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Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Agorafobia: che cos’è e come si affronta

Il significato letterale dalla parola Agorafobia è il timore dei luoghi aperti.  Nella grecia antica il termine Agorà indicava, infatti, la piazza, il luogo aperto dove ci si incontrava nella città.

In psichiatria il significato è simile ma con delle specifiche più ampie.
L’agorafobia è la paura di trovarsi in situazioni in cui può essere difficile chiedere aiuto o allontanarsi nel caso si manifestassero ansia o sintomi imbarazzanti ( tipicamente il bisogno di correre al bagno).

Gli agorafobici temono tipicamente situazioni come l’essere in auto, soprattutto in autostrada,   recarsi in supermercati o centri commerciali, evitano situazioni affollate come ad esempio i concerti.
Molto frequente è la difficoltà o l’impossibilità di viaggiare sui mezzi pubblici, soprattutto sotterranei e in aereo.
Altre situazioni comunemente temute da chi soffre di agorafobia sono i ponti o l’utilizzo dell’ascensore, a volte anche solo recarsi al cinema o in un ristorante può essere motivo di preoccupazione ed ansia.

Erroneamente si pensa che l’agorafobia sia sempre associata al Disturbo da Attacchi di Panico, in realtà molti pazienti non hanno mai esperito attacchi di panico ma semplicemente sviluppano uno stato di ansia intensa, diversa dal panico, quando sono esposti alle suddette situazioni.


Evitamento e dipendenza

Il timore di affrontare contesti che si presentano quotidianamente può creare una importante  compromissione della propria autonomia di vita, con una limitazione del funzionamento sociale, lavorativo e a volte anche famigliare.

Mentre, infatti, alcuni stimoli fobici possono essere evitati senza grosse conseguenze nel quotidiano, altri, più frequenti e necessari per lo svolgimento della propria vita lavorativa o di svago, sono evitati dai pazienti che necessariamente andranno incontro a quelle che vengono definite condotte di evitamento.

Un’altra conseguenza è lo sviluppo di dipendenza da figure che rappresentano una base sicura e un punto di riferimento, molte esperienze  possono essere affrontate soltanto se con il supporto di famigliari o persone note e al corrente del problema.

Evitamento e dipendenza se non trattate si ampliano sempre di più con un decorso ingravescente che riduce gradualmente le possibilità di questi pazienti di muoversi in autonomia e di godere della loro vita e libertà.

A volte alcuni pazienti più resilienti non rinunciano e si espongono alle situazioni temute ma questo genera sempre in loro uno stato di forte allarme con sintomi tipici di quando siamo in situazione di pericolo e abbiamo paura.

I sintomi più frequenti sono: tachicardia e tachipnea, tremori, sudorazione, stato di allarme psichico, tensione muscolare, spesso dolori addominali meteorismo e sintomi diarroici o urgenza di fare pipì.
In alcuni casi i sintomi raggiungono livelli più alti e si concretizza un vero e proprio Disturbo da Attacchi di Panico.

Un’altra conseguenza dell’agorafobia, quando non trattata, può essere l’abuso di farmaci, alcol o droghe a scopo auto-terapeutico.

L’agorafobia insorge solitamente dopo l’adolescenza e colpisce con frequenza simile sia i  maschi che le femmine. Se non curata il decorso è ingravescente e anzi tende a peggiorare nel tempo.
Spesso questi pazienti sono stati bambini affetti da ansia da separazione o comunque da qualche problematica nella relazione con le figure di accudimento, bambini che per qualche motivo insito nel loro temperamento più sensibile o nella personalità del care-giver non hanno sviluppato la certezza di una base sicura e di un attaccamento stabile e tranquillizzante con i genitori.

L’Agorafobia, con o senza attacchi di panico va sempre curata.
Se i sintomi sono invalidanti, è necessario impostare una terapia farmacologica con SSRI, cioè farmaci che agiscono sul neurotrasmettitore Serotonina, implicato nello sviluppo dei disturbi d’ansia. Nel primo mese di terapia è buona pratica inserire anche un ansiolitico di supporto in quanto il tempo di latenza dei farmaci serotoninergici è appunto di 3 / 4 settimane durante le quali i pazienti non percepiscono ancora i benefici della terapia medica.

