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Burnout

Cosa è il burnout?

Il Burnout può essere definito come uno stato di esaurimento emotivo accompagnato da sintomi di tipo ansioso e depressivo. In effetti, il termine anglosassone Burnout si traduce come: bruciato, esaurito, estinto, esausto.

È uno stato patologico che riguarda il fisico e la psiche legato al perdurare di condizioni di stress lavorativo che generano un sovraccarico non più tollerabile e gestibile dall’organismo del paziente.

Depressione Milano Psichiatra Burnout

Scarica l’infografica “Burnout” in pdf.

Anni fa questo tipo di condizione veniva riservata alle cosiddette professioni di aiuto in cui è richiesto un notevole impegno sul piano interpersonale. In verità nel mondo occidentale moderno il Burnout è estremamente frequente in moltissimi contesti lavorativi che sono caratterizzati da richieste eccessive di performance e di tempo dedicato al lavoro, come ad esempio nel caso di professionisti con ruoli dirigenziali, avvocati in grandi studi associati, medici, turnisti di ogni genere e qualsiasi figura professionale sulla quale vengono riversate pretese eccessive di impegno e di risultato a lungo termine.

I dati emersi dagli studi epidemiologici e dalle osservazioni cliniche segnalano come questa condizione patologica sia in continuo aumento e sia correlata non soltanto con un profondo malessere personale ma anche con costi sociali indiretti molto elevati, in quanto compromette profondamente la motivazione e la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.

E’ quindi una delle più frequenti cause di assenteismo.

Come si manifesta il burnout

Il quadro clinico di un paziente in stato di Burnout è caratterizzato da tensione generale e ansia costante, il pensiero si focalizza ossessivamente e rimugina su ogni aspetto del proprio lavoro. Il sonno è invariabilmente disturbato perché i pensieri continui rendono difficile l’addormentamento, il risveglio è precoce e già dai primi minuti compare l’ansia.

E’ sempre presente il calo del tono dell’umore, variabile nell’intensità a seconda della gravità e della durata dello stress che causa la situazione di esaurimento.

Il paziente sperimenta uno stato di profonda demotivazione e spesso anche il timore di recarsi al proprio lavoro.

I pazienti si descrivono come molto stanchi e allo stesso tempo incapaci di rilassarsi.

Anche i professionisti più seri, capaci e stimati possono sperimentare forti sentimenti di paura e di inadeguatezza ed iniziare a temere o rifiutare nuovi incarichi e nuove responsabilità, con sensi di colpa, di fallimento e rabbia.

Sono invariabilmente presenti disturbi cognitivi come riduzione della capacità di concentrarsi e della memoria.

Anche a livello fisico possono comparire sintomi quali cefalea, gastrite e ulcere, ipertensione, calo della libido.

Non è raro il tentativo di autocura con abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze psicotrope.

Cause del burnout

La Sindrome del Burnout è il punto di arrivo di uno stato di stress cronico e di impegno lavorativo che esubera le capacità del soggetto di farvi fronte a lungo termine.

Avviene quando le condizioni e i ritmi di lavoro non sono commisurati alla persona ma sono maggiormente orientati alla logica del guadagno.

Spesso le gratificazioni professionali, sia economiche che non, sono scarse ed è presente un alto livello di competizione anche con comportamenti poco corretti su un piano interpersonale.

Un altro motivo facilitante la comparsa di Burnout è lo svolgimento del lavoro in ambienti poco adatti, ad esempio bui, rumorosi, malamente climatizzati.

Nel mondo moderno occidentale, soprattutto con la sempre crescente riduzione del personale, la capacità di resistere allo stress e alla sovraccarico lavorativo stanno diventando condizioni richieste in modo esplicito durante la selezione del personale. Spesso le persone, prive di valide alternative non hanno altra possibilità che accettare condizioni di lavoro a lungo termine non compatibili con uno stato di benessere psico-fisico.

Diagnosi del burnout

Nella diagnosi di questa condizione è molto importante un approfondimento obiettivo del contesto lavorativo ed anche una attenta anammesi psicologica e famigliare.

E’ altrettanto importante approfondire la comprensione della struttura di personalità del paziente.

Vanno infatti ben differenziate, per diversi motivi, le situazioni di effettivo Burnout da quelle dovute ad una struttura di personalità in qualche modo fragile, poco flessibile o non sufficientemente dotata di capacità di problem solving o competenze relazionali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Depressione o Sindrome da Burnout

Depressione o Sindrome da Burnout

Ansia e depressione sono due termini,  oramai noti a tutti,  che non solo  indicano due importanti capitoli della patologia medico-psichiatrica, ma soprattutto segnalano i due sintomi principali che  i pazienti   riferiscono  quando vengono alla visita.

Inoltre, i termini  ansia e depressione indicano due stati  emotivi spiacevoli che frequentemente appartengono  alla esperienza di vita comune di ciascuno di noi,  anche di chi non  necessita  dell’aiuto dello specialista.

Altre volte invece, l’entità e la qualità di tali stati d’animo si concretizza in una forma depressiva vera e propria.

Spesso si “cerca di tirare avanti ” sperando che la situazione si risolva,  il più delle volte  si  decide di rivolgersi al medico di famiglia, il quale non  può che intervenire con strumenti terapeutici che agiscono sopprimendo il sintomo ma che non possono agire alla base delle cause, anche biologiche, che determinano  la comparsa di questi  disturbi.

Raramente isolate,  le manifestazioni di ansia e di umore  depresso, il più delle volte si presentano associate tra di loro e possono accompagnarsi, in modo variabile, ad altri disturbi quali ad esempio la riduzione della concentrazione, la difficoltà ad addormentarsi  o a mantenere il sonno e soprattutto un importante calo di energia psico-fisica.

Osservo in genere nella mia pratica clinica come  le persone arrivino alla visita quando  questi disturbi  datano già da alcuni mesi e la richiesta di aiuto si concretizza solo nel momento in cui  i sintomi  stanno  causando un evidente disagio su tutte le attività quotidiane, sia quelle lavorative che quelle personali.

E’ molto importante in tutti i casi fare una diagnosi precisa: ci troviamo di fronte ad un quadro depressivo conclamato, che necessita di una adeguata terapia medica, solitamente di tipo allopatico, oppure siamo in quelle fasi iniziali di esaurimento in cui il nostro organismo inizia a mandare segnali che, se bene interpretati e affrontati, permettono di recuperare uno stato di salute senza arrivare alla malattia depressiva?

Il termine esaurimento nervoso, che ha preceduto negli anni la terminologia più moderna di Depressione è, a mio parere, molto corretto in alcune situazioni cliniche, come spesso lo sono le descrizioni della cosiddetta saggezza popolare.

In effetti le condizioni a cui mi riferivo prima, inquadrate da un punto di vista Omotossicologico rappresentano proprio la manifestazione clinica di uno stato di indebolimento di organi e di funzioni biologiche e metaboliche dal corretto funzionamento delle quali dipende il mantenimento dello stato di salute e di efficienza  fisica e psichica. Quando queste funzioni sono scarsamente efficienti si arriva ad una condizione di sofferenza dell’organismo che si manifesta con un insieme di sintomi che possono mimare per qualità uno stato depressivo.

