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Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

A cosa servono gli stabilizzatori del tono dell’umore e quando si usano?

Gli stabilizzatori dell’umore sono di farmaci che si utilizzano soprattutto nelle Depressioni Maggiori Ricorrenti e nel Disturbo Bipolare. Il loro compito è proprio quello di mantenere il tono dell’umore in uno stato di equilibrio, prevenendo la ricomparsa di sintomi depressivi o di euforia.

Il nostro umore non è mai costante, varia di giorno in giorno o anche nel corso della stessa giornata. Questo è normalmente dovuto ai diversi stimoli e condizioni ambientali esterne cui siamo esposti e che possono influire sul nostro stato d’animo. Le fisiologiche oscillazioni possono anche essere indipendenti da cause esterne e quindi legate a fattori più intimi di cui siamo inconsapevoli.

Queste oscillazioni da stati di maggiore serenità ad altri di moderata tristezza o preoccupazione sono assolutamente normali e non rappresentano una patologia da curare. Quando le oscillazioni in senso depressivo o in senso euforico sono invece intense e durature, non congrue a ciò che sta accadendo nella vita del soggetto, quando determinano una sofferenza soggettiva che da luogo a comportamenti evidentemente patologici, siamo di fronte ad un Episodio Depressivo o ad un Episodio Maniacale del Disturbo Bipolare.

Queste sono condizioni cliniche con andamento episodico, ciclico che richiedono una terapia protratta per diverso tempo. E’ possibile in questi casi intervenire nella fase acuta con farmaci specifici che servono per contenere i sintomi depressivi o di euforia. E’ però determinante, una volta risolto il quadro clinico più urgente, prevenire le ricadute prescrivendo uno stabilizzatore del tono dell’umore.

Quali sono gli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il farmaco più efficace nel prevenire le recidive è il Litio. Il Litio è un elemento presente in natura, non è quindi un farmaco di sintesi, quando viene assunto per bocca non è metabolizzato ed è eliminato come tale con le urine, una quota piccolissima con le feci e il sudore. Il Litio è considerato il farmaco di prima scelta e, nella maggiore parte dei casi, è in grado di bloccare o comunque di ridurre notevolmente la ciclicità del Disturbo Bipolare o della Depressione Ricorrente. Questo significa cambiare radicalmente il decorso di una malattia che, se non curata nel modo adeguato, diventa molto invalidante per lo svolgimento di una normale esistenza. Con la corretta assunzione di Litio la maggior parte dei pazienti affetti da queste malattie possono condurre una vita del tutto normale.

Un’alternativa è l’utilizzo della Carbamazepina, farmaco ad azione anticonvulsivante che possiede anche proprietà anti-maniacali e stabilizzanti.  Il suo ottimo effetto anti-maniacale, fa sì che spesso sia utilizzato non solo a scopo profilattico ma anche proprio nella fase acuta della malattia. Questo farmaco appartiene alla classe degli anticonvulsivanti cioè medicine utilizzate anche in neurologia per trattare le crisi epilettiche e altre patologie come ad esempio la nevralgia del trigemino. La Carbamazepina può essere utilizzata come valida alternativa nei pazienti che per qualche motivo non tollerano il Litio o presentano controindicazioni al suo utilizzo. A volte viene prescritta in associazione  al Litio per potenziarne l’azione.

L’Acido Valproico o Valproato è anch’esso efficace e, come la Carbamazepina, appartiene alla classe degli antiepilettici. Il suo utilizzo in psichiatria come stabilizzatore che previene le recidive non deve essere di prima scelta ma è da considerare quando la risposta ai precedenti farmaci non è sufficiente o non è indicato il loro utilizzo. Più raramente possono essere prescritti altri farmaci tra cui il Gabapentin, la Lamotrigina o il Clonazepam. Sono molecole meno efficaci da un punto di vista della profilassi delle ricadute, il cui utilizzo dovrebbe essere riservato ai casi in cui non vi sia stata risposta alle precedenti opzioni.

Come si sceglie lo stabilizzatore del tono dell’umore più adatto? 