Accanto all’approccio biologico è però assolutamente indispensabile consigliare ai pazienti un periodo di psicoterapia che ha l’obiettivo di ridurre i conflitti e le paure alla base del problema e di aiutare il paziente a gestire meglio la sua emotività e la sua ansia.

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Mens sana in corpore sano

Medicina di Regolazione e Omotossicologia

La Medicina di Regolazione e l’Omotossicologia possono essere efficaci per aiutare l’organismo ad autoregolarsi e ridurre l’impatto dei fattori d’invecchiamento cellulare.

Lavorano in integrazione e non in sostituzione alla medicina tradizionale, aumentando le possibilità di intervenire, sia nella prevenzione sia nella cura delle malattie, soprattutto croniche, tipiche della vecchiaia.

Accompagnano l’organismo nel fisiologico processo d’invecchiamento affinché esso avvenga in modo più dolce e modulato.

L’invecchiamento è un processo biologico geneticamente determinato in ciascuno di noi e influenzato da molteplici fattori tra cui la riduzione della funzionalità endocrina; non soltanto ovaio e testicolo riducono la produzione degli ormoni sessuali, ma si assiste ad una graduale involuzione di tutto l’asse neuro-endocrino.

Affrontare positivamente e in salute il processo di invecchiamento

Un’altra causa dell’invecchiamento è la riduzione negli anni del numero di mitocondri, gli organuli presenti all’interno della cellula che generano energia sotto forma di ATP.

Ricordo, a questo proposito, che l’attività fisica, soprattutto di tipo aerobico, induce in poche settimane un oggettivo aumento dei mitocondri.

Anche il sistema immunitario con gli anni diventa meno efficiente, ciò può dare luogo a malattie autoimmuni in cui il sistema è ipereattivo o a condizioni di scarsa difesa. La longevità dipende da un sistema immunitario efficace ma non aggressivo.

Tutte le strategie che si possono attuare a beneficio della salute e per ridurre l’esposizione a ciò che fa male al nostro organismo, lo fa ammalare e lo fa invecchiare, agiranno sul corpo ma allo stesso tempo sulla nostra mente, il cervello è un organo al pari di tutti gli altri. Uno stile di vita corretto preserva quindi le nostre funzioni cognitive e il tono del nostro umore.

Non è necessario essere troppo rigidi e rigorosi nell’applicare questi consigli. L’eccesso di zelo nel seguirli sarebbe già di per sé un fattore stressante.

Porre attenzione, concedendosi anche sane piccole trasgressioni, è il modo migliore per applicare una strategia vincente che può anche durare nel tempo.

 

Mens sana in corpore sano

Scarica l’infografica “Mens Sana in Corpore Sano”

La Medicina Fisiologica di Regolazione e i farmaci Omotossicologici possono essere validi ausili che rendono il processo d’invecchiamento meno brusco, influenzando positivamente i deficit cognitivi e fisici tipici della vecchiaia.

Sono disponibili Citochine e Interleuchine che modulano e regolarizzano il sistema immunitario, preparati a forte azione antiossidante che stimolano la funzione dei mitocondri e di conseguenza i processi di degenerazione e morte cellulare.

Esistono fattori di crescita neurotrofici che possono stimolare e preservare i neuroni.

E’ oramai noto che le cellule del sistema nervoso centrale possono rigenerarsi e moltiplicare le loro sinapsi.

Sono disponibili ormoni in diluizioni simili a quelle che normalmente agiscono nel nostro organismo che possono modulare la funzione delle ghiandole endocrine regolandone la funzione se in eccesso o in difetto.

Integrare uno stile di vita sano con questo tipo di cure e di interventi può rappresentare un buon modo di costruirsi una vecchiaia ” in salute”.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Invecchiamento attivo, Medicina di Regolazione e Omotossicologia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Gli attacchi di panico notturni

Gli attacchi di panico notturni

Alcuni pazienti affetti da attacchi di panico sperimentano gli episodi soltanto nelle ore notturne.

