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Burnout

Cosa è il burnout?

Il Burnout può essere definito come uno stato di esaurimento emotivo accompagnato da sintomi di tipo ansioso e depressivo. In effetti, il termine anglosassone Burnout si traduce come: bruciato, esaurito, estinto, esausto.

È uno stato patologico che riguarda il fisico e la psiche legato al perdurare di condizioni di stress lavorativo che generano un sovraccarico non più tollerabile e gestibile dall’organismo del paziente.

Depressione Milano Psichiatra Burnout

Scarica l’infografica “Burnout” in pdf.

Anni fa questo tipo di condizione veniva riservata alle cosiddette professioni di aiuto in cui è richiesto un notevole impegno sul piano interpersonale. In verità nel mondo occidentale moderno il Burnout è estremamente frequente in moltissimi contesti lavorativi che sono caratterizzati da richieste eccessive di performance e di tempo dedicato al lavoro, come ad esempio nel caso di professionisti con ruoli dirigenziali, avvocati in grandi studi associati, medici, turnisti di ogni genere e qualsiasi figura professionale sulla quale vengono riversate pretese eccessive di impegno e di risultato a lungo termine.

I dati emersi dagli studi epidemiologici e dalle osservazioni cliniche segnalano come questa condizione patologica sia in continuo aumento e sia correlata non soltanto con un profondo malessere personale ma anche con costi sociali indiretti molto elevati, in quanto compromette profondamente la motivazione e la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace.

E’ quindi una delle più frequenti cause di assenteismo.

Come si manifesta il burnout

Il quadro clinico di un paziente in stato di Burnout è caratterizzato da tensione generale e ansia costante, il pensiero si focalizza ossessivamente e rimugina su ogni aspetto del proprio lavoro. Il sonno è invariabilmente disturbato perché i pensieri continui rendono difficile l’addormentamento, il risveglio è precoce e già dai primi minuti compare l’ansia.

E’ sempre presente il calo del tono dell’umore, variabile nell’intensità a seconda della gravità e della durata dello stress che causa la situazione di esaurimento.

Il paziente sperimenta uno stato di profonda demotivazione e spesso anche il timore di recarsi al proprio lavoro.

I pazienti si descrivono come molto stanchi e allo stesso tempo incapaci di rilassarsi.

Anche i professionisti più seri, capaci e stimati possono sperimentare forti sentimenti di paura e di inadeguatezza ed iniziare a temere o rifiutare nuovi incarichi e nuove responsabilità, con sensi di colpa, di fallimento e rabbia.

Sono invariabilmente presenti disturbi cognitivi come riduzione della capacità di concentrarsi e della memoria.

Anche a livello fisico possono comparire sintomi quali cefalea, gastrite e ulcere, ipertensione, calo della libido.

Non è raro il tentativo di autocura con abuso di psicofarmaci, alcool o sostanze psicotrope.

Cause del burnout

La Sindrome del Burnout è il punto di arrivo di uno stato di stress cronico e di impegno lavorativo che esubera le capacità del soggetto di farvi fronte a lungo termine.

Avviene quando le condizioni e i ritmi di lavoro non sono commisurati alla persona ma sono maggiormente orientati alla logica del guadagno.

Spesso le gratificazioni professionali, sia economiche che non, sono scarse ed è presente un alto livello di competizione anche con comportamenti poco corretti su un piano interpersonale.

Un altro motivo facilitante la comparsa di Burnout è lo svolgimento del lavoro in ambienti poco adatti, ad esempio bui, rumorosi, malamente climatizzati.

Nel mondo moderno occidentale, soprattutto con la sempre crescente riduzione del personale, la capacità di resistere allo stress e alla sovraccarico lavorativo stanno diventando condizioni richieste in modo esplicito durante la selezione del personale. Spesso le persone, prive di valide alternative non hanno altra possibilità che accettare condizioni di lavoro a lungo termine non compatibili con uno stato di benessere psico-fisico.

Diagnosi del burnout

Nella diagnosi di questa condizione è molto importante un approfondimento obiettivo del contesto lavorativo ed anche una attenta anammesi psicologica e famigliare.

E’ altrettanto importante approfondire la comprensione della struttura di personalità del paziente.

Vanno infatti ben differenziate, per diversi motivi, le situazioni di effettivo Burnout da quelle dovute ad una struttura di personalità in qualche modo fragile, poco flessibile o non sufficientemente dotata di capacità di problem solving o competenze relazionali.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di depressione e sindrome da burnout a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato  fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il termine ansia è solitamente utilizzato per descrivere un’emozione negativa, uno stato d’animo spesso reattivo a situazioni ambientali che ci spaventano o preoccupano. Quando l’ansia si aggrava può diventare un sintomo ed anche un vero e proprio disturbo psichiatrico.

L’ansia può quindi essere fisiologica e avere una funzione protettiva, di allarme ma può diventare tanto intensa da configurare una patologia.
Definiamo ansia fisiologica quella diretta verso un oggetto o una situazione reale e potenzialmente difficile, sconosciuta o pericolosa, è un campanello di allarme che ha lo scopo di attivare le risorse e le capacità dell’individuo al fine di superare la difficoltà contingente.

Quando l’ansia diventa troppo intensa, o è diretta verso stimoli immaginari o irrazionali, riduce le capacità personali di fare fronte alla situazione, tende a paralizzare l’azione e riduce la prestazione, diventa quindi patologica e va curata.

Cosa è il Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

La diagnosi di Disturbo d’Ansia Generalizzato si fa quando le preoccupazioni e lo stato ansioso sono presenti tutti i giorni, per la maggior parte del giorno e possono riguardare qualsiasi situazione, attività o evento che abbiano a che fare con la quotidianità della persona.

A differenza di ciò che accade nei disturbi fobici, la paura non è rivolta verso uno specifico oggetto o una particolare situazione ma il soggetto vive uno stato di preoccupazione continua, la sensazione di un pericolo imminente o che qualcosa di negativo possa accadere nella propria vita o in quella dei propri cari. E’ quindi un’ansia meno intensa di quella che è sperimentata durante un attacco di panico ma è cronica nel tempo, rendendo impossibile per il soggetto rilassarsi ed essere sereno.
Lo stato di ansia continuo causa nella maggior parte delle persone un costante nervosismo con irritabilità, tensione muscolare, stanchezza fisica, difficoltà di concentrazione e memoria e disturbi del sonno. Non sono rari i casi in cui viene riferita sensazione di camminare in modo incerto e con un equilibrio poco stabile.
Più frequentemente le preoccupazioni riguardano fatti e abitudini che appartengono alla vita di tutti i giorni. Possono quindi riguardare il lavoro, le faccende domestiche, questioni di natura economica, così come piccole incombenze o appuntamenti.

Quali sono i sintomi del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

L’ansia psichica è accompagnata da sintomi dovuti all’attivazione del Sistema Neurovegetativo, cioè quella parte del Sistema Nervoso che non è sotto il nostro controllo cosciente e che innerva cute, muscoli, cuore, organi interni e le pareti dei vasi sanguigni.