I motivi e le condizioni che possono portare all’indebolimento  dei meccanismi  deputati  alla produzione di livelli ottimali di energia e di salute sono numerosi, l’argomento è vasto e interessante e sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

La Medicina Omotossicologica e La Medicina Fisiologica di Regolazione sono in grado di agire a vari livelli,  sui diversi organi, ripristinandone gradualmente la funzione,  permettendo  così il controllo e la modulazione dei sintomi,  ma anche, e questo è ciò che più conta,   potenziando vie metaboliche che si svolgono all’interno delle cellule  che sono deputate alla produzione di energia (Ciclo di Krebs  e Fosforilazione Ossidativa) nonché regolando vie di trasmissione neuro-endocrina la cui corretta regolazione è indispensabile per le funzioni vitali e la risposta adeguata allo Stress, tra queste  in particolare l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene.

E’ quindi  importante  dare valore e non trascurare condizioni caratterizzate da una stanchezza apparentemente immotivata, una riduzione delle energie fisiche e psichiche, associate o meno a sintomi più qualificati in senso depressivo o ansioso, proprio allo scopo di prevenire la comparsa di situazioni più conclamate e inquadrabili nella vera e propria Depressione,  le quali poi necessitano  un intervento farmacologico mirato con farmaci antidepressivi e ansiolitici.

Sono queste situazioni che ancora  non sconfinano nel patologico e che possono  essere contenute e risolte senza il ricorso a farmaci allopatici; appartengono spesso  alla continua ciclicità dell’efficienza delle nostre funzioni biologiche,  le quali  per mantenere nel tempo la loro efficacia vanno sostenute e potenziate.

La Medicina Omotossicologica stimolando i meccanismi di difesa intrinseci del nostro organismo  può quindi essere di grande utilità in queste situazioni “borderline,  nonché in tutti i momenti di vita in cui le richieste a cui il nostro organismo è sottoposto sono più elevate.

Un tipico esempio sono i due periodi del cambio di stagione primaverile e autunnale, momenti in cui al nostro organismo è richiesto un adattamento su vari livelli, che può essere stimolato ed aiutato proprio per evitare l’esperienza comune della comparsa o dell’aggravamento in queste stagioni di passaggio, di sintomi ansioso-depressivi.

Accanto a questi  vi sono altri tipi di altri disturbi che in questi periodi dell’anno spesso vengono a riacutizzarsi, ne sono esempi comuni l’insonnia e le patologie  quali il reflusso gastroesofageo e i disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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La felicità in pillola

La felicità in pillola

La fluoxetina è un antidepressivo, il nome commerciale più noto ai molti di questa molecola è Prozac. E’ un farmaco che ha fatto tanto parlare di sé negli anni ’90, soprattutto nei paesi anglosassoni dove è stato prescritto, secondo alcune fonti, forse in un modo un po’ indiscriminato. Ci si riferiva allora a questa medicina come alla pillola della felicità.

Appartiene alla classe degli antidepressivi serotoninergici o SSRI ed è un ottimo farmaco, se usato nelle situazioni che veramente ne richiedono l’utilizzo e rispettando le linee guida della sua prescrizione.

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La psicoterapia può curare la depressione?

La psicoterapia può curare la depressione?

Il mio interesse a scrivere un articolo su questo argomento nasce proprio da ciò che osservo durante la mia pratica di medico psichiatra. Incontro in studio persone che arrivano tutte con una tematica di fondo comune: si sentono sofferenti, tristi, depressi. Questi pazienti, che mi portano tutti un disagio apparentemente così simile, presentano in verità situazioni molto differenti, personali e originali nelle loro cause e nelle loro motivazioni di fondo. Ciò nonostante tutti arrivano con la convinzione di essere depressi.

Anche quando lavoravo in ospedale e mi capitava di vedere molte persone che chiedevano un colloquio di valutazione, sono sempre stata stupida dal fatto che, quasi tutti, iniziavano la visita dicendomi: ”vengo da lei perché sono depresso”, anticipando un’ipotesi di diagnosi che spesso non corrispondeva al quadro clinico da me rilevato.

Probabilmente il termine stesso Depressione si presta ad interpretazioni differenti e molto personali, a volte erronee.

Depressione può essere uno stato d’animo, momentaneo o duraturo ma non necessariamente patologico, può essere un sintomo di un quadro clinico più complesso e può anche essere una vera e propria malattia.

La questione che ha attratto la mia attenzione è stata quindi la Diagnosi, intesa sì in senso clinico (questa persona che si sente e si definisce depressa lo è veramente da un punto di vista medico-psichiatrico?) ma anche con un significato più ampio e cioè: quale è veramente il disagio di cui mi sta mettendo al corrente il paziente e che origini ha.

In una psichiatria che veda il paziente come un intero, fatto di elementi altrettanto importanti di tipo biologico e psicologico, è di fondamentale importanza fare una diagnosi corretta, farsi cioè un’idea precisa di ciò che il paziente lamenta, capirne la sua genesi da un punto di vista psico-dinamico e/o biologico e costruire un’ipotesi di cura.

E’ altrimenti impossibile indirizzare bene il paziente sul percorso verso la risoluzione del suo problema impostando la terapia corretta, è impossibile capire di che cosa ha veramente bisogno il paziente per stare meglio e migliorare la sua vita.

A mio parere, è anche indispensabile per il paziente stesso conoscere quale è il suo problema, non è soltanto un suo diritto, le persone hanno anche il dovere di informarsi ed essere consapevoli,  la conoscenza corretta è il primo gradino, la base su cui si fonda tutto il  percorso di cura.

Di fronte ad un paziente che esprime uno stato depressivo, la prima cosa che il medico deve saper fare è distinguere se si tratta di una vera e propria DEPRESSIONE, intesa cioè come malattia che richiede un trattamento medico o se si tratta di uno stato di prostrazione psicologica, di sofferenza esistenziale.

Questo perché le due situazioni prevedono un approccio terapeutico differente. Non è possibile, né corretto, applicare il proprio metodo di cura ad ogni paziente, anzi il percorso deve essere inverso. Bisogna capire cosa il paziente ha e quindi definire se il metodo di cura di cui disponiamo può essere utile per lui, altrimenti avere la consapevolezza, l’umiltà e la professionalità di inviare il paziente ad un’altra figura professionale o ad un collega.

Mi è capitato purtroppo troppe volte di visitare pazienti in cura farmacologica da anni, per una supposta depressione, che, a mio giudizio, necessitavano di essere invece consigliati ad intraprendere un percorso di psicoterapia, perché il farmaco non avrebbe mai potuto curare il loro star male, quantomeno non da solo.

Allo stesso tempo ho visto pazienti affetti da evidenti stati di Depressione e ben diagnosticabili Disturbi d’Ansia, quali gli attacchi di panico, la fobia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo, rivolgersi a psicoterapeuti per molto tempo senza poter risolvere i sintomi, non perché la psicoterapia sia un approccio fallimentare ma perché alcune malattie, alcune situazioni cliniche non si possono curare senza ricorrere ai farmaci.

