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Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Il DSM-IV, manuale diagnostico psichiatrico, classifica l’ipocondria all’interno dei disturbi somatoformi, vale a dire quella categoria di disturbi caratterizzati da sintomi fisici non riconducibili ad aspetti fisiopatologici noti. Nonostante questo, tale malattia presenta molti tratti comuni ai disturbi d’ansia.

L’ipocondria è fondata su di una errata interpretazione, non supportata da precise valutazioni mediche, di alcuni segnali fisici. L’erronea stima dei sintomi corporei causa il timore esagerato di essere affetto da una grave malattia.

Secondo il DSM, per poter affermare che si tratti di ipocondria, lo stato d’animo preoccupato deve interferire in maniera significativa nella vita del soggetto per almeno sei mesi. I sintomi sui quali maggiormente si fonda questo disturbo appartengono agli apparati cardiovascolare ed intestinale. L’ipocondria è più diffusa negli uomini e l’età di esordio si concentra intorno ai 40 anni.

Ogni persona sviluppa un’idea delle proprie risorse sulla quale si attesta per poter utilizzare al meglio la propria funzionalità fisica. Quando interviene un evento critico, non per forza traumatico, la percezione di sé può essere messa in discussione e modificarsi. L’evento critico può essere rappresentato dalla morte di una persona conosciuta, dall’esposizione ad informazioni circa patologie mediche, da un transitorio stato di debolezza psico-fisica, oppure da ulteriori eventi che incidono ed influenzano i processi valutativi dell’individuo e che vengono elaborati dando l’avvio ad una interpretazione esagerata in senso peggiorativo dello stato di salute personale. Dal momento in cui vengono attivate, tali convinzioni si radicano nell’esperienza mentale di un corpo malato sotto forma di pensieri e rappresentazioni di parti del fisico compromesse da una patologia. Nella fantasia dei pazienti ipocondriaci esistono immagini vivide di un tumore che si sviluppa nel corpo, di cuore ed arterie logorate, di focolai polmonari, ecc.

Se il soggetto presenta o meno una reale patologia fisica in parallelo al suo stato mentale di eccessiva preoccupazione non è fondamentale al concetto di ipocondria, nel senso che un individuo con una evidente malattia organica può sviluppare simmetricamente anche un disturbo di ipocondria. Si tratterà in questo caso di ipocondria “cum materia”, pertanto, due saranno le figure mediche che faranno da riferimento terapeutico: il medico specialista esperto di quella determinata patologia fisica ed il medico psichiatra. Il soggetto puramente ipocondriaco che non presenta alcuna malattia organica viene definito ipocondriaco “sine materia” e dovrà seguire il suo percorso terapeutico rivolgendosi esclusivamente al medico psichiatra e psicoterapeuta.

Tendenzialmente, questo disturbo non prende la forma di un disturbo processuale del pensiero, vale a dire che non raggiunge un’intensità tale da essere considerato un’idea delirante. La capacità di autocritica del soggetto ipocondriaco risulta solitamente conservata, pertanto, può dimostrarsi consapevole dell’esagerazione del proprio timore e, in modo non dichiarato, può anche supporre di non avere una patologia fisica. Solo nei casi più gravi, invece, tale disturbo può rientrare nell’ipocondria delirante che si fonda su di un funzionamento abnorme caratterizzato da un inappropriato e smisurato numero di esami e visite mediche. Nessun esito negativo ed alcuna rassicurazione da parte dei medici riesce a dissipare completamente queste paure infondate.

E’ ovvio che se il disturbo non viene trattato, l’evoluzione tende ad aggravarsi nel tempo comportando un avvitamento sempre più stretto intorno alle false interpretazioni dei segnali fisici che diventano il perno centrale della propria vita.

I soggetti ipocondriaci necessitano dell’osservazione del medico psichiatra che valuta la necessità di inserire uno psicofarmaco ed un percorso psicoterapeutico che possa attenuare le convinzioni del soggetto riconducendole alle proprie paure. Lo psicoterapeuta deve lavorare sulla personalità del paziente che è contraddistinta tipicamente da tratti quali rigidità, ansia, inclinazione al controllo, chiusura. Per il soggetto, ogni segnale derivante dal corpo viene temuto al punto di mettere in atto degli evitamenti (es. evitare sforzi ed attività fisica per non danneggiare il sistema cardiovascolare), oppure controlli ripetuti (es. respirare profondamente per verificare lo stato dei polmoni, controllare ripetutamente il polso e la pressione sanguigna) senza considerare che l’incremento di attenzione su certe parti del corpo comporta, per contro, un aumento dell’arousal (stato di attivazione) con conseguenti cambiamenti fisiologici e maggiori probabilità di erronee interpretazioni. Nelle sedute di psicoterapia è opportuno tener conto che si ha di fronte un paziente che adotta una particolare modalità di comunicazione e di stile di vita in cui il sintomo fisico diviene il canale principale di comunicazione. Il soggetto ipocondriaco non è propenso a considerare la propria mente come l’origine dei suoi disturbi; un malessere emotivo lo esprime attraverso la preoccupazione fisica e l’ambiente contribuirà al solidificarsi di questo stile psicologico poiché, attribuendogli il ruolo di malato, gli garantirà le giuste attenzioni.