Se non ci sono controindicazioni assolute, il farmaco di prima scelta deve essere sempre il Litio. Gli studi clinici negli anni hanno chiaramente confermato che rappresenta la scelta più valida ed efficace. Se, nonostante l’assenza di controindicazioni, il paziente riferisce effetti collaterali eccessivamente disturbanti che non si risolvono modulando la terapia, il medico dovrà prescrivere un altro stabilizzatore. Qualche volta può essere anche necessario potenziare l’azione prescrivendo due farmaci contemporaneamente. La scelta si basa quindi su diversi criteri valutabili conoscendo a fondo il singolo paziente e la particolare situazione clinica, nonchè l’evoluzione nel tempo della malattia e delle sue recidive.

Quali sono le controindicazioni all’uso degli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il Litio non deve mai essere assunto in gravidanza e durante l’allattamento. Può, infatti, causare gravi malformazioni a livello dell’apparato cardiovascolare. E’ inoltre controindicato nei pazienti affetti da insufficienza renale o che abbiano da poco avuto infarto del miocardio. Nel caso di un paziente affetto da ipotiroidismo la prescrizione del Litio deve essere fatta con molta attenzione e dopo un’attenta valutazione del costo/beneficio, comunque sempre monitorando costantemente il funzionamento della ghiandola tiroidea. Anche gli altri farmaci stabilizzanti sono controindicati in gravidanza, almeno nei primi tre mesi. La Carbamazepina deve essere assunta con cautela nei pazienti che abbiano presentato problemi a livello di produzione di cellule del sangue ( depressione midollare).

E’ necessario fare esami quando si assumono stabilizzatori del tono dell’umore?

Per quanto riguarda la terapia a base di sali di Litio va specificato che sarà necessario eseguire alcuni accertamenti sia prima della prescrizione sia per tutto il tempo per il quale il farmaco dovrà essere assunto. In questo caso è necessario valutare la funzionalità renale perché il Litio viene eliminato dal rene,  se la funzionalità renale è compromessa c’è rischio di tossicità. Importante anche valutare la funzione della tiroide in quanto a volte il Litio può determinare un lieve ipotiroidismo.

Per completare gli accertamenti in corso di terapia con il Litio è necessario fare un elettrocardiogramma e comuni esami ematochimici. Per gli anticonvulsivanti in genere può essere sufficiente valutare la funzionalità epatica e renale e l’emocromo, cioè la conta delle cellule nel sangue, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Questi esami vanno ripetuti a intervalli regolari durante l’assunzione del farmaco. Inoltre, sia per il Litio sia per la Carbamazepina e l’Acido Valproico, devono essere eseguiti  dosaggi regolari di questi farmaci nel sangue del paziente, attraverso un semplice prelievo.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Dottoressa, ho poca serotonina?

 Dottoressa, ho poca serotonina?

Non di raro i pazienti si presentano alla visita portando con sé preziosi ritagli di giornali o riviste divulgative in cui si parla della serotonina e del fatto che una sua mancanza o carenza sia la causa della Depressione.

Il ragionamento sotteso è: se sono depresso o ansioso vuole dire che mi manca la serotonina, se la introduco nel mio organismo starò bene. Alcuni pazienti, addirittura, mi chiedono se è possibile fare indagini mediche per scoprire se il loro organismo è povero di questo neurotrasmettitore. In effetti, i non addetti ai lavori possono essere tratti in errore dall’abitudine di dosare sostanze di cui possiamo essere carenti, nel sangue o nelle urine, come ad esempio il ferro o alcuni ormoni.  Per alcune di queste sostanze è valido il principio di ristabilire i giusti livelli nel corpo assumendole come vere e proprie medicine.  Purtroppo tutto ciò non vale per la serotonina.

La serotonina non può esser assunta come tale ma gli antidepressivi ne aumentano la disponibilità attraverso diversi meccanismi. Esiste la possibilità di assumere serotonina in diluizione low-dose, utilizzabile solo in alcune specifiche situazioni e comunque mai nella Depressione Maggiore. I livelli plasmatici della serotonina possono anche essere misurati ma è un’indagine che non si fa mai nella Depressione perché non ha alcun valore clinico o predittivo. Questo neurotrasmettitore gioca senza dubbio un ruolo importante in diverse funzioni cerebrali e indubbiamente è implicato nella genesi di alcuni disturbi psichici come l’ansia e la Depressione.

Si tratta ovviamente di una grande semplificazione. Nella Depressione e nei Disturbi d’Ansia le modifiche che avvengono a livello del cervello, e in generale in tutto l’organismo, sono numerose ed eterogenee.  L’insorgenza di queste malattie è cioè determinata da un insieme di cause e da alterazioni di meccanismi complessi, e non può essere semplicemente ricondotta alla mancanza di un unico neurotrasmettitore.