La genesi delle malattie psichiatriche è BIO-PSICO-SOCIALE, ciò vuole dire che vanno valutate, in ogni singolo paziente, la presenza o la predominanza di una causa rispetto ad un’altra e quindi attuati, o perlomeno consigliati, interventi che siano di tipo medico o psicologico a seconda del caso o l’associazione dei due, solo quando necessario.

Spesso i pazienti che soffrono di ansia e depressione temono di incontrare uno psichiatra, considerato a torto il medico dei matti, molti preferiscono chiedere aiuto allo psicologo o al neurologo.

Questi professionisti devono essere in grado, attraverso percorsi formativi validi, di riconoscere se vi è un’affettiva malattia psichiatrica e devono sapere quando è necessaria una terapia di tipo farmacologico.

La Depressione vera e propria esige una terapia farmacologica, così come altri disturbi quali ad esempio il Disturbo Ossessivo-compulsivo o gli Attacchi di Panico.

Viceversa il medico-psichiatra DEVE essere in grado di riconoscere le situazioni in cui è insensato consigliare un farmaco e in cui invece il paziente ha effettivamente bisogno di un serio percorso di psicoterapia.

La psicoterapia è indicata in tutti i pazienti in cui le cause del malessere risiedono in situazioni ambientali difficili, presenti o passate, o quando la sofferenza deriva da conflitti interni, intrapsichici, in tutti quei casi in cui la persona soffre emotivamente  ma non vi è evidenza di un disturbo psichiatrico legato ad una disregolazione dei neurotrasmettitori, non vi è cioè un Episodio Depressivo in corso.  La diagnosi si fa DURANTE la VISITA, attraverso domande e attraverso l’osservazione del paziente, il suo aspetto, l’abbigliamento, lo sguardo, le sue posture, il modo in cui parla e si muove e dalle notizie che ci fornisce.

Esiste una SEMEIOTICA della Depressione che il medico conosce. Esistono cioè sintomi riferiti dai pazienti e segni rilevati dal medico che devono essere accertati e valutati per fare diagnosi corrette e terapie adeguate. Là dove il medico riconosce la presenza di un Episodio Depressivo la terapia farmacologica deve essere sempre consigliata e il paziente supportato ad accettarla e ad assumerla nei tempi e nei modi prescritti. Anche la sospensione va concordata sempre con il curante.

In questi casi la terapia psicologica può essere a volte indicata, se vi una struttura di personalità fragile, situazioni ambientale stessogene o se il paziente mostra di dovere essere aiutato nell’elaborare il vissuto relativo alla malattia depressiva.

La dott.ssa Cristina Selvi, Psicoterapeuta per la Depressione a Milano, Psichiatra e Omotossicologa, si occupa di psicoterapia della Depressione a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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La depressione in adolescenza

 La depressione in adolescenza

L’adolescenza è una fase di transizione importantissima, conclude il periodo dell’infanzia e accompagna verso l’età adulta. E’ uno dei periodi più complessi, entusiasmanti e, a volte, tormentati che l’essere umano attraversi.

E’ spesso in questo periodo che si manifestano disagi, difficoltà e disturbi emotivi che hanno le loro radici già nell’infanzia ma che emergono nel momento in cui il ragazzo si confronta con i profondi cambiamenti psicologici, sociali e fisici tipici di questa fase di crescita. Entrare in adolescenza significa sviluppare competenze sempre più complesse per raggiungere l’autonomia dalle figure genitoriali e la capacità di occuparsi di sé.

Il bambino vive all’interno del nucleo famigliare, a stretto contatto fisico e soprattutto emotivo con i genitori, l’adolescente sente un’intensa spinta a crescere, il desiderio di autonomizzarsi e di trovare una sua strada, un modo personale di affrontare la vita,  costruendo una sua identità, differenziata e separata dai genitori.

La crescita e l’acquisizione di autonomia dai genitori è tanto attesa e desiderata quanto temuta, come ogni cambiamento ed emancipazione, porta con sé la rinuncia ad una posizione di passività e di tranquillità dove si demanda al genitore, che viene ancora vissuto come figura di riferimento e protezione.

I ragazzi non sono consapevoli delle dinamiche ambivalenti che accompagnano l’adolescenza e spesso “negano” la loro fragilità e il loro timore di crescere e di abbandonare la tutela genitoriale, che, sebbene a volte vissuta come soffocante e limitante,  evita di affrontare con le proprie forze gli impegni, i dolori e le difficoltà della vita, non ultima la sfida di essere in grado di pensare al proprio benessere, coltivare ciò che ci fa essere sereni. Per questo è tipico degli adolescenti  mostrarsi  spavaldi, autonomi, sicuri di sé e indipendenti,  per affermare la loro identità in formazione e tenere a bada il timore di essere vulnerabili. Come quando stava imparando a camminare l’adolescente deve poter esplorare il mondo con le proprie forze, tranquillo del fatto che i genitori sono ancora disponibili, sebbene a distanza via via crescente. Come allora, il genitore deve monitorare e accompagnare senza sostituirsi troppo al figlio, senza evitargli ogni frustrazione, errore o sconfitta, permettendo al giovane di fare esperienza dei suoi punti di forza e delle sue debolezze, integrandole in una immagine di sé realistica e positiva.

L’età adulta porta, infatti, con sé la presa di coscienza dei propri limiti e dei limiti di una vita che l’adolescente spesso idealizza come ricca di soddisfazioni affettive, economiche, estetiche e sociali,  anche purtroppo potenziate da comunicazioni fuorvianti di performance e successo. Crescere significa abbandonare l’onnipotenza adolescenziale e fare i conti con tutti gli aspetti della realtà, quelli piacevoli e quelli difficili.

Se il processo di crescita avviene in modo fluido, il ragazzo riuscirà ad integrare ciò che è stato il suo vissuto infantile con nuove competenze, nuove idee, punti di vista e comportamenti, crescerà come un adulto sufficientemente sereno e psichicamente sano. Se per qualche motivo, inerente a difficoltà proprie del ragazzo o del suo contesto, questo processo evolutivo è rallentato, bloccato o ostacolato, potranno manifestarsi  sintomi veri e propri della sfera psichica e psicologica e soprattutto disagi relazionali.

Negli ultimi decenni vi è stato un significativo aumento della incidenza di depressione negli adulti ma anche nei giovani, che sempre più spesso faticano a strutturare competenze adulte e una esistenza serena e soddisfacente. E’ quindi di primaria importanza riconoscere quali sono le situazioni che richiedono attenzione, stabilire se i vissuti e i comportamenti osservati dall’esterno segnalano uno sviluppo normale o patologico.

L’adolescenza, anche quella fisiologica, è un periodo in cui normalmente si sperimentano sentimenti di tristezza o di inadeguatezza, difficoltà ad accettarsi per il proprio aspetto fisico e difficoltà nelle relazioni con i coetanei, spesso l’umore è cupo e il giovane rimane isolato e ritirato, a volte compare irritabilità e  la tendenza a rifiutare le regole che fino ad allora non erano mai state messe in discussione.

