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Archivio Tag: Dott.ssa Alessia Santoro

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Il sonno dei bambini

Il sonno dei bambini

Il sonno rappresenta un’esigenza fisiologica fondamentale per il buono sviluppo del cervello. Il bambino manifesta una fisiologia già ben strutturata sin dagli inizi della propria vita, quando si trova nel movimentato mondo intrauterino. Già nello stato fetale si identifica un ritmo sonno-veglia sincronizzato in maniera opposta rispetto al ritmo della madre: il feto dorme nel momento in cui la madre è sveglia e si attiva mentre la mamma riposa. In merito a ciò, Freud aveva osservato che l’utero funge da barriera difensiva nei confronti del piccolo proteggendolo dai costanti stimoli e consentendogli di riposare; dopo il parto, il neonato necessita dell’aiuto dei genitori per ripararsi dall’esterno e dormire.

Il sonno è uno stato di minore ricettività agli stimoli esterni e rappresenta uno dei principali facilitatori dei processi di riparazione e sviluppo della mente e del corpo. Per tali ragioni, esso è particolarmente importante durante l’infanzia e l’adolescenza, momenti cruciali di crescita in cui l’individuo necessita di un numero maggiore di ore di riposo. I bambini ed i ragazzi che dormono meglio e per un periodo più prolungato presentano maggiori capacità di memoria e concentrazione, quindi beneficiano di un migliore sviluppo cognitivo ed anche sociale.

Il sonno ha una sua specifica architettura: troviamo le fasi di sonno REM (Rapid Eye Movement) chiamato “sonno paradosso” poiché occhi e cervello sono molto attivi e le EEG (registrazioni elettriche del cervello) sono molto simili a quelle della veglia, ma non il tono muscolare che è completamente rilassato nell’adulto e nel bimbo di oltre i due anni, mentre il neonato mostra movimenti del viso e delle estremità del corpo. Il sonno NREM (non REM) è tranquillo, privo di attività e viene distinto in quattro fasi diverse, dalla più leggera (fase 1) alla più profonda (fase 4). Nei neonati le fasi di sonno profondo sono, a dispetto di quello che si può credere, più lunghe rispetto alle altre. Certo è che, durante ogni fase leggera, il piccolo voglia il contatto con il genitore e ciò rende molto difficile il riposo dell’adulto. I bambini hanno temperamenti diversi che manifestano anche attraverso il sonno e, talvolta, diventa difficile riportare un bimbo molto attivo al sonno profondo. La situazione spesso può diventare esasperante e generare pensieri negativi, rabbia e frustrazione, nonché sensi di colpa circa le proprie capacità di saper gestire il figlio.

Bambini e adulti hanno dei ritmi fisiologici molto diversi ed è difficile trovare un punto d’incontro che coniughi le esigenze di entrambi. A tal proposito, esistono molte riviste, articoli e libri specializzati in strategie di aiuto educazionale per i piccoli insonni. Tendenzialmente, i genitori seguono due schemi di atteggiamento contrapposti: quelli spinti da una condotta materna e aperta ad ogni manifestazione del figlio e quelli che agiscono sulla base di ferrei principi comportamentali.

Il sonno è una funzione fisiologica strettamente correlata alla nutrizione ed allo svezzamento ed è dipendente dalla modalità di accudimento materno e paterno ed anche dal rapporto di coppia, che risulta essere altrettanto determinante. Al neonato, con le nuove ricerche neuropsicologiche, vengono oramai riconosciute molte capacità: egli risulta essere molto sensibile nell’avvertire le emozioni delle persone che si occupano di lui e di rispondere ad esse. Ecco, quindi, che molte delle difficoltà di crescita e di relazione familiare trovano espressione nell’ambito dei bisogni fondamentali, come il sonno.

Sonno e nutrimento sono i campi in cui l’adulto sperimenta il proprio affetto, la propria disponibilità e la capacità di dare limiti ed è giusto che vi sia un’alternanza equilibrata di tutti questi fattori (ma spesso i genitori non ne sono convinti e si sentono in colpa) che permetta al bimbo di svilupparsi a tutti i livelli. I genitori che lavorano e si assentano da casa per tutta la giornata, spesso non sono sincronizzati con le tappe evolutive del bambino, il quale andrebbe piano piano accompagnato verso una separazione-individuazione dai genitori, mentre in realtà si verifica che la notte venga vissuta come un’opportunità per stare insieme.

Il piccolo necessita di aiuto nell’affrontare la propria crescita fisiologica, cognitiva ed affettiva, ma anche i genitori hanno bisogno di aiuto nel capire i propri sentimenti e le proprie difficoltà che incontrano durante l’evoluzione con il bambino.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I test in psicologia

I test in Psicologia

A partire dalla seconda metà del XIX secolo avvenne una svolta nel campo della psicologia: la dottrina acquisì infatti i tratti di una disciplina scientifica fondata su metodologie più oggettive e rigorose, in grado di avvalersi di prove di laboratorio e di un linguaggio quantitativo e numerico. La psicologia assunse, a tutti gli effetti, le fattezze di una scienza autonoma distinta dalle teorizzazioni filosofiche o dalla medicina. Da quel momento, i dati psicologici che prima erano solo percepiti soggettivamente, venivano immessi in una elaborazione quantitativa, offrendo così l’opportunità di misurare gli aspetti psichici dell’uomo. L’osservazione dell’essere umano ebbe, come diretta conseguenza, la valutazione dello stesso finalizzata ad ottenere una descrizione matematica delle funzioni psico-comportamentali.

Per poter leggere ed interpretare in modo esatto la psiche umana, è stato necessario individuare statisticamente la regolarità con cui si manifestavano i comportamenti ed i fenomeni psichici definendo, quindi, delle leggi fisse che rendevano maggiormente visibili tutte le altre variabili che da esse si discostavano diventando, queste ultime, di pertinenza psicologica e psichiatrica.