Ciò determina la comparsa di sintomi fisici come sensazione di freddo, bisogno frequente di urinare (pollacchiuria), sudorazione eccessiva per lo più a livello dei palmi delle mani, disturbi intestinali, “nodo alla gola” o mancanza d’aria, sensazioni strane come testa vuota e capogiri, tachicardia, palpitazioni, piccole aritmie e ipertensione.
Molto frequentemente i pazienti riferiscono tensione muscolare localizzata soprattutto alle spalle e al collo, con dolori a livello cervicale anche dovuti alla tendenza, non consapevole, a serrare i denti.
Questo disturbo è piuttosto comune e colpisce maggiormente il sesso femminile, circa il 60% dei malati sono, infatti, donne. Come in altri Disturbi d’Ansia è presente una predisposizione famigliare a sviluppare la malattia, più frequente nei soggetti che hanno un parente di primo grado affetto da Depressione o da Ansia.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è tendenzialmente cronico, ha un andamento oscillante nel tempo con periodi di maggiore benessere e, a volte, anche periodi di remissione.
Certamente la comparsa o l’aggravamento del disturbo sono più probabili in momenti di transizione particolari della vita o in momenti di crisi caratterizzati dalla necessità di fare scelte importanti.
Questo disturbo non causa solitamente compromissione grave dell’attività lavorativa o delle relazioni interpersonali, quanto un disagio soggettivo che è il motivo per cui  i pazienti richiedono l’aiuto del medico.

La terapia del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD)

Il trattamento di questo disturbo dovrebbe prevedere l’integrazione di una terapia farmacologica, protratta per qualche mese, con un trattamento di tipo non farmacologico, come la psicoterapia o pratiche che favoriscano il rilassamento.

E’ compito del medico psichiatra suggerire l’approccio più indicato per il singolo paziente, in relazione alla gravità e alla entità dei sintomi esposti e rilevati durante la visita.

I farmaci di elezione  sono i Serotoninergici o SSRI, cioè molecole che agiscono potenziando le vie nervose che usano il neuro-trasmettitore serotonina. Questi farmaci sono dotati di un’azione anti-ansia oltre al loro utilizzo come antidepressivi.
Nelle prime settimane della terapia è sempre necessario associare al farmaco principale una benzodiazepina, questo perché l’effetto ansiolitico non è immediato ma richiede circa  4-6 settimane per comparire e consolidarsi e anche perché all’inizio i sintomi ansiosi possono lievemente peggiorare.
La terapia a regime è solitamente ben tollerata e non dovrebbe determinare effetti collaterali disturbanti, soprattutto se si adatta bene la scelta della molecola sul singolo paziente.
In alcune situazioni si possono utilizzare farmaci Beta-bloccanti che agiscono a livello periferico, quindi su quelli che sono i sintomi somatici come il tremore, la sudorazione, il rossore, le palpitazioni.

La terapia non farmacologica è altrettanto importante, soprattutto allo scopo di rendere duraturi i risultati terapeutici dopo la sospensione del farmaco.
Le scelte possibili sono la psicoterapia psicodinamica o cognitivo-comportamentale, di gruppo o individuale. La scelta della forma di terapia psicologica più indicata per il paziente dipenderà dal medico e da tutta una serie di valutazioni e approfondimenti che completano la conoscenza del paziente, del suo ambiente famigliare e della sua vita presente e passata.
Attraverso la psicoterapia il paziente può indagare, conoscere e correggere quegli aspetti psicologici disfunzionali che alimentano il suo sintomo ansioso.
Anche le Tecniche di Rilassamento sono oggi molto usate per curare, a lungo termine, alcune forme di ansia. Sono oramai moltissimi gli studi scientifici che confermano la validità di queste pratiche nel modulare la risposta agli stimoli che provocano stress, inducendo delle vere e proprie modifiche strutturali a livello del cervello.

L’ottimo potenziale di quest’approccio sta anche nel fatto che è facile da apprendere ed è praticabile per conto proprio, a domicilio, risultando  quindi anche economico.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Disturbo d’Ansia Generalizzato a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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I sintomi fisici dell’ansia

 I sintomi fisici dell’ansia

L’ansia come sintomo o come vero e proprio disturbo rappresenta il principale motivo di sofferenza psicologica nella popolazione in generale e soprattutto nella casistica di chi si rivolge ad un medico psichiatra o ad uno psicoterapeuta.

A volte il paziente porta all’osservazione dello psichiatra una situazione già inquadrabile come patologica, come Disturbo d’Ansia conclamato, altre volte lamenta ansia o tensione come unico sintomo che causa uno sgradevole disagio emotivo.
E’ evenienza molto frequente che accanto alla percezione di un disagio psichico ed emotivo i pazienti lamentino disturbi e sintomi a livello fisico.
In alcune situazioni il paziente può accusare sintomi dolorosi di notevole intensità non associati ad alcuna patologia fisica rilevabile con indagini o esami medici, e questi sintomi rappresentano il motivo principale per cui chiede aiuto, in quanto al paziente non sembrano legati ed associati  a una problematica ansiosa a livello emotivo.

Siamo abituati a considerare l’ansia un fenomeno esclusivamente psichico ma la pratica clinica insegna come frequentemente il disagio non si esplichi a livello mentale, come pensiero o come sensazione psicologica tipicamente descrivibile come ansia, ma prenda la via del corpo, il quale “va in ansia” e produce disagi e sofferenze senza alcuna patologia fisica che ne giustifichi l’esistenza o l’intensità.
In questi casi è interessante osservare come la prima parte del colloquio, che solitamente è condotta lasciando libero spazio al paziente di esprimersi e di raccontarsi, sia incentrata sulla descrizione dettagliata delle funzioni e delle disfunzioni del corpo; questo tipo di paziente difficilmente arriva a mentalizzare il suo disagio e a connetterlo con pensieri, timori, situazioni emotive personali o relazionali.

Soltanto in un secondo momento, quando il medico psichiatra aiuta il paziente ad accedere ad altre importanti informazioni che lo riguardano, potranno essere percepiti e quindi riferiti anche disagi emotivi che il paziente sta vivendo, spesso in modo non consapevole. In questo modo si aiuta il paziente a mettersi in contatto con le origini emotive del suo disagio che altrimenti esprime solo attraverso il corpo.

I principali disturbi d’ansia coinvolgono sia aspetti mentali che somatici

Possiamo dire che tutti i principali Disturbi d’Ansia coinvolgono sia aspetti mentali che somatici. Quindi l’ansia come vissuto psichico soggettivo, o il dolore fisico, vanno considerati come messaggi d’allarme, qualcosa sta mantenendo l’organismo del paziente (mente e corpo) in situazioni di stress, di disagio.

