività e la sua ansia.

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Quando l’ansia è un’ossessione

 Quando l’ansia è un’ossessione

Esiste un pregiudizio diffuso secondo il quale se una persona è abituata a pianificare meticolosamente i suoi impegni, preoccupata di avere le mani sempre ben pulite o ad organizzare il week end fino all’ultimo dettaglio, potrebbe soffrire di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo.

Le azioni che spesso vengono comunemente associate al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, quali il lavaggio reiterato delle mani o controllare più volte la chiusura  delle porte o del gas, possono anche essere manifestazioni di lievi tendenze ossessive che molte persone manifestano come abitudine ma che non devono essere considerate patologiche.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è invece una patologia psichiatrica grave, spesso non riconosciuta o sottovalutata dalla società, dai pazienti stessi, inconsapevoli di avere un problema e anche, talvolta, da alcuni medici. Fra i Disturbi d’Ansia è forse il più debilitante e complesso per ciò che concerne la gestione terapeutica.

Come suggerisce il nome, i sintomi nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo sono di due tipi: i pensieri intrusivi sotto forma di immagini create mentalmente, parole ripetute, numeri, filastrocche, pensieri su cose da fare o timori fobici, conosciuti come ossessioni, e i comportamenti compulsivi che sono messi in atto per controllare l’ansia che queste ossessioni causano nei malati. Esistono soggetti con una personalità incline al controllo ossessivo ma Il vero DOC è raro, e può essere molto debilitante: in questo caso manca completamente il controllo sui propri pensieri ossessivi e sulle compulsioni, a volte addirittura manca anche la consapevolezza della malattia e ciò  può interferire con il lavoro, la scuola o la vita sociale, fino al causare una grave compromissione del funzionamento socio-lavorativo e un profondo malessere soggettivo.

L’interferenza sul funzionamento psico-sociale, sulla qualità di vita e con le normali attività è infatti un criterio diagnostico che discrimina coloro che sono affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo da tutti coloro che potrebbero solamente essere un po’ più meticolosi o maniaci con l’igiene o l’ordine. Nonostante l’ossessione dell’igiene, la paura di contaminazione e quindi il lavaggio ripetuto delle mani sia il sintomo più comune del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, le manifestazioni sintomatologiche possono assumere le forme più disparate.

Le ossessioni possono manifestarsi spesso come timori di nuocere agli altri o a sé stessi con azioni incontrollate o preoccupazioni su schemi precisi di comportamento, moralità o sull’identità sessuale. Le compulsioni possono manifestarsi come la necessità di controllare meticolosamente l’igiene personale, a volte anche riversata sui famigliari, spesso purtroppo sui figli che non possono riconoscere l’irrazionalità della preoccupazione del genitore. Altri pazienti hanno l’assoluta necessità di disporre meticolosamente gli oggetti, di controllare più e più volte la corretta chiusura di porte, finestre o gas, o ancora di spostarsi seguendo pattern prestabiliti, magari non calpestando mai i bordi delle piastrelle. Molte persone che soffrono di Disturbo Ossessivo-Compulsivo capiscono  la relazione tra le loro ossessioni e le compulsioni, non poter evitare comportamenti compulsivi quando si è però perfettamente consapevoli dell’irrazionalità delle proprie ossessioni rende questa patologia una condizione profondamente invalidante sul piano emotivo, genera stress e a volte può complicarsi con aspetti depressivi.
Le persone affette da Disturbo Ossessivo-Compulsivo possono addirittura arrivare a “sentirsi pazze” a causa dell’ansia che percepiscono e che sanno essere basata su pensieri irrazionali e a causa dell’impossibilità di controllare le proprie compulsioni.

Quale è la causa del disturbo ossessivo-compulsivo?

Purtroppo, ancora non è completamente chiaro. Abbiamo però degli indizi importanti: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è considerata una patologia che origina su basi neurobiologiche e i ricercatori hanno identificato le aree principali del cervello che potrebbero essere implicate in questi pattern comportamentali alterati: la corteccia orbitofrontale (responsabile del comportamento sociale e della pianificazione cognitiva ), il nucleo caudato (coinvolto nella regolazione dei movimenti volontari) e il giro del cingolo (area responsabile del controllo emotivo e delle risposte emotive ad eventi esterni).

Che vi sia una base neurobiologica nel DOC è anche segnalato dalla frequente presenza di famigliari malati nella stessa famiglia. E’ anche vero che l’ansia e le sue manifestazioni sotto forma di tendenza al pensiero ossessivo e a comportamenti ripetitivi e maniacali, è anche una modalità che impatta fortemente sui figli di madri o di padri affetti da questo problema, se non curati. I bambini crescendo sono fortemente influenzati e possono modellare i propri schemi mentali, cognitivi e di comportamento a quelli del genitore malato che si è preso cura di loro. Quindi, anche in questo caso possiamo sostenere che la genesi è di tipo bio-psico-sociale ed è per questo che il trattamento corretto di un paziente affetto da Doc deve integrare sempre la cura farmacologica alla psicoterapia.