L’obiettivo della psicoterapia deve consistere nell’esaminare le convinzioni del paziente offrendo una spiegazione alternativa del pensiero e spostando, così, gradualmente l’attenzione del soggetto dal corpo alla mente seguendo una linea di elaborazione di sé più sofisticata, completa e realista.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia per il trattamento dell’ipocondria a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depressione e Natale. Che strano connubio!

Depressione e Natale. Che strano connubio!

Chi lo ha detto che il natale sia per tutti un lieto evento? Per alcune persone le feste possono suscitare vissuti depressivi e ansiosi, specie il natale. E’ stato riscontrato statisticamente come durante il periodo natalizio aumentino le richieste di aiuto psicologico poiché, per le persone già sofferenti, si acuiscono i pensieri depressivi e ansiosi. Questa statistica merita attenzione e le dovute considerazioni. Non sempre l’aria di festa, di allegria e di famiglia viene vissuta con spirito gioioso e, spesso, le persone si trovano a fare i conti con sensazioni interiori di tristezza e solitudine, di ansia e senso di soffocamento. Tali sono le risposte emotive ad un clima di forzata ed imposta felicità. Read more »

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Il sonno dei bambini

Il sonno dei bambini

Il sonno rappresenta un’esigenza fisiologica fondamentale per il buono sviluppo del cervello. Il bambino manifesta una fisiologia già ben strutturata sin dagli inizi della propria vita, quando si trova nel movimentato mondo intrauterino. Già nello stato fetale si identifica un ritmo sonno-veglia sincronizzato in maniera opposta rispetto al ritmo della madre: il feto dorme nel momento in cui la madre è sveglia e si attiva mentre la mamma riposa. In merito a ciò, Freud aveva osservato che l’utero funge da barriera difensiva nei confronti del piccolo proteggendolo dai costanti stimoli e consentendogli di riposare; dopo il parto, il neonato necessita dell’aiuto dei genitori per ripararsi dall’esterno e dormire.

Il sonno è uno stato di minore ricettività agli stimoli esterni e rappresenta uno dei principali facilitatori dei processi di riparazione e sviluppo della mente e del corpo. Per tali ragioni, esso è particolarmente importante durante l’infanzia e l’adolescenza, momenti cruciali di crescita in cui l’individuo necessita di un numero maggiore di ore di riposo. I bambini ed i ragazzi che dormono meglio e per un periodo più prolungato presentano maggiori capacità di memoria e concentrazione, quindi beneficiano di un migliore sviluppo cognitivo ed anche sociale.

Il sonno ha una sua specifica architettura: troviamo le fasi di sonno REM (Rapid Eye Movement) chiamato “sonno paradosso” poiché occhi e cervello sono molto attivi e le EEG (registrazioni elettriche del cervello) sono molto simili a quelle della veglia, ma non il tono muscolare che è completamente rilassato nell’adulto e nel bimbo di oltre i due anni, mentre il neonato mostra movimenti del viso e delle estremità del corpo. Il sonno NREM (non REM) è tranquillo, privo di attività e viene distinto in quattro fasi diverse, dalla più leggera (fase 1) alla più profonda (fase 4). Nei neonati le fasi di sonno profondo sono, a dispetto di quello che si può credere, più lunghe rispetto alle altre. Certo è che, durante ogni fase leggera, il piccolo voglia il contatto con il genitore e ciò rende molto difficile il riposo dell’adulto. I bambini hanno temperamenti diversi che manifestano anche attraverso il sonno e, talvolta, diventa difficile riportare un bimbo molto attivo al sonno profondo. La situazione spesso può diventare esasperante e generare pensieri negativi, rabbia e frustrazione, nonché sensi di colpa circa le proprie capacità di saper gestire il figlio.

Bambini e adulti hanno dei ritmi fisiologici molto diversi ed è difficile trovare un punto d’incontro che coniughi le esigenze di entrambi. A tal proposito, esistono molte riviste, articoli e libri specializzati in strategie di aiuto educazionale per i piccoli insonni. Tendenzialmente, i genitori seguono due schemi di atteggiamento contrapposti: quelli spinti da una condotta materna e aperta ad ogni manifestazione del figlio e quelli che agiscono sulla base di ferrei principi comportamentali.