Per il medico psichiatra sono segnali che vanno interpretati e capiti e soprattutto va svelata la loro genesi. Solo in questo modo si potrà capire come indirizzare il paziente a risolvere la sua situazione di malessere. Spesso all’origine delle somatizzazioni dell’ansia si scopre l’esistenza di situazioni di tipo relazionale o lavorativo stressanti e frustranti, oppure situazioni personali di sofferenza legate al proprio vissuto emotivo e al proprio mondo interno.

 I sintomi somatici nei disturbi d’ansia

In pratica ogni funzione o apparato possono essere implicati nell’ansia, da ciò deriva la notevole variabilità intersoggettiva delle manifestazioni che sono proprie e specifiche di ogni paziente. Elenchiamo alcuni dei sintomi più frequentemente associati all’ansia:

  • Neuromuscolari: formicolii, rigidità e dolori muscolari, parestesie, debolezza, tremori, sbandamenti e vertigini, cefalea o sensazione di “cerchio alla testa o testa confusa”.
  • Respiratori: mancanza d’aria e respiro corto, senso di soffocamento e fame d’aria, sensazione di un peso sul torace.
  • Dermatologici: iperidrosi, rash cutanei, arrossamenti tipo orticaria.
  • Cardiovascolari: palpitazioni, tachicardia, ipertensione, peso al petto, senso di svenimento.
  • Gastrointestinali: dolori viscerali diffusi, gastrite e reflusso gastroesofageo, nausea, inappetenza, digestione difficile e lenta, diarrea, colon irritabile.
  • Genito-urinari: frequente impulso a urinare o urgenza di urinare (vescica nervosa), dolori pelvici diffusi o a localizzazione genitale.

I Disturbi d’Ansia si accompagnano spesso anche a sintomi depressivi, soprattutto se l’ansia non viene curata ed agisce come ulteriore elemento di stress.

Ansia e Depressione si curano con farmaci Serotoninergici che potenziano la disponibilità cerebrale del neurotrasmettitore serotonina, implicato nella genesi di queste patologie. La serotonina possiede però tante altre funzioni regolatorie nel nostro organismo, tra cui la modulazione della soglia di percezione del dolore. Esistono, infatti, anche forme depressive particolari che si manifestano esclusivamente con dolori, soprattutto agli arti inferiori, che sono ovviamente di difficile riconoscimento sia per il medico generico sia per lo psichiatra. La stessa Fibromialgia, malattia caratterizzata da sintomatologia dolorosa debilitante, viene spesso trattata con la prescrizione di un antidepressivo serotoninergico.

Quando si entra in relazione terapeutica, o personale, con una persona che lamenta sintomi fisici su base ansiosa, bisogna sapere che il tipo di comportamento tenuto può funzionare come rinforzo positivo, può cioè potenziare la percezione del dolore e il suo significato di richiamo d’aiuto e di richiesta affettiva.  Questa dinamica è molto frequente e può creare un circolo vizioso nel quale, sia chi soffre sia chi offre il suo aiuto, si sentono infelici e intrappolati in una situazione non risolvibile. Il dolore e l’ansia spesso mettono in funzione comportamenti che assumono il significato di una richiesta di relazione, di vicinanza e di attaccamento o anche una continua conferma della validità dei legami di attaccamento esistenti (con il partner, con i figli o con i genitori). Per questo motivo, a volte nelle situazioni di sofferenza relazionale compaiono sintomi somatizzati dell’ansia.

Un’adeguata terapia psicologica, affiancata ad una eventuale terapia medica, deve invece mirare a risolvere il sintomo dolore e a generare nel paziente un diverso modo di considerare e percepire i messaggi del suo corpo, aiutandolo ad  interpretare riconoscere ed affrontare le situazioni emotive che li possono generare.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Sintomi fisici di ansia e depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Il colloquio con lo psichiatra

Il colloquio con lo psichiatra

Chi arriva alla decisione di recarsi dallo psichiatra lo fa solitamente in un momento di difficoltà personale e di fragilità e la scelta è spesso accompagnata da un certo grado di dubbio e timore. A volte nell’immaginario delle persone chi fa questo mestiere è in grado di leggere nella mente del paziente, capendo e scoprendo pensieri, paure e questioni che nemmeno sono note ad egli stesso. Questa è una visione romanzata e non realistica. Lo psichiatra possiede sicuramente conoscenze, competenze ed esperienza che servono per incontrare il paziente e capire il problema che egli porta, in modo più completo e profondo rispetto a ciò che sembra ad un occhio non esperto.

In realtà lo psichiatra sa poco o nulla del paziente e della sua vita interiore, tutto ciò che può scoprire passa attraverso l’aiuto ricevuto dal paziente stesso.  Il terapeuta va alla ricerca dei reali motivi del malessere, guidando verso soluzioni attraverso un programma di terapia che sia adeguato e utile per quel singolo paziente.

Anche in psichiatria, come in tutti i campi della medicina, la diagnosi è di primaria importanza. Per aiutare una persona dobbiamo conoscere e sapere riconoscere il problema di cui soffre e questo in psichiatria deve riguardare una duplice valutazione, che in termini tecnici è chiamata Asse I e Asse II. Si potrebbe dire che esistono due dimensioni diagnostiche essenziali che si integrano l’un l’altra: una diagnosi medico-psichiatrica e una diagnosi psicodinamica, che indaghi le componenti psicologiche e relazionali alla base del disagio.

Brevemente, l’Asse I riguarda quelle condizioni che si concretizzano in una patologia psichica, sia essa un Disturbo d’Ansia, come gli Attacchi di Panico, le Fobie, tra cui frequente la Fobia Sociale, il Doc, oppure un Disturbo dell’Umore come la Depressione o il Disturbo Bipolare. L’Asse II, invece, riguarda la diagnosi personologica e cioè l’eventuale presenza di una struttura di personalità che abbia caratteristiche qualitative o quantitative tali da determinare un vero e proprio disturbo, con conseguenze sulla qualità della vita del paziente, sul piano personale, relazionale  e socio lavorativo.

Solitamente una diagnosi in Asse I prevede una terapia farmacologica mentre la diagnosi in Asse II richiede un intervento di tipo psicoterapeutico.

Come si svolge il colloquio psichiatrico

La visita psichiatrica avviene appunto in forma di colloquio. È la prima interazione tra il medico e il paziente ed è lo strumento che lo psichiatra utilizza per comprendere la sofferenza del paziente. E’ molto importante il clima in cui si svolge, perché influenzerà i futuri eventuali incontri tra paziente e terapeuta e l’adesione del paziente ai consigli del medico. Deve avvenire in un clima di empatia con un’attenzione libera da pregiudizi e rispettosa, in modo che il paziente possa esprimere come meglio può i fatti, le sue riflessioni e le emozioni correlate.

Il colloquio diretto con il paziente è essenziale poiché permette al medico, non solo di ottenere le informazioni, ma soprattutto di osservare e riconoscere una serie di segni che sono indispensabili per fare diagnosi e valutare lo stato psicopatologico.