 L’adolescente depresso

Il tono dell’umore in un adolescente depresso tende ad essere costantemente triste, non fluttua e non cambia come invece avviene normalmente in ciascuno di noi, soprattutto nei giovani. In un adolescente l’umore può essere cupo e triste un giorno ed entusiasta il giorno dopo, in particolar modo è molto sensibile agli stimoli ambientali e agli avvenimenti esterni. L’umore in un adolescente depresso sarà triste in modo costante, indipendentemente da avvenimenti piacevoli o da contesti allegri, come una festa o una vacanza.

A differenza dell’adulto i ragazzi difficilmente riconoscono o dicono di essere tristi e depressi, spesso si sentiranno arrabbiati, irritati, annoiati e il più delle volte attribuiranno la causa  malessere all’esterno di loro, in un fatto accaduto o nel comportamento di una data persona, il genitore, un insegnante, un partner. Anche i ragazzi lamentano di non potersi concentrare, di non avere memoria, ma soprattutto noia e mancanza di interesse, nulla pare a loro interessante, nulla vale la pena di essere vissuto, con un atteggiamento nichilistico e passivo.

Se l’adolescenza è l’epoca in cui è frequente sentirsi inadeguati ed avere timore del giudizio e dell’emarginazione, un adolescente depresso sarà ancora più in difficoltà, si sentirà giudicato per un nonnulla e tenderà a controllare il rifiuto anticipandolo ed isolandosi dagli altri. Molti giovani depressi lamentano difetti del loro corpo che vengono esagerati e che causano una vergogna così profonda da interferire gravemente con le loro relazioni.

Infatti, è in questa età che spesso si fa diagnosi di dismorfofobia, un vero e proprio disturbo fobico che ha come oggetto il proprio corpo. Allo stesso modo molti giovani sviluppano comportamenti anoressici o bulimici.

Nell’adolescente sono anche frequenti i sintomi ansiosi acuti come gli attacchi di panico e spesso anche le lamentele somatiche e le preoccupazioni ipocondriache. Purtroppo l’utilizzo di alcol e droghe diventa sempre più frequente anche negli adolescenti, che cercano nello stordimento o nell’eccitazione una fuga dai vissuti depressivi.

 La terapia della depressione in adolescenza

La corretta valutazione diagnostica ed impostazione terapeutica  di una situazione depressiva o  di disagio psicologico in età adolescenziale deve avvenire in ambiente specialistico. La presa in carico del ragazzo con disagi emotivi e psichici deve essere caratterizzata da un intervento sia sul piano farmacologico, quando necessario, che sul piano psicologico.

La cura farmacologica sarà importante quando i sintomi sono di gravità tale da interferire significativamente con il rendimento scolastico o con la vita sociale e relazionale del ragazzo. Molto importante è la valutazione dell’eventuale rischio di atti autolesivi anche in considerazione dell’impulsività tipica di questa età.

La psicoterapia è in quest’età parte integrante e imprescindibile del percorso di comprensione e risoluzione. Essenziale anche il coinvolgimento nella cura dei genitori con interventi psicoeducativi.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione negli adolescenti a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il colloquio con lo psichiatra

Il colloquio con lo psichiatra

Chi arriva alla decisione di recarsi dallo psichiatra lo fa solitamente in un momento di difficoltà personale e di fragilità e la scelta è spesso accompagnata da un certo grado di dubbio e timore. A volte nell’immaginario delle persone chi fa questo mestiere è in grado di leggere nella mente del paziente, capendo e scoprendo pensieri, paure e questioni che nemmeno sono note ad egli stesso. Questa è una visione romanzata e non realistica. Lo psichiatra possiede sicuramente conoscenze, competenze ed esperienza che servono per incontrare il paziente e capire il problema che egli porta, in modo più completo e profondo rispetto a ciò che sembra ad un occhio non esperto.

In realtà lo psichiatra sa poco o nulla del paziente e della sua vita interiore, tutto ciò che può scoprire passa attraverso l’aiuto ricevuto dal paziente stesso.  Il terapeuta va alla ricerca dei reali motivi del malessere, guidando verso soluzioni attraverso un programma di terapia che sia adeguato e utile per quel singolo paziente.

Anche in psichiatria, come in tutti i campi della medicina, la diagnosi è di primaria importanza. Per aiutare una persona dobbiamo conoscere e sapere riconoscere il problema di cui soffre e questo in psichiatria deve riguardare una duplice valutazione, che in termini tecnici è chiamata Asse I e Asse II. Si potrebbe dire che esistono due dimensioni diagnostiche essenziali che si integrano l’un l’altra: una diagnosi medico-psichiatrica e una diagnosi psicodinamica, che indaghi le componenti psicologiche e relazionali alla base del disagio.

Brevemente, l’Asse I riguarda quelle condizioni che si concretizzano in una patologia psichica, sia essa un Disturbo d’Ansia, come gli Attacchi di Panico, le Fobie, tra cui frequente la Fobia Sociale, il Doc, oppure un Disturbo dell’Umore come la Depressione o il Disturbo Bipolare. L’Asse II, invece, riguarda la diagnosi personologica e cioè l’eventuale presenza di una struttura di personalità che abbia caratteristiche qualitative o quantitative tali da determinare un vero e proprio disturbo, con conseguenze sulla qualità della vita del paziente, sul piano personale, relazionale  e socio lavorativo.

Solitamente una diagnosi in Asse I prevede una terapia farmacologica mentre la diagnosi in Asse II richiede un intervento di tipo psicoterapeutico.

Come si svolge il colloquio psichiatrico

La visita psichiatrica avviene appunto in forma di colloquio. È la prima interazione tra il medico e il paziente ed è lo strumento che lo psichiatra utilizza per comprendere la sofferenza del paziente. E’ molto importante il clima in cui si svolge, perché influenzerà i futuri eventuali incontri tra paziente e terapeuta e l’adesione del paziente ai consigli del medico. Deve avvenire in un clima di empatia con un’attenzione libera da pregiudizi e rispettosa, in modo che il paziente possa esprimere come meglio può i fatti, le sue riflessioni e le emozioni correlate.

Il colloquio diretto con il paziente è essenziale poiché permette al medico, non solo di ottenere le informazioni, ma soprattutto di osservare e riconoscere una serie di segni che sono indispensabili per fare diagnosi e valutare lo stato psicopatologico.

Per questo motivo il colloquio vis a vis è molto importante, anche nelle fasi successive della cura, ad esempio quando bisogna valutare l’efficacia di una terapia prescritta qualche settimana prima. Ciò che viene riferito da parenti o dal paziente stesso telefonicamente non è il più delle volte sufficiente per fare delle valutazioni corrette ed utili da un punto di vista clinico. Per il medico psichiatra è importante raccogliere i dati ma anche osservare e valutare come la persona si presenta, come cammina, come parla, la sua mimica facciale e il linguaggio non verbale che non possono essere valutati in una conversazione telefonica.

