Le dipendenze patologiche in adolescenza

Cosa sta avvenendo nelle generazioni del terzo millennio? Cosa sta succedendo ai nostri figli?

Queste sono domande usuali che molti di noi, tra genitori, insegnanti, psicologi, sociologi, ci poniamo poiché evidentemente vi è la percezione reale che qualcosa di inedito stia avvenendo tanto da rendere disorientati e spaventati gli adulti che assistono all’ingresso dei ragazzi nel mondo dell’adolescenza.

Si tratta di uno stile di comportamento e di pensiero molto lontano da quello vissuto dai giovani anche solo del precedente decennio; uno stile di vita che include parole come droghe, alcol, dipendenze dai videogiochi e social network, disturbi alimentari, shopping compulsivo, esperienze estreme e pericolose. E’ in atto lo studio di tale fenomeno per poterlo realmente prevenire.

Le campagne di sensibilizzazione promosse dalle istituzioni statali, peraltro molto costose, si sono dimostrate inefficaci e deludenti, assolutamente non incisive sul problema.

E’ pur vero che non si può riporre in quelle campagne informative la soluzione del fenomeno adolescenziale delle dipendenze; esse possono esclusivamente offrire spunti di riflessione o di dibattito da parte degli spettatori che devono, però, già di loro presentare, come requisiti fondamentali per potersi aprire ad un confronto su tale tematica, la ricettività al problema, la sensibilità verso i disagi degli adolescenti e l’interesse a volersi osservare e migliorare.

Ciò a cui si assiste è una maggiore diffusione dell’uso di droghe ed un esordio nel mondo delle dipendenze sempre più precoce tanto da rimanere impietriti di fronte a dati statistici divulgati dalla Società di Pediatria e dall’Istituto Superiore di Sanità che indicano atteggiamenti di dipendenza dall’alcol già in bambini di undici anni.

In Italia, i tentativi di intervento e di soluzione del problema si focalizzano soprattutto sull’ultimo stadio della patologia, quando l’aiuto assistenziale diviene necessario, urgente e di tipo terapeutico (non più preventivo ed educazionale).

I dibattiti relativi a questo fenomeno socio-adolescenziale,  le opinioni diffuse e rimaneggiate in più modi attraverso qualsiasi format di comunicazione non sembrano efficaci e risolutivi; semmai, tendono ad alimentare quei luoghi comuni sterili e fuorvianti come, ad esempio, “i ragazzi fumano perché vogliono essere accettati dal gruppo”, “gli adolescenti usano le droghe perché non hanno più stimoli”.

Non esiste informazione circa le dipendenze, le droghe, l’alcol e le compulsioni patologiche che non sia nota ai giovani; loro sono a conoscenza della pericolosità di tali comportamenti, conoscono molto bene quali siano i rischi per la loro salute, ma non sono interessati ad occuparsi dell’aspetto legato alle ripercussioni fisiche di tali condotte. A loro non interessa mettere in gioco la propria vita, a loro interessa, seppur inconsapevolmente, combattere le emozioni e l’imbarazzo, così come il vuoto, il senso di incapacità, oppure l’insoddisfazione.

Quando la distanza tra genitori e figli supera una certa soglia, i figli brancolano mettendo in atto tentativi di costruirsi una strada da soli, per come sono capaci, ma portandosi dentro sentimenti non riconosciuti di solitudine e di nostalgia di una spalla a cui appoggiarsi.

Gli adulti sono presi dal lavoro, dalla necessità di adeguarsi alle richieste della società di essere efficienti e produttivi di giorno per poi soccombere alla stanchezza e all’appiattimento nel momento in cui si rincasa la sera e ci si ritrova con i propri familiari. I ritmi quotidiani, gli impegni fitti che obbligano ad usare l’agenda per poter inserire un’attività di svago nella settimana, l’uso continuo dei telefoni che non conosce contesto ed orario, le incombenze che non finiscono con la giornata di lavoro, ma proseguono a casa poiché molti sono gli aspetti materiali da portare avanti (spesa, cena, pulizia, ordine, sistemare i figli). Spesso, ci si sente ben realizzati e soddisfatti di sé solo nel momento in cui tutti i compiti sono stati svolti ritenendo che quella sia la missione principale della giornata, quasi fosse l’assolvimento totale degli impegni l’unico elemento capace di farci sentire “bravi e capaci” e di dare pienezza alla nostra esistenza ed al nostro senso di sé.