Nel tempo, la pratica clinica psicologica si è equipaggiata di test validi e sensibili capaci di indagare la maggior parte degli ambiti psichici quali, ad esempio, la personalità, l’intelligenza, la neuropsicologia, l’attaccamento.

I test si sono rilevati estremamente utili nel raggiungere le seguenti finalità:

  • fornire una diagnosi clinica;
  • indicare il percorso terapeutico;
  • individuare il principale problema psichico sul quale focalizzare l’intervento clinico;
  • osservare l’esito o l’andamento terapeutico;
  • rilevare dati utili alla ricerca epidemiologica.

La complessità della mente umana e la multicausalità dei disturbi mentali affermano l’esigenza di un’accurata diagnostica che argini il rischio di ottenere informazioni parziali. Per tale motivo, esistono le batterie diagnostiche composte da molteplici reattivi mentali il cui risultato viene messo in relazione ad ulteriori strumenti come il colloquio clinico con il soggetto, o con i familiari, l’osservazione diretta in ambito naturale, i dati anamnestici e, se presente, il confronto con le figure mediche e psicologiche che hanno partecipato al percorso terapeutico del soggetto.

E’ bene tenere presente che i test sono strumenti che risentono di variabili legate al contesto spaziale e temporale (vale a dire dove e quando vengono effettuati), al somministratore, alla fase del disagio psichico (se acuta o contenuta), alla relazione che si instaura tra esaminatore ed esaminando. Non sono, quindi, asettici, ma dipendono da molti elementi che rendono il risultato più o meno valido. Non è possibile eliminare la presenza delle variabili sopra citate; ciò che occorre è un professionista esperto che sappia tener conto degli aspetti che si presentano in parallelo alla somministrazione del test e che devono essere inglobati nel processo di valutazione della performance rilevata. Il migliore utilizzo di tali reattivi richiede una lunga e sofisticata formazione senza la quale non sarebbe possibile né estrapolare informazioni clinicamente rilevanti, né a creare la giusta alleanza con il paziente atta ad aumentare la fiducia nei confronti dell’operatore e la motivazione ad affrontare la prova.

Al paziente, dopo essere stato sottoposto alla valutazione ed aver provato, con elevata probabilità, una buona quota di ansia, bisogna garantire la “restituzione” di quanto emerso dal test. Si tratta di un’operazione delicata poiché molteplici sono i rischi in cui si potrebbe incorrere, primo tra i quali far sentire al soggetto di essere drasticamente collocato all’interno di una casella diagnostica che potrebbe inconsapevolmente creare in lui una sgradevole sensazione di stigma e di etichetta. Alcuni autori considerano la restituzione un’operazione pericolosa in grado di segnare psicologicamente una persona già sofferente al punto di domandarsi circa l’opportunità di doverla comunicare. Ciò che è certo e che la relazione clinica deve essere comunicata al paziente verbalmente, vale a dire accompagnata da una spiegazione. In questo modo i termini specifici del gergo psicologico e psichiatrico possono essere ben spiegati perdendo quel significato ansiogeno che potrebbero suscitare. Una diagnosi mal comunicata crea l’effetto opposto di chiusura e la sensazione di essere stigmatizzato negativamente. L’esperto diagnosta deve scegliere con cura gli aspetti da comunicare, deve rendersi disponibile a fornire ogni chiarimento e rispondere esaustivamente ad ogni domanda. In tal modo, l’esaminato non solo si sentirà accolto nei suoi punti di sofferenza, ma rafforzerà anche la sua fiducia verso il terapeuta e, soprattutto, farà un buon utilizzo delle informazioni che gli vengono trasmesse poiché rappresenteranno per lui un’opportunità di osservare aspetti di sé mai esplorati e sui quali aprirsi attraverso una psicoterapia.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di test in psicologia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il dolore di una separazione

Il dolore di una separazione

Conosco Massimo durante un ricovero presso il reparto psichiatrico dei Disturbi dell’Umore a causa di un episodio di Depressione Maggiore diagnosticato dal suo medico psichiatra curante. Egli riferisce la necessità di iniziare un percorso psicoterapeutico data la sua sofferenza interiore dovuta alla recente separazione dalla moglie.

Nel mese precedente la nostra conoscenza, il paziente era stato ricoverato in un’altra struttura psichiatrica a causa della sua condizione depressiva, ma poi, dato il mancato miglioramento sintomatologico, ha richiesto il nuovo ricovero.

Il paziente, evidentemente depresso, sin dal primo momento racconta di trovarsi in quello stato a causa della recente separazione dalla moglie per decisione della stessa.

Forte è la motivazione e l’esigenza del paziente di capire la ragione della sua reazione emotiva depressiva così intensa, condizione che lo ha profondamente cambiato a livello umano. Riferisce infatti la necessità di approfondire la conoscenza di se stesso, di essere maggiormente interessato alle problematiche altrui e di vivere con minore superficialità i rapporti con gli altri, gli avvenimenti personali e la vita in generale.

Dati anamnestici

Massimo è cresciuto in un ambiente familiare piuttosto rigido e severo. Suo padre viene descritto come una persona inflessibile e rigorosa in fatto di educazione e sentimenti. Non rammenta l’espressione di alcun gesto affettuoso da parte sua; lo descrive come persona di buoni valori, molto ritirata ed esigente di rispetto.

La madre è una persona buona ma non affettuosa, proiettata verso le esigenze altrui, dominata dal marito. Entrambi i genitori sono sempre stati molto impegnati nella buona educazione dei figli e nel mantenimento di un sereno clima familiare, tanto è vero che Massimo non ricorda di aver mai udito o visto alcun litigio tra i genitori.