Curare il disturbo ossessivo-compulsivo

Anche il DOC, come gli altri Disturbi d’Ansia, sembra essere associato a bassi livelli di serotonina, un neurotrasmettitore che permette la comunicazione tra varie parti del cervello e regola processi vitali quali umore, aggressività, controllo degli impulsi, sonno, appetito, temperatura corporea e dolore.

La cura per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo si basa sull’utilizzo di farmaci serotoninergici, che aumentano quindi la quantità di serotonina a livello cerebrale.  In associazione al farmaco va sempre consigliata la psicoterapia. L’approccio cognitivo-comportamentale gradualmente desensibilizza il paziente dall’ansia causata dalle proprie ossessioni e lo aiuta nella gestione dell’impulso ad agire le compulsioni. In alcuni casi può essere preferibile consigliare al paziente una psicoterapia psicodinamica che si basa su presupposti teorici e tecnici differenti rispetto alle terapie cognitivo-comportamentali.

La scelta del migliore approccio deve essere personalizzata e può avvenire soltanto dopo che il medico ha incontrato e visitato il paziente attraverso un colloquio clinico e ha approfondito la conoscenza della sua situazione attuale e le sua storia di vita personale e famigliare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Ossessioni e Disturbo Ossessivo Compulsivo a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

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Respirate e rallentate contro il panico

Respirate e rallentate contro il panico

Il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) è  purtroppo oggi molto frequente. Le cause che determinano l’insorgenza del DAP sono davvero numerose, non sono ancora del tutto chiarite e in ogni singolo paziente è individuabile un insieme di concause, biologiche e psicologiche, che vanno attentamente valutate per impostare il trattamento corretto.

I meccanismi di risposta allo stress e gli attacchi di panico

Indubbiamente nella società occidentale, orientata al raggiungimento di performance sempre più elevate sia su un piano lavorativo, economico, sociale ed estetico, sia su tanti altri versanti, l’essere umano è sottoposto a un carico di richieste continue e pressanti cui fare fronte che su un piano biologico attiva cronicamente i meccanismi di risposta allo stress ponendo le basi per il notevole aumento dell’insorgenza di questa patologia al quale stiamo assistendo. Quindi la comparsa del disturbo fa spesso seguito a situazioni ambientali e contingenti che sono vissute dal soggetto come stressanti, situazioni cioè che disturbano l’equilibrio dell’organismo il quale risponde con tutta una serie di adattamenti neuropsichici, emotivi, ormonali, immunologici e motori che configurano La Sindrome Generale di Adattamento di Selye, più comunemente conosciuta come STRESS.

Curare gli attacchi di Panico a Milano Psichiatra a Milano Psicoterapeuta

Innanzitutto RICORDATE:
• Il Disturbo da Attacchi di Panico è una patologia diffusa e ben conosciuta.
• Avere avuto un attacco di panico non significa soffrire di Disturbo da Attacchi di Panico.
• Il Disturbo da Attacchi di Panico è un disturbo che può essere curato con efficacia.
• Durante gli attacchi di panico non si impazzisce né si muore!
• Durante gli attacchi di panico non si commettono atti pericolosi per sé o per gli altri

>> Scarica l’infografica “Niente panico!” in formato pdf

E’ interessante notare che tra queste situazioni spesso la comparsa di panico nell’essere umano è correlata a esperienze di “lutto” e di distacco. Questo termine, in questo contesto, va inteso in senso lato, riguarda cioè quelle situazioni in cui  la persona si trova esposta a eventi di separazione, reali o temuti; la comparsa di ansia e panico riguarda prevalentemente soggetti predisposti i quali, il più delle volte, hanno mostrato da bambini ansia da separazione dalle figure di riferimento e in generale sintomi di ansia durante l’infanzia. Questo perché nel bambino la separazione dai genitori è un processo molto complesso sul piano psichico, con un impatto emotivo profondo e il modo con cui avviene, o è vissuta, da luogo a stili di attaccamento che si apprendono in età infantile ma che rimangono invariati per tutta la vita nelle relazioni adulte, i quali possono comportare una vulnerabilità emotiva eccessiva nei confronti delle esperienze di distacco.

In questi casi la separazione affettiva è vissuta come un grave pericolo alla sopravvivenza e l’organismo reagisce con una risposta biologica intensa che si manifesta in tutta la sua gravità, nei soggetti predisposti, con la comparsa dell’attacco di panico. Ciò però può accadere anche quando l’esperienza di lontananza dalle figure di riferimento non compromette la relazione, ma appartiene ai quotidiani momenti di autonomia che la vita impone. A volte addirittura non vi è a livello concreto nella vita del paziente nessun evento di potenziale distacco ma il vissuto è comunque presente a livello inconscio, nel mondo psichico del paziente e agisce come spina irritativa psichica.