Il sonno è una funzione fisiologica strettamente correlata alla nutrizione ed allo svezzamento ed è dipendente dalla modalità di accudimento materno e paterno ed anche dal rapporto di coppia, che risulta essere altrettanto determinante. Al neonato, con le nuove ricerche neuropsicologiche, vengono oramai riconosciute molte capacità: egli risulta essere molto sensibile nell’avvertire le emozioni delle persone che si occupano di lui e di rispondere ad esse. Ecco, quindi, che molte delle difficoltà di crescita e di relazione familiare trovano espressione nell’ambito dei bisogni fondamentali, come il sonno.

Sonno e nutrimento sono i campi in cui l’adulto sperimenta il proprio affetto, la propria disponibilità e la capacità di dare limiti ed è giusto che vi sia un’alternanza equilibrata di tutti questi fattori (ma spesso i genitori non ne sono convinti e si sentono in colpa) che permetta al bimbo di svilupparsi a tutti i livelli. I genitori che lavorano e si assentano da casa per tutta la giornata, spesso non sono sincronizzati con le tappe evolutive del bambino, il quale andrebbe piano piano accompagnato verso una separazione-individuazione dai genitori, mentre in realtà si verifica che la notte venga vissuta come un’opportunità per stare insieme.

Il piccolo necessita di aiuto nell’affrontare la propria crescita fisiologica, cognitiva ed affettiva, ma anche i genitori hanno bisogno di aiuto nel capire i propri sentimenti e le proprie difficoltà che incontrano durante l’evoluzione con il bambino.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Dimmi che famiglia hai e ti dirò chi sei

Dimmi che famiglia hai e ti dirò chi sei

Il periodo sensibile durante il quale il bambino costruisce il legame di attaccamento è quello del primo anno di vita. Uno dei migliori indici di previsione del modello di attaccamento che emergerà tra la madre ed il suo bambino di 12 mesi è il modo in cui la madre parla della propria madre e della sua esperienza di essere accudita da lei quando era bambina. In effetti, la relazione della neomamma con la totalità della sua esperienza di ricevere cure materne esercita un’influenza fondamentale sul suo comportamento materno verso il bambino.

La storia di attaccamento è molto informativa per capire il comportamento degli adulti. In psicologia, esiste un test chiamato Adult Attachment Interview che ricostruisce il rapporto che il soggetto adulto aveva instaurato con il proprio genitore e che spiega il motivo per cui una persona arriva a manifestare un determinato assetto cognitivo in grado di condizionare la visione di sé e dell’ambiente circostante, la modalità con cui vengono vissute le esperienze e, in generale, il comportamento tenuto verso pressoché ogni attività e legame interpersonale.

Il modo con cui l’individuo riesce a gestire le relazioni sociali è strettamente correlato al modo con cui il genitore si è comportato con lui. L’attaccamento, quindi, ha un ruolo considerevole nell’influenzare i risvolti della personalità futura dell’individuo e, pertanto, anche nel condizionare la psicopatologia dell’adulto.

Per avere una sorta di schema che possa meglio aiutare a capire come il comportamento dei caregivers influenzi lo stile personologico del soggetto, è possibile identificare in linea di massima tre gruppi di psicopatologia dietro ai quali vi è stato un preciso atteggiamento genitoriale.

  •  Adulti con una modalità di rapportarsi all’ambiente tendenzialmente bizzarra, poco congrua alla realtà, strana e stravagante hanno avuto genitori incapaci di cogliere le loro richieste. La mancata sintonizzazione del genitore sui bisogni del figlio non ha permesso al bambino di riconoscersi ed identificarsi nelle proprie esigenze; il piccolo non ha potuto essere adeguatamente aiutato a fare una buona lettura del proprio mondo interno che appare, quindi, confuso ed inappropriato. Ne deriva un soggetto che nella vita è orientato all’isolamento sociale, allo scarso desiderio di coinvolgimento affettivo ed alla tendenza a creare le proprie interpretazioni della realtà in modo eccentrico e poco realistico.
  • Adulti con una forte emotività, drammaticità nel vivere i sentimenti, espressività esagerata del mondo interno sono persone che hanno tendenzialmente vissuto relazioni con genitori immaturi ed ambivalenti poiché incapaci di veicolare in maniera appropriata ed efficace la manifestazione dei sentimenti e dei bisogni profondi. Ne derivano adulti impulsivi e con elevate difficoltà di controllo.
  • Adulti ansiosi hanno alle spalle genitori ansiosi, insicuri, inclini ad adottare regole educative rigide poiché forte è il senso di insicurezza interna, peraltro trasmesso in toto al proprio figlio.

Soffermandosi su quest’ultimo cluster di tipo ansioso, è possibile ricostruire una famiglia ansiosa che vive il mondo esterno in termini di pericolo o di rischio potenziale verso il quale bisogna proteggersi dal momento che anche il corpo e la mente sono vissuti come vulnerabili e deboli. In molti casi, in famiglia vi è la presenza di un malato, o di un depresso, oppure è paventata la possibilità di malattie future, o ancora sussiste una storia di lutto. Tutto questo aggrava il senso della vita che appare difficile da sostenere e fa provare ad ogni membro il timore di “non farcela” a portare avanti il peso del rischio e delle responsabilità.