Durante il colloquio il medico deve creare le condizioni migliori perché il paziente si senta a suo agio e libero di esprimere tutto ciò che gli viene alla mente, deve saper creare l’alleanza terapeutica, fattore predittivo di primaria importanza sull’esito della terapia. Nella prima parte il colloquio potrà essere libero, iniziamo ad ascoltare il paziente e a sintonizzarci con lui. Il paziente andrà poi anche guidato dal medico a fornire informazioni che altrimenti potrebbe omettere, per pudore, perché può pensare che siano inutili o  a causa delle cosiddette censure inconsce, di cui il paziente non può essere a conoscenza ma che lo psichiatra può aiutare a superare. Può essere necessario, sempre con delicatezza e rispetto, incoraggiare la persona ad affrontare temi spinosi o ad approfondire meglio gli aspetti più intimi ed emotivi di questioni che a volte vengono riferite soltanto nei loro risvolti più concreti, quindi aiutare il paziente a commentare i fatti da un punto di vista delle emozioni che ne derivano. Talvolta sarà necessario avere informazioni aggiuntive dai parenti, ad esempio nel caso di ragazzi giovani, in cui alcune notizie anamnestiche sull’infanzia sono necessarie oppure allo scopo di valutare le modalità di interazione tra i diversi membri della famiglia o anche perché terze persone possono fornire un punto di vista differente che va ad integrare ciò che percepisce il paziente stesso. Quando una persona vive un disagio nel presente è sempre importante ricordare  che il modo in cui il paziente soffre è il risultato dei fatti recenti che vanno accuratamente indagati ma anche della storia passata del paziente, verso la quale il medico deve porre la giusta attenzione.

Solitamente la visita psichiatrica non richiede esami aggiuntivi, raramente il medico potrà richiedere qualche indagine allo scopo di indagare lo stato generale del paziente ed escludere che alcuni sintomi siano legati ad una patologia organica, ad esempio una profonda stanchezza in caso di ipotiroidismo. Può, a volte, essere necessario un secondo incontro allo scopo di capire meglio la situazione o somministrare test psico-diagnostici o neuropsicologici per indagare meglio alcune funzioni mentali e cognitive. Al termine della visita il medico formula delle decisioni terapeutiche che condivide con il paziente ed eventualmente con i famigliari.

Il medico quindi spiega ciò che ha compreso e propone un piano di cura. E’ il momento in cui spesso ci si confronta con  i pregiudizi e i timori verso la terapia, sia essa farmacologica o psicologica. Per questo io cerco sempre di essere chiara con i pazienti sui benefici della cura, sulla sua durata, sugli eventuali effetti collaterali e anche su cosa può accadere se il paziente non accetta di curarsi, rassicurandolo comunque sulla mia disponibilità a riparlarne. Il paziente non va colpevolizzato né obbligato moralmente ad assumerne farmaci che non sente ancora come buoni alleati, né tantomeno avrebbe senso spingerlo ad una terapia psicologica che non può che naufragare senza una vera motivazione personale. Va invece reso partecipe attraverso una corretta informazione che fornisca le informazioni necessarie per prendere una decisione e qualcuno   ha comunque bisogno di un po’ di tempo e di altri incontri per essere motivato alla cura.

Anche il paziente osserva lo psichiatra

Non va tralasciato di pensare al fatto che durante il primo colloquio anche il paziente incontra il terapeuta, anch’esso quindi potrà, e dovrà, valutare la qualità di questo incontro, le comunicazioni e le informazioni fornite, lo stato emotivo nel quale si è trovato durante il colloquio, la capacità del medico di metterlo a suo agio, la comunicazione non verbale (tono della voce, sguardo, mimica, atteggiamento) che possono essere di fondamentale importanza per evincere informazioni sulla competenza e sul genuino interesse del terapeuta che si ha di fronte.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, riceve a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Alleniamo il nostro cervello

Alleniamo il nostro cervello

La maggior parte dei pazienti che vengono in visita lamenta problemi di memoria, riferisce il timore di non “ricordare più le cose”. A volte si tratta di piccole lacune come non ricordare dove hanno messo un oggetto, impegni o appuntamenti, i nomi delle persone alle quali si presentano, un numero di telefono o ancora cosa hanno mangiato pochi giorni prima. In verità nella maggioranza dei casi, indagando su queste piccole dimenticanze e sulle loro difficoltà di memorizzare e ricordare, non si evidenzia nulla di patologico. Inoltre, va segnalato che i pazienti con ansia o depressione, fintanto che il quadro clinico non è risolto, possono effettivamente avere un deficit nelle funzioni cognitive. Questo solitamente scompare quando lo stato depressivo o di ansia si è risolto. Ciò nonostante, anche nel vissuto del paziente guarito, rimane la sensazione di avere difficoltà che vengono interpretate come patologiche.

Promuovere un invecchiamento sano e fisiologico

Qualche riflessione e informazione su questo tema si impone, dal momento che la vita media si sta progressivamente allungando e di conseguenza aumenta il numero delle persone anziane (sopra i 65 anni), quindi il numero di coloro potenzialmente a rischio di demenza. Per questo la scienza medica è sempre maggiormente rivolta a segnalare l’importanza di favorire e promuovere un invecchiamento sano, fisiologico. Prevenire un deterioramento patologico è molto più semplice ed economico che curarlo una volta conclamato.

Anche il cervello, come tutti i nostri organi e apparati, ha una sua curva di maturazione che si completa intorno ai 30 anni e poi inizia ad invecchiare, va incontro ad alterazioni anatomiche e ad una riduzione della sua efficienza. E’ l’ultimo organo a completare il suo sviluppo, pensiamo a tutte le tappe che il bambino attraversa nella sua crescita e alle competenze neurologiche e neuro-psicologiche che vengono via via acquisite con passare degli anni. Sfortunatamente però è anche il primo che comincia a invecchiare.

Il primo segnale di questo graduale declino è il deficit della capacità di fissare informazioni recentemente acquisite.

Non necessariamente però i disturbi della memoria, se compatibili con l’età biologica, sono indice che il paziente soffre o soffrirà di un deterioramento patologico delle capacità cognitive e intellettive, come nella demenza. Questo specialmente se non vi sono fattori predisponenti come l’ipertensione, il diabete, l’ipercolesterolemia e i disturbi cardiovascolari.

Con il tempo i circuiti della memoria a breve termine diventano meno efficaci e le persone sperimentano qualche difficoltà nel fissare informazioni o richiamare alla memoria eventi recenti, mentre rimane più efficiente la capacità di rievocare avvenimenti vissuti nel passato o informazioni immagazzinate da tempo, la cosiddetta memoria a lungo termine. Va anche considerato che da adulti, molte informazioni non vengono fissate in modo adeguato perché non prestiamo attenzione alle nostra azioni e al momento presente o per uno stato di sovraccarico di stress, condizione sempre più comune.