L’attacco di panico dal punto di vista biologico

Da un punto di vista biologico le persone affette da DAP dimostrano una particolare sensibilità di alcune zone encefaliche alle fisiologiche modificazioni di concentrazione di Anidride Carbonica (CO2); la stimolazione di queste zone produce frequenti e intensi falsi segnali di asfissia (mancanza d’aria) che è uno dei sintomi tipici del panico e dell’ansia.  Queste sono zone ricche di neuroni che inducono il rilascio di adrenalina procurando la reazione di allarme e l’attacco ansioso acuto tipico del panico. Per questo motivo è molto importante imparare come respirare, sia durante l’attacco di panico, sia per prevenirlo, sia in generale nella vita di tutti i giorni, evitando la respirazione superficiale, troppo veloce e frequente che è tipica del paziente ansioso.

Il controllo del respiro durante l’attacco di panico

L’uomo moderno ha disimparato a respirare in modo corretto, riempie i polmoni solo parzialmente e respira troppo velocemente, con la conseguenza di non sfruttare le potenzialità dell’apparato respiratorio nell’ossigenare il sangue e quindi gli organi, cervello compreso. Respirando in modo più fisiologico alleniamo e potenziamo tutti i muscoli della gabbia toracica e in particolare impariamo ad utilizzare il diaframma, muscolo a forma di cupola che divide la cavità toracica da quella addominale.

La respirazione diaframmatica oltre ad essere benefica nel ridurre lo stato di attivazione psichica “massaggia” gli organi cavi addominali, favorendo lo svuotamento dello stomaco e promuovendo la peristalsi intestinale, è quindi un ottimo ausilio nelle persone che soffrono di stitichezza e di problemi digestivi in genere, patologie spesso correlate a stati d’ansia.

Il respiro deve essere lento, normalmente noi eseguiamo un numero eccessivo di respiri ogni minuto, dobbiamo imparare a ridurre la frequenza degli atti respiratori che devono essere più completi e profondi.

Allenarsi in questo senso ogni giorno per almeno 5/10 minuti è una strategia utile e benefica per chi soffre di ansia, nel tempo anche quando non ci concentriamo sulla respirazione, quindi durante lo svolgimento delle nostre quotidiane attività, il nostro respiro diventa più naturale e sano.

Come modulare i neurotrasmettitori

Il Disturbo da Attacchi di Panico dipende anche da un’alterazione dei sistemi neuronali che utilizzano come neurotrasmettitori la Serotonina, la Dopamina, la Noradrenalina, questo è il motivo per cui agendo su questi sistemi si può ottenere una notevole riduzione dell’ansia e la scomparsa del panico.

Le strategie per riequilibrare questi sistemi sono diverse. Innanzitutto questo può essere ottenuto attraverso l’utilizzo di farmaci specifici contro l’ansia; oggi gli attacchi di panico sono molto ben curabili attraverso il ricorso agli stessi farmaci che si usano nella depressione, malattia nella quale esiste una disregolazione delle stesse vie neuronali. Questi farmaci agiscono nel DAP un po’ come un antibiotico agisce quando si ha un’infezione, cioè curandone le cause biochimiche che ne sono alla base, mentre le Benzodiazepine svolgono un ruolo importante ma esclusivamente di tipo sintomatico, un po’ come la Tachipirina dell’ansia.

Altre strategie per riequilibrare l’assetto dei neurotrasmettitori sono le Tecniche di Rilassamento e tutte le altre pratiche fisiche e mentali che agiscono riducendo lo stato di attivazione psichica e fisica (arousal), favorendo quindi la secrezione di sostanze che abbiano un’azione “calmante” (Melatonina, Serotonina, Gaba, Endorfine) e limitando la secrezione di quelle che hanno una funzione eccitatoria (Adrenalina, Noradrenalina, Cortisolo). Per citarne alcune le pratiche di Meditazione, le diverse forme di Yoga, il Ci Gong, il Tai Chi le Tecniche di Respirazione e i massaggi. I massaggi, ad esempio, agiscono attraverso le incredibili connessioni che esistono tra la cute e il sistema nervoso ( Network cute-cervello) dovute al fatto che nell’embrione umano le stesse cellule daranno vita al sistema nervoso, alla pelle e agli organi di senso. Da qui verosimilmente il potere della musica e anche dei colori di determinare stati di benessere psichico per esempio attraverso la Musicoterapia e la Cromoterapia.