I genitori sono così terrorizzati dal mondo esterno che tengono i figli il più possibile protetti all’interno del loro piccolo mondo chiuso, senza considerare il danno che ciò causa sulla formazione psicofisica del bambino. In primis, il piccolo inizia a costruire un’esperienza di un sé fragile ed incapace di affrontare il mondo e, in seconda battuta, si avvia con maggiore probabilità verso la possibilità di sviluppare in modo grave una psicopatologia. La rappresentazione di sé debole autorizza la persona ad impaurirsi della crisi d’ansia e ad evitare i luoghi che riconosce come pericolosi, ma in questo modo rafforza il mantenimento della sofferenza. Il senso di sé fragile e debole è il punto di partenza di tutte le patologie d’ansia. E’ fondamentale indagare con il paziente ansioso la sua storia di attaccamento perché ciò consente di ricostruire la fiducia verso se stesso e di demolire determinate credenze che derivano da lontano.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Cannabis nemica del cervello

Cannabis Nemica del Cervello

E’ convinzione di molti che la cannabis sia innocua. Addirittura c’è chi sostiene che abbia effetti positivi rispetto alle sigarette. Non esiste convinzione più sbagliata: la cannabis è altamente tossica e dannosa per il sistema nervoso centrale.

Sull’erronea convinzione dell’inoffensività della cannabis, sono state avanzate proposte di legge che depenalizzano la marijuana catalogandola come droga a rischio limitato per evitare l’arresto e la carcerazione di possessori e consumatori.

Susan Greenfield, autrice di centinaia di pubblicazioni scientifiche circa le sostanze stupefacenti sulle più importanti riviste internazionali, nonché docente in “Farmacologia Sinaptica” all’Oxford University, afferma che la cannabis è in grado di modificare i meccanismi neurochimici che sostengono importanti funzioni cognitive dal momento che essa possiede un suo recettore a livello cerebrale. La Greenfield, inoltre, ha dimostrato che, a dispetto di una comune convinzione, la cannabis crea dipendenza a livello fisico e psichico tanto che circa il 10% dei consumatori desiderosi di interromperne l’utilizzo non riesce a smettere autonomamente, ma deve pensare di rivolgersi ad una struttura specializzata.

Tengo a specificare che molte cliniche qualificate nella disintossicazione da cannabis, non a caso, sorgono ad Amsterdam e dintorni e che i medici che vi lavorano riferiscono dei sempre più numerosi casi di dipendenza difficili da trattare. Sottolineo questa informazione poiché, molto spesso nelle sedute di psicoterapia, i pazienti adolescenti portano il caso dei locali di Amsterdam per invalidare l’idea della nocività della marijuana a sostegno dell’innocuità di tale sostanza e della legittimità del suo utilizzo.

La più recente indagine statistica condotta dalla Espad (European School Survey Project on Alchool and Other Drugs) in Italia dimostra una sempre più precoce età di esordio nel mondo della cannabis, fissata già a 11 anni. Si tratta di un dato allarmante poiché ciò significa che un bambino appena uscito dalle scuole elementari potrebbe venire a contatto con tale sostanza ed eventualmente utilizzarla.

Nel 2001, il 33%  dei ragazzi frequentanti le scuole medie superiori, vale a dire un terzo degli adolescenti, dichiarava di aver utilizzato la marijuana almeno una volta nella vita. Da questa indagine, è trascorso un decennio, che percentuale avremo raggiunto?

Un’informazione cruciale sulla quale bisogna insistere nell’educazione comportamentale degli adolescenti, consiste nel fatto che la gravità dei danni causati dalla cannabis dipende dall’età di esposizione alla sostanza. Iniziare a fumare gli spinelli durante l’adolescenza, che secondo i manuali di psicologia va indicativamente dai 12 ai 22 anni, significa inserire sostanze tossiche in un periodo in cui la struttura psichica è in formazione e ciò produce danni mentali maggiormente deleteri rispetto all’utilizzo fatto in età adulta (che comunque comporta effetti dannosi). Se lo stupefacente viene introdotto durante l’adolescenza, il cervello si modellerà in funzione di quella sostanza. Gli effetti nocivi della marijuana aumentano in adolescenza poiché va ad interferire ed a compromettere la maturazione finale del cervello. In questa fase evolutiva, il sistema endocannabinoide modula la plasticità sinaptica e l’attività di neurogenesi. L’adolescenza è un periodo della crescita cerebrale molto delicato in cui vi è una particolare vulnerabilità alle sostanze che vengono introdotte nel corpo capaci di pregiudicare la salute fisica e mentale in età adulta.