Il paziente ha due fratelli maggiori con i quali non ha creato un legame di condivisione vista la scarsa capacità di comunicazione ed il carattere tendenzialmente solitario di tutti e tre i fratelli.

Coppia/famiglia

Con la ex-moglie, coetanea di Massimo, si sono conosciuti in età adolescenziale, hanno intrapreso un legame stabile dopo il raggiungimento della laurea e si sposati dopo tre anni di fidanzamento per decisione di entrambi.

Massimo riferisce che la loro vita di coppia è sempre stata “su due binari paralleli”, ciò a significare che poco hanno condiviso e poco hanno costruito. Lui, molto impegnato nel lavoro durante la settimana nella sua attività imprenditoriale ed il weekend lontano da casa per seguire la sua grande passione per gli sport e per il mare; lei, impegnata nel suo lavoro di insegnante e nella cura dei figli, è sempre stata poco incline a seguire il marito nel fine settimana.

La coppia ha due figli di età preadolescenziale. A tal proposito, Massimo ricorda la sua difficoltà a diventare genitore. Egli spiega che, inizialmente, non era pronto a vivere la paternità. Si sentiva distaccato poiché non sapeva gestire il nuovo ruolo che andava a ricoprire riproponendo il modello genitoriale paterno che lui stesso aveva esperito in qualità di figlio. Solo a distanza di qualche anno, ha capito che stava mettendo in atto un modello anacronistico, troppo formale e distaccato.

Tre mesi prima del ricovero di Massimo, la ex-moglie comunica al marito la volontà di separarsi da lui dopo 14 anni di matrimonio. E’ una decisione sofferta che la ex-moglie è riuscita a prendere dopo aver pensato e ragionato con l’aiuto di uno psicologo.

Analisi del quadro psicologico

La depressione di Massimo è conseguente al vissuto luttuoso dato dalla fine del matrimonio. La sofferenza deriva dal tramonto del suo progetto di coppia e di famiglia ideale ed è accompagnata da un forte senso di fallimento. La separazione è un evento profondamente traumatico che Massimo sente di non riuscire a contrastare, proprio lui che, come temperamento, tende a dominare e dirigere, si trova a provare l’insostenibile sensazione di essere sopraffatto dalle emozioni.

Dalla descrizione della sua storia e della sua personalità emerge chiaramente la tendenza al controllo, al distacco emotivo, alla razionalità ed alla concretezza. La famiglia d’origine, molto rigida e attenta all’educazione, ha trasmesso a Massimo un modello relazionale basato sul dovere piuttosto che sull’espressività e l’affettività. Egli è inconsapevole che l’educazione ed il rispetto tanto richiesti dal padre nascondano la difficoltà di maneggiare il materiale emotivo. Massimo stesso descrive come “sereno” il clima respirato nella sua famiglia d’origine proprio perché non avvenivano contrasti aperti, senza accorgersi del fatto che quello rappresentava una buona difesa dall’instaurare punti di contatto tra loro. La stessa vita coniugale ha seguito un percorso identico. Il termometro della coppia di Massimo sembra essere basato sull’organizzazione: se questa funziona, allora la coppia funziona, trascurando qualsiasi altra sfumatura emotiva ed affettiva tra i coniugi.

Il paziente si è ritrovato ad affrontare non solo il grande fallimento del matrimonio, ma anche il fallimento dei suoi modelli ideali, delle sue convinzioni e progetti futuri.

Soffermarsi sui propri meccanismi psichici attraverso la psicoterapia permette di acquisire consapevolezza circa la fine del rapporto e l’irreversibilità della scelta. La psicoterapia di Massimo si è incentrata non solo sul forte vissuto depressivo, ma anche sull’enorme carico di rabbia per l’abbandono subito e per la perdita affettiva che lo ha sconvolto a livello dell’identità e dell’autostima. Dopo una prima fase di negazione dell’evento, seguono i vissuti depressivi, i sensi di colpa, la rabbia e la necessità di risarcimento verso il partner che ha lasciato. Ognuno ha un personale percorso che, secondo i manuali, dura almeno un anno (ma in realtà dura molto di più) e comporta una complessa elaborazione psicologica simile a quella che si effettua di fronte alla morte di una persona cara.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la separazione a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

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Depressione e cannabis in adolescenza

Depressione e Cannabis in adolescenza

Oggi presento il caso clinico di un paziente conosciuto due anni fa.

Francesco è un adolescente di 19 anni, di nazionalità italiana nonostante i suoi tratti somatici rivelino l’origine somala ereditata dalla mamma, di ceto sociale benestante e di buona cultura. E’ un ragazzo di bell’aspetto, longilineo, eccessivamente magro. Si presenta al primo incontro accompagnato dalla madre a cui delega completamente la spiegazione del suo disagio non pronunciandosi mai se non stimolato direttamente da me. Il suo atteggiamento appare timido e pacato. Solo conoscendolo meglio capisco che si tratta, invece, di uno stato di apatia, chiusura e rassegnazione nei confronti della vita.