Per questo motivo il colloquio vis a vis è molto importante, anche nelle fasi successive della cura, ad esempio quando bisogna valutare l’efficacia di una terapia prescritta qualche settimana prima. Ciò che viene riferito da parenti o dal paziente stesso telefonicamente non è il più delle volte sufficiente per fare delle valutazioni corrette ed utili da un punto di vista clinico. Per il medico psichiatra è importante raccogliere i dati ma anche osservare e valutare come la persona si presenta, come cammina, come parla, la sua mimica facciale e il linguaggio non verbale che non possono essere valutati in una conversazione telefonica.

Durante il colloquio il medico deve creare le condizioni migliori perché il paziente si senta a suo agio e libero di esprimere tutto ciò che gli viene alla mente, deve saper creare l’alleanza terapeutica, fattore predittivo di primaria importanza sull’esito della terapia. Nella prima parte il colloquio potrà essere libero, iniziamo ad ascoltare il paziente e a sintonizzarci con lui. Il paziente andrà poi anche guidato dal medico a fornire informazioni che altrimenti potrebbe omettere, per pudore, perché può pensare che siano inutili o  a causa delle cosiddette censure inconsce, di cui il paziente non può essere a conoscenza ma che lo psichiatra può aiutare a superare. Può essere necessario, sempre con delicatezza e rispetto, incoraggiare la persona ad affrontare temi spinosi o ad approfondire meglio gli aspetti più intimi ed emotivi di questioni che a volte vengono riferite soltanto nei loro risvolti più concreti, quindi aiutare il paziente a commentare i fatti da un punto di vista delle emozioni che ne derivano. Talvolta sarà necessario avere informazioni aggiuntive dai parenti, ad esempio nel caso di ragazzi giovani, in cui alcune notizie anamnestiche sull’infanzia sono necessarie oppure allo scopo di valutare le modalità di interazione tra i diversi membri della famiglia o anche perché terze persone possono fornire un punto di vista differente che va ad integrare ciò che percepisce il paziente stesso. Quando una persona vive un disagio nel presente è sempre importante ricordare  che il modo in cui il paziente soffre è il risultato dei fatti recenti che vanno accuratamente indagati ma anche della storia passata del paziente, verso la quale il medico deve porre la giusta attenzione.

Solitamente la visita psichiatrica non richiede esami aggiuntivi, raramente il medico potrà richiedere qualche indagine allo scopo di indagare lo stato generale del paziente ed escludere che alcuni sintomi siano legati ad una patologia organica, ad esempio una profonda stanchezza in caso di ipotiroidismo. Può, a volte, essere necessario un secondo incontro allo scopo di capire meglio la situazione o somministrare test psico-diagnostici o neuropsicologici per indagare meglio alcune funzioni mentali e cognitive. Al termine della visita il medico formula delle decisioni terapeutiche che condivide con il paziente ed eventualmente con i famigliari.

Il medico quindi spiega ciò che ha compreso e propone un piano di cura. E’ il momento in cui spesso ci si confronta con  i pregiudizi e i timori verso la terapia, sia essa farmacologica o psicologica. Per questo io cerco sempre di essere chiara con i pazienti sui benefici della cura, sulla sua durata, sugli eventuali effetti collaterali e anche su cosa può accadere se il paziente non accetta di curarsi, rassicurandolo comunque sulla mia disponibilità a riparlarne. Il paziente non va colpevolizzato né obbligato moralmente ad assumerne farmaci che non sente ancora come buoni alleati, né tantomeno avrebbe senso spingerlo ad una terapia psicologica che non può che naufragare senza una vera motivazione personale. Va invece reso partecipe attraverso una corretta informazione che fornisca le informazioni necessarie per prendere una decisione e qualcuno   ha comunque bisogno di un po’ di tempo e di altri incontri per essere motivato alla cura.

Anche il paziente osserva lo psichiatra

Non va tralasciato di pensare al fatto che durante il primo colloquio anche il paziente incontra il terapeuta, anch’esso quindi potrà, e dovrà, valutare la qualità di questo incontro, le comunicazioni e le informazioni fornite, lo stato emotivo nel quale si è trovato durante il colloquio, la capacità del medico di metterlo a suo agio, la comunicazione non verbale (tono della voce, sguardo, mimica, atteggiamento) che possono essere di fondamentale importanza per evincere informazioni sulla competenza e sul genuino interesse del terapeuta che si ha di fronte.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, riceve a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Alleniamo il nostro cervello

Alleniamo il nostro cervello

La maggior parte dei pazienti che vengono in visita lamenta problemi di memoria, riferisce il timore di non “ricordare più le cose”. A volte si tratta di piccole lacune come non ricordare dove hanno messo un oggetto, impegni o appuntamenti, i nomi delle persone alle quali si presentano, un numero di telefono o ancora cosa hanno mangiato pochi giorni prima. In verità nella maggioranza dei casi, indagando su queste piccole dimenticanze e sulle loro difficoltà di memorizzare e ricordare, non si evidenzia nulla di patologico. Inoltre, va segnalato che i pazienti con ansia o depressione, fintanto che il quadro clinico non è risolto, possono effettivamente avere un deficit nelle funzioni cognitive. Questo solitamente scompare quando lo stato depressivo o di ansia si è risolto. Ciò nonostante, anche nel vissuto del paziente guarito, rimane la sensazione di avere difficoltà che vengono interpretate come patologiche.

Promuovere un invecchiamento sano e fisiologico

Qualche riflessione e informazione su questo tema si impone, dal momento che la vita media si sta progressivamente allungando e di conseguenza aumenta il numero delle persone anziane (sopra i 65 anni), quindi il numero di coloro potenzialmente a rischio di demenza. Per questo la scienza medica è sempre maggiormente rivolta a segnalare l’importanza di favorire e promuovere un invecchiamento sano, fisiologico. Prevenire un deterioramento patologico è molto più semplice ed economico che curarlo una volta conclamato.

Anche il cervello, come tutti i nostri organi e apparati, ha una sua curva di maturazione che si completa intorno ai 30 anni e poi inizia ad invecchiare, va incontro ad alterazioni anatomiche e ad una riduzione della sua efficienza. E’ l’ultimo organo a completare il suo sviluppo, pensiamo a tutte le tappe che il bambino attraversa nella sua crescita e alle competenze neurologiche e neuro-psicologiche che vengono via via acquisite con passare degli anni. Sfortunatamente però è anche il primo che comincia a invecchiare.

Il primo segnale di questo graduale declino è il deficit della capacità di fissare informazioni recentemente acquisite.

Non necessariamente però i disturbi della memoria, se compatibili con l’età biologica, sono indice che il paziente soffre o soffrirà di un deterioramento patologico delle capacità cognitive e intellettive, come nella demenza. Questo specialmente se non vi sono fattori predisponenti come l’ipertensione, il diabete, l’ipercolesterolemia e i disturbi cardiovascolari.