Attraverso gli studi di Risonanza Magnetica, tecnica non invasiva che consente di studiare le funzioni cerebrali osservando le variazioni del flusso ematico e dell’ossigenazione cerebrale, è stato possibile valutare il deterioramento cerebrale di soggetti adolescenti e adulti consumatori di cannabis.

Le principali alterazioni psichiche riguardano:

  • La riduzione dello spessore della corteccia cerebrale nelle zone in cui è coinvolta la memoria, la capacità di apprendimento, il controllo motorio e la capacità decisionale;
  • Il maggior rischio di sviluppare disturbi psichiatrici e di dipendenza da altre sostanze poiché i circuiti neuronali sono stati modificati in modo permanente;
  • L’aumento delle condotte impulsive rischiose;
  • La maggiore vulnerabilità alla depressione, disturbi d’ansia e psicosi.

Oltre a ciò, si rilevano alterazioni sull’intero stato di salute fisica, quali:

  • Danni all’apparato respiratorio (tosse, catarro, difficoltà respiratorie). Uno spinello equivale a 3-5 sigarette di tabacco per ciò che concerne la difficoltà respiratoria;
  • Problemi al sistema cardiovascolare (tachicardia e aumento pressione arteriosa);
  • Effetti dannosi al sistema immunitario che risulta indebolito nella capacità di combattere le malattie infettive e il cancro;
  • Effetti sul sistema riproduttivo e sulla fertilità. Vi è la riduzione di tre ormoni LH, FSH e testosterone. Diminuisce, altresì, la capacità di fecondare dal momento che peggiora la qualità degli spermatozoi: vi è minore motilità e diminuiscono le capacità di penetrazione nelle cellule uovo.

E’ chiaro come la cannabis crei un grave deterioramento della salute fisica e mentale a dispetto di quanto comunemente si creda. Essere consapevoli delle gravi conseguenze che essa causa, consente di scegliere di liberarsene e disintossicarsi. Come ogni forma di dipendenza, potrebbe essere di grande aiuto richiedere il consulto di professionisti psichiatri e psicologi specializzati.

In conclusione, riprendo la citazione di Gabriella Zorzi, illustre pedagogista del Maya Liebl Institute, che ben definisce i danni causati dalla marijuana:

“Bisogna guardarsi dalla parola ‘leggere’ come da un silenziatore che davanti ad una rivoltella attutisce solo il fragore. L’effetto più lento e subdolo, arriva puntuale.”

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di dipendenze a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La maternità e il bambino immaginato

La maternità e il bambino immaginato

La nascita di un figlio, nella mente di una donna, è un processo esteso che nasce nell’infanzia quando sorge l’identità di genere e si protrae fino al momento in cui si è alle prese con un bambino reale da crescere. In questa lunga ed inconscia maturazione si delinea l’identità di genitore.

Il concepimento biologico non coincide obbligatoriamente con il concepimento mentale ma solo l’unione di questi due elementi permette alla donna lo sviluppo armonico della relazione madre-bambino. Durante la gravidanza vengono affrontati cambiamenti dal punto di vista fisico ed emozionale. Per ciò che concerne l’aspetto emozionale, si distingue l’area delle aspettative e delle paure coscienti dall’area delle fantasie inconsce. Queste ultime sono collegate, a livello più profondo, alla rielaborazione di antichi vissuti relativi alla storia infantile e adolescenziale della donna e possono trovare espressione nei sintomi psicosomatici e nelle rappresentazioni oniriche.

Le rappresentazioni inconsce e la rielaborazione dei vissuti della donna definiscono la procreazione un “atto creativo” dal quale prende corpo un bambino immaginato.

Si assiste all’avvio di due fasi di evoluzione della donna: un processo di sviluppo di identità femminile ed un processo di elaborazione di rappresentazioni mentali, quali fantasie sogni, emozioni, desideri, affetti e relazioni nuove. Questo continuo esercizio di immaginazione ha una funzione importante perché permette alla madre di costruire un ponte fra lei e il bambino immaginato e di predisporsi alla relazione di attaccamento che si svilupperà appieno col bambino reale proprio dopo la nascita. Ecco che, da potenzialità pura, il bambino immaginario comincia a delinearsi e la mamma inizia a costruirsi un’immagine ed a fantasticare intorno ad essa.

Ogni mamma costruisce mentalmente il bambino dei suoi sogni e delle sue speranze e con l’immaginazione si spinge fino a prefigurarsi come sarà a un anno, quando andrà a scuola, quando sarà adulto, ecc.

Questo processo immaginativo avviene in ogni madre e si può affermare che sia un modo utile per prepararsi ad affrontare la situazione relazionale che si verrà a creare subito dopo la nascita del bimbo. Vi  è un intreccio indissolubile tra la storia del bambino immaginario e di quello reale.

