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La Sindrome Premestruale (SPM)

 La Sindrome Premestruale

Cosa è la sindrome premestruale

La Sindrome Premestruale o SPM è una condizione caratterizzata da temporanea instabilità emotiva accompagnata spesso da sintomi fisici che si manifesta nei giorni che precedono l’inizio ciclo mestruale.

Che cos'è la sindrome premestruale e come si possono trattare i sintomi

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Stress in città | Depressione Milano

 La Depressione in città

“We have a largely materialistic lifestyle characterized by a materialistic culture. However, this only provides us with temporary, sensory satisfaction, whereas long-term satisfaction is based not on the senses but on the mind. That’s where real tranquility is to be found. And peace of mind turns out to be a significant factor in our physical health too.”  Dalai Lama.

“Abbiamo uno stile di vita largamente materialistico caratterizzato da una cultura materialistica. Questo ci dona una temporanea sensazione di soddisfazione dei sensi, mentre la soddisfazione a lungo termine non è basata sui sensi ma nella mente. Nella mente è dove si trova la vera tranquillità. E la pace della mente si rivela anche essere un fattore fondamentale per la nostra salute fisica.”  Dalai Lama.

Studi epidemiologici sulla Depressione nelle aree urbane.

Numerosi studi sono stati condotti, o sono ancora in corso, per valutare l’impatto sulla salute fisica e psichica della vita nelle grandi città. Alcuni di questi riguardano in modo specifico la valutazione della frequenza di Depressione nei soggetti che vivono nei grandi centri urbani.

La Depressione è una patologia in notevole e continuo aumento, come anche indicato dall’O.M.S.

Nel 2030, secondo i dati diffusi in occasione dell’ultimo congresso della Società Italiana di Psichiatria, la Depressione sarà la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari, con un enorme impatto sulla spesa socio-sanitaria, sia diretta che indiretta,  come ore di lavoro perse.

Una recente ricerca statunitense evidenzia che quasi il 50% delle persone viene colpito, almeno una volta nella vita, da Depressione o Ansia.

In Italia si stima che circa cinque milioni di persone siano affette da Depressione, circa tre milioni soffrono invece di disturbi d’Ansia.

Nella sola città di Milano le persone malate di Depressione sono stimate a 85.000, con una maggioranza di donne e ogni anno si contano intorno a 4000 casi in più.

Anche altre patologie psichiatriche sono più frequenti nella popolazione che vive in città. Negli adulti i Disturbi d’Ansia e la Schizofrenia mentre nei bambini la Sindrome da Iperattività e Deficit d’Attenzione e i Disturbi d‘Ansia.

Anche la Depressione Post Partum può colpire maggiormente le mamme che vivono in grandi città, come evidenziato da uno studio condotto dai ricercatori del Women’s College Hospital di Toronto, su un campione di oltre 6000 mamme.

Le donne che vivono in aree urbane possono essere più esposte alla depressione per motivi di ordine ambientale ed in particolare a causa di un maggiore isolamento sociale.

Secondo un recente studio del Servizio Sanitario Nazionale chi nasce a Roma o a Milano, o comunque chi vive in queste città da almeno tredici anni, ha il 30% di probabilità in più di insorgenza di malattie mentali.

Inoltre, va considerato che la percentuale della popolazione che risiede nelle aree urbane sta continuamente crescendo, secondo alcune stime era intorno al 15 % nei primi anni del secolo scorso e circa del 50% nel 2010.

Anche qui le stime dell’O.N.U. ipotizzano che nel 2050 il 70% della popolazione risiederà in grandi centri urbani.

 Città, Stress, Depressione: i fattori ambientali.

Se la percentuale dei malati depressi in città è maggiore rispetto a chi vive in ambienti più piccoli, è indispensabile porsi delle domande al fine di indagare e capire quali possono essere le cause di ciò, per attuare misure preventive, non limitandosi a curare la patologia una volta che si è manifestata.

Le variabili implicate in questo fenomeno sono più di una e l’impatto di ciascuna di esse sui diversi individui può essere differente, ciò che è dannoso e patogeno per una persona può non esserlo per un’altra che possiede una struttura fisica e psichica differente ed un approccio più efficace alle difficoltà che la vita inevitabilmente ci pone.

Lo stesso tipo di stress, ad esempio, può portare alla depressione una persona, ma non un’altra, è quindi la combinazione di predisposizione genetica con l’evento stressante o traumatizzante che conta.

Le cause della Depressione, come peraltro di tante altre malattie, sono, infatti, di tipo bio-psico-sociale, intervengono cioè  fattori genetici, elementi biologici e fattori psico-sociali, cioè relativi all’ambiente in cui la persona vive.

Se i fattori genetici sono importanti, è stato comunque accertato che l’ambiente ha un’enorme responsabilità nell’insorgenza dei disturbi mentali.

Sicuramente la città impone ritmi di vita innaturali e veloci, quando non frenetici, gli individui vivono spesso in condizioni di stress, con tutte le conseguenze sul piano psicologico che tutti ben conosciamo ma che si manifestano anche sul piano  biologico.