Dire che una mancanza di serotonina causa depressione è una semplificazione scientificamente non corretta, ma anche se non è esatta su un piano scientifico, può tornare utile per cercare di avvicinare alla comprensione di ciò che accade in un organismo malato. È inoltre vero che i farmaci che aumentano la disponibilità di questa sostanza danno beneficio e hanno potere antidepressivo.
Un fatto importante, che deve essere chiaro, è che gli antidepressivi funzionano solo nei soggetti clinicamente depressi, quelli che il medico psichiatra, attraverso la raccolta delle informazioni e la valutazione qualitativa e quantitativa dei sintomi, riconosce come affetti da Depressione Maggiore, Unipolare o Bipolare. Tutti gli altri soggetti, che pur possono sperimentare, anche con discreta frequenza, sentimenti di tonalità depressiva, ma non sono clinicamente depressi, non avranno alcuna modifica del loro umore assumendo questi farmaci.

Che cosa è la serotonina

La serotonina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza che viene liberata da una cellula nervosa nello spazio tra un neurone e l’altro. Agendo su recettori delle cellule nervose vicine trasmette un messaggio. Normalmente è prodotta dal nostro organismo dall’amminoacido triptofano, che deve essere introdotto con il cibo, poiché non lo possiamo sintetizzare. La produzione di serotonina avviene per la maggior parte al livello dell’intestino e in minore percentuale proprio nel cervello.

A cosa serve la serotonina?

Da tempo si sa che la serotonina è implicata in molteplici funzioni biologiche ed è in qualche modo alterata durante malattie come la depressione e l’ansia.

La serotonina interviene nella regolazione del tono dell’umore e del ciclo sonno-veglia. E’ implicata nel controllo dell’appetito e nella regolazione del senso di sazietà.  Anche il comportamento sessuale è regolato dalla trasmissione di serotonina, infatti, la mancanza di desiderio sessuale è uno dei sintomi cardine della Depressione, così come la riduzione dell’appetito. Questo neurotrasmettitore regola anche i tempi di eiaculazione. Gli antidepressivi che agiscono sulla serotonina spesso si utilizzano nei casi di eiaculazione precoce. E’ ovviamente indispensabile affiancare alla terapia sintomatica, indagini mediche e approfondimenti psicologici che portino alla vera comprensione e soluzione del problema. Ciò nonostante, almeno temporaneamente, può essere un buon approccio di supporto, soprattutto nei soggetti giovani che patiscono molto questa problematica che interferisce profondamente con la loro vita affettivo-relazionale.

Altre importanti funzioni regolate dalla serotonina sono la percezione del dolore e la peristalsi intestinale. Si ritiene  che parte della sintomatologia nella fibromialgia sia legata ad una carenza di questo neurotrasmettitore, in effetti uno dei sintomi cardine della malattia è proprio il dolore.

Quando le vie nervose che utilizzano serotonina non funzionano nel modo giusto è possibile avere sintomi o patologie come Depressione, Attacchi di Panico o altri tipi di ansia, insonnia e disturbi alimentari. Anche i disturbi legati alla Sindrome Premestruale si ritiene possano essere, almeno in parte, dovuti ad alterazioni della serotonina,  a volte questa sindrome si riduce con l’assunzione di farmaci serotoninergici.

Depressione: diagnosi e terapie

La Depressione rimane comunque una malattia complessa nella sua genesi e le alterazioni nell’organismo malato sono altrettanto complesse, sicuramente ad oggi ancora non del tutto note. Si intrecciano conoscenze di tante discipline per capire come mai alcuni soggetti soffrano di depressione e come mai, talvolta, questa si ripresenti con più episodi nella vita di una persona. Sono importanti gli studi sulla genetica ma anche sulle esperienze precoci di attaccamento e relazione con le figure di accudimento, su esperienze precoci di trauma, inteso anche e soprattutto come eventi relazionali, non macroscopici o eclatanti, ma che hanno minato nella loro cronicità lo sviluppo armonioso della personalità e un io adeguatamente strutturato da resistere e rispondere in modo adeguato agli stress che la vita impone.