Gli attacchi di panico notturni sono molto invalidanti e se non trattati portano inevitabilmente a disturbi del sonno e allo sviluppo di disturbi d’ansia. Sono meno frequenti rispetto agli attacchi che avvengono durante lo stato di veglia ma si tratta comunque di un disturbo piuttosto comune.

Le crisi di panico determinano un risveglio improvviso, il paziente sperimenta un forte spavento ed è invaso da un senso di terrore e angoscia. Durante questi episodi la sensazione del paziente è amplificata dal particolare stato di coscienza,  causando ancora più ansia e sgomento.

 

Attacco di panico notturni psichiatra Milano

 

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I sintomi degli attacchi di panico notturni

I sintomi con cui si manifestano gli attacchi di panico notturni sono sostanzialmente gli stessi delle crisi di panico diurne: tachicardia, sudorazione  seguita da sensazione di intenso freddo, mancanza d’aria e senso di soffocamento, stato d’animo di allarme con intensa ansia, paura di morire o di avere un infarto.

Avvenendo in un momento della nostra vita in cui siamo in uno stato di coscienza  caratterizzato dall’assenza di controllo, gli attacchi di panico notturno generano più spavento, preoccupazione e confusione rispetto a quelli diurni. Sono caratteristici nella fase non-REM del sonno, quindi quando l’attività onirica è disattivata,  contrariamente a quanto si immagina, infatti, non sono la conseguenza di sogni terrificanti o di incubi.

Alcune condizioni, sia fisiche che psichiche, possono facilitare la comparsa di attacchi notturni.  Sono, ad esempio, più frequenti in chi soffre di ipertiroidismo.

Anche il reflusso gastroesofageo e le apnee notturne possono causare attacchi di panico durante la notte. Ovviamente chi vive un momento di forte stress e pressione psicologica, magari per motivi di lavoro o personali o chi ha recentemente vissuto un lutto  o un evento traumatico è più esposto alla probabilità di sviluppare attacchi di panico.

Cosa fare durante un attacco di panico notturno

Dopo un AP notturno è consigliato lasciare passare un certo periodo prima di rimettersi a dormire. Anche le reazioni biologiche durante la crisi d’ansia con la scarica di ormoni e neurotrasmettitori richiedono un po’ di tempo per ritornare ai livelli di base fisiologici. Un po’ come quando si prova una violenta emozione ed è esperienza comune la graduale remissione dell’attivazione emotiva nel giro di alcuni minuti.

E’ naturale che chi abbia sperimentato un attacco di panico notturno sia preoccupato e abbia il timore di vivere nuovamente questa esperienza nelle notti successive.

Il suggerimento è di affrontare il sonno senza pregiudizi, senza aspettative, né in un senso né nell’altro. Non la convinzione che accadrà sicuramente di nuovo ma anche considerando che ciò potrebbe essere possibile. Sicuramente l’esperienza, per quanto sgradevole, sarà meno spaventosa in quanto già nota e conosciuta.

Certamente è importante porre attenzione a tutte le regole dell’igiene del sonno, troppo spesso trascurate.

Se dovessero ripetersi altre crisi notturne, il consiglio è di rivolgersi al medico che valuterà sia le possibili cause fisiche che quelle psicologiche e consiglierà gli approfondimenti, le terapie e gli approcci più opportuni

Ad ogni modo ricordate che gli attacchi di panico, per quanto esperienze profondamente preoccupanti,  sono del tutto innocui per la salute fisica e soprattutto sono curabili con facilità dallo specialista.