Lo stress cronico attiva tutta una serie di risposte dell’organismo che deve prepararsi a farvi fronte, causa un elevato livello di ormoni come il cortisolo, ormone dello stress, e riduce la disponibilità di serotonina ed altri neurotrasmettitori nel cervello, tra cui la dopamina. Queste modifiche sono a loro volta correlate allo sviluppo di depressione.

Questi neurotrasmettitori, infatti, regolano funzioni biologiche come il sonno, l’appetito, l’umore e il desiderio sessuale, tutte funzioni che si sregolano durante un Episodio Depressivo.

Lo stress attiva vie neuro-ormonali note come Asse Ipotalamo – Ipofisi – Surrene che, per quanto molto efficienti non sono inesauribili, anche la capacità dell’organismo di fare fronte a situazioni di emergenza ha un limite ed esiste una correlazione certa tra stress cronico e sviluppo di depressione.

Un approccio terapeutico alla Depressione in città.

E’ frequente, nella mia pratica clinica, incontrare pazienti che presentano un quadro depressivo i quali mi raccontano una storia di sovraccarico di stimoli stressanti da gestire nei mesi precedenti la comparsa dei sintomi. Il più delle volte si tratta di situazioni di intenso impegno lavorativo a volte le motivazioni riguardano invece la vita relazionale e affettiva. Questo stato di malessere è spesso sottovalutato dalle persone anche perché non vi è altro modo in una società e in ambienti lavorativi orientati ed improntati esclusivamente alla efficienza e alla produttività, dove se non ci si adegua si è emarginati e non si progredisce.

A queste eccessive richieste di performance si associa una situazione socio-economica incerta, dove il timore della disoccupazione, il futuro incerto, mancanza di sostegno sociale adeguato portano da una situazione di disagio psicologico ad una vera e propria malattia psichica, che richiederà poi l’utilizzo di farmaci.

In queste situazioni non ci si può limitare  alla sola prescrizione farmacologica per risolvere la fase acuta.  Il medico deve anche farsi portatore di informazioni e promotore di riflessioni che aiutino il paziente a raggiungere un buon equilibrio, dove da una parte esistono i doveri lavorativi e nei confronti delle persone che amiamo, ma anche una attenzione e un rispetto dei propri spazi, di tempi più lenti ed adeguati e della propria individualità.

Altri fattori ambientali implicati nell’insorgenza della depressione possono essere individuati in uno stile di vita spesso poco attento da un punto di vista dell’alimentazione e di una corretta attività di movimento. Se è certamente vero che cibo e movimento non possono curare la depressione è anche vero che concorrono a sorreggere l’organismo che si trova sottoposto allo stress. È noto come il movimento, svolto in modo corretto, sia terapeutico nel controllare la glicemia, la pressione arteriosa e il livello di cortisolo, cioè tutti quei parametri che si alterano in corso di stress.

Chi cura questi aspetti è inoltre solitamente un soggetto più capace di riconoscere il bisogno di dare spazio a se stesso e sarà probabilmente più focalizzato su un concetto generale di ricerca del ben-essere.

Per resistere, senza ammalarsi, agli stimoli e alle richieste quotidiane grande importanza ha l’effetto tranquillizzante e supportivo delle relazioni interpersonali o meglio di buone relazioni interpersonali.  Molti studi evidenziano come la mancanza di un adeguato supporto affettivo sia un fattore di rischio per lo sviluppo di Depressione.

La città e la vita in città, per i ritmi, per le distanze, per la carenza di luoghi di aggregazione, mina profondamente la facilità di incontri e richiede a tutti noi molto impegno e molta energia se vogliamo mantenere un buon livello di integrazione sociale, buoni rapporti umani fondati su vera amicizia e convivialità.

Quindi, sebbene le terapie farmacologiche per curare e guarire la depressione siano efficaci, è spesso necessario accompagnare il paziente attraverso un percorso di terapia della parola, insegnarli a concedersi uno suo spazio di riflessione e di calma, che in futuro non sarà più la terapia ma altre esperienze buone e piacevoli per il paziente.

Si va inoltre sempre più delineando il bisogno di strategie preventive e di interventi informativi che siano utili per moderare la relazione tra stress psicosociale,  psicopatologia e depressione.

L’informazione e la prevenzione devono agire a livello della popolazione generale e aiutare le persone a combattere i fattori di rischio e le cause dello stress psicosociale cronico.

La dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra a Milano, Psicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di terapia della Depressione Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

 

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L’Ignatia amara contro l’ansia

L’Ignatia amara contro l’ansia

L’ansia si cura con la stricnina!

L’Ignatia Amara (strychnos ignatia) è una pianta, una liana, originaria delle isole Filippine, anche nota come Fava di Sant’Ignazio. Per preparare la tintura madre si utilizzano i suoi frutti gialli, i cui semi contengono i principi attivi. I semi vengono essiccati, sminuzzati e poi macerati in alcool per ottenere la tintura madre dalla quale sono preparate le diluizioni omeopatiche.

Questo è il processo attraverso il quale i principi attivi vengono via via diluiti dando luogo a preparazioni dove queste sostanze possono ancora essere presenti come molecole o, secondo il principio omeopatico, dove rimane soltanto l’acqua informata delle proprietà terapeutiche. Possono essere preparati, a partire dalla tintura madre, rimedi a concentrazioni differenti, che il medico potrà scegliere di utilizzare a seconda dei sintomi e del quadro clinico. Semplificando diciamo che i rimedi più diluiti vanno bene per il controllo dei sintomi psichici e mentali e quelli più concentrati per i sintomi fisici conseguenti al disagio emotivo.