Il motivo che ha spinto la famiglia a richiedere una psicoterapia per il figlio riguarda, nello specifico, l’incapacità di Francesco a condurre una vita “normale” fatta di scuola, studio, sport, interessi, ragazza, orari, impegni. Francesco manifesta un disinteresse generale per tutto ciò che deve svolgere. Fondamentalmente, egli passa le sue giornate tra il letto e le panchine del parco con alcuni amici. Nonostante la famiglia lo incoraggi e lo renda libero di scegliere qualsiasi attività, lui non manifestava alcuna preferenza. Per lui contano solo i pochi amici che, come lui afferma, provano la sua stessa identica condizione di abulia. La condizione clinica di Francesco, al momento dell’inizio della terapia, non si presenta solo attraverso l’appiattimento emotivo riconducibile ad uno stato depressivo, ma anche attraverso l’uso sostanzioso di cannabis iniziato intorno ai 15 anni. Francesco spiega che la dipendenza dalla marijuana abbia uno scopo “autoterapeutico”, vale a dire trovare sollievo dalla sua condizione di disagio. Indagando, emerge che la cannabis, talvolta, provoca in lui stati affettivi contrastanti: momenti di pace e sollievo, ma anche ansia e pensieri negativi. Francesco fuma in compagnia o da solo, ma l’effetto che più gli piace è quella sorta di isolamento in cui il suo pensiero viaggia affrontando grandi temi esistenziali, oppure si perde nei suoni della musica riuscendo ad assentarsi dalla vita per qualche ora. Per contro, la sostanza si ripercuote sul suo sonno che afferma essere molto sfasato, dormendo poche ore la notte, non riuscendo a svegliarsi il mattino per fare qualsiasi attività e ciò lo porta ad avere continui contrasti familiari.

La sua condizione nel tempo è peggiorata. Si è aggiunto l’uso di alcol che gli fa provare nausee che gli impediscono di mangiare, consumandosi ancora di più fisicamente. I suoi genitori sembrano stanchi del suo stile di vita e lo lasciano molto libero di gestirsi. La frequenza alla scuola serale, seppure sia stata una sua scelta, non è mai stata mantenuta con continuità. Francesco manifesta idee opposte a seconda del momento: talvolta è sconfortato, non ha alcun progetto di recupero scolastico, non si mostra interessato ad intraprendere alcuna attività lavorativa, né è positivo sul suo futuro (anzi, pensa di diventare un homeless); talvolta, emerge in lui il desiderio di recuperare, di andare a lavorare con suo padre, di smettere di fumare, di cambiare. E’ però consapevole che, da un momento all’altro, possano arrivare le “crisi” che lo spingerebbero a riprendere di fumare e gli impedirebbero di far fronte agli impegni.

Per i primi sei mesi di psicoterapia, la frequenza di Francesco alle sedute è piuttosto discontinua: si scorda dell’appuntamento, oppure non riesce a svegliarsi per tempo, oppure arriva in ritardo. Inizialmente, dimostra di non aver investito molte aspettative sul nostro lavoro dato che l’atteggiamento è di rassegnazione per la sua condizione psicologica. Successivamente, mostra un atteggiamento diverso nei confronti della terapia: la sua frequenza è più regolare, mi telefona personalmente, senza delegare alla madre, nel momento in cui dimentica l’orario dell’appuntamento, è più puntuale e durante i colloqui manifesta livelli minori di chiusura e disagio.

Diagnosi

Dal punto di vista clinico psicologico, Francesco presenta un disturbo dell’umore di tipo depressivo, denominato Distimia. Si tratta di una condizione depressiva cronica che può esordire già in età adolescenziale e che, a differenza della Depressione Maggiore, comporta sintomi più lievi ma continuativi. La cognitività di Francesco presenta i seguenti pensieri:

  • non combino niente, i miei amici sono già all’università;
  • non ho un appoggio dai miei genitori;
  • sono in un ambiente stressante, ho un continuo bisogno che qualcosa mi calmi;
  • non mi interessa se il fumo o l’alcol mi fanno del male perché non sono interessato alla vita;
  • senza di me la mia famiglia non avrebbe problemi, è tranquilla, vanno d’accordo;
  • mi isolo anche per togliere loro il senso di colpa del non essere riusciti a crescermi.

Nel caso di Francesco, alla Distimia è associata una dipendenza da sostanze.

Trattamento

Nonostante sia dimostrato che la psicoterapia risulti essere un trattamento efficace nella cura della Distimia, esso deve essere correlato ad una adeguata farmacoterapia. Il paziente ha rifiutato le cure psichiatriche farmacologiche necessarie sia dal punto di vista antidepressivo, sia da quello di disintossicazione da cannabis e alcol.

Sembra che Francesco tema di liberarsi della marijuana poiché la vive come unico valido anestetico in grado di alleviare il suo stato di sofferenza. Il percorso di psicoterapia, al contrario, è finalizzato al portare a contatto il paziente con le proprie emozioni anche se sgradevoli. Francesco ha manifestato molte resistenze espresse anche rifiutando di presentarsi ad alcune sedute; il suo istinto è sempre stato di scappare dalle brutte emozioni che prova di sé e del mondo. Nel tempo, ha lentamente preso coscienza dei circoli viziosi che lo portano ad una visione depressiva della vita ed ora è più consapevole dei suoi schemi di pensiero e della sua affettività. L’utilizzo della cannabis avviene ancora, seppure in modo minore, più per soddisfare un piacere che per necessità di fuga. Nella suo vissuto si stanno affacciando esperienze emotive nuove ed una maggiore possibilità di attività.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per la distimia e le dipendenze da alcool e cannabis collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Lo Shopping Compulsivo

Lo Shopping Compulsivo

Nel passato, il concetto di dipendenza era riferito all’uso di alcol e droghe. Attualmente, ricercatori e clinici considerano la dipendenza non più limitata all’assunzione di sostanze, ma a qualsiasi esperienza così appagante da poter causare una compulsione a ripetere. E’ quindi più corretto affermare che si possono instaurare atteggiamenti di dipendenza non solo nei confronti di qualche sostanza da ingerire, ma anche verso qualcosa che viene agito, vale a dire verso quelle esperienze capaci di generare sensazioni gratificanti che soddisfano i bisogni umani e che rappresentano una ricompensa psicologica.

L’addiction è fondamentalmente un disturbo determinato da un’alterazione delle strutture mentali che causa un cambiamento disfunzionale del modo di esprimersi da parte della persona. Tale modalità di espressione si esplica nella tendenza al soddisfacimento immediato dei bisogni, nella compulsività e nella difficoltà di controllo che comporta l’incapacità di limitare l’attività nonostante i sensi di colpa o i problemi familiari e finanziari.