Con il tempo i circuiti della memoria a breve termine diventano meno efficaci e le persone sperimentano qualche difficoltà nel fissare informazioni o richiamare alla memoria eventi recenti, mentre rimane più efficiente la capacità di rievocare avvenimenti vissuti nel passato o informazioni immagazzinate da tempo, la cosiddetta memoria a lungo termine. Va anche considerato che da adulti, molte informazioni non vengono fissate in modo adeguato perché non prestiamo attenzione alle nostra azioni e al momento presente o per uno stato di sovraccarico di stress, condizione sempre più comune.

Esiste poi una condizione clinica chiamata Disturbo Cognitivo Lieve che richiede un approfondimento diagnostico poiché i sintomi, pur non determinando particolari difficoltà nello svolgimento della vita di tutti i giorni, segnalano un deficit lievemente più accentuato rispetto a ciò che ci si aspetterebbe per l’età del paziente. Questi soggetti dovrebbero essere seguiti e monitorati nel tempo dallo specialista neurologo, hanno, infatti, una maggiore possibilità di sviluppare demenza. In questi pazienti è inoltre particolarmente importante diagnosticare e curare le eventuali malattie organiche che facilitano l’insorgenza di una sofferenza cerebrale. Nel Disturbo Cognitivo Lieve i sintomi sono già obiettivabili, cioè osservabili dall’esterno, per esempio dai famigliari o dal medico e sono rilevabili e misurabili attraverso test neuro-psicologici. I pazienti con questo disturbo possono più frequentemente presentare sintomi psichiatrici, soprattutto depressione, ansia, apatia o irritabilità.

Le cause dell’invecchiamento cerebrale

Innanzitutto va detto che l’invecchiamento è un processo biologico, normale e imprescindibile di tutti gli esseri viventi animali e vegetali. La sua progressione è geneticamente determinata, è il nostro DNA che stabilisce la velocità con cui i nostri neuroni muoiono e, di conseguenza, la nostra massa cerebrale si riduce. Le manifestazioni saranno maggiori e più precoci nei soggetti con una minore riserva cerebrale, sostanzialmente nelle persone che per motivi genetici hanno meno neuroni e una massa cerebrale minore. Fortunatamente esiste anche una riserva cognitiva, cioè un potenziale che possiamo costruire durante tutta la nostra vita, allenando il cervello attraverso la riflessione, lo studio, leggendo e memorizzando informazioni ed  facendo esperienze. Questo potenziale è possibile grazie al fatto che il cervello, diversamente da come si credeva solo pochi anni fa, è dotato di neuroplasticità, fenomeno per cui la sua struttura anatomica può modificarsi nel tempo anche in età adulta. Utilizzando le reti neurali, cioè l’insieme dei neuroni in contatto tra loro, le potenziamo promuovendo un aumento delle cellule e delle interconnessioni sinaptiche che le uniscono. Esattamente come un muscolo che grazie all’allenamento costante aumenta il suo numero di fibre muscolari ed è più efficiente.

Il processo di invecchiamento è inoltre modulato epi-geneticamente, questo significa che ciò che è scritto nel nostro DNA può avverarsi o meno a seconda di condizioni che  influenzano l’ espressione dei nostri geni. Non necessariamente avere un determinato corredo genetico vuole dire che questo si esprima in modo inevitabile. Questo processo può, infatti, essere modulato sia positivamente che negativamente anche attraverso lo stile di vita. Da ciò deriva che rispettare comportamenti e di stili di vita sani può rallentare la velocità di deterioramento cognitivo senile. Uno stile di vita attivo, sia fisicamente sia mentalmente, riduce la probabilità di andare incontro ad uno stato di invecchiamento patologico.

Ad esempio un’alimentazione corretta aiuta a prevenire la comparsa di quelle patologie che poi andranno ad influire sulla salute delle cellule nervose. La relazione tra diabete, malattie cardiache, obesità, ipertensione, e danno alle cellule cerebrali è oramai stabilita. Inoltre alcuni alimenti, soprattutto di origine industriale, addizionati con coloranti o conservanti, possono contenere sostanze con un potenziale tossico sui neuroni.

Una dieta dovrebbe essere ricca in micronutrienti, vitamine e minerali e come contenere equilibrate quantità di acidi grassi poli-insaturi ( omega3, omega 6). Gli alcolici, assunti in dosi inadeguate, sono tossici per il sistema nervoso, il fumo è estremamente dannoso in quanto fattore di rischio per lo sviluppo di malattie vascolari che a loro volta possono danneggiare il tessuto nervoso.

Protettiva è invece l’attività fisica svolta regolarmente e con intensità adeguata, aiuta attraverso molti meccanismi a favorire un invecchiamento sano e graduale.Un’altra strategia oramai accertata come protettiva è mantenere interessi personali,  desideri, una sana progettualità per il futuro e interazioni sociali soddisfacenti e supportive.

Il training cognitivo

Nei pazienti in cui si ravvisa un’effettiva problematica a carico della memoria o di altre funzioni cerebrali superiori quali la concentrazione, l’attenzione, l’orientamento spazio-temporale e lo svolgimento di compiti complessi, si può ricorrere a questo approccio terapeutico che consiste in incontri durante i quali viene effettuata una stimolazione cognitiva. Ciò attraverso esercizi specifici che hanno lo scopo di ravvivare la prontezza del cervello.

Una sorta di ginnastica per i neuroni che può consistere in esercizi di lettura e di memorizzazione di brani, o qualsiasi altra attività che richieda l’impegno della memoria, della attenzione e della concentrazione come il calcolo, le attività creative come dipingere, la risoluzione di piccoli quesiti di logica.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di disturbi della memoria legati ad ansia e depressione a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

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Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Il DSM-IV, manuale diagnostico psichiatrico, classifica l’ipocondria all’interno dei disturbi somatoformi, vale a dire quella categoria di disturbi caratterizzati da sintomi fisici non riconducibili ad aspetti fisiopatologici noti. Nonostante questo, tale malattia presenta molti tratti comuni ai disturbi d’ansia.

L’ipocondria è fondata su di una errata interpretazione, non supportata da precise valutazioni mediche, di alcuni segnali fisici. L’erronea stima dei sintomi corporei causa il timore esagerato di essere affetto da una grave malattia.

Secondo il DSM, per poter affermare che si tratti di ipocondria, lo stato d’animo preoccupato deve interferire in maniera significativa nella vita del soggetto per almeno sei mesi. I sintomi sui quali maggiormente si fonda questo disturbo appartengono agli apparati cardiovascolare ed intestinale. L’ipocondria è più diffusa negli uomini e l’età di esordio si concentra intorno ai 40 anni.