Ignatia è un rimedio dell’Omeopatia classica ma anche della Medicina Omotossicologica, particolarmente efficace in alcune forme di ansia in quanto molto attivo a livello del Sistema Nervoso.

Le sostanze farmacologicamente utili presenti nella bacca sono la stricnina e la brucina, due alcaloidi molto tossici e velenosi se assunti in dosi ponderali dotate di un effetto specifico sul Sistema Nervoso. L’avvelenamento genera, infatti, una forte agitazione psichica e difficoltà respiratorie, contratture e spasmi muscolari fino alle convulsioni.

L’altra pianta da cui sono estratte queste due sostanze è Strychnos Nux-vomica (nota come albero della stricnina o noce vomica), rimedio anch’esso spesso utilizzato nelle forme di somatizzazione ansiosa a livello dell’apparato digestivo.

E’ doveroso specificare che l’utilizzo di una terapia non convenzionale in stati di ansia deve essere riservata ad alcuni casi specifici, non è adatta in tutte le forme di disturbo e non è un’alternativa al trattamento con farmaci tradizionali per il controllo dell’ansia, come gli antidepressivi o le benzodiazepine.

La sua efficacia si manifesta soltanto nelle situazioni che ne possono veramente beneficiare e la scelta di queste è appannaggio esclusivamente del medico che abbia una preparazione specifica in medicina non convenzionale e un’approfondita esperienza clinica psichiatrica.

L’utilizzo di rimedi naturali per i disturbi ansiosi va riservato alle forme meno gravi, dove non sia già strutturato un vero e proprio Disturbo d’Ansia, ad esempio come supporto, nelle forme di ansia conseguenti ad una struttura di personalità fragile e sensibile o a situazioni ambientali difficili e momentanee.

Quando è utile prescrivere preparati a base di Ignatia Amara

La prescrizione di rimedi a base di Ignatia può essere utile negli stati di ansia in cui il paziente riferisce una sensazione di fame d’aria o mancanza di respiro, con il bisogno di sospirare spesso allo scopo di compiere inspirazioni profonde. Sono soggetti con un’emotività labile e malinconica che si commuovono facilmente.

L’umore è instabile, il paziente è irritabile e ipersensibile a tutti gli stimoli: visivi, acustici, emotivi e può lamentare un’iperestesia algica, cioè un’aumentata sensibilità al dolore. Si tratta quindi di una condizione di ipersensibilità sia a livello mentale che fisico. In effetti, la caratteristica di questi pazienti è di sviluppare sintomi a livello somatico conseguenti ad una condizione di ansia. Ciò avviene soprattutto nei soggetti che tendono ad esprimere il disagio psichico in modo non verbale, persone che faticano a comunicare le proprie emozioni, tendono a reprimerle e a facilitare in questo modo la comparsa di sintomi fisici. Spesso addirittura questi soggetti hanno poca consapevolezza del proprio disagio emotivo e dei motivi che stanno alla base del conflitto psicologico. Caratteristicamente durante il colloquio con il medico  riescono a dare voce esclusivamente al loro problema fisico o a qualche superficiale motivazione ambientale.

Ignatia Amara è il rimedio utile in tutti i casi di Distonia Neurovegetativa.

La Distonia Neurovegetativa è una condizione causata da un non corretto equilibrio e funzionamento del Sistema Nervoso Autonomo o Neurovegetativo, cioè quella parte nel nostro sistema nervoso che funziona senza il controllo della nostra volontà, appunto in modo autonomo. Governa e regola diverse funzioni tra le quali il battito cardiaco, la pressione arteriosa, la dilatazione dei vasi sanguigni, la contrattura della muscolatura liscia degli organi e, di conseguenza, le funzioni digestive gastriche e intestinali, la dilatazione dei bronchi e la frequenza respiratoria.

E’ costituito da due parti distinte, il sistema ortosimpatico e il sistema parasimpatico (o vagale) che hanno una azione uguale e contraria, dove uno stimola l’altro inibisce e regola.

Quando il corretto equilibrio del loro funzionamento sinergico si sregola compaiono sintomi a carico di diversi organi ed apparati. Sono sintomi funzionali, cioè generati da un non corretto funzionamento di questi organi e non da un’alterazione strutturale, anatomica o del tessuto dell’organo.

E’ però vero che un organo con una funzione cronicamente alterata andrà più facilmente incontro a lesioni. Ad esempio, uno stomaco che produce troppo acido cloridrico può essere suscettibile di gastrite o di ulcera, un intestino con una motilità alterata potrà nel tempo sviluppare disbiosi, intolleranze alimentari o una malattia cronica infiammatoria.