Le esperienze precoci sono in grado di modificare le connessioni e il funzionamento del cervello e anche quello delle vie serotoninergiche.
Il livello di complessità dello stimolo stressante dovrebbe essere sempre adeguato al  grado di maturità affettiva e cognitiva del piccolo bambino, altrimenti questi eventi diventano patogeni e traumatizzanti, cioè espongono ad una maggiore probabilità di ammalare di disturbo depressivo o ansioso.

Il mio parere è favorevole all’utilizzo del farmaco, che non va demonizzato, anzi, come dico sempre ai miei pazienti, vissuto come un buon alleato. La terapia farmacologica va però integrata all’interno di una strategia di cura seriamente attenta a fattori causali anche di altro tipo.

Modificare i pensieri e i comportamenti, elaborare i ricordi, sciogliere alcune sensazioni emotive, in modo che il passato non entri continuamente nel nostro presente, è altrettanto importante e questi processi avvengono in psicoterapia. La Depressione è in parte un evento biologico e in parte un evento psicologico reattivo, le due cose non possono essere scisse e separate ma si influenzano reciprocamente.

Tantissime persone hanno un’esistenza inquinata da frequenti stati di tristezza e insoddisfazione che non raggiunge la gravità per essere diagnosticata come Depressione e che verosimilmente non può beneficiare di un farmaco miracoloso. Sebbene ogni caso rappresenti la realtà di una persona e non possa essere curato senza conoscerne bene i dettagli, è probabile che in queste persone le disfunzioni che portano all’umore spesso cupo e infelice richiedano altri tipi di interventi o comunque MAI solo il farmaco.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e obesità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La Depressione, l’ obesità e le malattie cardiovascolari

La depressione, l’obesità e le malattie cardiovascolari

È oramai accertato che i pazienti affetti da Depressione presentano un rischio maggiore di sviluppare malattie fisiche, soprattutto patologie cardiovascolari, come infarti e ictus cerebrali.

Alcuni studi calcolano che la Depressione Maggiore incrementi di 4 volte il rischio di morte per patologia cardiovascolare. Il collegamento tra la malattia depressiva e il rischio di patologia cardiovascolare è stato individuato in un disturbo complesso, noto come Sindrome Metabolica.

Depresione e obesità: collegamento con la sindrome metabolica

La Sindrome Metabolica è caratterizzata da obesità, con tessuto adiposo localizzato soprattutto a livello addominale, ipertensione sanguigna, iperglicemia e resistenza all’insulina, aumento del colesterolo ed è significativamente più frequente nei pazienti depressi che nella popolazione generale. La Sindrome Metabolica colpisce circa un quarto della popolazione adulta mondiale, rappresenta, quindi, una grave emergenza sanitaria ed economica. Nel suo sviluppo sono determinanti fattori genetici ed epi-genetici, cioè tutto ciò che va ad agire sulla possibilità che l’inclinazione genetica diventi effettivamente malattia, tra questi citiamo la sedentarietà, le abitudini alimentari, il sovrappeso e  lo stress psicologico.

La connessione tra Depressione e Sindrome Metabolica è, però, bidirezionale, ciò significa che anche la Sindrome Metabolica espone ad un più alto rischio di sviluppare Depressione. Mettere in atto comportamenti e stili di vita che contrastino lo sviluppo delle alterazioni che si hanno nella Sindrome Metabolica, riduce la possibilità di ammalare di Depressione.

Depressione e obesità: stress e infiammazione sistemica

grafico_obesitàA differenza di quanto verrebbe da pensare in un primo momento la Depressione è una malattia che compromette l’organismo in toto, la mente, ma anche il corpo e va considerata quindi, una patologia sistemica, nel corso della quale l’organismo va incontro a molteplici alterazioni e ad uno stato di infiammazione cronica generalizzata.

Il concetto di Low Grade Inflammation è relativamente nuovo in medicina. Processi infiammatori di basso grado, che non causano cioè sintomi o malattia, si svolgono in continuazione durante tutto l’arco della nostra esistenza, sono determinati dalla vita stessa e dal metabolismo. Questi processi danno origine a un lieve stato d’infiammazione dell’organismo a cui fanno seguito, in condizioni di normalità, processi di riparazione e di controllo. In alcune malattie si è osservato che il corpo perde la capacità di mantenere l’infiammazione a livelli fisiologici e va incontro ad uno stato infiammatorio di livello tale da causare la malattia e i suoi sintomi.
In questi casi sono liberate citochine pro-infiammatorie ed è stato dimostrato che queste sono elevate nei pazienti depressi: la Depressione è una malattia con un’importante componente sistemica infiammatoria.