Se non affrontati nel modo corretto, invece, possono dare origine ad uno stato di ansia anticipatoria rispetto al momento del sonno e questa ansia può indurre alcuni soggetti all’abuso di tranquillanti o di alcool. Frequentemente il tentativo di gestire gli attacchi porta a comportamenti di evitamento che non risolvono il problema, ma anzi creano un circolo vizioso inefficace.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Attacchi di panico a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Sintomi fisici e somatici nei disturbi psichiatrici: dolore e depressione

Dolore e depressione

Secondo evidenze oramai riconosciute e condivise dal mondo scientifico, l’organismo è un sistema complesso e connesso nelle sue diverse parti e allo stesso tempo aperto alle connessioni con il mondo esterno, con il quale scambia messaggi in entrata e in uscita.
Da questo punto di osservazione è interessante notare come i disturbi psichiatrici siano molte volte segnalati non soltanto dalla comparsa di sintomi mentali ma anche da una serie di disturbi e sintomi che riguardano il nostro corpo.

Stato infiammatorio e depressione: la low grade inflammation

E’ facile comprendere come questo sia possibile riconoscendo al nostro encefalo, e al sistema nervoso nel suo insieme, il ruolo di “centralina” che coordina e permette un fluido funzionamento di tutti i nostri organi e apparati.
Inoltre, oggi iniziano a farsi più evidenti le prove di un interessamento non soltanto centrale, cioè a livello dell’organo cervello nella depressione, la quale viene via via studiata e riconosciuta anche come malattia sistemica a cui sottostanno processi “infiammatori”.
In particolare le cosiddette Low Grade Inflammation, cioè condizioni che perdurando nel tempo possono dare il via a processi patologici veri e propri, con il loro corredo di sintomi e di segni clinici.
Da queste iniziali evidenze, sulle quali il mondo scientifico sta da anni studiando, deriva ad esempio l’utilizzo di integratori come gli Omega 3 o di interleuchine e citochine in low dose, in alcune patologie come la Depressione o la Demenza senile, ovviamente in associazione e ad integrazione delle terapie specifiche per questa patologie.

I sintomi fisici di ansia e depressione

La depressione e i disturbi d’ansia si presentano, quasi invariabilmente, con un insieme di sintomi sia psicologici che fisici.

Esistono però, forme depressive che vengono definite mascherate nelle quali, addirittura, i sintomi affettivi specifici della depressione, come la tristezza, il pianto l’angoscia o l’ansia, non fanno parte del quadro clinico, il quale si manifesta esclusivamente con dolori diffusi o a volte localizzati, più tipicamente agli arti inferiori ma non solo, con stanchezza marcata, disturbi vaghi come vertigini, cefalea, dolori muscolari o oste-articolari.
La stanchezza rappresenta il sintomo più frequentemente riferito: astenia soprattutto mattutina, è presente in circa l’80% dei pazienti depressi.

A volte nelle donne in menopausa è possibile la comparsa di dolore diffuso o localizzato ai genitali e al perineo.
Non sono rari anche i disturbi a carico dell’apparato digerente e urinario come la pollacchiuria, cioè un bisogno continuo ed impellente di urinare.

In questi casi è sempre complesso porre una corretta diagnosi differenziale e riconoscere il quadro presentato dal paziente come depressione, ma, una volta esclusa la presenza di cause fisiche, la somministrazione di un farmaco antidepressivo induce la scomparsa di ogni sintomo che prima disturbava la vita del paziente.

La frequenza del sintomo dolore nella depressione è dovuta al fatto che il neurotrasmettitore Serotonina, che regola il tono dell’umore, è anche implicato nella percezione dolorifica, una sua carenza ne diminuisce la soglia e aumenta la nostra sensibilità al dolore.

Stanchezza cronica e dolore cronico nella depressione

Stanchezza cronica e dolore cronico sono due sintomi che non devono mai essere sottovalutati, richiedono un serio approfondimento medico su più livelli per escludere che siano correlati ad una patologia fisica.
Se nulla emerge in questo senso, deve essere presa in considerazione l’origine psicogena.
Anche in questo caso le ipotesi diagnostiche sono diverse e deve essere compito dello specialista psichiatra approfondire per consigliare il paziente verso la terapia più adatta.