Più frequentiamo tutti noi ci troviamo in uno stato di orto-simpatico-tonia, cioè una situazione in cui prevale l’attività di questa parte del sistema nervoso neurovegetativo, mentre sarebbe opportuno essere in relativa vago-tonia, cioè la situazione in cui prevale il funzionamento della parte parasimpatica. In questo caso il battito cardiaco è regolare e non accelerato, il respiro è rilassato, la pressione sanguigna normale, lo stomaco si svuota regolarmente e non vi è eccesso di produzione acida e la contrattura delle fasce muscolari della parete intestinale favorisce un adeguato svuotamento di quest’organo.

Quando siamo in una situazione di sovraccarico di stimoli e di richieste, quindi in una situazione di eccessivo stress o distress, siamo in orto-simpatico-tonia.

Eustress è invece il termine con cui si indica un adeguato livello di attivazione e  di stimolazione, al quale siamo ancora in grado di reagire senza esaurire o depauperare le nostre risorse di energia fisica e psichica.

Questa mancata regolazione dell’equilibrio dei due componenti del Sistema Neuro-vegetativo  è quindi strettamente correlata allo stato ansioso. Spesso, infatti, chi soffre di ansia presenta sintomi come la tachicardia, l’aumento della pressione sanguigna, sudorazioni eccessive, disturbi viscerali digestivi o intestinali e senso di respiro difficile.

In Omotossicologia Ignatia Amara è presente in diversi prodotti, sia come rimedio unico  che in associazione con altri rimedi che agiscano in modo sinergico. A differenza dell’Omeopatia classica unicista, il rimedio omotossicologico può contenere più sostanze e ciascuna di queste a diversa diluizione, in modo da poter agire sia sulla componente mentale del disturbo che sulla sua espressione fisica e somatica. Esempi di situazioni in cui si può considerare l’utilizzo di una terapia non convenzionale con farmaci omotossicologici sono le somatizzazioni dell’ansia a livello gastrico e intestinale, come alcune forme di gastrite e di reflusso gastro-esofageo, eventualmente associando, in un primo momento,  anche la terapia allopatica necessaria.

Anche le coliti spastiche funzionali possono trarre beneficio da una terapia omotossicologica, sempre dopo un attento ed accurato approfondimento diagnostico che escluda patologie organiche.

Alcune forme di Disturbo dell’Adattamento con ansia o depressione e i sintomi psichici e fisici che possono accompagnare la menopausa sono altre situazioni cliniche che, dopo attenta valutazione della gravità dei sintomi, potrebbero trarre beneficio da un approccio di cura integrato.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Medicina Omtossicologica in Psichiatria e Psicoterapia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Disturbi di Ansia: focus sulla necessità di un approccio integrato

Disturbi di Ansia: Focus sulla necessità di un Approccio Integrato

Tratto da un articolo pubblicato sulla rivista scientifica: Evidence Based Medicine dell’agosto 2012.

In questo articolo gli Autori analizzano ben 194 lavori scientifici che indagano se  può essere utile associare alla terapia farmacologica e psicologica dei disturbi d’ansia, un intervento di potenziamento che riguardi la Medicina non Convenzionale o interventi sullo stile di vita, sull’alimentazione o sull’attività fisica.
Per semplicità di esposizione non analizzerò ogni singolo tipo di Disturbo d’Ansia, come invece hanno fatto gli Autori, e riassumerò ciò che è emerso dal loro studio.

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La sindrome premestruale: ormoni e umore

Ormoni e Umore

Come medico-psichiatra mi capita spesso di visitare donne con diagnosi di Sindrome Premestruale.

Questa patologia è stata inserita anche nei testi di riferimento della psichiatria poiché, in alcuni casi, i sintomi fisici e mentali sono così marcati e gravi da determinare un quadro clinico che disturba in modo rilevante  la qualità di vita.

E’ anche frequente osservare l’associazione, nella stessa paziente, di un Disturbo d’Ansia o di una Depressione con i sintomi che caratterizzano la Sindrome Premestruale.

In base al tipo di disagio riferito dalle pazienti, il medico deve sapere discriminare le situazioni che non rappresentano una condizione patologica rispetto a quelle che invece si caratterizzano per gravità e che quindi richiedono un intervento terapeutico.

Vi sono diversi approcci, ugualmente validi, per attenuare i sintomi della Sindrome Premestruale. La scelta dell’intervento più utile ed efficace per la singola paziente, andrebbe valutato avendo presente la sua storia clinica, la sua storia personale, l’entità e la gravità dei sintomi, la concomitanza con altre condizioni cliniche, ad esempio una storia di ansia o di depressione nella paziente o nella famiglia di origine e considerando anche l’inclinazione ad assumere una terapia farmacologica tradizionale piuttosto che intervenire con rimedi più naturali.

Il medico deve comunque sempre motivare la paziente ad accettare la terapia per lei più adatta, instaurando un clima di alleanza terapeutica all’interno del quale la donna si possa fidare e affidare.

La cura può basarsi sull’utilizzo di una terapia convenzionale, prescritta dal medico ginecologo e a volte dallo psichiatra, o sull’impostazione di un Protocollo Omotossicologico o ricorrendo ad altri approcci di tipo Non Convenzionale.

Si parla di protocollo in quanto in Medicina Omotossicologica, a differenza dell’approccio Omeopatico unicista, è spesso necessario prescrivere al paziente  più di un farmaco o prodotto, che agiscano sinergicamente riequilibrando un’omeostasi che si è perduta e potenziando le capacità intrinseche dell’organismo di trovare un migliore adattamento.