Moltissimi studi attualmente stanno  identificando il ruolo di questa infiammazione sistemica in  patologie psichiatriche e neurologiche anche come, appunto,  la Depressione, il Morbo di Alzheimer e altre malattie neurologiche.
Anche la Sindrome Metabolica e le conseguenti malattie a livello dell’apparato cardiovascolare presentano uno stato infiammatorio sistemico e un’aumentata produzione di citochine pro-infiammatorie.

Curare la depressione e l’obesità

Curare la Depressione significa, quindi, mettere in atto terapie e strategie terapeutiche che si occupino sia mente che del corpo. Guarire e prevenire la Depressione riduce la possibilità di sviluppare altre gravi patologie come ictus, infarti, demenze, diabete, malattie autoimmuni e degenerative.
La Depressione può favorire l’insorgenza di patologie metaboliche e cardiovascolari anche a causa di alcuni fattori comportamentali. Il paziente depresso si chiude in se stesso, rallenta i suoi processi mentali e i movimenti del corpo, evita gli stimoli sociali, fuma di più, a volte beve per lenire il disagio emotivo, presenta cioè quello che viene definito rallentamento psico-motorio.

Da tempo è stato dimostrato che l’attività fisica ed intellettuale sono protettive nei confronti di molte patologie e sicuramente anche nei confronti dei Disturbi dell’Umore, come la Depressione. Il più delle volte l’appetito si riduce ma in alcune forme di Depressione si può avere un sintomo definito craving per i carboidrati, cioè uno smodato desiderio di cibi dolci e calorici  o insonnia con fame notturna.

Sia nella Depressione sia nella Sindrome Metabolica si ha la disregolazione dell’asse dello stress, Ipotalamo-Ipofisi-Surrene, con iperproduzione di cortisolo che porta a modifiche a livello cerebrale come l’ipertrofia dell’amigdala, struttura del cervello deputata alla gestione delle emozioni e delle memorie emotive.
Alcune pratiche di rilassamento e concentrazione possono essere utili nei pazienti depressi perché agiscono moderando le risposte allo stress e determinando modifiche dell’amigdala proprio riducendo lo stato infiammatorio generalizzato.
Lo stress ossidativo che si ha in corso di Depressione può risentire positivamente dell’utilizzo di Omega 3, che hanno un’importante azione anti-infiammatoria. Sono numerosi gli studi che stanno cercando di comprendere l’utilità di una supplementazione di acidi grassi poli-insaturi nella cura e nella prevenzione della Depressione, proprio partendo dalla consapevolezza che il paziente depresso ha uno stato d’infiammazione sistemica. Inoltre, la scarsa introduzione alimentare di queste sostanze è chiaramente correlata con obesità viscerale e Sindrome Metabolica. Il grasso raccolto a livello addominale è un vero e proprio organo secernente sostanze che inducono lo stato infiammatorio dell’organismo che a sua volta facilità la patologia cardiaca e vascolare.

Se la Depressione è una malattia sistemica anche  la terapia deve essere sistemica, e non dovrebbe limitarsi alla semplice prescrizione di psico-farmaci antidepressivi. È necessario curare la psiche con i farmaci, la mente con la psicoterapia, con le relazioni e gli interessi, il corpo con il movimento e la giusta alimentazione, e nel caso, supplementando i nutrienti che non possono essere introdotti in modo adeguato o sufficiente. Solo così non ci si limita a “spegnere” la Depressione senza curarsi dei motivi per cui è comparsa.

Diagnosi della depressione nella medicina sistemica: il rischio metabolico

Per la diagnosi di Depressione non servono e non esistono esami specifici, a volte può essere indicato valutare il funzionamento della tiroide, poiché alcuni sintomi di un mal funzionamento di questa ghiandola possono mimare la sintomatologia della Depressione. Lavorando con il paradigma della medicina sistemica, invece, diventa buona pratica prescrivere, nei casi necessari, accertamenti che valutino lo stato dell’organismo e quindi il suo rischio di slatentizzare una malattia a seguito di un episodio di Depressione, fare cioè una valutazione del rischio metabolico in pazienti depressi.