Anche semplicemente imparare a “fare le cose piano” può essere di aiuto nell’alleviare i sintomi d’ansia ed evitare la possibilità che evolvano in panico; spesso chi è ansioso cammina velocemente, mangia velocemente, pensa velocemente e si muove velocemente, nel tentativo di fare tante cose, tutte insieme e aspirando alla perfezione. Imparare uno stile di vita più lento e fisiologico, oltre che meno esigente verso se stessi, è indispensabile proprio per chi soffre di sintomi d’ansia. E come in tutte le cose della nostra vita anche questa capacità richiede, per essere appresa, impegno nell’esercizio di questa regola che non avviene soltanto perché crediamo che sia giusta e utile, dobbiamo ricordaci di applicare il “metodo della maggior lentezza” durante tutta la nostra giornata e le nostre azioni.

 In ultimo si possono ottenere ottimi benefici anche attraverso la Psicoterapia, nelle sue differenti declinazioni, la quale, come oramai è confermato dagli studi di neuro-imaging, determina modificazioni non solo del pensiero e del comportamento ma anche dei neurotrasmettitori, delle connessioni tra le cellule nervose e quindi della struttura e del funzionamento del cervello.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di diagnosi e terapia degli attacchi di panico Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

 

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Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

A cosa servono gli stabilizzatori del tono dell’umore e quando si usano?

Gli stabilizzatori dell’umore sono di farmaci che si utilizzano soprattutto nelle Depressioni Maggiori Ricorrenti e nel Disturbo Bipolare. Il loro compito è proprio quello di mantenere il tono dell’umore in uno stato di equilibrio, prevenendo la ricomparsa di sintomi depressivi o di euforia.

Il nostro umore non è mai costante, varia di giorno in giorno o anche nel corso della stessa giornata. Questo è normalmente dovuto ai diversi stimoli e condizioni ambientali esterne cui siamo esposti e che possono influire sul nostro stato d’animo. Le fisiologiche oscillazioni possono anche essere indipendenti da cause esterne e quindi legate a fattori più intimi di cui siamo inconsapevoli.

Queste oscillazioni da stati di maggiore serenità ad altri di moderata tristezza o preoccupazione sono assolutamente normali e non rappresentano una patologia da curare. Quando le oscillazioni in senso depressivo o in senso euforico sono invece intense e durature, non congrue a ciò che sta accadendo nella vita del soggetto, quando determinano una sofferenza soggettiva che da luogo a comportamenti evidentemente patologici, siamo di fronte ad un Episodio Depressivo o ad un Episodio Maniacale del Disturbo Bipolare.

Queste sono condizioni cliniche con andamento episodico, ciclico che richiedono una terapia protratta per diverso tempo. E’ possibile in questi casi intervenire nella fase acuta con farmaci specifici che servono per contenere i sintomi depressivi o di euforia. E’ però determinante, una volta risolto il quadro clinico più urgente, prevenire le ricadute prescrivendo uno stabilizzatore del tono dell’umore.

Quali sono gli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il farmaco più efficace nel prevenire le recidive è il Litio. Il Litio è un elemento presente in natura, non è quindi un farmaco di sintesi, quando viene assunto per bocca non è metabolizzato ed è eliminato come tale con le urine, una quota piccolissima con le feci e il sudore. Il Litio è considerato il farmaco di prima scelta e, nella maggiore parte dei casi, è in grado di bloccare o comunque di ridurre notevolmente la ciclicità del Disturbo Bipolare o della Depressione Ricorrente. Questo significa cambiare radicalmente il decorso di una malattia che, se non curata nel modo adeguato, diventa molto invalidante per lo svolgimento di una normale esistenza. Con la corretta assunzione di Litio la maggior parte dei pazienti affetti da queste malattie possono condurre una vita del tutto normale.

Un’alternativa è l’utilizzo della Carbamazepina, farmaco ad azione anticonvulsivante che possiede anche proprietà anti-maniacali e stabilizzanti.  Il suo ottimo effetto anti-maniacale, fa sì che spesso sia utilizzato non solo a scopo profilattico ma anche proprio nella fase acuta della malattia. Questo farmaco appartiene alla classe degli anticonvulsivanti cioè medicine utilizzate anche in neurologia per trattare le crisi epilettiche e altre patologie come ad esempio la nevralgia del trigemino. La Carbamazepina può essere utilizzata come valida alternativa nei pazienti che per qualche motivo non tollerano il Litio o presentano controindicazioni al suo utilizzo. A volte viene prescritta in associazione  al Litio per potenziarne l’azione.

L’Acido Valproico o Valproato è anch’esso efficace e, come la Carbamazepina, appartiene alla classe degli antiepilettici. Il suo utilizzo in psichiatria come stabilizzatore che previene le recidive non deve essere di prima scelta ma è da considerare quando la risposta ai precedenti farmaci non è sufficiente o non è indicato il loro utilizzo. Più raramente possono essere prescritti altri farmaci tra cui il Gabapentin, la Lamotrigina o il Clonazepam. Sono molecole meno efficaci da un punto di vista della profilassi delle ricadute, il cui utilizzo dovrebbe essere riservato ai casi in cui non vi sia stata risposta alle precedenti opzioni.