Non è solo l’immagine del bambino che impegna la mente della madre, anche l’immagine non ancora definita di se stessa, il nuovo assetto psichico che questo ampio cambiamento richiede e la revisione delle rappresentazioni di sé costituitesi durante l’infanzia. Che madre sarò? In che modo cambieranno la percezione che ho di me stessa e la vita che ho condotto finora? Che ne sarà della vita di coppia e degli amici? Come cambieranno i rapporti con la mia famiglia ed il lavoro? Come andrà il parto? Il bambino nascerà sano?

La psicoanalisi ha contribuito in maniera specifica alla concettualizzazione delle rappresentazioni mentali mettendo in luce due significati: uno di carattere astratto, come già sottolineato da Freud, secondo cui la rappresentazione costituisce una sorta di schema o organizzazione costruita sulla base di molteplicità di impressioni, quindi di una struttura nell’ambito della non-esperienza, e l’altro di carattere più concreto che riguarda i contenuti dell’ambito esperienziale, le immagini ed altri fenomeni soggettivi, compresi i sentimenti.

Il bambino rappresentato o immaginato ha una lunga storia prenatale: man mano che il feto cresce e si sviluppa nell’utero, il bambino rappresentato è soggetto ad uno sviluppo quasi del tutto parallelo nella mente della madre. Al giorno d’oggi, l’ecografia permette di vedere l’immagine del bambino e la realtà dell’esistenza del nascituro diventa tangibile e sicura.

Per nove mesi la donna vive la realtà di un corpo che muta ed i movimenti del bambino aggiungono,  sollecitano e costruiscono continuamente un rapporto intimo e unico. I movimenti percepiti consentono di affinare l’idea che la madre si sta formando sul bimbo, interpretando questi movimenti secondo la sua intuizione ed immaginazione. Ciò le permetterà di tentare di “riconoscere” il bambino appena nato e di sovrapporlo all’immagine che per nove mesi aveva fantasticato.

In realtà, la mamma non finisce mai di immaginare il proprio figlio anche nel momento in cui nasce. Ciò rappresenta, oltre ai significati sopra elencati, anche una grande opportunità di riscatto poiché attraverso l’ideazione il genitore elabora una rappresentazione idealizzata del bambino e del suo futuro. E’ come se, con l’arrivo di un figlio, la storia precedente si ripresentasse ma, al tempo stesso, si aprisse la possibilità di operare una nuova trasformazione: di ottenere, attraverso il bambino, ciò che non si è avuto per sé.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di maternità a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La depressione nei bambini

La depressione nei bambini

L’episodio depressivo è una condizione emotiva caratterizzata da umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno. Tale valutazione non è mai facile, specie per i bambini, che possono non esprimere adeguatamente con le parole i loro stati d’animo. Per questa ragione, lo psicologo o lo psichiatra deve necessariamente ricorrere alle informazioni riferite da chi trascorre la maggior parte del tempo con il piccolo. I racconti dei bambini vertono su affermazioni del tipo “mi sento triste”, “non sono felice”, “non voglio fare niente”, mentre i sintomi osservabili possono essere l’irritabilità, il tono lamentoso, lo scarso interesse o desiderio verso quasi tutte le attività, la tendenza all’affaticamento, i sentimenti di autosvalutazione, la difficoltà di concentrazione, la chiusura. Per diagnosticare il disturbo depressivo è necessario presentare un episodio depressivo completo della durata di almeno due settimane. Il bambino depresso presenta una vasta gamma di comportamenti particolari quali, ad esempio, condotte aggressive, un atteggiamento adultizzato che fornisce l’impressione di maturità mentre invece nasconde un’elevata sofferenza, abulia, un atteggiamento non partecipe, disturbi del sonno caratterizzati da risvegli notturni ed incubi, peggioramento del rendimento scolastico, inibizione e ritiro sociale, sfiducia circa le proprie possibilità e abilità, dipendenza dalle figure di attaccamento. I sintomi vengono raggruppati in quattro macro categorie:

  • sintomi affettivi: umore irritabile, aggressivo, tendenza al pianto, sensazioni di abbandono e rifiuto, condotte vittimistiche;
  • sintomi cognitivi: senso di colpa, autosvalutazione, preoccupazioni di morte verso di sé e verso i propri affetti più vicini;
  • sintomi motivazionali: chiusura sociale, scarso rendimento scolastico, idee suicidarie;
  • sintomi fisiologici e neurovegetativi: affaticabilità, rallentamento, o all’opposto iperattività psicomotoria, disturbi del sonno, alterazione dell’appetito.

Nel disturbo depressivo si pongono anche problemi di diagnosi differenziale con il Disturbo della Condotta (anche se l’umore è meno deflesso), con i Disturbi d’Ansia nonostante la componente ansiosa prevalga su quella depressiva, con la Fobia Sociale in cui emerge un’elevata quota di inibizione nei contesti interpersonali ma non è presente il disinteresse per gli altri.