Tale patologia è stata studiata da illustri psichiatri (Kraepelin e Bleuler) nei primi anni del secolo scorso; essa godeva addirittura di una definizione specifica di “Oniomania” – dal greco oniomai che significa comprare – ma poi è stata dimenticata fino ad essere nuovamente affrontata negli ultimi due decenni.  Attualmente, parlare di shopping addiction significa rapportarsi ad una sindrome clinica ben definita che causa significativi effetti disfunzionali a livello psicologico e che mostra elementi appartenenti al disturbo ossessivo-compulsivo ed al disturbo del controllo degli impulsi. Da un punto di vista psicoanalitico, tale patologia presenta precursori di sviluppo comuni al disturbo degli impulsi ed al narcisismo patologico.

Certamente, questo disturbo è correlato al periodo storico ed alla situazione socio-economica che caratterizza le culture più avanzate. I beni materiali occupano un ruolo molto potente dal momento che, tramite essi, vengono veicolati la propria identità e il proprio status sociale dimostrando alla comunità il proprio livello di benessere e di felicità. Il possedere dei beni determina, superficialmente, il valore della persona che si sente molto più appagata e soddisfatta di sé tanto più riesce a presentarsi al mondo simile al sé ideale.

Ad un livello maggiormente profondo, la dipendenza da shopping risulta essere il sintomo di un conflitto interiore, il modo per regolare ed attenuare problemi esistenziali. I vestiti, le scarpe, la cosmesi, i gioielli, il cellulare, l’auto, l’arredo, la casa ed altro ancora rappresentano una stampella concreta ad un instabile senso di sé; essi infondono una illusoria fiducia ad individui che nutrono un vissuto di disistima. L’acquisto di prodotti di consumo serve a travestire temporaneamente la persona ed a coprire le sensazioni sgradevoli che essa avverte, consapevolmente o meno, di sé. È come se si richiedesse agli abiti, o in generale ai beni materiali, di rappresentare la propria persona poiché troppo debole ed inadeguata per essere in grado di scoprirsi di tali protezioni. Comprare restituisce una sensazione emotiva di eccitazione ed affermazione, ma, per contro, presenta ulteriori emozioni sgradevoli come un senso di nervosismo, irrequietezza e profondi sensi di colpa per non riuscire ad  autocontrollarsi. Ciò alimenta ancor di più quell’originale stato di disistima. Spesso, l’energia utilizzata per mantenere questa compulsione argina l’impegno del soggetto a raggiungere altri obiettivi maggiormente adeguati che possono fornire una buona sensazione di realizzazione ed indipendenza.

È difficile distanziarsi da questo problema poiché lo shopping è socialmente accettabile. Nella vita è naturale comprare, bisogna avere dei vestiti nell’armadio, quindi, è un comportamento che fa parte del quotidiano ed è facilmente accettabile. Oltre a ciò, a differenza della dipendenza da sostanze, non altera lo stato di coscienza e non comporta gravi conseguenze psico-fisiche. Inoltre, dà orgoglio avere accanto persone che tengono alla loro immagine ed al loro guardaroba e che sono socialmente desiderabili.

Si considera che la percentuale di persone che soffrono di questa patologia sia tra il 2 e l’8% tra la popolazione adulta degli USA con una proporzione tra donne-uomini di 9 a 1. Tra le varie spiegazioni di questo disequilibrio tra i due sessi, vi è che le donne sono più propense a ricercare informazioni sui beni di consumo ed essendo maggiormente inclini a ricercare soluzioni esterne a supporto dei problemi personali, sono propense a trovare rimedio negli acquisti. Per ciò che concerne gli shopper addicted di sesso maschile, trattasi di giovani istruiti, con discrete e stabili possibilità finanziarie, professionisti, interessati alla moda e alla cura del corpo, lontani dal modello maschile tradizionale.

Il trattamento psicoterapeutico si propone di osservare l’impulso all’acquisto come una modalità per regolare i propri stati emotivi-affettivi, come possibilità di contrastare il senso di inadeguatezza, di vuoto, di depressione, di ansia e stress patologico. Si considera la percezione che il paziente nutre profondamente nei confronti di sé stesso e si affronta la difficoltà di tollerare e vivere situazioni dolorose ed emotivamente complesse considerando che per tali soggetti ogni esito spiacevole delle proprie esperienze è vissuto con un grave senso di fallimento personale che va assolutamente eliminato o compensato con una gratificazione piacevole. La negazione dei sentimenti negativi risulta l’unica soluzione che essi intravedono per non cadere negli stati di depressione e disperazione. Qualora i sentimenti di ansia e depressione fossero clinicamente significativi risulta opportuno, nonché necessario, un sostegno psichiatrico di tipo farmacologico.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo dipendente di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Genitori preoccupati? No, genitori interessati!

Genitori preoccupati? No, genitori interessati!

Preoccuparsi è una delle funzioni primarie della genitorialità. Spesso, però, non ci si accorge, o non si vuole vedere oppure addirittura si collude con le condotte disadattive dei figli adolescenti. Principalmente, i genitori sono in buona fede. In seconda istanza, sono spaventati. Essi temono di attribuire un disagio al proprio figlio, pertanto, tendono a rimanere paralizzati adottando una posizione minimalista che tenti una spiegazione rassicurante dei segnali manifestati dai figli come, ad esempio, ritenendo che quei sintomi fanno parte del percorso di crescita, che è così per tutti. Ecco allora che la preoccupazione si placa e contemporaneamente si innalza la capacità di tollerare l’inaccettabile. Si tratta di una sorta di rassegnazione educativa dove tutto può essere giustificato e compreso: le canne vengono rappresentate solo come droghe leggere, anche l’alcol non viene riconosciuto come pericoloso ma piuttosto viene considerato un comune divertimento adolescenziale, le diete particolarmente restrittive fanno parte della normalità, le ore passate sul computer o sul cellulare è perché ormai se si eliminasse la tecnologia sarebbe un trauma e il rischio è di rendere il figlio un disadattato. Lo stesso genitore si abitua ad assistere a tali condotte e spesso non si addentra nella lettura e nell’indagine di ciò che sta oltre il comportamento.