Ecco alcuni degli accertamenti che possono essere prescritti:

  • Esami di routine ematochimici e delle urine;
  • Esami di valutazione della funzionalità tiroidea;
  • Controllo della funzionalità renale ed epatica, utile anche per valutare l’efficacia di questi organi di metabolizzare ed eliminare il farmaco antidepressivo.
  • Glicemia;
  • Pro­filo lipi­dico, cioè il dosaggio del colesterolo totale e dei trigliceridi;
  • Dosaggio dell’Omocisteina, indice di rischio cardiovascolare e di deficit cognitivi;
  • Proteina C-reattiva, indice d’infiammazione e rischio cardiaco;
  • Vitamina-D, spesso bassa nei pazienti adulti ed associata a Depressione, deficit cognitivi o patologie neurologiche come il morbo di Parkinson e la Malattia di Alzheimer.

Altri parametri importanti di rischio per la Sindrome Metabolica sono il peso corporeo con la valutazione della massa grassa e la pressione arteriosa.
Questi esami possono rendersi necessari soprattutto per monitorare quei pazienti che assumono terapie antidepressive che possono avere come effetto collaterale l’aumento del peso corporeo. Questo non avviene in tutti i pazienti e non è causato da tutte le molecole antidepressive ma, a volte, il quadro clinico presentato dal paziente richiede l’utilizzo di una molecola specifica che potrebbe causare l’aumento del peso. Questi pazienti vanno avvisati e accompagnati a promuovere stili di vita salutari che riducano e contrastino questo effetto indesiderato, oltre ad essere adiuvanti nella cura della depressione.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e obesità a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Vitamina D e depressione

Vitamina D e depressione

Molti studi in tutto il mondo stanno cercando di valutare se bassi livelli di Vitamina D possono essere correlati allo sviluppo di Depressione.

Sono in questo periodo in corso numerosissime ricerche scientifiche sul ruolo della Vitamina D nella salute umana, negli ultimi anni più studi sono stati fatti e pubblicati su questa vitamina che riguardo a qualsiasi altra.

Al momento non vi sono ancora prove univoche e del tutto soddisfacenti ma alcuni di questi studi segnalano che, in particolare nei soggetti predisposti o vulnerabili, un basso livello di Vitamina D può essere una concausa nello sviluppo di depressione.

La correlazione in questo senso è peraltro già nota per altre condizioni cliniche, non è certo il deficit di vitamina D che causa la malattia, ma in queste patologie è invariabilmente riscontrabile un basso livello serico di questa vitamina.
Si sta, infatti, evidenziando sempre più una carenza di vitamina D in patologie neurologiche come la Demenza di Alzheimer, il Morbo di Parkinson e la Sclerosi Multipla, in patologie autoimmuni come l’Artrite Reumatoide, nel Diabete insulino-dipendente, nell’infarto e anche nella Depressione.
Nella Sclerosi Multipla è stato dimostrato che un’insufficiente esposizione ai raggi solari e un’ipovitaminosi D sono direttamente correlate allo sviluppo di depressione, ansia, e deficit cognitivi, questi sintomi cioè compaiono più frequentemente nei pazienti affetti da Sclerosi Multipla che presentano ipovitaminosi D.
Nel morbo di Parkinson è stata accertata una correlazione tra livelli di Vitamina D e performance cognitive come la memoria verbale, e altre funzioni cerebrali. In effetti, recettori per questa sostanza sono presenti nel cervello e, in studi su animali, si è dimostrato il ruolo della vitamina D nei processi di sviluppo neurologico verosimilmente dovuto alla regolazione di fattori neurotrofici.

Sgombriamo innanzitutto il campo da una semplicistica conclusione: questo non vuole assolutamente dire che queste patologie possano essere curate o prevenute attraverso la sola integrazione di Vitamina D.

Essendo però la depressione una malattia multifattoriale, trovo interessante divulgare le nozioni che stanno diventano sempre più numerose ed approfondite sui molteplici aspetti che possono rappresentare un fattore di rischio e che, se corretti, possono condurre ad una salute generale migliore. Si tratta di quell’insieme di FATTORI EPIGENETICI che modulano la frequenza di comparsa di malattia, nonostante il nostro patrimonio ereditario.