La prevalenza del disturbo depressivo si aggira tra lo 1 e il 3% della popolazione infantile, aumentando con l’avvicinarsi alla prepubertà. La prevalenza aumenta se il bambino o l’adolescente vive in comunità o è ospedalizzato. Non si tratta di dati pessimistici nel momento in cui si considera che circa il 18% della popolazione generale ha manifestato almeno un episodio depressivo durante la vita. Un ulteriore dato interessante, rivela una maggior frequenza nei maschi fino alla preadoloscenza, dopodiché il dato sembra invertirsi a favore delle femmine.

Le cause della depressione nei bambini

Il problema delle cause che scatenano la depressione nel bambino è da sempre aperto e molto dibattuto. Non esiste una sola causa, ma molti fattori favorenti. La ricerca ha individuato quattro fattori in modo particolare:

  • Fattori biochimici: si intendono quelle alterazioni biologiche come la diminuzione della serotonina, della dopamina, della noradrenalina e le disfunzioni endocrine;
  • Fattori familiari: un dato frequentemente riscontrato nel disturbo depressivo del bambino è la presenza di psicopatologia nella madre (più che nel padre). A tal proposito, si apre la questione del riuscire a determinare se la genesi del disturbo nel figlio sia attribuibile ad una questione biologica, oppure ad aspetti ambientali intesi come uno stile educativo genitoriale che risente ed è influenzato dalla patologia di cui il genitore è portatore. Studi sui gemelli allevati separatamente, quindi sottoposti a stili educativi diversi, dimostrano l’importanza dell’aspetto biologico nel determinare la depressione;
  • La storia personale del bambino: possono contribuire all’insorgenza del disturbo i modelli educativi molto rigidi, oppressivi, poco empatici, scarsamente incoraggianti, tesi al soddisfacimento del dovere e poco sintonizzati sui cambiamenti significativi nella vita del figlio (es. separazione da un amico importante, cambiamenti di scuola, maestre, casa, routine, perdita di un animale domestico, malattia di un familiare, divorzio dei genitori o allontanamenti dei genitori per questioni di lavoro, ecc.). In questo caso risulta molto importante che il terapeuta approfondisca il tipo di attaccamento tra genitore e bambino poiché le condizioni di attaccamento insicuro e disorganizzato rappresentano il più alto fattore di rischio di sviluppare un disturbo depressivo;
  • Fattori psicologici: intesi come fattori emozionali e cognitivi. L’eccessiva reattività emotiva, l’incapacità di vivere lo stress, l’ansia abbandonica , la disistima, i sensi di colpa rientrano in questa categoria. Si nota la tendenza a distorcere negativamente l’interpretazione degli eventi o ad avvertire un senso di impotenza. Nei bambini a rischio di depressione si verifica una diminuzione di rinforzi positivi e questo, a livello cognitivo, riduce la capacità di creare e vivere esperienze piacevoli e di cautelarsi da quelle avverse. Tale cognitività ed emotività va di conseguenza ad interferire con i rapporti interpersonali aumentando la tendenza all’isolamento sociale.

Intervento psicoterapeutico per la depressione nei bambini

Sul piano psicoterapeutico, è fondamentale utilizzare sistematicamente il rinforzamento, vale a dire la gratificazione positiva che consegue ad una risposta e che ha come effetto il rendere più probabile la risposta in futuro. In associazione, viene utilizzata la ristrutturazione cognitiva, tecnica che permette di riconoscere i pensieri negativi, di evidenziarne la disfunzionalità e di metterli in discussione. Oltre a ciò, si ricorrere alla terapia razionale emotiva (un’educazione all’emotività), ai giochi di role playing e di problem solving per interrompere il circolo di passività del bambino. Le linee di intervento riguardano anche i genitori che devono essere istruiti attraverso un parent training che ha come obiettivo il ridurre il più possibile l’esperienza negativa in famiglia ed il ripristinare i giusti meccanismi di gratificazione.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di depressione nei bambini collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I problemi nello sviluppo della personalità

I problemi nello sviluppo della personalità

Lo sviluppo cognitivo dipende dal bagaglio emozionale. La personalità è associata alle precoci esperienze di contatto di cui non si ha memoria consapevole ma che determinano una traccia indelebile a livelli profondi della persona. I bambini che presentano difficoltà di attaccamento manifestano fatica a formare delle relazioni reciproche poiché mostrano una debolezza della capacità sensoriale e della attività motoria complessa. Ciò significa che non sono in grado di percepire chiaramente e rivelano disagio nel rispondere adeguatamente.

