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Author: dott.ssa Alessia Giulia Santoro

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La dott.ssa Alessia Giulia Santoro è una Psicologa Psicoterapeuta che esercita la sua attività presso l'Ospedale San Raffaele di Milano. Collabora presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6, Milano. | Contatta la dott.ssa Alessia Giulia Santoro |

Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Ipocondria: ansia per il proprio corpo

Il DSM-IV, manuale diagnostico psichiatrico, classifica l’ipocondria all’interno dei disturbi somatoformi, vale a dire quella categoria di disturbi caratterizzati da sintomi fisici non riconducibili ad aspetti fisiopatologici noti. Nonostante questo, tale malattia presenta molti tratti comuni ai disturbi d’ansia.

L’ipocondria è fondata su di una errata interpretazione, non supportata da precise valutazioni mediche, di alcuni segnali fisici. L’erronea stima dei sintomi corporei causa il timore esagerato di essere affetto da una grave malattia.

Secondo il DSM, per poter affermare che si tratti di ipocondria, lo stato d’animo preoccupato deve interferire in maniera significativa nella vita del soggetto per almeno sei mesi. I sintomi sui quali maggiormente si fonda questo disturbo appartengono agli apparati cardiovascolare ed intestinale. L’ipocondria è più diffusa negli uomini e l’età di esordio si concentra intorno ai 40 anni.

Ogni persona sviluppa un’idea delle proprie risorse sulla quale si attesta per poter utilizzare al meglio la propria funzionalità fisica. Quando interviene un evento critico, non per forza traumatico, la percezione di sé può essere messa in discussione e modificarsi. L’evento critico può essere rappresentato dalla morte di una persona conosciuta, dall’esposizione ad informazioni circa patologie mediche, da un transitorio stato di debolezza psico-fisica, oppure da ulteriori eventi che incidono ed influenzano i processi valutativi dell’individuo e che vengono elaborati dando l’avvio ad una interpretazione esagerata in senso peggiorativo dello stato di salute personale. Dal momento in cui vengono attivate, tali convinzioni si radicano nell’esperienza mentale di un corpo malato sotto forma di pensieri e rappresentazioni di parti del fisico compromesse da una patologia. Nella fantasia dei pazienti ipocondriaci esistono immagini vivide di un tumore che si sviluppa nel corpo, di cuore ed arterie logorate, di focolai polmonari, ecc.

Se il soggetto presenta o meno una reale patologia fisica in parallelo al suo stato mentale di eccessiva preoccupazione non è fondamentale al concetto di ipocondria, nel senso che un individuo con una evidente malattia organica può sviluppare simmetricamente anche un disturbo di ipocondria. Si tratterà in questo caso di ipocondria “cum materia”, pertanto, due saranno le figure mediche che faranno da riferimento terapeutico: il medico specialista esperto di quella determinata patologia fisica ed il medico psichiatra. Il soggetto puramente ipocondriaco che non presenta alcuna malattia organica viene definito ipocondriaco “sine materia” e dovrà seguire il suo percorso terapeutico rivolgendosi esclusivamente al medico psichiatra e psicoterapeuta.

Tendenzialmente, questo disturbo non prende la forma di un disturbo processuale del pensiero, vale a dire che non raggiunge un’intensità tale da essere considerato un’idea delirante. La capacità di autocritica del soggetto ipocondriaco risulta solitamente conservata, pertanto, può dimostrarsi consapevole dell’esagerazione del proprio timore e, in modo non dichiarato, può anche supporre di non avere una patologia fisica. Solo nei casi più gravi, invece, tale disturbo può rientrare nell’ipocondria delirante che si fonda su di un funzionamento abnorme caratterizzato da un inappropriato e smisurato numero di esami e visite mediche. Nessun esito negativo ed alcuna rassicurazione da parte dei medici riesce a dissipare completamente queste paure infondate.

E’ ovvio che se il disturbo non viene trattato, l’evoluzione tende ad aggravarsi nel tempo comportando un avvitamento sempre più stretto intorno alle false interpretazioni dei segnali fisici che diventano il perno centrale della propria vita.

I soggetti ipocondriaci necessitano dell’osservazione del medico psichiatra che valuta la necessità di inserire uno psicofarmaco ed un percorso psicoterapeutico che possa attenuare le convinzioni del soggetto riconducendole alle proprie paure. Lo psicoterapeuta deve lavorare sulla personalità del paziente che è contraddistinta tipicamente da tratti quali rigidità, ansia, inclinazione al controllo, chiusura. Per il soggetto, ogni segnale derivante dal corpo viene temuto al punto di mettere in atto degli evitamenti (es. evitare sforzi ed attività fisica per non danneggiare il sistema cardiovascolare), oppure controlli ripetuti (es. respirare profondamente per verificare lo stato dei polmoni, controllare ripetutamente il polso e la pressione sanguigna) senza considerare che l’incremento di attenzione su certe parti del corpo comporta, per contro, un aumento dell’arousal (stato di attivazione) con conseguenti cambiamenti fisiologici e maggiori probabilità di erronee interpretazioni. Nelle sedute di psicoterapia è opportuno tener conto che si ha di fronte un paziente che adotta una particolare modalità di comunicazione e di stile di vita in cui il sintomo fisico diviene il canale principale di comunicazione. Il soggetto ipocondriaco non è propenso a considerare la propria mente come l’origine dei suoi disturbi; un malessere emotivo lo esprime attraverso la preoccupazione fisica e l’ambiente contribuirà al solidificarsi di questo stile psicologico poiché, attribuendogli il ruolo di malato, gli garantirà le giuste attenzioni.