Il decorso di un disagio psicofisico, pur essendo lento e progressivo e pur nascendo in maniera silente, non è mai impercettibile. Nel momento in cui sussiste una buona relazione familiare caratterizzata dalla condivisione delle regole, dall’apertura emotiva e dalla fiducia – specie del genitore nei confronti della propria sensibilità ad avvertire delle stonature del comportamento del ragazzo – è più semplice accorgersi dei cambiamenti.

Molti genitori, di fronte alle trasformazioni che avvengono in adolescenza, arretrano. Si sentono all’interno di un mondo sconosciuto e vivono con impotenza le mutazioni dei figli. Spesso si giustificano pensando che siano normali condotte o che ai loro tempi la società era diversa per cui decidono di non metterci mano e di abbandonare il loro criterio educativo mettendosi in disparte e delegando ai “tempi moderni” la responsabilità della formazione, buona o sbagliata, dei propri figli. Ciò che non tutti i genitori sanno è che devono ritenersi parte integrante del disadattamento del ragazzo affinché si tramutino in parte attiva nel percorso di aiuto.

In alcuni miei precedenti articoli, scrivevo dell’importanza di instaurare una sintonia emotiva con i bambini più piccoli attraverso il gioco ed il contatto fisico. La stessa cosa deve riguardare il rapporto con gli adolescenti, nel senso che l’accudimento fisico viene trasformato in uno scambio più sofisticato ed adeguato all’età ma rimanendo pur sempre convinti che la vicinanza, l’attenzione, l’ascolto ed il contenimento siano gli elementi principali per mantenere la sintonia affettiva. I ragazzi adolescenti per quanto riescano a muoversi in maniera autonoma e si dimostrino svegli e sicuri, vivono con fatica e spesso in solitudine le pressioni di un mondo che scoprono essere complesso. Ciò che vedono e sperimentano con superficialità fuori casa deve poi essere messo a fuoco in casa. Si tratta di  trovare il tempo per elaborare e riflettere su quanto vissuto all’esterno attraverso il confronto con la famiglia. Senza il raffronto con modelli adulti si faticano a trovare le linee guida con cui leggere e, in molti casi, proteggersi dal mondo. I genitori devono costantemente provare ad agevolare l’espressione dei figli ed incuriosirsi al loro punto di vista. Nel momento in cui il ragazzo verbalizza il modo con cui ha vissuto un’esperienza, crea uno spazio di elaborazione indispensabile, specie se aiutato dal confronto con il genitore, per formare le proprie credenze e le proprie idee che guideranno poi le sue successive scelte esterne all’ambito della casa.

Preoccuparsi significa interessarsi, relazionarsi in modo attivo e profondo, intuire il disagio, favorire l’espressione del figlio ed anche trovare il coraggio di dare dei limiti. Dietro a condotte adolescenziali pericolose si cela la difficoltà del genitore di essere presente nel rapporto con il figlio e di fidarsi della propria sensibilità di intuire il disagio psicologico.

Vi è inoltre l’opportunità di affidarsi al sostegno psicologico che, attraverso un counselling familiare, percorso più breve e mirato sui sintomi specifici, o una psicoterapia, affronta le tematiche complesse dell’adolescente e della genitorialità.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Psicoterapia di coppia: uno spazio per comprendere gli equilibri della coppia

Psicoterapia di coppia: uno spazio per comprendere gli equilibri della coppia

Le dinamiche che si manifestano all’interno della coppia sono, in questi ultimi anni, oggetto di studio da parte della psicologia a causa sia dell’elevata diffusione del fenomeno delle separazioni, sia della nascita di famiglie allargate nelle quali si intrecciano legami ed affetti che generano, spesso, notevoli difficoltà di sopravvivenza della coppia che vi si trova all’interno.

Il filone degli studi sull’attaccamento sostiene che i bisogni di attaccamento perdurino per tutto l’arco della vita e che essi trovino soddisfacimento, nell’infanzia, nel legame con i genitori e, in età adulta, nella relazione sentimentale.

Il matrimonio funge da ambiente terapeutico naturale e trasformativo poiché i partner possono costituire vicendevolmente una base sicura sulla quale accrescere il senso di sicurezza e correggere aspetti poco adattivi di sé per favorirne di ottimali.

Molti studiosi dei legami di attaccamento affermano che la presenza nella propria vita adulta di un legame di coppia significativo soddisfi l’intrinseca necessità di unione favorendo il benessere fisico e mentale, nonché potenziando la personale percezione di forza e sicurezza. Tali benefici derivano esclusivamente dall’unione di coppia e per questo ne risaltano la sua specificità. Di fronte ad una rottura sentimentale, nemmeno il supporto offerto da una solida amicizia può alleviare il sentimento di dolore e di smarrimento. Solo il rafforzare i legami di attaccamento con i propri genitori può alleggerire lievemente il senso di pesantezza per la perdita del rapporto sentimentale.

Lo stato d’animo degli adulti privi di relazioni sentimentali è stato definito di ‘solitudine emozionale’, vale a dire una sorta di sentimento di insofferenza o di noia agitata capace di causare una condizione di stress psicofisico e di disregolazione del sistema immunitario.