Esiste poi una condizione clinica chiamata Disturbo Cognitivo Lieve che richiede un approfondimento diagnostico poiché i sintomi, pur non determinando particolari difficoltà nello svolgimento della vita di tutti i giorni, segnalano un deficit lievemente più accentuato rispetto a ciò che ci si aspetterebbe per l’età del paziente. Questi soggetti dovrebbero essere seguiti e monitorati nel tempo dallo specialista neurologo, hanno, infatti, una maggiore possibilità di sviluppare demenza. In questi pazienti è inoltre particolarmente importante diagnosticare e curare le eventuali malattie organiche che facilitano l’insorgenza di una sofferenza cerebrale. Nel Disturbo Cognitivo Lieve i sintomi sono già obiettivabili, cioè osservabili dall’esterno, per esempio dai famigliari o dal medico e sono rilevabili e misurabili attraverso test neuro-psicologici. I pazienti con questo disturbo possono più frequentemente presentare sintomi psichiatrici, soprattutto depressione, ansia, apatia o irritabilità.

Le cause dell’invecchiamento cerebrale

Innanzitutto va detto che l’invecchiamento è un processo biologico, normale e imprescindibile di tutti gli esseri viventi animali e vegetali. La sua progressione è geneticamente determinata, è il nostro DNA che stabilisce la velocità con cui i nostri neuroni muoiono e, di conseguenza, la nostra massa cerebrale si riduce. Le manifestazioni saranno maggiori e più precoci nei soggetti con una minore riserva cerebrale, sostanzialmente nelle persone che per motivi genetici hanno meno neuroni e una massa cerebrale minore. Fortunatamente esiste anche una riserva cognitiva, cioè un potenziale che possiamo costruire durante tutta la nostra vita, allenando il cervello attraverso la riflessione, lo studio, leggendo e memorizzando informazioni ed  facendo esperienze. Questo potenziale è possibile grazie al fatto che il cervello, diversamente da come si credeva solo pochi anni fa, è dotato di neuroplasticità, fenomeno per cui la sua struttura anatomica può modificarsi nel tempo anche in età adulta. Utilizzando le reti neurali, cioè l’insieme dei neuroni in contatto tra loro, le potenziamo promuovendo un aumento delle cellule e delle interconnessioni sinaptiche che le uniscono. Esattamente come un muscolo che grazie all’allenamento costante aumenta il suo numero di fibre muscolari ed è più efficiente.

Il processo di invecchiamento è inoltre modulato epi-geneticamente, questo significa che ciò che è scritto nel nostro DNA può avverarsi o meno a seconda di condizioni che  influenzano l’ espressione dei nostri geni. Non necessariamente avere un determinato corredo genetico vuole dire che questo si esprima in modo inevitabile. Questo processo può, infatti, essere modulato sia positivamente che negativamente anche attraverso lo stile di vita. Da ciò deriva che rispettare comportamenti e di stili di vita sani può rallentare la velocità di deterioramento cognitivo senile. Uno stile di vita attivo, sia fisicamente sia mentalmente, riduce la probabilità di andare incontro ad uno stato di invecchiamento patologico.

Ad esempio un’alimentazione corretta aiuta a prevenire la comparsa di quelle patologie che poi andranno ad influire sulla salute delle cellule nervose. La relazione tra diabete, malattie cardiache, obesità, ipertensione, e danno alle cellule cerebrali è oramai stabilita. Inoltre alcuni alimenti, soprattutto di origine industriale, addizionati con coloranti o conservanti, possono contenere sostanze con un potenziale tossico sui neuroni.

Una dieta dovrebbe essere ricca in micronutrienti, vitamine e minerali e come contenere equilibrate quantità di acidi grassi poli-insaturi ( omega3, omega 6). Gli alcolici, assunti in dosi inadeguate, sono tossici per il sistema nervoso, il fumo è estremamente dannoso in quanto fattore di rischio per lo sviluppo di malattie vascolari che a loro volta possono danneggiare il tessuto nervoso.

Protettiva è invece l’attività fisica svolta regolarmente e con intensità adeguata, aiuta attraverso molti meccanismi a favorire un invecchiamento sano e graduale.Un’altra strategia oramai accertata come protettiva è mantenere interessi personali,  desideri, una sana progettualità per il futuro e interazioni sociali soddisfacenti e supportive.

Il training cognitivo

Nei pazienti in cui si ravvisa un’effettiva problematica a carico della memoria o di altre funzioni cerebrali superiori quali la concentrazione, l’attenzione, l’orientamento spazio-temporale e lo svolgimento di compiti complessi, si può ricorrere a questo approccio terapeutico che consiste in incontri durante i quali viene effettuata una stimolazione cognitiva. Ciò attraverso esercizi specifici che hanno lo scopo di ravvivare la prontezza del cervello.

Una sorta di ginnastica per i neuroni che può consistere in esercizi di lettura e di memorizzazione di brani, o qualsiasi altra attività che richieda l’impegno della memoria, della attenzione e della concentrazione come il calcolo, le attività creative come dipingere, la risoluzione di piccoli quesiti di logica.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di disturbi della memoria legati ad ansia e depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Intestino e depressione

Intestino e depressione

In considerazione dell’importante aumento dei casi di Depressione nel mondo occidentale, questa patologia è oramai una delle maggiori cause di malessere nonchè un onere sociale importante, diventa quindi indispensabile capirne sempre meglio le cause multifattoriali e studiare nuove forme di prevenzione e supporto alla cura farmacologica.  La Depressione sarà, infatti, la malattia di maggiore impatto sociale ed economico nei futuri anni, come segnalato dalle indagini statistiche dell’OMS.

Innumerevoli studi stanno cercando di valutare, in modo sempre più approfondito e scientificamente provato, quali possano essere nuovi obiettivi per la prevenzione e per la cura di questa malattia. Tra i tanti trovano ampio consenso quelli riguardanti le connessioni tra lo stato di salute dell’intestino e la composizione della flora batterica intestinale con i Disturbi dell’Umore e quelli del Comportamento.

Che cosa è il microbioma

Per microbioma s’intende l’insieme di microrganismi che si trovano nell’apparato digerente dell’uomo, dalla bocca all’ano,  comunemente  noto come flora batterica. Lo stato del microbioma è sicuramente connesso a molte importanti patologie fisiche ma una vasta letteratura di studi suggerisce un’associazione anche tra Depressione, disturbi del comportamento e benessere dell’intestino. E’ un campo di studio relativamente emergente che dovrà svilupparsi con dati più certi negli anni a venire, ma le cui evidenze vanno già da ora prese in seria considerazione ed applicate per potenziare la risposta ai farmaci e la naturale propensione di un organismo ad auto-guarire, soprattutto nelle depressioni con sintomi di lieve e media entità. Tutto ciò va considerato e inteso nella sua giusta misura, non rappresenta la panacea contro la Depressione, è certo però che una corretta attenzione a ciò di cui ci nutriamo va associata ai diversi interventi che dovrebbero essere integrati e consigliati quando un paziente si presenta con uno stato depressivo, il quale si manifesta con suoi sintomi debilitanti sull’intero sistema mente-corpo. E’ un campo di ricerca ancora in divenire, che si completerà e chiarificherà negli anni futuri. Connessioni dirette e inequivocabili tra Depressione e stile di vita, alimentazione compresa, sono peraltro già state comprovate nei pazienti obesi o affetti da sindrome metabolica, i quali sono più esposti al rischio di sviluppare Depressione.