In questa patologia sarebbe anche auspicabile una collaborazione e un confronto, tra il medico ginecologo e lo psichiatra, questo soprattutto quando i sintomi psichici sono molto intensi e invalidanti per la paziente e causano una ripercussione sulla sua vita lavorativa o sociale.

Ci occupiamo, in questo breve articolo, dei sintomi psichici e cioè: irritabilità e impulsività, tensione psico-fisica, irrequietezza e instabilità emotiva, umore cupo e triste, crisi di pianto immotivate o scatenate da motivi non gravi, difficoltà di concentrazione e, in alcune donne, mal di testa, disturbi del sonno e desiderio di carboidrati.

E’ oramai accertata una correlazione tra la produzione ormonale e la produzione di neurotrasmettitori, cioè di quelle sostanza che regolano funzioni cerebrali come il tono dell’umore, il sonno, l’appetito, l’impulsività, il desiderio sessuale.

Nelle donne affette da Sindrome Premestruale è presente una disregolazione delle vie che utilizzano Serotonina.

D’altronde anche in altre situazioni caratterizzate da importanti modifiche dell’assetto ormonale della donna, vi possono essere talvolta sintomi a livello psichico, come nel post-partum o nel periodo del climaterio e della menopausa.

La psichiatria convenzionale può aiutare le donne che soffrono di una Sindrome Premestruale, se particolarmente invalidante, attraverso la prescrizione di farmaci che regalano il tono dei neurotrasmettitori come i serotoninergici e le benzodiazepine.

Questo tipo d’intervento terapeutico va però riservato a quelle donne che presentano sintomi particolarmente gravi che influenzano in modo significativo, ogni mese, la loro vita socio-lavorativa, o alle donne che, anche indipendentemente dalla fase del ciclo, presentano problemi di ansia o depressione.

Soprattutto, queste terapie devono riguardare le donne che non hanno avuto beneficio da un approccio al problema caratterizzato da una radicale ri-valutazione del loro stile di vita, alimentazione, movimento e capacità di gestione dello stress.

In Medicina Omotossicologica i sintomi psichici della PMS possono essere attenuati e modulati con il ricorso a farmaci complessi che agiscono sulla regolazione del tono dell’umore, sulla tensione psichica e sull’ansia.

Anche in questo caso, come in precedenza segnalato, è indispensabile che la paziente condivida con il medico informazioni sul suo stile di vita e sia disposta a modificarlo per favorire il riequilibrio necessario e non contrastare l’azione dei rimedi prescritti.

Da un punto di vista Omotossicologico la Sindrome Premestruale può essere collocata nella cosiddetta Fase di Reazione, in cui i sintomi mentali sono l’espressione di una situazione di infiammazione eccessiva che determina una reazione sproporzionata a stimoli non particolarmente intensi.

Va potenziato in queste pazienti il drenaggio del tessuto connettivo attraverso l’attivazione degli organi emuntori, rene e fegato. E’ inoltre necessario favorire il riequilibrio neuro-endocrino e bilanciare lo stato di equilibrio acido-base.

La corretta associazione dei diversi farmaci disponibili andrà valutata, di caso in caso, secondo la predominanza dei sintomi nel quadro clinico e anche secondo lo stato generale d’intossicazione e d’infiammazione nel quale si trova la paziente.

Agendo su questi tre parametri attraverso i farmaci, con una corretta alimentazione e idratazione e movimento, si ottiene spesso un evidente miglioramento dei sintomi.

La dott.ssa Cristina Selvi si occupa di Psichiatria, Psicoterapia, Omotossicologia, Ormoni e Umore e Sindrome Premestruale a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depressione e Natale. Che strano connubio!

Depressione e Natale. Che strano connubio!

Chi lo ha detto che il natale sia per tutti un lieto evento? Per alcune persone le feste possono suscitare vissuti depressivi e ansiosi, specie il natale. E’ stato riscontrato statisticamente come durante il periodo natalizio aumentino le richieste di aiuto psicologico poiché, per le persone già sofferenti, si acuiscono i pensieri depressivi e ansiosi. Questa statistica merita attenzione e le dovute considerazioni. Non sempre l’aria di festa, di allegria e di famiglia viene vissuta con spirito gioioso e, spesso, le persone si trovano a fare i conti con sensazioni interiori di tristezza e solitudine, di ansia e senso di soffocamento. Tali sono le risposte emotive ad un clima di forzata ed imposta felicità. Read more »

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Il panico non ci fa paura!

Il panico non ci fa paura!

“Guarda la paura in faccia e questa cesserà di turbarti” diceva un detto popolare; niente di più vero se riferito al disturbo di panico.

La terapia di pazienti con disturbo di panico concede ottimi risultati.

Si tratta di un disturbo molto diffuso ed invalidante ma esso racchiude una caratterista positiva: se affrontato, è guaribile!

Iniziamo allora ad affrontarlo andando a capire alcune caratteristiche salienti relative al disturbo di panico.