Sin dalla nascita, il legame madre-figlio è un’area protetta all’interno della quale entrambi i partecipanti si scambiano costantemente stimolazioni, feedback e si sintonizzano l’uno sull’altro. Si tratta di un processo affettivo che conduce alla maturazione delle abilità cognitive, emotive e della personalità. E’ grazie al rapporto con la mamma che il bambino, durante il primo anno di vita, trova un riferimento affettivo, costante ed immutabile, per leggere ed imparare molte competenze essenziali e basilari come riconoscere gli stimoli dell’ambiente più rilevanti, comunicare, concentrarsi, concettualizzare, vivere le emozioni. Qualsiasi sia il quoziente intellettivo dei bambini con un attaccamento alla madre disturbato, essi manifesteranno comunque una debolezza di queste competenze di base.

La stabilità della figura di attaccamento (definita in psicologia come ‘stabilità dell’oggetto’) permette al bambino la maturazione di emozioni, intenzioni, concetti e comportamenti stabili ed intenzionali. Tale conquista evolutiva si verifica nei primi anni di vita attraverso determinati stadi di sviluppo.

  • Stadio 1 (0-6 mesi): le emozioni sono suscitate dalla madre, figura affettiva centrale, fin tanto che è presente. Tutto il resto fa parte dello sfondo.

  • Stadio 2 (6-12 mesi): la percezione è maggiore e il bimbo riesce a riconoscere gli estranei. Il ricordo della mamma permane anche se lei si allontana ed esce dalla sua visuale. In questa fase, di conseguenza, emergono i sentimenti di paura dell’estraneo e di paura della separazione dando spazio ad emozioni di ansia ed incertezza. Egli necessita di persone, oggetti ed azioni stabili, riconoscibili e costanti. Il bambino ha bisogno di essere accompagnato ad apprendere gli elementi della sua realtà ed a gestire (attraverso il riconoscimento) gli stati d’animo che essi gli provocano. Ad esempio, egli avrà il terrore di dormire da solo nel momento in cui non vi è stato un processo di apprendimento progressivo. La ‘permanenza del riconoscimento’ indica che il piccolo è in grado di individuare gli stimoli interni ed esterni che appartengono a lui ed al suo ambiente ma è una competenza non innata, nel senso che arriva a maturazione solo per tramite delle figure di attaccamento. La conoscenza del mondo, il riuscire a dormire da solo, per tornare all’esempio, dipenderanno dall’accompagnamento stabile che gli è stato offerto e dalle separazioni quotidiane a cui è stato abituato gradualmente.

  • Stadio 3 (12-36 mesi): avviene la ‘permanenza dell’identità‘. Il bambino interiorizza le emozioni e l’atteggiamento morale dei genitori, chiarisce la definizione del limite tra il sé e l’altro, prende coscienza dell’essere un soggetto “agente” e prova il suo impatto sull’ambiente. In questa fase, emerge il senso di colpa nel momento in cui sente il conflitto tra i propri bisogni e le aspettative o desideri delle figure di attaccamento. Sperimenta la repressione del dolore nel momento in cui si separa dalla persona di riferimento.

  • Stadio 4 (36 mesi – 6 anni): è la fase del consolidamento della ‘permanenza sociale‘ in cui il bambino si confronta con gli altri trovando la sua identità sociale. E’ in grado di modulare e cambiare la sua posizione ed il suo comportamento a seconda del gruppo in cui si trova.

Esperienze traumatiche di separazione nella fase che va dai 12 ai 36 mesi, rendono il bambino e poi l’adulto vulnerabile dal punto di vista affettivo, insicuro e spaventato. Anche le separazioni o gli allontanamenti scarsamente significativi vengono vissuti come rifiuti, gli avvicinamenti sono accompagnati dall’idealizzazione dell’altro o dalla sottomissione con lo scopo di evitare un rifiuto. Egli vive male l’interesse degli altri verso l’esterno poiché lo vive come un abbandono e prova a dare inizio a conflitti per poter testare la relazione ed il grado di importanza affettiva che riveste verso la figura di riferimento. Il meccanismo di difesa tipico è il diniego repressivo che si esprime nel tollerare (o sopravvivere) ai momenti di separazione sradicando il ricordo della madre per poi mostrare un falso cinismo. In questo caso, qualsiasi esperienza di separazione, anche in età adulta, porta il soggetto a vissuti eccessivamente intensi. La tendenza è di provare una svalutazione di sé con il rischio di sviluppare condotte di dipendenza dalle sostanze e dall’alcol.

La compromissione dei primi due stadi può determinare un disturbo grave dell’attaccamento, mentre i due successivi comportano un problema o un trauma dell’attaccamento, ma non un disagio grave.

I bambini che hanno subito un trauma nello stadio 3 o 4 sono disponibili e ricettivi alla psicoterapia poiché hanno sviluppato la possibilità di investire affettivamente sulle persone. Anche se con precise difficoltà e difese, mostrano di voler stare in una relazione e questo li rende accessibili alla psicoterapia. Nel momento in cui avvertono di essere presi in carico dal terapeuta, accettano e cercano l’aiuto mostrando l’impegno di voler superare la paura di essere abbandonati e rifiutati.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.