Ogni persona sviluppa un’idea delle proprie risorse sulla quale si attesta per poter utilizzare al meglio la propria funzionalità fisica. Quando interviene un evento critico, non per forza traumatico, la percezione di sé può essere messa in discussione e modificarsi. L’evento critico può essere rappresentato dalla morte di una persona conosciuta, dall’esposizione ad informazioni circa patologie mediche, da un transitorio stato di debolezza psico-fisica, oppure da ulteriori eventi che incidono ed influenzano i processi valutativi dell’individuo e che vengono elaborati dando l’avvio ad una interpretazione esagerata in senso peggiorativo dello stato di salute personale. Dal momento in cui vengono attivate, tali convinzioni si radicano nell’esperienza mentale di un corpo malato sotto forma di pensieri e rappresentazioni di parti del fisico compromesse da una patologia. Nella fantasia dei pazienti ipocondriaci esistono immagini vivide di un tumore che si sviluppa nel corpo, di cuore ed arterie logorate, di focolai polmonari, ecc.

Se il soggetto presenta o meno una reale patologia fisica in parallelo al suo stato mentale di eccessiva preoccupazione non è fondamentale al concetto di ipocondria, nel senso che un individuo con una evidente malattia organica può sviluppare simmetricamente anche un disturbo di ipocondria. Si tratterà in questo caso di ipocondria “cum materia”, pertanto, due saranno le figure mediche che faranno da riferimento terapeutico: il medico specialista esperto di quella determinata patologia fisica ed il medico psichiatra. Il soggetto puramente ipocondriaco che non presenta alcuna malattia organica viene definito ipocondriaco “sine materia” e dovrà seguire il suo percorso terapeutico rivolgendosi esclusivamente al medico psichiatra e psicoterapeuta.

Tendenzialmente, questo disturbo non prende la forma di un disturbo processuale del pensiero, vale a dire che non raggiunge un’intensità tale da essere considerato un’idea delirante. La capacità di autocritica del soggetto ipocondriaco risulta solitamente conservata, pertanto, può dimostrarsi consapevole dell’esagerazione del proprio timore e, in modo non dichiarato, può anche supporre di non avere una patologia fisica. Solo nei casi più gravi, invece, tale disturbo può rientrare nell’ipocondria delirante che si fonda su di un funzionamento abnorme caratterizzato da un inappropriato e smisurato numero di esami e visite mediche. Nessun esito negativo ed alcuna rassicurazione da parte dei medici riesce a dissipare completamente queste paure infondate.

E’ ovvio che se il disturbo non viene trattato, l’evoluzione tende ad aggravarsi nel tempo comportando un avvitamento sempre più stretto intorno alle false interpretazioni dei segnali fisici che diventano il perno centrale della propria vita.

I soggetti ipocondriaci necessitano dell’osservazione del medico psichiatra che valuta la necessità di inserire uno psicofarmaco ed un percorso psicoterapeutico che possa attenuare le convinzioni del soggetto riconducendole alle proprie paure. Lo psicoterapeuta deve lavorare sulla personalità del paziente che è contraddistinta tipicamente da tratti quali rigidità, ansia, inclinazione al controllo, chiusura. Per il soggetto, ogni segnale derivante dal corpo viene temuto al punto di mettere in atto degli evitamenti (es. evitare sforzi ed attività fisica per non danneggiare il sistema cardiovascolare), oppure controlli ripetuti (es. respirare profondamente per verificare lo stato dei polmoni, controllare ripetutamente il polso e la pressione sanguigna) senza considerare che l’incremento di attenzione su certe parti del corpo comporta, per contro, un aumento dell’arousal (stato di attivazione) con conseguenti cambiamenti fisiologici e maggiori probabilità di erronee interpretazioni. Nelle sedute di psicoterapia è opportuno tener conto che si ha di fronte un paziente che adotta una particolare modalità di comunicazione e di stile di vita in cui il sintomo fisico diviene il canale principale di comunicazione. Il soggetto ipocondriaco non è propenso a considerare la propria mente come l’origine dei suoi disturbi; un malessere emotivo lo esprime attraverso la preoccupazione fisica e l’ambiente contribuirà al solidificarsi di questo stile psicologico poiché, attribuendogli il ruolo di malato, gli garantirà le giuste attenzioni.

L’obiettivo della psicoterapia deve consistere nell’esaminare le convinzioni del paziente offrendo una spiegazione alternativa del pensiero e spostando, così, gradualmente l’attenzione del soggetto dal corpo alla mente seguendo una linea di elaborazione di sé più sofisticata, completa e realista.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia per il trattamento dell’ipocondria a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Le benzodiazepine nella cura dell’ansia (seconda parte)

Le benzodiazepine nella cura dell’ansia (seconda parte)

In un articolo precedente, abbiamo introdotto in un panorama generale l’ambito di impiego medico delle benzodiazepine nella cura dell’ansia. Nello specifico abbiamo discusso sui casi di utilizzo e sul loro meccanismo di azione. Clicca qui per leggere la prima parte di questo articolo.

Come si assumono le benzodiazepine

La via di somministrazione delle benzodiazepine può variare. Nei casi in cui sia necessaria un’azione pronta, ad esempio in pronto soccorso, quando un paziente si presenta in piena crisi di panico, si può utilizzare la somministrazione endovenosa. La somministrazione intramuscolare non è particolarmente adatta a questi tipi di farmaci poiché l’assorbimento risulta lento. Il più delle volte si assumono per bocca, in gocce, comprese o capsule. Esistono anche formulazioni a rilascio sublinguale che agiscono molto velocemente. Nei bambini si predilige la somministrazione rettale, ad esempio in caso di convulsioni, perché ha un effetto molto rapido.

Le benzodiazepine sono utili per una terapia sintomatica ma non come farmaci che agiscano sulla genesi prima del sintomo ansia. Il più delle volte sono una terapia temporanea di accompagnamento alle prime fasi di una cura con serotoninergici, farmaci prescritti nei disturbi d’ansia come terapia patogenetica. Questi ultimi, infatti, agiscono proprio sui meccanismi che generano l’ansia. Avendo però un tempo di latenza di alcuni giorni, l’effetto immediato e pronto delle benzodiazepine sostiene il paziente nelle prime fasi del trattamento.

Un dato a favore di questi farmaci ad azione calmante è che non hanno alcuna azione sui parametri ematici come invece altri farmaci psichiatrici che, avendo questo possibile effetto, vanno monitorati, inoltre non causano effetti collaterali sul sistema endocrino-ormonale. In caso di abuso accidentale o per scopi autolesivi non hanno la pericolosità dei barbiturici, farmaci che venivano utilizzati in passato per la cura dell’ansia. Solitamente non c’è rischio per la vita a meno che non sia una condizione di poli-abuso, cioè di contemporanea assunzione di dosi importanti di alcool o sostanze stupefacenti.