Il nostro intestino è un organo molto sviluppato, al suo interno è presente un numero eccezionale di microorganismi, stimati intorno ai 100 trilioni, un enorme organo virtuale composto da queste cellule che svolgono ruoli differenti ed essenziali per la nostra salute. Le colonie batteriche presenti all’interno dell’intestino sono note  per svolgere funzioni di primaria importanza, ad esempio per lo sviluppo e il buon funzionamento del sistema immunitario, per regolare la motilità dell’intestino e proteggere la funzione di barriera della mucosa. Le caratteristiche del microbioma iniziano a determinarsi dopo la nascita e dipendono dal tipo di allattamento nell’infanzia e poi dalla dieta, da eventuali terapie assunte, specialmente antibiotiche, dalla genetica ed anche da dove viviamo, cioè dai microorganismi che introduciamo con gli alimenti. Esiste un’associazione tra una dieta sana e la minore possibilità di sviluppare anche malattie come la Depressione oltre ad altre forme patologiche dove il legame può sembrare più intuitivo. Una dieta equilibrata e sana rallenta l’invecchiamento cerebrale che genera i deficit cognitivi, dell’attenzione e della memoria.

Il possibile ruolo dell’intestino nelle malattie sistemiche

I primi dati che correlano il ruolo dell’intestino con malattie sistemiche risalgono al 1800, ora questo campo di studio è in rapida espansione. Oggi si sa che eventi stressanti perinatali, o durante la gestazione, possono modificare la flora batterica rendendo il bambino più vulnerabile immunologicamente e con un sistema di gestione dello stress più facilmente incline ad attivarsi in modo eccessivo.

Un eccesso di prescrizione e di utilizzo di terapie antibiotiche modifica la flora batterica intestinale e quasi mai viene raccomandata dal medico la ripopolazione con probiotici adeguati, per almeno due mesi. Da non tralasciare poi la continua assunzione di antibiotici attraverso le carni di animali allevati in modo intensivo, trattati con antibiotici ed altri farmaci per evitare che loro sistema psico-neuro-immuno-endocrino stressato dalla condizioni innaturali di esistenza, si sregoli e faccia ammalare gli animali.

I microorganismi sono importanti per la produzione di vitamine, di serotonina e triptofano, il suo precursore, da qui l’influenza sull’umore, il comportamento e gli aspetti cognitivi.  I microorganismi intestinali sono anche importanti per mantenere sana e integra la mucosa dell’organo, ciò fa sì che non siano assorbite dal lume dell’intestino sostanze tossiche e molecole proteiche che, entrando nel circolo sanguigno, possono causare disturbi come allergie cutanee o respiratorie o disordini del sistema immunitario.

Quando l’intestino aumenta la sua permeabilità si può avere una infiammazione sistemica di basso grado, con il rilascio di citochine infiammatorie e oggi si sa come la malattia depressiva abbia alle sua radice una patogenesi anche di tipo infiammatorio. Sembra sempre più chiaro che le modificazioni dello stile alimentare del dopoguerra, sia qualitative che quantitative, soprattutto i cibi industriali, raffinati ed inquinati da tossici ambientali, additivi e conservanti, siano responsabili di una “epidemia di disbiosi” e di intestini infiammati e sofferenti, a sua volta connessa con l’aumento delle malattia infiammatorie come le patologie cardiovascolari, l’ Artrite Reumatoide e la Depressione.

Da tutto ciò deriva che avere cura dell’intestino, modificando la dieta nel modo corretto e se necessario supportando ciclicamente con pro e prebiotici, può avere un significato come supporto ad un più globale intervento sia preventivo che di cura per la Depressione.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di intestino e depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

Gli Stabilizzatori del tono dell’umore nella terapia preventiva della Depressione

A cosa servono gli stabilizzatori del tono dell’umore e quando si usano?

Gli stabilizzatori dell’umore sono di farmaci che si utilizzano soprattutto nelle Depressioni Maggiori Ricorrenti e nel Disturbo Bipolare. Il loro compito è proprio quello di mantenere il tono dell’umore in uno stato di equilibrio, prevenendo la ricomparsa di sintomi depressivi o di euforia.

Il nostro umore non è mai costante, varia di giorno in giorno o anche nel corso della stessa giornata. Questo è normalmente dovuto ai diversi stimoli e condizioni ambientali esterne cui siamo esposti e che possono influire sul nostro stato d’animo. Le fisiologiche oscillazioni possono anche essere indipendenti da cause esterne e quindi legate a fattori più intimi di cui siamo inconsapevoli.

Queste oscillazioni da stati di maggiore serenità ad altri di moderata tristezza o preoccupazione sono assolutamente normali e non rappresentano una patologia da curare. Quando le oscillazioni in senso depressivo o in senso euforico sono invece intense e durature, non congrue a ciò che sta accadendo nella vita del soggetto, quando determinano una sofferenza soggettiva che da luogo a comportamenti evidentemente patologici, siamo di fronte ad un Episodio Depressivo o ad un Episodio Maniacale del Disturbo Bipolare.

Queste sono condizioni cliniche con andamento episodico, ciclico che richiedono una terapia protratta per diverso tempo. E’ possibile in questi casi intervenire nella fase acuta con farmaci specifici che servono per contenere i sintomi depressivi o di euforia. E’ però determinante, una volta risolto il quadro clinico più urgente, prevenire le ricadute prescrivendo uno stabilizzatore del tono dell’umore.

Quali sono gli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il farmaco più efficace nel prevenire le recidive è il Litio. Il Litio è un elemento presente in natura, non è quindi un farmaco di sintesi, quando viene assunto per bocca non è metabolizzato ed è eliminato come tale con le urine, una quota piccolissima con le feci e il sudore. Il Litio è considerato il farmaco di prima scelta e, nella maggiore parte dei casi, è in grado di bloccare o comunque di ridurre notevolmente la ciclicità del Disturbo Bipolare o della Depressione Ricorrente. Questo significa cambiare radicalmente il decorso di una malattia che, se non curata nel modo adeguato, diventa molto invalidante per lo svolgimento di una normale esistenza. Con la corretta assunzione di Litio la maggior parte dei pazienti affetti da queste malattie possono condurre una vita del tutto normale.

Un’alternativa è l’utilizzo della Carbamazepina, farmaco ad azione anticonvulsivante che possiede anche proprietà anti-maniacali e stabilizzanti.  Il suo ottimo effetto anti-maniacale, fa sì che spesso sia utilizzato non solo a scopo profilattico ma anche proprio nella fase acuta della malattia. Questo farmaco appartiene alla classe degli anticonvulsivanti cioè medicine utilizzate anche in neurologia per trattare le crisi epilettiche e altre patologie come ad esempio la nevralgia del trigemino. La Carbamazepina può essere utilizzata come valida alternativa nei pazienti che per qualche motivo non tollerano il Litio o presentano controindicazioni al suo utilizzo. A volte viene prescritta in associazione  al Litio per potenziarne l’azione.

