Il desiderio di maternità

“Desiderio” per la psicoanalisi è la forma umana del bisogno di sopravvivere e procreare che esiste in ogni essere vivente. Il desiderio, a differenza del bisogno istintuale, vuole essere riconosciuto ancor prima che appagato; solo così può tradursi in ambizione consapevole.

Il desiderio di maternità è influenzato dal modello della famiglia originaria. L’istinto materno è il risultato di esperienze ed emozioni diverse che hanno inizio durante l’infanzia. Determinante è il legame con la madre che, nei primi anni di vita, è per la figlia una figura di riferimento con la quale identificarsi, creare una relazione intensa e costruire le proprie aspettative circa l’identità futura. Fondamentali sono anche il rapporto con il padre, i legami sentimentali con gli uomini e le prime esperienze sessuali.

La maternità non è un processo lineare, garantito dalla natura e dall’istinto, ma un evento che racchiude in sé la complessità e la conflittualità che è propria di ogni vita.

Fino agli anni ’60, la questione del desiderio non si era mai posta veramente: il destino delle donne era di diventare madri. Oggi la maternità cessa di essere vissuta come un destino al quale sottomettersi e diventa una decisione personale, decisione di assumere nelle proprie mani la facoltà procreativa e di realizzazione di sé.

Il desiderio di restare incinta non è connesso solo a ciò che la maternità rappresenta a livello sociale ma soprattutto a come essa viene interiorizzata. La gravidanza è per la donna pregna di significati. Essa può avere una funzione difensiva, nel senso di permettere gratificazione, riconoscimento, senso di identità e compensativa rispetto ad una fragile immagine di sé. In questi casi, essere incinta può rispondere al bisogno di conferma della propria identità.

La nascita di un figlio è anche un elemento propulsivo. E’ come se aver dato la vita e lo sviluppo del bambino vicino a sé riempiano la donna di nuova energia e slancio. Come se, forse, l’essere adulta, vicino a un nuovo sé che nasce e si sviluppa permette alla donna di raggiungere gli obiettivi prefissati, in quanto agisce non per sé ma per il figlio. Allo stesso tempo, lo sviluppo della nuova vita può significare la rottura con vecchi schemi di impotenza, di vuoto, incapacità e permette alla madre di sviluppare alcune parti di sé che fino ad allora lei aveva trascurate.

Riporto il caso di una mia paziente che calza perfettamente con i concetti sopra enunciati.

Caso clinico

Giulia non prese in mano coscientemente il suo desiderio di maternità.

Compiuti i ventisei anni, Giulia ebbe inconsapevolmente una percezione diversa della sua vita, più pesante. Quell’anno ha rappresentato per lei un momento di passaggio, di crescita psicologica desiderata ma anche contrastata e temuta: era l’anno in cui terminava il suo assegno di ricerca in biologia; ciò stabiliva l’uscita definitiva dal mondo dell’università, un mondo protetto in cui Giulia si identificava ancora come studentessa e in cui si sentiva sotto l’ala protettiva dei genitori e dell’istituzione, e il proiettarsi verso qualcosa di ancora indefinito dal punto di vista professionale (e soprattutto di identità). Giulia aveva in mente di iniziare un master di specializzazione in biologia molecolare ma non sapeva se davvero le interessasse e se avesse avuto la volontà di frequentare lezioni così pesanti per un periodo di tempo piuttosto lungo. Si sentiva smarrita per non aver ancora raggiunto il traguardo dell’esame di stato e dell’iscrizione all’albo professionale.

Ciò che è rilevante sottolineare, è che Giulia non era assolutamente consapevole di tali pensieri e vissuti; lei si sentiva solamente molto sofferente senza darsi una spiegazione di tale malessere. La notte spesso manifestava attacchi di panico, soffriva all’idea di dover stare a contatto con la gente, preferiva la tranquillità della sua casa trascorrendo il tempo da sola o eventualmente in compagnia del suo fidanzato. Non aspettava altro che il fine settimana per tornare a casa dai suoi genitori, in particolare da sua mamma con cui aveva un rapporto di grande confidenza e attaccamento. Al di fuori di queste situazioni, Giulia soffriva ed il vedersi così ridotta, senza darsi una spiegazione, la faceva tremare di paura temendo di non essere in grado di badare a se stessa e di affrontare una vita da persona adulta. Giulia voleva defilarsi dalla vita, non aveva modo di osservare la vita come un’opportunità di mettersi in gioco ed in rapporto ai milioni di stimoli che essa presenta. Era troppo dura per Giulia pensare di crescere e divenire persona adulta, responsabile e senza protezioni materne tanto da rinunciare a farlo? E’ la spiegazione che ci siamo date. La depressione di quel periodo aveva proprio il significato di fermare Giulia nella sua maturazione facendole cogliere solo gli aspetti negativi della vita tanto da pensare che fossero molto pesanti e di estrema responsabilità e, quindi, tali da non essere affrontati.