La dipendenza fisica o psicologica e i disturbi legati alla sospensione non rappresentano un problema se la prescrizione, e l’assunzione, avvengono in modo corretto. Vale sempre e comunque il principio che una terapia prescritta correttamente, per i giusti motivi, costantemente monitorata nel tempo e ridotta gradualmente sotto controllo del medico, non porta generalmente a difficoltà nemmeno nella fase di sospensione. Va anche detto che, essendo terapie prettamente sintomatiche, se l’ansia si ripresenta non è dovuta alla sospensione ma è il ripresentarsi della condizione clinica di fondo che veniva controllata dai farmaci.

Gli effetti secondari delle benzodiazepine

Anche queste medicine, come tutte peraltro, hanno alcuni effetti secondari. La scelta di prescriverle quindi si basa su un’attenta valutazione dei costi/benefici. Gli effetti spiacevoli sono ovviamente minori quanto più la scelta del farmaco è stata corretta e quanto più si fa attenzione ad un dosaggio che sia  terapeutico ma non eccessivo. Ai dosaggi terapeutici gli effetti sono generalmente ben tollerati e scompaiono dopo i primi giorni di trattamento.

Dipendono dalla dose assunta e quindi è sufficiente modulare la prescrizione. I più frequenti effetti collaterali sono sedazione, sonnolenza diurna, stanchezza muscolare, riduzione dell’attenzione, rallentamento nei movimenti e lievi alterazioni delle prestazioni cognitive in particolare della memoria. Questi effetti possono essere amplificati dalla contemporanea assunzione di alcool.

Le interazioni delle benzodiazepine con le altre terapie farmacologiche

Non esistono controindicazioni assolute ad assumerne le benzodiazepine insieme ad altre terapie. I farmaci per la cura delle più frequenti patologie possono essere prescritti senza timore: farmaci per il controllo della pressione arteriosa o del colesterolo, così come quelli per il controllo della glicemia. Anche antibiotici, antipiretici o antiinfiammatori non generano problemi se assunti insieme alle benzodiazepine.

Soltanto è necessaria attenzione da parte del medico nella prescrizione contemporanea di altri farmaci, soprattutto psichiatrici, che possono avere un’azione inibitoria su alcuni centri nervosi. Si tratta comunque di situazioni che nulla hanno a che fare con la cura dei disturbi d’ansia o della depressione. In un contesto ambulatoriale la terapia con benzodiazepine è sicura ed efficace.

La dott.ssa Cristina SelviPsichiatra a MilanoPsicoterapeuta e Omotossicologa, si occupa di Psichiatria, psicoterapia e medicina omotossicologica per la terapia dell’ansia a Milano. Ha fondato lo Studio Psichiatria Integrata al fine di promuovere un approccio integrato ai disturbi dell’umore fra varie discipline e metodi, che fornisca alla persona una risposta il più adeguata, più personalizzata e più corretta possibile in un momento di difficoltà della propria vita.

Clicca qui per leggere la prima parte di questo articolo.

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Che Ansia!

Che Ansia!

Il Disturbo da Ansia Generalizzata (DAG) è piuttosto diffuso. Si tratta di una condizione di preoccupazione eccessivamente sproporzionata rispetto agli eventi vissuti che viene manifestata per un periodo di tempo di almeno sei mesi. Tale preoccupazione deve essere associata alla mancanza di riposo, irritabilità, sensazione di affaticamento, difficoltà di concentrazione, rigidità muscolare, disregolazione dei ritmisonno-veglia.

Ciò che rende caratteristico il disturbo di ansia generalizzata è il processo di rimuginazione che, nei soggetti che soffrono di DAG, a differenza dei non pazienti, risulta essere difficilmente controllabile. Le rimuginazioni possono essere definite come una concatenazione di preoccupazioni o di immagini scaturite da sensazioni negative scarsamente gestibili. Il contenuto delle rimuginazioni può variare da paziente a paziente, ma ciò che conta è la presenza disturbante e pressoché costante delle elaborazioni mentali ansiose.

I soggetti affetti da DAG riferiscono di esperire due modelli di preoccupazioni:

  • Tipo I: riferite ad eventi giornalieri esterni ritenuti ansiogeni (es. parlare con le persone) e ad eventi interni quali il timore che scaturisce da sensazioni fisiche;
  • Tipo II: nutrire credenze negative relative al processo di rimuginazione, vale a dire preoccuparsi del proprio continuo rimuginare (ipotizzando, ad esempio, di essere sull’orlo della follia).

Insieme alle credenze negative, sono contemporaneamente presenti delle credenze positive relative al fatto di preoccuparsi: viene postulato che il continuo elucubrare nasconda un aspetto benefico poiché esso può essere un modo utile per fronteggiare un problema. Dai pazienti viene riferita la necessità di adottare un elevato e continuo livello di ansia dal momento che essa stimola la produzione di elucubrazioni in grado di obbligare il soggetto a meditare sulle possibili strategie di risoluzione del problema. E’ come se la rimuginazione racchiudesse un aspetto protettivo che permette di tenersi sempre in uno stato di allerta per essere pronti ad affrontare gli eventi.

Tale strategia risulta, però, altamente disfunzionale e faticosa per la quantità di energia mentale richiesta. Essa, inoltre, tende ad incrementare il livello di vulnerabilità, aumentando anche la quantità delle aspettative negative e, quindi, la quota d’ansia. Per questi motivi, ad un certo punto,  gli aspetti benefici del rimuginare vengono riconosciuti come insostenibili.

Le risposte comportamentali che ne derivano sono l’evitamento e la ricerca di rassicurazioni. L’evitamento riguarda gli stimoli esterni temuti, le situazioni di incertezza o quelle che racchiudono il pericolo di attivare le rimuginazioni.

La ricerca di rassicurazioni viene agita nel momento in cui è necessario interrompere o impedire il susseguirsi del pensiero ansioso e preoccupato. Non sempre tale strategia si rivela efficace, anzi, in molte occasioni diventa fonte di un incremento delle angosce. Rivolgere, ad esempio, la richiesta di rassicurazioni a più interlocutori può significare ricevere risposte discordanti con relativo ampliamento della condizione d’ansia. Cercare rassicurazioni circa lo stato di salute di una persona cara telefonandogli ad intervalli precisi, comporta un effetto ansiogeno nel momento in cui casualmente si verifichi una mancata risposta. Nel tentativo, quindi, di interrompere il circolo di elucubrazioni, si può avverare l’effetto opposto, aumentando il senso di insicurezza e di agitazione.

La psicoterapia per il disturbo d’ansia generalizzato

Il trattamento dei pazienti con DAG è di tipo integrato poiché associa l’aiuto farmacologico a quello psicoterapeutico. Diversi studi, evidenziano l’efficacia della psicoterapia con un miglioramento di circa la metà dei pazienti trattati; essi manifestano una drastica diminuzione dell’ansia sin dal momento in cui creano lo spazio per poter ragionare sulle proprie preoccupazioni con uno specialista attento e preparato.