Come si sceglie lo stabilizzatore del tono dell’umore più adatto? 

Se non ci sono controindicazioni assolute, il farmaco di prima scelta deve essere sempre il Litio. Gli studi clinici negli anni hanno chiaramente confermato che rappresenta la scelta più valida ed efficace. Se, nonostante l’assenza di controindicazioni, il paziente riferisce effetti collaterali eccessivamente disturbanti che non si risolvono modulando la terapia, il medico dovrà prescrivere un altro stabilizzatore. Qualche volta può essere anche necessario potenziare l’azione prescrivendo due farmaci contemporaneamente. La scelta si basa quindi su diversi criteri valutabili conoscendo a fondo il singolo paziente e la particolare situazione clinica, nonchè l’evoluzione nel tempo della malattia e delle sue recidive.

Quali sono le controindicazioni all’uso degli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il Litio non deve mai essere assunto in gravidanza e durante l’allattamento. Può, infatti, causare gravi malformazioni a livello dell’apparato cardiovascolare. E’ inoltre controindicato nei pazienti affetti da insufficienza renale o che abbiano da poco avuto infarto del miocardio. Nel caso di un paziente affetto da ipotiroidismo la prescrizione del Litio deve essere fatta con molta attenzione e dopo un’attenta valutazione del costo/beneficio, comunque sempre monitorando costantemente il funzionamento della ghiandola tiroidea. Anche gli altri farmaci stabilizzanti sono controindicati in gravidanza, almeno nei primi tre mesi. La Carbamazepina deve essere assunta con cautela nei pazienti che abbiano presentato problemi a livello di produzione di cellule del sangue ( depressione midollare).

E’ necessario fare esami quando si assumono stabilizzatori del tono dell’umore?

Per quanto riguarda la terapia a base di sali di Litio va specificato che sarà necessario eseguire alcuni accertamenti sia prima della prescrizione sia per tutto il tempo per il quale il farmaco dovrà essere assunto. In questo caso è necessario valutare la funzionalità renale perché il Litio viene eliminato dal rene,  se la funzionalità renale è compromessa c’è rischio di tossicità. Importante anche valutare la funzione della tiroide in quanto a volte il Litio può determinare un lieve ipotiroidismo.

Per completare gli accertamenti in corso di terapia con il Litio è necessario fare un elettrocardiogramma e comuni esami ematochimici. Per gli anticonvulsivanti in genere può essere sufficiente valutare la funzionalità epatica e renale e l’emocromo, cioè la conta delle cellule nel sangue, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Questi esami vanno ripetuti a intervalli regolari durante l’assunzione del farmaco. Inoltre, sia per il Litio sia per la Carbamazepina e l’Acido Valproico, devono essere eseguiti  dosaggi regolari di questi farmaci nel sangue del paziente, attraverso un semplice prelievo.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Il DSM-IV, manuale diagnostico psichiatrico, classifica l’ipocondria all’interno dei disturbi somatoformi, vale a dire quella categoria di disturbi caratterizzati da sintomi fisici non riconducibili ad aspetti fisiopatologici noti. Nonostante questo, tale malattia presenta molti tratti comuni ai disturbi d’ansia.

L’ipocondria è fondata su di una errata interpretazione, non supportata da precise valutazioni mediche, di alcuni segnali fisici. L’erronea stima dei sintomi corporei causa il timore esagerato di essere affetto da una grave malattia.

Secondo il DSM, per poter affermare che si tratti di ipocondria, lo stato d’animo preoccupato deve interferire in maniera significativa nella vita del soggetto per almeno sei mesi. I sintomi sui quali maggiormente si fonda questo disturbo appartengono agli apparati cardiovascolare ed intestinale. L’ipocondria è più diffusa negli uomini e l’età di esordio si concentra intorno ai 40 anni.

Ogni persona sviluppa un’idea delle proprie risorse sulla quale si attesta per poter utilizzare al meglio la propria funzionalità fisica. Quando interviene un evento critico, non per forza traumatico, la percezione di sé può essere messa in discussione e modificarsi. L’evento critico può essere rappresentato dalla morte di una persona conosciuta, dall’esposizione ad informazioni circa patologie mediche, da un transitorio stato di debolezza psico-fisica, oppure da ulteriori eventi che incidono ed influenzano i processi valutativi dell’individuo e che vengono elaborati dando l’avvio ad una interpretazione esagerata in senso peggiorativo dello stato di salute personale. Dal momento in cui vengono attivate, tali convinzioni si radicano nell’esperienza mentale di un corpo malato sotto forma di pensieri e rappresentazioni di parti del fisico compromesse da una patologia. Nella fantasia dei pazienti ipocondriaci esistono immagini vivide di un tumore che si sviluppa nel corpo, di cuore ed arterie logorate, di focolai polmonari, ecc.