Sono molte le ipotesi sulla genesi della Depressione che gli studi scientifici stanno approfondendo per chiarire i molteplici fattori che determinano la comparsa della malattia, tra questi i molti approfondimenti riguardano la Vitamina D.

Questo modo di vedere le cose è un po’ lontano dall’approccio classico del nostro modo di fare medicina, anche se oramai è frequente anche nelle strutture pubbliche l’utilizzo di approcci di terapia che fino a pochi anni fa venivano considerati poco ortodossi. Già in alcuni reparti di cura e studio della Depressione, ad esempio, sono prescritti gli Omega 3 in associazione ai farmaci antidepressivi, questo per il potere protettivo antiossidante e antiinfiammatorio di questi acidi grassi.

La medicina tradizionale è sicuramente molto efficace nella Depressione, grazie  ai serotoninergici e ad altre molecole con valenza antidepressiva questa malattia è in realtà assolutamente ben curabile e guaribile. Nulla vieta però di avere una visione più ampia e di affiancare al buon utilizzo di una terapia medica farmacologica anche un insieme di correzioni di stili di vita e di parametri che possono essere importanti al fine di migliorare lo stato di salute e di resistenza allo sviluppo di malattia.

L’interesse per la Vitamina D deriva inoltre da un’osservazione oggettiva, e cioè che una larga fascia di popolazione presenta un deficit dei valori plasmatici che non genera sintomi conclamati ma che rappresenta un’alterazione di un parametro fisiologico, e si sta cercando di valutare se ciò può essere una delle concause dello sviluppo di alcune patologie tra cui quelle psichiche.

Mentre, infatti, sono noti a tutti gli effetti benefici della vitamina D sullo sviluppo dello scheletro e sul metabolismo osseo e i danni causati da una sua carenza, come il rachitismo o l’osteoporosi, è meno nota ai non addetti ai lavori l’associazione tra alcune patologie e la carenza di questo elemento.

Negli ultimi decenni la depressione è aumentata in modo considerevole, questo certamente è dovuto a numerosi motivi e tra questi certo è che anche la nostra esposizione ai raggi solari è  ridotta in modo considerevole rispetto al passato.

Il passaggio da una vita rurale ad una vita cittadina e quindi da un lavoro all’aria aperta ad un lavoro svolto al chiuso, nonché la assoluta necessità di esporsi ai raggi solari in modo consapevole, utilizzando protezioni adeguate, è in parte responsabile dei bassi livelli di vitamina D che si riscontrano nella popolazione generale. Uno studio recente condotto in Italia, ed in particolare nella regione Campagna, ha messo in luce una percentuale di soggetti con un livello più basso del range di normalità superiore al 60%, con circa il 15% dei soggetti che presentano un deficit grave, pur in assenza di sintomi. Il dosaggio del livello nel sangue di questa sostanza è un test che viene raramente richiesto dal medico a meno di casi specifici, come nella valutazione e il trattamento dell’osteoporosi in menopausa.

Sono proprio i raggi UVB che permettono di sintetizzare la forma attiva di Vitamina D, i raggi UVA sono invece i responsabili dei fenomeni di danneggiamento del DNA e stress ossidativo collegati all’invecchiamento e al danno cutaneo.

E’ ovvio che di fronte ad un paziente con Depressione Maggiore, si deve ricorrere all’utilizzo del farmaco, questo però non dovrebbe rimanere l’unico consiglio terapeutico. Almeno a mio parere, lo psichiatra dovrebbe poter indicare al paziente, nelle diverse fasi della malattia e del suo decorso, altre strategie collaterali di supporto dell’organismo, che si trova in una situazione di disequilibrio e stress, strategie che da sole non possono certo risolvere e curare la patologia ma che rappresentano, nel loro insieme, un aiuto essenziale all’omeostasi del nostro corpo e alla nostra salute.

L’ipovitaminosi D è molto frequente nei malati di Depressione e il grande numero di studi scientifici attualmente in corso è orientato proprio a valutare se ciò può essere un marker biologico di vulnerabilità alla depressione.

Allo stato dell’arte gli studi suggeriscono una possibilità in questa direzione che sarà quindi ulteriormente approfondita nei prossimi anni. D’altronde la supplementazione di vitamina D è già indicata per altre patologie nelle quali non rappresenta l’unico presidio terapeutico o preventivo.

La dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra a Milano per la Depressione, Psicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psichiatria e Psicoterapia per la Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.