In questo contesto, viene tralasciata la sensibilità di trovare uno spazio di vicinanza affettiva inviolabile da dedicare ai propri figli che, in molti casi, sono costretti a prendere la forma dell’acqua, nel senso che si trovano a doversi plasmare intorno agli impegni del momento andando ad occupare quei residui di tempo rimasti liberi. Non è così che si creano legami sicuri e non è così che i nostri figli, fin da bambini, possono costruire quell’attaccamento affettivo capace di fornire dei solidi mezzi di crescita emotiva tanto indispensabile a formare una salda struttura di personalità.

Gli adulti si trovano a tamponare le loro mancanze attingendo dal mercato dei beni materiali che, in qualche modo, cavalca i sensi di colpa del genitore producendo una infinità di oggetti ludici in grado di soddisfare qualunque bambino o adolescente (e aumentando i loro fatturati in modo esponenziale).

Nelle famiglie sono i figli che prendono piede impugnando il diritto di chiedere e ottenere senza fatica, a dispetto della mancata autorevolezza degli adulti che, se si facessero sentire, potrebbero sia insegnare a rispettare dei confini, sia aumentare la capacità critica e di valutazione delle proprie esigenze al cui interno si celano particolari stati d’animo.

I nostri figli adolescenti saranno individui emotivamente fragili poiché abituati a soddisfare i loro desideri momentanei, privi di strumenti che permettano loro di tollerare la frustrazione e la normalità. Non sapranno gestire i sentimenti di sofferenza perché non si è mai presentata la necessità; le emozioni rappresenteranno un intralcio, o sicuramente qualcosa di non costruttivo con cui mettersi a contatto e attraverso cui arrivare a ottenere risposte circa il loro disagio. Per contrastare le emozioni fastidiose cercheranno degli “anestetici” che possano alleviare il dolore (alcol e droga), distrarre (videogiochi e social network), sostituire il vissuto negativo con qualcosa di immediatamente gratificante (abbuffate, shopping).

I nostri ragazzi hanno bisogno di modelli genitoriali propositivi che li accompagnino dentro il loro sentire, che trasmettano loro l’entusiasmo di accogliere e vivere le emozioni senza dover scappare da esse rifugiandosi in una dimensione fitta di impegni e di aspetti materiali; necessitano di figure di riferimento che non neghino loro la possibilità di affrontare la vita per il timore di non riuscire a reggere la visione del figlio sofferente.

Il primo passo per combattere le dipendenze adolescenziali spetta agli adulti: aprendosi alla sfera emotiva e alla volontà di condividerla con il proprio figlio, viene offerto un ottimo modello di rispecchiamento. I ragazzi potranno avvicinarsi alle emozioni, potranno viverle anche se sono  negative perché qualcuno ha insegnato loro a farlo, rendendoli più sicuri e fiduciosi di sé.

Non sempre questo passaggio può realizzarsi con facilità; la possibilità di richiedere l’aiuto psicoterapeutico attraverso colloqui individuali o familiari può certamente offrire un efficace possibilità di conoscenza personale e di crescita emotiva. Si tratta di cambiamenti che gradualmente possono essere perseguiti, ma, per effettuare questo passo, risulta indispensabile una certa quota di sensibilità che guidi  il soggetto a riconoscere il disagio motivandolo ad affrontarlo.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di dipendenze a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa presso lo lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

dott.ssa Alessia Giulia Santoro

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La dott.ssa Alessia Giulia Santoro è una Psicologa Psicoterapeuta che esercita la sua attività presso l'Ospedale San Raffaele di Milano. Collabora presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6, Milano. | Contatta la dott.ssa Alessia Giulia Santoro |
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