Chi ha vissuto un attacco di panico lo descrive come un breve ma intensissimo periodo di paura in cui sente di essere in procinto di morire, di impazzire, di perdere il controllo, di essere colpito da un infarto o da chissà quale altra grave malattia. Si prova una sensazione di tremore, soffocamento, vertigini, palpitazioni, capogiro, nausea, senso di disorientamento ed estraneamento dalla realtà che comporta il bisogno disperato di allontanarsi dalla situazione che si sta vivendo per fuggire altrove.

Questo brevissimo ma intenso disagio, può cambiare la vita a chi lo vive.

Si tratta di una crisi così intensa che mobilita una quantità tale di energie da non poter durare a lungo: una volta raggiunto l’apice, non può durare più di venti minuti.

In genere, i primi attacchi di panico sono inaspettati e non riconducibili ad una specifica situazione; nel corso del tempo possono ripetersi, divenire ricorrenti ed associabili a condizioni particolari quali, ad esempio, guidare l’auto, stare sui mezzi pubblici o al supermercato. Ciò induce significativi cambiamenti nel comportamento della persona che tenderà a mettere in atto straordinari meccanismi di evitamento delle situazioni temute, evitamenti che, in apparenza, sono utili metodi di prevenzione e protezione dall’ansia, ma, in realtà, rappresentano il miglior modo per sprofondare sempre più all’interno del disturbo di panico. L’evitamento rappresenta una via facile e rapida che permette di allontanare lo stimolo temuto e contemporaneamente trasmette una sensazione di controllo e comando della situazione. C’è da aggiungere, però, che le fughe messe in atto danno sì la sensazione di essersi “salvati” ma lasciano dentro di sé un senso di sconfitta e di sconforto.

Esiste un’elevata percentuale di pazienti che da anni vivono chiusi in casa nel timore di poter essere colti da un attacco di panico nel momento in cui dovessero uscire e si esponessero senza più protezioni. Per questo motivo, gli attacchi di panico condizionano chi ne soffre fino a condurlo verso una parziale invalidità. L’evitamento impedisce di imparare dall’esperienza, contrasta la possibilità di confrontarsi con i propri timori, rimanda la risoluzione del problema, anzi, lo complica sempre di più.

Se il paziente è ben preparato e sostenuto dal punto di vista psicologico, può provare a non fuggire dalle situazioni temute e dai propri sintomi, può provare a passare attraverso la propria storia di panico per riuscire a comprendere meglio cosa l’abbia determinata, quali meccanismi psicologici l’abbiano causata. Attraverso la psicoterapia si può rivedere la propria storia personale, riesaminare le proprie strategie (spesso inconsapevoli) per affrontare le situazioni, oppure far fronte ai segni lasciati da un evento traumatico.

In sintesi, per riuscire a trattare e risolvere il panico, occorre affrontarlo e occorre conoscerlo!

La dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Attacco e Disturbo di Panico a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, Psichiatra, Psicoterapeuta e Omotossicologa presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Un caso di Depressione

 Un caso di Depressione

La paziente che incontro in studio è una donna di 51 anni, è sposata e ha due figli maschi,  di 22 e 19 anni. E’ laureata in Lettere Straniere e ha insegnato inglese, dando ripetizioni private, fino a circa due anni fa. Nella sua famiglia di origine nessuno ha sofferto di Depressione o di Disturbi d’Ansia.

La paziente viene da me su suggerimento del suo medico di famiglia, alla quale si è rivolta per lo stato di malessere depressivo che sta attraversando. La collega ha preferito prescrivere una terapia solo per controllare l’ansia e l’insonnia rimandando a me le successive decisioni su una cura più specifica per lo stato depressivo.

Il colloquio, in psichiatria, è il momento in cui il medico “visita” il paziente. Osserva il modo in cui  la persona si presenta e si relaziona con il medico, la fluidità nel parlare, la mimica e la gestualità. Rileva una serie di segni specifici che insieme ai sintomi e ai disturbi riferiti dal paziente permettono di fare la diagnosi.  Questa signora presenta un quadro clinico compatibile con la diagnosi di Episodio Depressivo.  Da circa un mese si sente particolarmente stanca e demotivata in tutte le attività che riguardano la sua vita, sia quelle più strettamente casalinghe sia le sue abituali occupazioni del tempo libero. Solitamente, infatti, ama praticare regolarmente attività fisica con alcune amiche e lavora come volontaria in una bottega equosolidale.

Il colloquio è un po’ lento e faticoso per le modalità con cui la paziente si esprime. Risponde in modo breve e conciso, con un tono della voce  basso e poco modulato, con una certa latenza tra la mia domanda e la risposta, come se necessitasse più tempo per concentrarsi e trovare le parole giuste. E’ un po’ rallentata non soltanto nel parlare ma anche nella gestualità del corpo che è anche molto contenuta.

Non conosco bene questa donna, che incontro oggi per la prima volta, e non so quindi capire se ciò appartenga al suo solito modo di essere, al suo temperamento, o faccia parte del quadro depressivo. Il rallentamento psicomotorio è, infatti, uno dei sintomi tipici della depressione.

Mi racconta di essere un soggetto molto sensibile ma di avere in questo periodo frequenti episodi di pianto che non sa a che cosa attribuire, cosa che generalmente non accade nonostante la sua sensibilità.