 

dolore e depressione Milano Psichiatra somatizzazioni
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  • esistono forme di Depressione che non presentano sintomi psichici
  • sono chiamate Depressioni mascherate
  • stanchezza, dolori muscolari, dolori osteoarticolari, dolore gli arti inferiori, cefalea, vertigini, dolore ai genitali esterni o al perineo, disturbi gastrointestinali.
  • vanno escluse tutte le cause organiche che potrebbero essere la causa di questi sintomi
  • la somministrazione di un farmaco antidepressivo risolvere la sintomatologia fisica
  • la serotonina, neurotrasmettitore implicato nella depressione, è anche determinante nella regolazione della percezione dolorifica
  • stanchezza cronica e dolore cronico sono sintomi che non vanno trascurati e richiedono un corretto inquadramento diagnostico

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di dolore e somatizzazioni nei disturbi di ansia e depressione. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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L’ipocondria

Cosa è l’ipocondria?

Ipocondria significa fobia delle malattie ed è una condizione conosciuta dai tempi antichi.

Il termine IPOCONDRIA risale, infatti, a Ippocrate il quale parlava di Male degli Ipocondri per descrivere la condizione di pazienti che lamentavano dolori addominali, problemi digestivi, ansia, timore della morte e sentimenti di tristezza.

In Italia si stima che quasi 4 milioni di persone, circa il 6 -7 % della popolazione, ne siano affette, si tratta solitamente di soggetti adulti con una distribuzione simile tra maschi e femmine.

Sono ipocondriaco?

Il paziente ipocondriaco può sperimentare la sua paura con sfumature diverse che vanno dal moderato timore fino alla convinzione assoluta di avere una malattia, solitamente grave e pericolosa per la sua salute, potenzialmente mortale.

In questo caso le preoccupazioni ossessive sulla presenza di una grave problematica di salute non vengono influenzate neppure da evidenze concrete come visite mediche rassicuranti o esami diagnostici negativi.

Il paziente vive in uno stato di ipervigilanza per ogni segnale che viene dal corpo, ogni sensazione corporea viene prontamente rilevata e interpretata alla luce della sua paura, diventando immediatamente il chiaro sintomo di qualcosa che non va.

Tutto ciò ovviamente diventa ancor più rilevante qualora effettivamente il paziente abbia qualche sintomo reale, magari dovuto ad una condizione medica banale e risolvibile, come un raffreddore, un’ influenza, un leggero mal di testa o di stomaco.

Qualsiasi organo o funzione del corpo possono essere messe in dubbio e spesso il pensiero si sposta dall’una all’altra.

 

Ipocondria a Milano Paziente Ipocondriaco Psichiatra Psicoterapeuta

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Quali sono i sintomi dell’ipoconndria?

Tipici esempi sono un’eccessiva attenzione alle funzioni intestinali, al battito cardiaco, alle continue sensazioni propriocettive del nostro corpo. Un altro caratteristico dubbio dei pazienti affetti da ipocondria è il timore di avere contratto o di poter contrarre una malattia infettiva o una neoplasia.

Gli ipocondriaci mettono in atto le loro paure con comportamenti di controllo ripetitivo e rituale del proprio corpo oppure si sottopongono a frequenti visite mediche o esami di approfondimento, mai soddisfatti e tranquillizzati da risultati negativi.

Nei casi più evidenti il paziente arriva a non fidarsi della competenza o della cura del medico e tenderà a rivolgersi a diversi professionisti pur di scongiurare la sua paura.

Come si cura l’ipocondria

Nei tempi recenti è comune visitare pazienti che hanno raccolto numerose notizie cliniche navigando sulla rete e si presentano alla visita con una corposa documentazione già proponendo diagnosi o esami specifici per la patologia di cui ritengono di soffrire. Spesso sono anche molto informati sulle terapie disponibili.

E’ però anche possibile che la fobia delle malattie si manifesti in modo del tutto differente e quindi con il rifiuto e la negazione di dare valore a sintomi e segni che dovrebbero invece essere indagati e con un evitamento fobico di medici o procedure diagnostiche, anche semplici e non invasive.