In età adulta, così come nell’infanzia ed adolescenza, le relazioni di attaccamento hanno il potere di svolgere funzioni identiche e di pari importanza. E’ quindi possibile affermare che le relazioni sentimentali siano in grado di garantire un solido senso di sicurezza ed appartenenza che permette di accrescere la propria capacità esplorativa e di assicurare supporto morale nelle situazioni di stress tale da arricchire le personali competenze di regolazione emotiva.

Quando un rapporto finisce, inevitabilmente, per entrambi i membri della coppia, nonostante possa essere stata una decisione consensuale, subentra una forte componente di sofferenza per la perdita. Ciò vale anche per i rapporti in cui è stato esperito un elevato livello di conflitto poiché, in ogni caso, vi è lo smarrimento per la privazione definitiva del rifugio sicuro che il proprio partner rappresentava.

Tra i vari eventi separativi che nella vita di un individuo si possono presentare, l’esperienza dell’abbandono da parte del proprio compagno/a risulta essere sicuramente il più traumatico dal momento che obbliga il soggetto a dover annullare totalmente tutti gli elementi che costituivano la relazione stessa, quali il senso di vicinanza e di complicità emotiva, di fiducia e di sostegno affettivo. Di fronte ad un evento del genere, gli adulti, esattamente come i bambini nei confronti  della separazione dalle figure genitoriali, reagiscono manifestando generalmente i seguenti stati emotivi:

–          Lo squilibrio della sensazione di lutto tra i due partner poiché per uno di loro tale fase inizia al momento della comunicazione della separazione, mentre colui che decide di chiudere la relazione si  trova già da diverso tempo nella condizione di distanza emotiva.  E’ inevitabile, quindi, che chi viene lasciato debba immediatamente annullare la percezione del partner, non più esperito come base sicura ed accogliente poiché non più in grado di offrire alcun tipo di conforto per il proprio dolore;

–          Le reazioni emotive di richiamo (pianto, rabbia esplosiva, suppliche, atteggiamenti accusatori) che persistono fin tanto si nutra la speranza di ricostituire il rapporto;

–          La disorganizzazione a livello emotivo e comportamentale dovuta all’esperienza del trauma paradossalmente inflitto da colui che doveva garantire attaccamento e sostegno;

–          La riorganizzazione delle figure di attaccamento a cui rivolgere richieste di accudimento e vicinanza.

La coppia è un nucleo dinamico ed in continua trasformazione. La vita tende a proporre continui eventi a cui ci si deve inevitabilmente rapportare e molti dei quali, uniti all’esigenza di crescita personale, segnano cambiamenti significativi sul proprio modo di essere. Il cambiamento non sempre segue la stessa direzione per entrambi i partner e questo, spesso, determina la sensazione di smarrimento e crisi. Per l’individuo che assiste al cambiamento del proprio partner, tendenzialmente, si attiva un processo di “protesta” che, se non affrontato, porta sulla strada del distacco.

Nel momento in cui la coppia sente di non riuscire ad affrontare da sola un momento problematico che la riguarda, può sorgere l’esigenza di usufruire dell’intervento psicoterapeutico che la accompagna nell’analisi dell’elemento che scatena la sofferenza del legame, ma soprattutto delle modalità relazionali con cui i partner si mettono in rapporto l’uno all’altro. Quest’ultimo punto diventa l’elemento centrale della psicoterapia e proprio a partire da tale analisi è possibile recuperare le risposte che permettono di comprendere gli aspetti disfunzionali (o per meglio dire, ‘non più funzionali’ poiché che fino ad certo momento essi funzionavano) sui quali la coppia si è arenata.

La consultazione psicoterapeutica è intesa come un processo esplorativo attraverso cui andare ad osservare e comprendere come gli aspetti personali hanno modellato la relazione e, contemporaneamente, hanno determinato la crisi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Terapia di Coppia a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa presso lo lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Le straordinarie abilità dei neonati

Le straordinarie abilità dei neonati

Esiste un filone di ricerca neuropsicologico dedicato solo allo studio dei bambini, si chiama Infant Research. Grazie ad essa sono state fatte acquisizioni di fondamentale importanza nell’aumentare le conoscenze sulla psicologia del bambino a partire dai primissimi stadi di vita. Si tratta di un’area di ricerca assolutamente affascinante e rivelatoria di aspetti di basilare rilevanza che offrono a tutti noi l’opportunità di conoscere come sono fatti i bambini, di rivedere determinate nostre convinzioni su di loro, di riconoscere loro una complessità psicologica sorprendente già alla nascita e, quindi, di rapportarci a loro con una sensibilità maggiore.

Una tra le scoperte più rivoluzionarie nel campo della psicologia evolutiva raggiunte dall’Infant Research riguarda la concezione del bambino considerato dotato, fin dalla nascita, di una mente relazionale.

La psicoanalisi infantile è nata con Freud, ma le conclusioni a cui lui era arrivato mettevano in evidenza una concezione dell’infante chiuso in una dimensione narcisistica e disposto ad aprirsi al mondo solo per soddisfare le proprie pulsioni. Le evidenze empiriche che si sono succedute nel tempo disconfermano completamente tale concezione del bambino passivo e succube dei propri istinti pulsionali mettendo in risalto l’esatto opposto. Osservando il neonato, infatti, risulta evidente il suo essere biologicamente predisposto non solo ad instaurare un legame con la propria madre, ma anche a stimolare attivamente la relazione sociale.