Ciò di cui mi parla mette anche in luce una particolare preoccupazione per la propria salute fisica. Lamenta, infatti, una lunga serie di timori ansiosi sul suo stato di salute. Alcuni sono descritti in modo più preciso, altri in modo così vago da segnalare il loro aspetto fobico (“mi sento bruciare tutte le vene del corpo, come se scoppiassero”). Per questo motivo ha recentemente eseguito una serie di esami che hanno dato tutti risultati negativi. Il suo corpo è sano.

Mi dice che dorme male (“…e poi non dormo….”), fa fatica a prendere sonno, anche se le medicine prescritte dalla sua dottoressa di famiglia hanno parzialmente ridotto questo disagio. Alla mattina, invece, non vorrebbe mai alzarsi dal letto, non sente di avere l’energia per affrontare la giornata e pensa al momento di coricarsi come l’unico in cui il suo disagio si attenua. Una volta alzata tende a vagare per casa indecisa su cosa fare e affrontando con fatica anche la cura del sé, cioè lavarsi, vestirsi e truccarsi, attività che solitamente fa con interesse e gioia.

Negli ultimi tempi ha timore ad allontanarsi dalla propria abitazione per le normali commissioni quotidiane che quindi, da qualche tempo,  preferisce fare quando il marito è disponibile, nei fine settimana.  Indagando su questo aspetto mi riferisce che ha una sensazione vaga di non sentirsi sicura fuori casa, da sola, con la paura che possa non stare bene e non sapere a chi rivolgersi.

Le pare di “ avere perso la memoria” e non sente più la voglia di leggere un libro o una rivista, attività che normalmente fa con piacere. Mangia con il solito appetito ma negli ultimi tempi, dopo cena, nota che ha sempre desiderio di mangiare qualcosa di dolce. Non si sente “in forma” e preferisce in questo periodo rimanere a casa piuttosto che uscire con le amiche o con le coppie che normalmente frequenta insieme al  marito.

Il desiderio espresso da questa paziente è di poter curare questo situazione depressiva con una terapia Non Convenzionale, avendo saputo dal medico di base che mi occupo di Omotossicologia.

Sebbene la comparsa recente dei sintomi, la famigliarità negativa e nessun episodio precedente o nel post partum, possano rappresentare dati favorevoli ad un approccio più delicato, ho ritenuto che  l’entità dei sintomi fosse già piuttosto marcata  per orientarmi su un trattamento esclusivamente naturale, ho preferito quindi suggerire una terapia dove venissero integrati farmaci omotossicologici con un antidepressivo serotoninergico.

Nell’impostare questa terapia ho preso in considerazione anche l’età della paziente, che sebbene ancora mestruata, ha sicuramente in corso una serie di modifiche e di modulazioni neuro-ormonali della fase di Premenopausa, che potrebbero influire sul tono dell’umore e sull’ansia e che possono rispondere molto bene ad alcuni preparati omotossicologici.

Come antidepressivo ho scelto il Citalopram perché si tratta, nella mia esperienza, di una  molecola solitamente molto ben tollerata e pressoché priva di effetti collaterali, soprattutto a regime, dopo le prime 2/3 settimane di trattamento. Per questo primo periodo ho anche mantenuto la terapia con le benzodiazepine che le era stata prescritta dal suo medico di famiglia, alprazolam per l’ansia diurna e lormetazepam per favorire l’addormentamento.

I farmaci non convenzionali che ho deciso di aggiungere, ad integrazione della terapia, sono in parte rimedi omotossicologici e in parte preparati fitoterapici.

L’obiettivo era di regolare l’asse neuro-endocrino parzialmente sbilanciato dall’inevitabile calo degli estrogeni, fatto fisiologico in una donna di 51 anni. Per ottenere un buon risultato, soprattutto all’inizio, è necessario utilizzare più rimedi che agiscano in modo sinergico.

A questa paziente ho prescritto della serotonina omeopatizzata, o meglio in diluizione low dose, e altri prodotti con lo scopo di controllare i disturbi del climaterio come il calo del tono dell’umore e l’ansia che alcune donne sperimentano in questo periodo. Ho prescritto anche un integratore a base di probiotici, calcio, isoflavoni di soia e thè verde, la cui azione sinergica è di potenziare il sistema immunitario, di supporto alla prevenzione dell’osteoporosi, di modulazione del tono dell’umore. Infine ho suggerito l’assunzione di un integratore ricostituente, allo scopo di dare un effetto energizzante, riducendo le difficoltà di memoria e concentrazione, nonché la stanchezza fisica mattutina.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Lo Shopping Compulsivo

Lo Shopping Compulsivo

Nel passato, il concetto di dipendenza era riferito all’uso di alcol e droghe. Attualmente, ricercatori e clinici considerano la dipendenza non più limitata all’assunzione di sostanze, ma a qualsiasi esperienza così appagante da poter causare una compulsione a ripetere. E’ quindi più corretto affermare che si possono instaurare atteggiamenti di dipendenza non solo nei confronti di qualche sostanza da ingerire, ma anche verso qualcosa che viene agito, vale a dire verso quelle esperienze capaci di generare sensazioni gratificanti che soddisfano i bisogni umani e che rappresentano una ricompensa psicologica.