Un’altra caratteristica delle personalità ipocondriache è descrivere i loro sintomi in modo molto dettagliato, fornendo spesso particolari poco significativi o riproponendo il disturbo lamentato più volte e in modi differenti, solitamente senza nessuna consapevolezza delle modalità ansiose e ridondanti con cui la storia clinica viene proposta al medico.

Per il medico psichiatra proprio questo stile comunicativo è molto utile per porre la diagnosi e in genarle l’ipocondria è una condizione di facile identificazione diagnostica.

Nella maggioranza dei casi i sintomi non sono di entità tale da compromettere le relazioni sociali, prevalentemente il disagio del paziente ha ripercussioni sui famigliari più stretti con i quali possono crearsi tensioni nel momento in cui il paziente si sente poco ascoltato e sottovalutato nella sua preoccupazione.

La terapia di questo disturbo deve prevedere indubbiamente un percorso di psicoterapia in cui lo scopo è di aiutare il paziente, non tanto a non temere fatti peraltro non prevedibili né evitabili in assoluto, quanto condurlo a sviluppare modalità di pensiero e comportamenti più adeguati, realistici ed efficaci, e a gestire con una emotività più controllata e congrua gli eventuali problemi di salute che si troverà ad affrontare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di ipocondia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Burnout

Cosa è il burnout?

Il Burnout può essere definito come uno stato di esaurimento emotivo accompagnato da sintomi di tipo ansioso e depressivo. In effetti, il termine anglosassone Burnout si traduce come: bruciato, esaurito, estinto, esausto.

È uno stato patologico che riguarda il fisico e la psiche legato al perdurare di condizioni di stress lavorativo che generano un sovraccarico non più tollerabile e gestibile dall’organismo del paziente.

Depressione Milano Psichiatra Burnout

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Anni fa questo tipo di condizione veniva riservata alle cosiddette professioni di aiuto in cui è richiesto un notevole impegno sul piano interpersonale. In verità nel mondo occidentale moderno il Burnout è estremamente frequente in moltissimi contesti lavorativi che sono caratterizzati da richieste eccessive di performance e di tempo dedicato al lavoro, come ad esempio nel caso di professionisti con ruoli dirigenziali, avvocati in grandi studi associati, medici, turnisti di ogni genere e qualsiasi figura professionale sulla quale vengono riversate pretese eccessive di impegno e di risultato a lungo termine.

I dati emersi dagli studi epidemiologici e dalle osservazioni cliniche segnalano come questa condizione patologica sia in continuo aumento e sia correlata non soltanto con un profondo malessere personale ma anche con costi sociali indiretti molto elevati, in quanto compromette profondamente la motivazione e la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.

E’ quindi una delle più frequenti cause di assenteismo.

Come si manifesta il burnout

Il quadro clinico di un paziente in stato di Burnout è caratterizzato da tensione generale e ansia costante, il pensiero si focalizza ossessivamente e rimugina su ogni aspetto del proprio lavoro. Il sonno è invariabilmente disturbato perché i pensieri continui rendono difficile l’addormentamento, il risveglio è precoce e già dai primi minuti compare l’ansia.

E’ sempre presente il calo del tono dell’umore, variabile nell’intensità a seconda della gravità e della durata dello stress che causa la situazione di esaurimento.

Il paziente sperimenta uno stato di profonda demotivazione e spesso anche il timore di recarsi al proprio lavoro.

I pazienti si descrivono come molto stanchi e allo stesso tempo incapaci di rilassarsi.

Anche i professionisti più seri, capaci e stimati possono sperimentare forti sentimenti di paura e di inadeguatezza ed iniziare a temere o rifiutare nuovi incarichi e nuove responsabilità, con sensi di colpa, di fallimento e rabbia.

Sono invariabilmente presenti disturbi cognitivi come riduzione della capacità di concentrarsi e della memoria.

Anche a livello fisico possono comparire sintomi quali cefalea, gastrite e ulcere, ipertensione, calo della libido.

Non è raro il tentativo di autocura con abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze psicotrope.

Cause del burnout

La Sindrome del Burnout è il punto di arrivo di uno stato di stress cronico e di impegno lavorativo che esubera le capacità del soggetto di farvi fronte a lungo termine.