Se il soggetto presenta o meno una reale patologia fisica in parallelo al suo stato mentale di eccessiva preoccupazione non è fondamentale al concetto di ipocondria, nel senso che un individuo con una evidente malattia organica può sviluppare simmetricamente anche un disturbo di ipocondria. Si tratterà in questo caso di ipocondria “cum materia”, pertanto, due saranno le figure mediche che faranno da riferimento terapeutico: il medico specialista esperto di quella determinata patologia fisica ed il medico psichiatra. Il soggetto puramente ipocondriaco che non presenta alcuna malattia organica viene definito ipocondriaco “sine materia” e dovrà seguire il suo percorso terapeutico rivolgendosi esclusivamente al medico psichiatra e psicoterapeuta.

Tendenzialmente, questo disturbo non prende la forma di un disturbo processuale del pensiero, vale a dire che non raggiunge un’intensità tale da essere considerato un’idea delirante. La capacità di autocritica del soggetto ipocondriaco risulta solitamente conservata, pertanto, può dimostrarsi consapevole dell’esagerazione del proprio timore e, in modo non dichiarato, può anche supporre di non avere una patologia fisica. Solo nei casi più gravi, invece, tale disturbo può rientrare nell’ipocondria delirante che si fonda su di un funzionamento abnorme caratterizzato da un inappropriato e smisurato numero di esami e visite mediche. Nessun esito negativo ed alcuna rassicurazione da parte dei medici riesce a dissipare completamente queste paure infondate.

E’ ovvio che se il disturbo non viene trattato, l’evoluzione tende ad aggravarsi nel tempo comportando un avvitamento sempre più stretto intorno alle false interpretazioni dei segnali fisici che diventano il perno centrale della propria vita.

I soggetti ipocondriaci necessitano dell’osservazione del medico psichiatra che valuta la necessità di inserire uno psicofarmaco ed un percorso psicoterapeutico che possa attenuare le convinzioni del soggetto riconducendole alle proprie paure. Lo psicoterapeuta deve lavorare sulla personalità del paziente che è contraddistinta tipicamente da tratti quali rigidità, ansia, inclinazione al controllo, chiusura. Per il soggetto, ogni segnale derivante dal corpo viene temuto al punto di mettere in atto degli evitamenti (es. evitare sforzi ed attività fisica per non danneggiare il sistema cardiovascolare), oppure controlli ripetuti (es. respirare profondamente per verificare lo stato dei polmoni, controllare ripetutamente il polso e la pressione sanguigna) senza considerare che l’incremento di attenzione su certe parti del corpo comporta, per contro, un aumento dell’arousal (stato di attivazione) con conseguenti cambiamenti fisiologici e maggiori probabilità di erronee interpretazioni. Nelle sedute di psicoterapia è opportuno tener conto che si ha di fronte un paziente che adotta una particolare modalità di comunicazione e di stile di vita in cui il sintomo fisico diviene il canale principale di comunicazione. Il soggetto ipocondriaco non è propenso a considerare la propria mente come l’origine dei suoi disturbi; un malessere emotivo lo esprime attraverso la preoccupazione fisica e l’ambiente contribuirà al solidificarsi di questo stile psicologico poiché, attribuendogli il ruolo di malato, gli garantirà le giuste attenzioni.

L’obiettivo della psicoterapia deve consistere nell’esaminare le convinzioni del paziente offrendo una spiegazione alternativa del pensiero e spostando, così, gradualmente l’attenzione del soggetto dal corpo alla mente seguendo una linea di elaborazione di sé più sofisticata, completa e realista.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia per il trattamento dell’ipocondria a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Che Ansia!

Che Ansia!

Il Disturbo da Ansia Generalizzata (DAG) è piuttosto diffuso. Si tratta di una condizione di preoccupazione eccessivamente sproporzionata rispetto agli eventi vissuti che viene manifestata per un periodo di tempo di almeno sei mesi. Tale preoccupazione deve essere associata alla mancanza di riposo, irritabilità, sensazione di affaticamento, difficoltà di concentrazione, rigidità muscolare, disregolazione dei ritmisonno-veglia.

Ciò che rende caratteristico il disturbo di ansia generalizzata è il processo di rimuginazione che, nei soggetti che soffrono di DAG, a differenza dei non pazienti, risulta essere difficilmente controllabile. Le rimuginazioni possono essere definite come una concatenazione di preoccupazioni o di immagini scaturite da sensazioni negative scarsamente gestibili. Il contenuto delle rimuginazioni può variare da paziente a paziente, ma ciò che conta è la presenza disturbante e pressoché costante delle elaborazioni mentali ansiose.