Un pensiero ricorrente che la paziente mi riferiva durante i primi mesi della terapia era legato al timore di non riuscire a programmare alcun impegno a lungo o breve termine, di grande o moderata entità senza provare un’ansia acuta. Temeva di dover affrontare il master nonostante ne fosse molto attirata e, allo stesso modo, non poteva pensare di sposarsi e avere dei figli poiché ciò le causava la sensazione di panico. Arrivò persino a mettere in dubbio il rapporto con il suo fidanzato, pur amandolo e ritenendolo un uomo affidabile, benevolo e premuroso. Pensava che se avesse posto delle distanze da lui, ciò avrebbe diminuito la sua ansia allontanando la possibilità di separarsi dalla propria famiglia e dalla condizione di figlia.

Questi rappresentavano solo dei tentativi di evitare la crescita, ma la spinta al cambiamento ed alla maturazione erano troppo forti (o troppo inconsciamente desiderati) da essere totalmente respinti.

Attraverso la psicoterapia, lei si lasciò incuriosire cautamente dal cambiamento e si lasciò “trasportare” dai suoi desideri di realizzazione accettando di divenire altro dal solo essere “figlia protetta”. Si riavvicinò al suo fidanzato ed il loro nuovo rapporto prese una piega diversa. Dopo diversi anni di terapia Giulia fu in grado di accettare la proposta di matrimonio e, contemporaneamente a tale evento, l’attesa di un bimbo.

Quando Giulia mi parlava di maternità, nel primo periodo di terapia, lo faceva sempre in termini pessimistici pensando che avrebbe avuto difficoltà a rimanere incinta o addirittura pensando che non avrebbe mai potuto avere l’opportunità di essere madre. Rimasi stupita nello scoprire che aspettava un bambino, per me era una sorpresa inaspettata. Non era stata una decisione che aveva verbalizzato in terapia, non ne avevamo mai discusso in modo troppo approfondito. L’idea che mi feci, fu che Giulia temesse di rendersi cosciente dei suoi desideri per cui li viveva dentro di sé in modo piuttosto soffocato. Prendere in mano i suoi desideri avrebbe comportato l’assumersi il carico emotivo di qualcosa a cui tanto aspirava. Non solo, avrebbe comportato anche l’assumersi il rischio di “separarsi” dalla madre, o il timore di occupare un nuovo posto in società ed in ambito lavorativo, o rendersi consapevole dell’andare incontro ad uno stravolgimento dell’equilibrio di coppia, ma soprattutto comportava il rischio di diventare più attiva nel suo percorso di vita. Giulia, voleva che le cose accadessero senza rendersene conto troppo esplicitamente. Utilizzava questa modalità difensiva per sgravarsi emotivamente del carico dato da alcune consapevolezze. Molte volte mi accorgevo della forza con cui nutriva certi desideri a fatto compiuto.

Ciò che insieme abbiamo considerato era che Giulia aveva delegato al bambino il compito di dare una svolta a certi meccanismi in cui si sentiva intrappolata ma che “da sola”, senza la giustificazione dell’attesa di un figlio, non riusciva a cambiare. Con l’arrivo di un bimbo certe scelte e certi cambiamenti erano imposti e lei, quindi, si sentiva legittimata a metterli in atto. Questo rappresentava un’ulteriore evidenza delle sua impossibilità ad essere parte attiva nelle scelte della sua vita.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

dott.ssa Alessia Giulia Santoro

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La dott.ssa Alessia Giulia Santoro è una Psicologa Psicoterapeuta che esercita la sua attività presso l'Ospedale San Raffaele di Milano. Collabora presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6, Milano. | Contatta la dott.ssa Alessia Giulia Santoro |
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