Si evidenzia, inoltre, che, seppure certi soggetti siano stati trattati efficacemente dalla psicoterapia, continuino a presentare nel tempo una condizione d’ansia gestibile. Ciò indica che lo stato emotivo ansioso può finalmente essere padroneggiato e compreso poiché sono chiari sia i motivi delle proprie preoccupazioni, sia i meccanismi psicologici sottostanti.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento dei disturbi di ansia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

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Depressione e Natale. Che strano connubio!

Depressione e Natale. Che strano connubio!

Chi lo ha detto che il natale sia per tutti un lieto evento? Per alcune persone le feste possono suscitare vissuti depressivi e ansiosi, specie il natale. E’ stato riscontrato statisticamente come durante il periodo natalizio aumentino le richieste di aiuto psicologico poiché, per le persone già sofferenti, si acuiscono i pensieri depressivi e ansiosi. Questa statistica merita attenzione e le dovute considerazioni. Non sempre l’aria di festa, di allegria e di famiglia viene vissuta con spirito gioioso e, spesso, le persone si trovano a fare i conti con sensazioni interiori di tristezza e solitudine, di ansia e senso di soffocamento. Tali sono le risposte emotive ad un clima di forzata ed imposta felicità. Read more »

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I disturbi d’Ansia nell’infanzia

I disturbi d’Ansia nell’infanzia

Già in età evolutiva sono presenti i disturbi d’ansia e rappresentano una condizione piuttosto diffusa che crea difficoltà talvolta molto evidenti al bambino e di riflesso anche alla famiglia.

Si tratta di una parte di psicopatologia che si manifesta gradualmente con segnali che non sempre il contesto circostante tende a cogliere, forse anche per non dar peso ad ogni espressione comportamentale del bambino, pensando che si possa trattare di una condizione temporanea che svanirà con la successiva fase di sviluppo. Non sono rare le prime visite in cui i genitori si presentano allarmati dal disagio che il bambino ha evidenziato ‘all’improvviso nell’ultimo periodo’.

Queste dichiarazioni racchiudono un margine di verità: il disagio di cui un bambino è portatore si esprime con più forza nel momento in cui, crescendo, egli è sottoposto a prove e stimoli di maggiore impatto. Di fatto, però, un determinato stile cognitivo e comportamentale non nasce all’improvviso ed è per questo che nei primi colloqui con la famiglia è importante indagare su tutti gli aspetti anamnestici che riguardano anche la gravidanza, le tappe di crescita, lo stile di attaccamento, la socializzazione che possono essere rivelatori di elementi sui quali fondare il parere clinico. Accanto all’indagine clinica, ci si può avvalere di ulteriori strumenti da effettuare sul bambino come i test cognitivi e di personalità ed il disegno.

All’interno dello spettro ansioso, troviamo alcuni disturbi che hanno una notevole importanza in psicopatologia dello sviluppo come i seguenti sotto elencati:

Disturbo d’Ansia da Separazione:

ansia esagerata ed incontrollabile nel momento della separazione dalla figura di riferimento o al pensiero di una separazione. Il pensiero è amplificato e la paura di separazione prende forme irrealistiche pensando che possa accadere qualcosa di grave alle persone a cui il bambino è attaccato. Le difficoltà si manifestano in qualunque situazione egli si trovi solo nonostante siano luoghi a lui noti, come per esempio la scuola. Presenta incubi notturni, sintomi fisici che compaiono anticipando mentalmente il distacco, difficoltà a dormire da solo. Viene fatta diagnosi di disturbo d’ansia da separazione quando i sintomi si presentano per almeno 4 settimane prima dei 18 anni di età e causano un forte disagio sociale, scolastico e familiare;

Fobie specifiche:

si presentano paure esagerate ed irragionevoli per situazioni circoscritte (es. il buio) e l’esposizione a tali situazioni crea risposte fisiche ansiose quali tachicardia, malessere, nausea, anticipazione mentale di eventi disastrosi che possono irrealisticamente accadere in quella circostanza. Tale condizione deve interferire con le normali abitudini del bambino e della famiglia e deve persistere per almeno 6 mesi per essere diagnosticato come disturbo. Esistono diverse categorie di fobie più o meno frequenti nell’infanzia. Le più frequenti sono le fobie per animali, per ambiente naturale (es. temporali, altezze) e situazionali (es. addormentarsi al buio);

Fobia sociale:

si caratterizza per la paura marcata e persistente per quelle situazioni sociali in cui il bambino è esposto a persone non appartenenti alla famiglia che potrebbero giudicarlo. Il soggetto è portato a dare troppa rilevanza (in psicologia si parla di “eccesso di consapevolezza”) ai suoi segnali ansiosi ed ai suoi comportamenti fino al punto di isolarsi poiché teme di essere troppo esposto, osservato e mal giudicato. La fobia sociale ha due picchi: il primo tra i 5 e 7 anni con l’ingresso nel mondo della scuola ed il secondo tra i 9 e 14 anni con l’esordio del periodo adolescenziale;

Disturbo Ossessivo-Compulsivo:

l’ansia crea pensieri intrusivi e comportamenti ritualizzati e ripetitivi che il bambino non riesce a non mettere in atto. Già nell’infanzia è presente una consapevolezza circa l’esagerazione e l’irragionevolezza di tali sintomi, ma ovviamente sussiste una grossa difficoltà a comprenderli, pertanto, emerge la vergogna ad esternare alla propria famiglia il proprio mondo interiore. La tendenza è il controllo e l’isolamento. Purtroppo tale disturbo è spesso associato a sintomi depressivi, fobie specifiche e disturbi dell’apprendimento.

Disturbo d’Ansia generalizzato:

in stretta associazione al disturbo di ansia da separazione, l’ansia generalizzata si caratterizza da angoscia, senso di apprensione, preoccupazione, pessimismo in assenza di sintomi specifici. Il bambino presenta spesso un umore depresso ed una grande necessità di essere rassicurato circa le situazioni presenti e future. Questo dà la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino particolarmente maturo, segno della necessità di tenersi controllato ed informato circa la prevedibilità degli eventi a cui va incontro;

I disturbi di Panico e di Agorafobia hanno un’età di esordio più tardiva e sono quindi più evidenti ed importanti negli adulti rispetto che nei bambini.

Vi è, infine, il Disturbo Post-traumatico da stress che, ricerche non precisamente effettuate su un campione di bambini, mostra una prevalenza del 2%. Tale patologia si manifesta a seguito di un’esposizione ad un stress particolarmente forte e drammatico. I sintomi più comuni consistono nel rivivere ripetutamente lo stressor, evitare gli stimoli e le situazioni legati al trauma, risposte di iperattivazione o ipoattivazione, comportamento disorganizzato, sentimenti di paura, ritiro sociale e regressione di determinate abilità acquisite (es. linguaggio, controllo degli sfinteri), alterazioni del sonno, ipervigilanza. In circa la metà dei casi diagnosticati come disturbo post-traumatico da stress vi è una remissione completa entro 3 mesi.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di ansia nell’infanzia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.