I soggetti affetti da DAG riferiscono di esperire due modelli di preoccupazioni:

  • Tipo I: riferite ad eventi giornalieri esterni ritenuti ansiogeni (es. parlare con le persone) e ad eventi interni quali il timore che scaturisce da sensazioni fisiche;
  • Tipo II: nutrire credenze negative relative al processo di rimuginazione, vale a dire preoccuparsi del proprio continuo rimuginare (ipotizzando, ad esempio, di essere sull’orlo della follia).

Insieme alle credenze negative, sono contemporaneamente presenti delle credenze positive relative al fatto di preoccuparsi: viene postulato che il continuo elucubrare nasconda un aspetto benefico poiché esso può essere un modo utile per fronteggiare un problema. Dai pazienti viene riferita la necessità di adottare un elevato e continuo livello di ansia dal momento che essa stimola la produzione di elucubrazioni in grado di obbligare il soggetto a meditare sulle possibili strategie di risoluzione del problema. E’ come se la rimuginazione racchiudesse un aspetto protettivo che permette di tenersi sempre in uno stato di allerta per essere pronti ad affrontare gli eventi.

Tale strategia risulta, però, altamente disfunzionale e faticosa per la quantità di energia mentale richiesta. Essa, inoltre, tende ad incrementare il livello di vulnerabilità, aumentando anche la quantità delle aspettative negative e, quindi, la quota d’ansia. Per questi motivi, ad un certo punto,  gli aspetti benefici del rimuginare vengono riconosciuti come insostenibili.

Le risposte comportamentali che ne derivano sono l’evitamento e la ricerca di rassicurazioni. L’evitamento riguarda gli stimoli esterni temuti, le situazioni di incertezza o quelle che racchiudono il pericolo di attivare le rimuginazioni.

La ricerca di rassicurazioni viene agita nel momento in cui è necessario interrompere o impedire il susseguirsi del pensiero ansioso e preoccupato. Non sempre tale strategia si rivela efficace, anzi, in molte occasioni diventa fonte di un incremento delle angosce. Rivolgere, ad esempio, la richiesta di rassicurazioni a più interlocutori può significare ricevere risposte discordanti con relativo ampliamento della condizione d’ansia. Cercare rassicurazioni circa lo stato di salute di una persona cara telefonandogli ad intervalli precisi, comporta un effetto ansiogeno nel momento in cui casualmente si verifichi una mancata risposta. Nel tentativo, quindi, di interrompere il circolo di elucubrazioni, si può avverare l’effetto opposto, aumentando il senso di insicurezza e di agitazione.

La psicoterapia per il disturbo d’ansia generalizzato

Il trattamento dei pazienti con DAG è di tipo integrato poiché associa l’aiuto farmacologico a quello psicoterapeutico. Diversi studi, evidenziano l’efficacia della psicoterapia con un miglioramento di circa la metà dei pazienti trattati; essi manifestano una drastica diminuzione dell’ansia sin dal momento in cui creano lo spazio per poter ragionare sulle proprie preoccupazioni con uno specialista attento e preparato.

Si evidenzia, inoltre, che, seppure certi soggetti siano stati trattati efficacemente dalla psicoterapia, continuino a presentare nel tempo una condizione d’ansia gestibile. Ciò indica che lo stato emotivo ansioso può finalmente essere padroneggiato e compreso poiché sono chiari sia i motivi delle proprie preoccupazioni, sia i meccanismi psicologici sottostanti.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento dei disturbi di ansia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il sonno dei bambini

Il sonno dei bambini

Il sonno rappresenta un’esigenza fisiologica fondamentale per il buono sviluppo del cervello. Il bambino manifesta una fisiologia già ben strutturata sin dagli inizi della propria vita, quando si trova nel movimentato mondo intrauterino. Già nello stato fetale si identifica un ritmo sonno-veglia sincronizzato in maniera opposta rispetto al ritmo della madre: il feto dorme nel momento in cui la madre è sveglia e si attiva mentre la mamma riposa. In merito a ciò, Freud aveva osservato che l’utero funge da barriera difensiva nei confronti del piccolo proteggendolo dai costanti stimoli e consentendogli di riposare; dopo il parto, il neonato necessita dell’aiuto dei genitori per ripararsi dall’esterno e dormire.

Il sonno è uno stato di minore ricettività agli stimoli esterni e rappresenta uno dei principali facilitatori dei processi di riparazione e sviluppo della mente e del corpo. Per tali ragioni, esso è particolarmente importante durante l’infanzia e l’adolescenza, momenti cruciali di crescita in cui l’individuo necessita di un numero maggiore di ore di riposo. I bambini ed i ragazzi che dormono meglio e per un periodo più prolungato presentano maggiori capacità di memoria e concentrazione, quindi beneficiano di un migliore sviluppo cognitivo ed anche sociale.