L’espressione delle elevate competenze relazionali del bambino, è agevolata dalla spiccata sensorialità che il lattante presenta sin dal momento in cui nasce. A tal proposito, voglio citare una ricerca effettuata nel 1975 da un gruppo di neuropsicologi statunitensi che utilizzarono il girare la testa per valutare la qualità dell’olfatto in neonati di tre giorni. Il loro interesse era di comprendere se i bambini sapessero distinguere l’odore del latte della mamma ponendo ai due lati della nuca del piccolo rispettivamente un tampone impregnato dell’odore del seno materno ed un tampone impregnato dell’odore del seno di altre neomamme in allattamento. Ebbene, in modo significativo, i bambini voltavano il viso verso il tampone della propria mamma dimostrando così di saper ben distinguere l’odore del latte materno.

A partire da questi studi, possiamo riflettere sulle abilità dei piccolissimi. Si tratta di inimmaginabili e sorprendenti capacità che i bambini presentano sin dalla prima mezz’ora di vita. Un’ulteriore studio davvero stimolante effettuato da ricercatori svedesi riguarda il comportamento istintivo del neonato appena partorito. Adagiato sull’addome della madre, leggermente sotto al seno, il piccolo resta tranquillo in uno stato vigile per circa una mezz’ora di tempo, dopodiché mette in atto una sequenza, uniforme nel campione, che inizia muovendo le labbra e perdendo la bava dalla bocca per poi strisciare indirizzandosi verso il capezzolo fino a succhiare il seno materno. Questa prima poppata, se inizia entro la mezz’ora dopo il parto, stimola la secrezione di ossitocina nella madre che comporta la vasocostrizione e, quindi, diminuisce la sensazione di dolore e controlla l’emorragia postpartum in quanto la secrezione di ossitocina stimolata dal neonato ha un effetto decisamente più potente rispetto alle semplici iniezioni di ossitocina.

L’elevata sensorialità, la capacità di prediligere istintivamente il rapporto con la madre ed il manifestarsi come agente attivo nel costruire un’interazione significativa con il caregiver rendono il bambino presente ed attento ad accaparrarsi il suo spazio all’interno della relazione con la mamma. Egli è in grado di effettuare una vera e propria auto-organizzazione di sé collaborando con la propria madre. E’ a partire da questo legame e dalla vicinanza che gli viene offerta che prende l’avvio il processo di sviluppo psicofisico. Senza tali elementi, il bambino subirebbe delle carenze psicologiche che segnerebbero indelebilmente in maniera negativa la sua maturazione fisica e mentale.

Informativi sono gli studi condotti da René Spitz, psicoanalista austriaco che compì le sue valutazioni in campo psicologico nella prima metà del novecento attraverso l’osservazione diretta dei neonati. Spitz osservò due gruppi di lattanti: l’uno accudito dalle proprie madri carcerate in una struttura annessa al nido in cui si trovavano i bambini, l’altro ricoverato nei brefotrofi, quindi in condizioni di separazione perenne dalla madre. Ad entrambi i gruppi erano garantite adeguate cure igieniche e di nutrimento da puericultrici professioniste. Malgrado ciò, i bimbi dei brefotrofi presentavano gravi ritardi psicomotori che causavano una ridotta reattività di fronte a stimoli esterni, inespressività e disregolazione dal punto di vista emotivo, ma il dato più impressionante è che circa il 37% di essi morì durante il secondo anno di vita.

Una ulteriore conferma della presenza di un istinto relazionale capace di garantire la sopravvivenza dell’individuo ci viene dal campo delle neuroscienze animali. I cuccioli di scimmia, esposti di fronte a due manichini di finte mamme, l’uno ricoperto di una morbida stoffa, l’altro di metallo ma fornito di un biberon di latte, andavano a cibarsi di latte velocemente per poi correre e rimanere aggrappate per tutta la durata dell’osservazione sperimentale al manichino di tessuto in grado di trasmettere loro quel senso di calore più simile a quello che avrebbe potuto offrire una madre. La ricerca di vicinanza ed il contatto fisico divenivano, quindi, bisogni primari addirittura superiori all’istinto di nutrimento.

Le ricerche sopra esposte sono solo alcune delle molteplici effettuate fino ad oggi dall’Infant Research. Nell’addentrarci nel mondo delle abilità infantili rimaniamo sorpresi ed affascinati da tutti quei piccoli segnali che i nostri piccoli ci propongono ed ai quali dobbiamo riconoscere un’importante complessità. L’Infant Research ci offre un enorme contributo; nello scoprire le evidenze a cui è arrivata, possiamo farne tesoro immagazzinando questi insegnamenti ed aumentando la nostra sensibilità di lettura del linguaggio dei bambini. Dobbiamo riconoscere loro competenze straordinarie e riconoscere a noi il nostro essere fondamentali nella vicinanza affettiva che possiamo offrire.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicologia del Bambino collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa presso lo lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Bulimia: riconoscerla e vincerla

Bulimia: riconoscerla e vincerla

 

La parola Bulimia deriva dalla parola greca limos, che significa fame, e bous che indica il bue. Era un termine già in uso nell’Antica Grecia ed è soggetto a due tipi di interpretazioni: avere una fame da bue, oppure avere tanta fame da mangiarsi un bue.

Negli ultimi decenni la bulimia nervosa è stata oggetto di una quantità di ricerche scientifiche che ha pochi precedenti nel campo delle scienze psichiche. Nonostante questo grande interesse, vi è una bassa richiesta di aiuto professionale da parte dei pazienti che ne sono affetti.

Il DSM IV, manuale diagnostico che classifica i disturbi psichiatrici, considera essenziali per la diagnosi di bulimia nervosa le seguenti manifestazioni:

–          ricorrenti abbuffate, ossia rapida ingestione di una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili;

–          ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie al fine di prevenire l’aumento di peso: vomito auto-indotto, abuso di lassativi, uso di farmaci dimagranti, esagerata attività fisica;

–          una frequenza media delle abbuffate e condotte compensatorie di almeno due volte alla settimana per almeno tre mesi;

–          livelli di autostima indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporeo. Read more »