Avviene quando le condizioni e i ritmi di lavoro non sono commisurati alla persona ma sono maggiormente orientati alla logica del guadagno.

Spesso le gratificazioni professionali, sia economiche che non, sono scarse ed è presente un alto livello di competizione anche con comportamenti poco corretti su un piano interpersonale.

Un altro motivo facilitante la comparsa di Burnout è lo svolgimento del lavoro in ambienti poco adatti, ad esempio bui, rumorosi, malamente climatizzati.

Nel mondo moderno occidentale, soprattutto con la sempre crescente riduzione del personale, la capacità di resistere allo stress e alla sovraccarico lavorativo stanno diventando condizioni richieste in modo esplicito durante la selezione del personale. Spesso le persone, prive di valide alternative non hanno altra possibilità che accettare condizioni di lavoro a lungo termine non compatibili con uno stato di benessere psico-fisico.

Diagnosi del burnout

Nella diagnosi di questa condizione è molto importante un approfondimento obiettivo del contesto lavorativo ed anche una attenta anammesi psicologica e famigliare.

E’ altrettanto importante approfondire la comprensione della struttura di personalità del paziente.

Vanno infatti ben differenziate, per diversi motivi, le situazioni di effettivo Burnout da quelle dovute ad una struttura di personalità in qualche modo fragile, poco flessibile o non sufficientemente dotata di capacità di problem solving o competenze relazionali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Invecchiamento Attivo – Healthy Ageing

Invecchiamento Attivo

Il concetto di Invecchiamento Attivo o Invecchiamento in Buona Salute è un concetto preventivo caro alla Medicina Omotossicologica.

Tutti noi sappiamo che la vita media si è notevolmente allungata grazie alle migliori condizioni generali di vita e anche grazie alla capacità di curare farmacologicamente molte malattie che in passato avrebbero portato alla morte.

In effetti, il concetto di Malattia Cronica o Degenerativa è relativamente recente e appunto riguarda quelle patologie che oggi possono essere controllate a lungo termine, allungando così le aspettative di vita. In passato la diagnosi di queste malattie era più rara ed era invece più frequente la morte a causa dell’impossibilità di fare fronte alle fasi acute e all’aggravamento di queste forme.

Se è sicuramente rassicurante sapere che oggi si può vivere più a lungo, desidero porre l’attenzione sul fatto che ciò che conta è assicurarsi una vecchiaia  che non sia costellata da dolori cronici, da gravi limitazioni fisiche o mentali e dall’assunzione di una quantità impressionante di farmaci che devono controllare ogni sintomo manifestato da un organismo che va fisiologicamente incontro alla fine del suo ciclo di vita. Read more »

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La felicità in pillola

La felicità in pillola

La fluoxetina è un antidepressivo, il nome commerciale più noto ai molti di questa molecola è Prozac. E’ un farmaco che ha fatto tanto parlare di sé negli anni ’90, soprattutto nei paesi anglosassoni dove è stato prescritto, secondo alcune fonti, forse in un modo un po’ indiscriminato. Ci si riferiva allora a questa medicina come alla pillola della felicità.

Appartiene alla classe degli antidepressivi serotoninergici o SSRI ed è un ottimo farmaco, se usato nelle situazioni che veramente ne richiedono l’utilizzo e rispettando le linee guida della sua prescrizione.

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Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depersonalizzazione e Derealizzazione

La Depersonalizzazione e la Derealizzazione sono due sintomi molto particolari e sono spesso fonte di particolare angoscia e preoccupazione per il paziente che li sperimenta. Si tratta di sensazioni psichiche particolarmente spiacevoli, conseguenti ad una alterata percezione dell’ambiente circostante o del proprio corpo.

Transitori episodi di questo tipo possono accadere anche in condizioni normali, scatenati da situazioni di stress o di particolare impegno emotivo.