Il sonno ha una sua specifica architettura: troviamo le fasi di sonno REM (Rapid Eye Movement) chiamato “sonno paradosso” poiché occhi e cervello sono molto attivi e le EEG (registrazioni elettriche del cervello) sono molto simili a quelle della veglia, ma non il tono muscolare che è completamente rilassato nell’adulto e nel bimbo di oltre i due anni, mentre il neonato mostra movimenti del viso e delle estremità del corpo. Il sonno NREM (non REM) è tranquillo, privo di attività e viene distinto in quattro fasi diverse, dalla più leggera (fase 1) alla più profonda (fase 4). Nei neonati le fasi di sonno profondo sono, a dispetto di quello che si può credere, più lunghe rispetto alle altre. Certo è che, durante ogni fase leggera, il piccolo voglia il contatto con il genitore e ciò rende molto difficile il riposo dell’adulto. I bambini hanno temperamenti diversi che manifestano anche attraverso il sonno e, talvolta, diventa difficile riportare un bimbo molto attivo al sonno profondo. La situazione spesso può diventare esasperante e generare pensieri negativi, rabbia e frustrazione, nonché sensi di colpa circa le proprie capacità di saper gestire il figlio.

Bambini e adulti hanno dei ritmi fisiologici molto diversi ed è difficile trovare un punto d’incontro che coniughi le esigenze di entrambi. A tal proposito, esistono molte riviste, articoli e libri specializzati in strategie di aiuto educazionale per i piccoli insonni. Tendenzialmente, i genitori seguono due schemi di atteggiamento contrapposti: quelli spinti da una condotta materna e aperta ad ogni manifestazione del figlio e quelli che agiscono sulla base di ferrei principi comportamentali.

Il sonno è una funzione fisiologica strettamente correlata alla nutrizione ed allo svezzamento ed è dipendente dalla modalità di accudimento materno e paterno ed anche dal rapporto di coppia, che risulta essere altrettanto determinante. Al neonato, con le nuove ricerche neuropsicologiche, vengono oramai riconosciute molte capacità: egli risulta essere molto sensibile nell’avvertire le emozioni delle persone che si occupano di lui e di rispondere ad esse. Ecco, quindi, che molte delle difficoltà di crescita e di relazione familiare trovano espressione nell’ambito dei bisogni fondamentali, come il sonno.

Sonno e nutrimento sono i campi in cui l’adulto sperimenta il proprio affetto, la propria disponibilità e la capacità di dare limiti ed è giusto che vi sia un’alternanza equilibrata di tutti questi fattori (ma spesso i genitori non ne sono convinti e si sentono in colpa) che permetta al bimbo di svilupparsi a tutti i livelli. I genitori che lavorano e si assentano da casa per tutta la giornata, spesso non sono sincronizzati con le tappe evolutive del bambino, il quale andrebbe piano piano accompagnato verso una separazione-individuazione dai genitori, mentre in realtà si verifica che la notte venga vissuta come un’opportunità per stare insieme.

Il piccolo necessita di aiuto nell’affrontare la propria crescita fisiologica, cognitiva ed affettiva, ma anche i genitori hanno bisogno di aiuto nel capire i propri sentimenti e le proprie difficoltà che incontrano durante l’evoluzione con il bambino.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il Valore dei Test Neuro-Psicologici. Dott.ssa Alessia Santoro

Il Valore dei Test Neuro-Psicologici.

In questo video la dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, illustra il valore dei Test Neuro-Psicologici presso lo Studio di Psichiatria Integrata a Milano.

Testo dell’intervento:

Per meglio valutare il quadro clinico di un paziente ci si può avvalere anche di test neuro-psicologici. I test servono a meglio indagare gli aspetti specifici della persona, ad esempio l’intelligenza, la memoria, le capacità cognitive e il deterioramento di esse, il carattere, il temperamento e i disturbi della personalità. I test sono molto utili perchè permettono di fare una precisa diagnosi clinica, focalizzano il problema clinico principale sul quale basare l’intervento, indirizzano e guidano la terapia.

Le informazioni ottenute dai test vengono comunicate e spiegate al paziente: è un’operazione importante questa, in cui il terapeuta deve essere molto chiaro e rispondere esaustivamente ad ogni domanda che viene posta. In questa maniera il soggetto può sentirsi accolto sui suoi punti di sofferenza, aumentare il livello di fiducia con il terapeuta e sicuramente fare un buon utilizzo delle informazioni che gli sono state date e  sulle quali eventualmente potrà aprirsi ad una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, esegue Test Neuro-Psicologici a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra, Psicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.