L’Acido Valproico o Valproato è anch’esso efficace e, come la Carbamazepina, appartiene alla classe degli antiepilettici. Il suo utilizzo in psichiatria come stabilizzatore che previene le recidive non deve essere di prima scelta ma è da considerare quando la risposta ai precedenti farmaci non è sufficiente o non è indicato il loro utilizzo. Più raramente possono essere prescritti altri farmaci tra cui il Gabapentin, la Lamotrigina o il Clonazepam. Sono molecole meno efficaci da un punto di vista della profilassi delle ricadute, il cui utilizzo dovrebbe essere riservato ai casi in cui non vi sia stata risposta alle precedenti opzioni.

Come si sceglie lo stabilizzatore del tono dell’umore più adatto? 

Se non ci sono controindicazioni assolute, il farmaco di prima scelta deve essere sempre il Litio. Gli studi clinici negli anni hanno chiaramente confermato che rappresenta la scelta più valida ed efficace. Se, nonostante l’assenza di controindicazioni, il paziente riferisce effetti collaterali eccessivamente disturbanti che non si risolvono modulando la terapia, il medico dovrà prescrivere un altro stabilizzatore. Qualche volta può essere anche necessario potenziare l’azione prescrivendo due farmaci contemporaneamente. La scelta si basa quindi su diversi criteri valutabili conoscendo a fondo il singolo paziente e la particolare situazione clinica, nonchè l’evoluzione nel tempo della malattia e delle sue recidive.

Quali sono le controindicazioni all’uso degli stabilizzatori del tono dell’umore?

Il Litio non deve mai essere assunto in gravidanza e durante l’allattamento. Può, infatti, causare gravi malformazioni a livello dell’apparato cardiovascolare. E’ inoltre controindicato nei pazienti affetti da insufficienza renale o che abbiano da poco avuto infarto del miocardio. Nel caso di un paziente affetto da ipotiroidismo la prescrizione del Litio deve essere fatta con molta attenzione e dopo un’attenta valutazione del costo/beneficio, comunque sempre monitorando costantemente il funzionamento della ghiandola tiroidea. Anche gli altri farmaci stabilizzanti sono controindicati in gravidanza, almeno nei primi tre mesi. La Carbamazepina deve essere assunta con cautela nei pazienti che abbiano presentato problemi a livello di produzione di cellule del sangue ( depressione midollare).

E’ necessario fare esami quando si assumono stabilizzatori del tono dell’umore?

Per quanto riguarda la terapia a base di sali di Litio va specificato che sarà necessario eseguire alcuni accertamenti sia prima della prescrizione sia per tutto il tempo per il quale il farmaco dovrà essere assunto. In questo caso è necessario valutare la funzionalità renale perché il Litio viene eliminato dal rene,  se la funzionalità renale è compromessa c’è rischio di tossicità. Importante anche valutare la funzione della tiroide in quanto a volte il Litio può determinare un lieve ipotiroidismo.

Per completare gli accertamenti in corso di terapia con il Litio è necessario fare un elettrocardiogramma e comuni esami ematochimici. Per gli anticonvulsivanti in genere può essere sufficiente valutare la funzionalità epatica e renale e l’emocromo, cioè la conta delle cellule nel sangue, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Questi esami vanno ripetuti a intervalli regolari durante l’assunzione del farmaco. Inoltre, sia per il Litio sia per la Carbamazepina e l’Acido Valproico, devono essere eseguiti  dosaggi regolari di questi farmaci nel sangue del paziente, attraverso un semplice prelievo.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il disturbo paranoide di personalità

Il disturbo paranoide di personalità

Il soggetto paranoide è sospettoso in maniera ingiustificata e privo di fiducia negli altri tanto da nutrire il timore costante di essere oggetto di inganno, sfruttamento e umiliazione. Le personalità paranoidi si presentano come esageratamente vigili e circospette, tendono a mostrare un atteggiamento emotivamente freddo, una elevata aggressività nel momento in cui ritengono di essere stati offesi e maltrattati ed un forte senso di autonomia. Si tratta di uno stile cognitivo ‘cronico’ ed abituale che esprime il modo attraverso cui la persona pensa e conosce il contesto circostante.

La sfiducia del soggetto paranoide nei confronti della realtà esterna è sostenuta dal fatto che dentro di sé esiste un modello interno degli altri negativo ed una propria rappresentazione, solo in superficie, positiva. In apparenza, infatti, il paziente paranoide si reputa giusto, equo, importante ed “in credito”, ma un livello più profondo e non riconosciuto dal soggetto, vige una visione di sé di incompetente ed insignificante. Secondo diversi studi sui modelli eziologici, la paranoia si manifesta per compensare il modello negativo di sé incolpando ed attribuendo agli altri gli aspetti sfavorevoli.

Alcuni autori affermano che i genitori avrebbero un ruolo cruciale nel determinare lo stilo cognitivo paranoide nel bambino. Genitori che controllano, disapprovano e criticano favoriscono lo sviluppo nel proprio figlio sia di sentimenti di disistima e di scarso valore, sia di una rappresentazione degli altri come avversi ed umilianti.

I soggetti con questo tipo di patologia, nell’infanzia e nell’adolescenza, presentano alcuni tratti comuni quali un comportamento scarsamente relazionale, ipersensibilità e difficoltà scolastiche.

Il disturbo Paranoide di personalità esordisce a partire dalla prima età adulta e, nel tempo, tende ad aggravarsi e peggiorare.

I dati epidemiologici rivelano che tale disturbo riguarda più frequentemente il sesso maschile; l’incidenza nella popolazione generale è tra lo 0,5 e il 2,5% manifestandosi in maniera prevalente nei gruppi etnici minoritari.

Il DSM-IV, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, definisce i seguenti criteri di valutazione per il Disturbo Paranoide di Personalità:

  • Continui sospetti, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubbi ingiustificati della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • Riluttanza a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possano essere usate contro di sé;
  • Ipotesi di significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Costante rancore, vale a dire non perdonare gli insulti, le ingiurie o le offese;
  • Percezione di attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, fino a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetti ricorrenti, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner sessuale.

Come già precedentemente indicato, il disturbo paranoide tende ad aggravarsi nel tempo. Pertanto, come ovvia conseguenza, il soggetto nel tempo tenderà ad acuire anche le difficoltà a livello relazionale fino a causare fratture irreparabili in ambito matrimoniale e lavorativo alimentando ancor di più quella condizione di isolamento sociale e di alienazione.

E’ proprio a causa di tale stato di isolamento, che spesso può sconfinare nella depressione, che i parenti dei soggetti paranoidi si trovano a dover sollecitare il proprio caro nell’intraprendere un percorso psicoterapeutico e, se necessario, di tipo farmacologico laddove lo stato depressivo sia profondo; chi soffre di questo tipo di disturbo, infatti, non è in grado di cercare spontaneamente aiuto in quanto non consapevole delle proprie erronee interpretazioni della realtà circostante.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di Psicoterapia per il trattamento disturbi della personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.