Questi due fenomeni sono comuni in molti disturbi psichici come ad esempio nel Disturbo da Attacchi di Panico e in generale in molte situazioni in cui il sintomo predominante è l’ansia. Anche nei Disturbi di Personalità o nei Disturbi dell’Umore alcuni pazienti riferiscono sensazioni spiacevoli, difficili da descrivere, attribuibili a questi sintomi dissociativi. Altre volte possono fare da sottofondo continuo e sfumato nella sua intensità, nella vita di alcuni soggetti, senza che si concretizzino all’interno di un disturbo psichico vero e proprio.

Cosa è la depersonalizzazione?

La depersonalizzazione può essere definita come un’alterazione dell’esperienza del sé, durante la quale il paziente sperimenta un senso di distacco e di estraneità che può riguardare il sé corporeo ma anche i propri contenuti mentali. Il proprio corpo può essere percepito come sfumato, appannato, rimpicciolito o ingigantito, ad ogni modo alterato e deformato.

I pazienti faticano a trovare le parole per descrivere questa l’esperienza, spesso lo fanno utilizzando espressioni quali la sensazione di vivere in un sogno: “ mi sento come stordito o in una bolla, come se il mio corpo fosse distante ed estraneo, come se mi vedessi all’interno di un tunnel, come se fossi fuori dal mio corpo” o ancora “ mi sento come un automa, un burattino o come se fossi in trance”.  Altre descrizioni frequenti sono il percepire la realtà come osservandola fuori dal proprio corpo o il sentirsi separati dalla realtà da un vetro o da un velo di nebbia.

Non è, infatti, facile descrivere con le parole un’esperienza tanto vaga quanto angosciante; spesso il paziente ne è spaventato, teme di perdere il contatto con la realtà esterna e con sé stesso. Per il clinico, a conoscenza dell’esistenza di questi sintomi psicopatologici, è invece molto facile riconoscerli nei tentativi di descrizione dei pazienti. Il medico dovrà poi contestualizzarli all’interno del racconto fornito e formulare una diagnosi corretta.

In questi casi è sempre utile tranquillizzare il paziente, spiegargli che ciò che sta sperimentando è conosciuto ed è anche relativamente frequente e che nonostante possa apparire terrificante può essere facilmente inquadrato e curato.

Cosa è la derealizzazione?

Per Derealizzazione si intende invece la alterazione della percezione del mondo esterno tale per cui la realtà viene sperimentata come strana, estranea, lontana e rimpicciolita, deformata ed irreale o come osservata con un microscopio o una lente. Durante gli episodi di derealizzazione la realtà viene percepita come priva di risonanza emotiva e anche gli ambienti famigliari risultano estranei e poco protettivi, poco accoglienti.

La comparsa di questi due fenomeni è più probabile nei pazienti che hanno avuto esperienze infantili in qualche modo traumatiche, soprattutto in senso relazionale.

Il sistema cognitivo ed affettivo del bambino non può elaborare esperienze di forte angoscia e se ne difende con una sorta di stato dissociativo. Condizioni di trascuratezza, di negligenza o comunque di difficoltà da parte dell’ambiente di prendersi cura emotivamente del neonato o del bambino, generano stati angosciosi che vengono riattivati da adulto in specifiche situazioni emotivamente stressanti.

Nei casi più gravi, addirittura, la dissociazione che genera questi sintomi rappresenta una forma estrema di difesa, una strategia protettiva quando l’ambiente è costantemente traumatizzante e frustrante rispetto ai bisogni fisici ed emotivi del bambino. La perdita del contatto con il sé e con la realtà permette paradossalmente al bambino di difendersi da un dolore troppo intenso causato da abuso o trascuratezza, fisica o emotiva.

E’ importante in questo contesto specificare che nella maggior parte dei casi, fortunatamente, non si tratta di traumi derivanti da gravi abusi o severe trascuratezze genitoriali, ciò nonostante, l’immaturità del sistema di coping del bambino (cioè delle strategie cognitive e di comportamento che permettono la gestione delle situazioni di stress) può causare, in soggetti maggiormente predisposti, una grave sofferenza emotiva e predisporre a sintomi dissociativi nell’età adulta.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psicoterapia e Psichiatria a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.