L’addiction è fondamentalmente un disturbo determinato da un’alterazione delle strutture mentali che causa un cambiamento disfunzionale del modo di esprimersi da parte della persona. Tale modalità di espressione si esplica nella tendenza al soddisfacimento immediato dei bisogni, nella compulsività e nella difficoltà di controllo che comporta l’incapacità di limitare l’attività nonostante i sensi di colpa o i problemi familiari e finanziari.

Tale patologia è stata studiata da illustri psichiatri (Kraepelin e Bleuler) nei primi anni del secolo scorso; essa godeva addirittura di una definizione specifica di “Oniomania” – dal greco oniomai che significa comprare – ma poi è stata dimenticata fino ad essere nuovamente affrontata negli ultimi due decenni.  Attualmente, parlare di shopping addiction significa rapportarsi ad una sindrome clinica ben definita che causa significativi effetti disfunzionali a livello psicologico e che mostra elementi appartenenti al disturbo ossessivo-compulsivo ed al disturbo del controllo degli impulsi. Da un punto di vista psicoanalitico, tale patologia presenta precursori di sviluppo comuni al disturbo degli impulsi ed al narcisismo patologico.

Certamente, questo disturbo è correlato al periodo storico ed alla situazione socio-economica che caratterizza le culture più avanzate. I beni materiali occupano un ruolo molto potente dal momento che, tramite essi, vengono veicolati la propria identità e il proprio status sociale dimostrando alla comunità il proprio livello di benessere e di felicità. Il possedere dei beni determina, superficialmente, il valore della persona che si sente molto più appagata e soddisfatta di sé tanto più riesce a presentarsi al mondo simile al sé ideale.

Ad un livello maggiormente profondo, la dipendenza da shopping risulta essere il sintomo di un conflitto interiore, il modo per regolare ed attenuare problemi esistenziali. I vestiti, le scarpe, la cosmesi, i gioielli, il cellulare, l’auto, l’arredo, la casa ed altro ancora rappresentano una stampella concreta ad un instabile senso di sé; essi infondono una illusoria fiducia ad individui che nutrono un vissuto di disistima. L’acquisto di prodotti di consumo serve a travestire temporaneamente la persona ed a coprire le sensazioni sgradevoli che essa avverte, consapevolmente o meno, di sé. È come se si richiedesse agli abiti, o in generale ai beni materiali, di rappresentare la propria persona poiché troppo debole ed inadeguata per essere in grado di scoprirsi di tali protezioni. Comprare restituisce una sensazione emotiva di eccitazione ed affermazione, ma, per contro, presenta ulteriori emozioni sgradevoli come un senso di nervosismo, irrequietezza e profondi sensi di colpa per non riuscire ad  autocontrollarsi. Ciò alimenta ancor di più quell’originale stato di disistima. Spesso, l’energia utilizzata per mantenere questa compulsione argina l’impegno del soggetto a raggiungere altri obiettivi maggiormente adeguati che possono fornire una buona sensazione di realizzazione ed indipendenza.

È difficile distanziarsi da questo problema poiché lo shopping è socialmente accettabile. Nella vita è naturale comprare, bisogna avere dei vestiti nell’armadio, quindi, è un comportamento che fa parte del quotidiano ed è facilmente accettabile. Oltre a ciò, a differenza della dipendenza da sostanze, non altera lo stato di coscienza e non comporta gravi conseguenze psico-fisiche. Inoltre, dà orgoglio avere accanto persone che tengono alla loro immagine ed al loro guardaroba e che sono socialmente desiderabili.

Si considera che la percentuale di persone che soffrono di questa patologia sia tra il 2 e l’8% tra la popolazione adulta degli USA con una proporzione tra donne-uomini di 9 a 1. Tra le varie spiegazioni di questo disequilibrio tra i due sessi, vi è che le donne sono più propense a ricercare informazioni sui beni di consumo ed essendo maggiormente inclini a ricercare soluzioni esterne a supporto dei problemi personali, sono propense a trovare rimedio negli acquisti. Per ciò che concerne gli shopper addicted di sesso maschile, trattasi di giovani istruiti, con discrete e stabili possibilità finanziarie, professionisti, interessati alla moda e alla cura del corpo, lontani dal modello maschile tradizionale.

Il trattamento psicoterapeutico si propone di osservare l’impulso all’acquisto come una modalità per regolare i propri stati emotivi-affettivi, come possibilità di contrastare il senso di inadeguatezza, di vuoto, di depressione, di ansia e stress patologico. Si considera la percezione che il paziente nutre profondamente nei confronti di sé stesso e si affronta la difficoltà di tollerare e vivere situazioni dolorose ed emotivamente complesse considerando che per tali soggetti ogni esito spiacevole delle proprie esperienze è vissuto con un grave senso di fallimento personale che va assolutamente eliminato o compensato con una gratificazione piacevole. La negazione dei sentimenti negativi risulta l’unica soluzione che essi intravedono per non cadere negli stati di depressione e disperazione. Qualora i sentimenti di ansia e depressione fossero clinicamente significativi risulta opportuno, nonché necessario, un sostegno psichiatrico di tipo farmacologico.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo dipendente di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.