L’obiettivo della psicoterapia deve consistere nell’esaminare le convinzioni del paziente offrendo una spiegazione alternativa del pensiero e spostando, così, gradualmente l’attenzione del soggetto dal corpo alla mente seguendo una linea di elaborazione di sé più sofisticata, completa e realista.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia per il trattamento dell’ipocondria a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Il disturbo paranoide di personalità

Il disturbo paranoide di personalità

Il soggetto paranoide è sospettoso in maniera ingiustificata e privo di fiducia negli altri tanto da nutrire il timore costante di essere oggetto di inganno, sfruttamento e umiliazione. Le personalità paranoidi si presentano come esageratamente vigili e circospette, tendono a mostrare un atteggiamento emotivamente freddo, una elevata aggressività nel momento in cui ritengono di essere stati offesi e maltrattati ed un forte senso di autonomia. Si tratta di uno stile cognitivo ‘cronico’ ed abituale che esprime il modo attraverso cui la persona pensa e conosce il contesto circostante.

La sfiducia del soggetto paranoide nei confronti della realtà esterna è sostenuta dal fatto che dentro di sé esiste un modello interno degli altri negativo ed una propria rappresentazione, solo in superficie, positiva. In apparenza, infatti, il paziente paranoide si reputa giusto, equo, importante ed “in credito”, ma un livello più profondo e non riconosciuto dal soggetto, vige una visione di sé di incompetente ed insignificante. Secondo diversi studi sui modelli eziologici, la paranoia si manifesta per compensare il modello negativo di sé incolpando ed attribuendo agli altri gli aspetti sfavorevoli.

Alcuni autori affermano che i genitori avrebbero un ruolo cruciale nel determinare lo stilo cognitivo paranoide nel bambino. Genitori che controllano, disapprovano e criticano favoriscono lo sviluppo nel proprio figlio sia di sentimenti di disistima e di scarso valore, sia di una rappresentazione degli altri come avversi ed umilianti.

I soggetti con questo tipo di patologia, nell’infanzia e nell’adolescenza, presentano alcuni tratti comuni quali un comportamento scarsamente relazionale, ipersensibilità e difficoltà scolastiche.

Il disturbo Paranoide di personalità esordisce a partire dalla prima età adulta e, nel tempo, tende ad aggravarsi e peggiorare.

I dati epidemiologici rivelano che tale disturbo riguarda più frequentemente il sesso maschile; l’incidenza nella popolazione generale è tra lo 0,5 e il 2,5% manifestandosi in maniera prevalente nei gruppi etnici minoritari.

Il DSM-IV, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, definisce i seguenti criteri di valutazione per il Disturbo Paranoide di Personalità:

  • Continui sospetti, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
  • Dubbi ingiustificati della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
  • Riluttanza a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possano essere usate contro di sé;
  • Ipotesi di significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
  • Costante rancore, vale a dire non perdonare gli insulti, le ingiurie o le offese;
  • Percezione di attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, fino a reagire con rabbia o contrattaccare;
  • Sospetti ricorrenti, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner sessuale.

Come già precedentemente indicato, il disturbo paranoide tende ad aggravarsi nel tempo. Pertanto, come ovvia conseguenza, il soggetto nel tempo tenderà ad acuire anche le difficoltà a livello relazionale fino a causare fratture irreparabili in ambito matrimoniale e lavorativo alimentando ancor di più quella condizione di isolamento sociale e di alienazione.

E’ proprio a causa di tale stato di isolamento, che spesso può sconfinare nella depressione, che i parenti dei soggetti paranoidi si trovano a dover sollecitare il proprio caro nell’intraprendere un percorso psicoterapeutico e, se necessario, di tipo farmacologico laddove lo stato depressivo sia profondo; chi soffre di questo tipo di disturbo, infatti, non è in grado di cercare spontaneamente aiuto in quanto non consapevole delle proprie erronee interpretazioni della realtà circostante.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di Psicoterapia per il trattamento disturbi della personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Che Ansia!

Che Ansia!

Il Disturbo da Ansia Generalizzata (DAG) è piuttosto diffuso. Si tratta di una condizione di preoccupazione eccessivamente sproporzionata rispetto agli eventi vissuti che viene manifestata per un periodo di tempo di almeno sei mesi. Tale preoccupazione deve essere associata alla mancanza di riposo, irritabilità, sensazione di affaticamento, difficoltà di concentrazione, rigidità muscolare, disregolazione dei ritmisonno-veglia.

Ciò che rende caratteristico il disturbo di ansia generalizzata è il processo di rimuginazione che, nei soggetti che soffrono di DAG, a differenza dei non pazienti, risulta essere difficilmente controllabile. Le rimuginazioni possono essere definite come una concatenazione di preoccupazioni o di immagini scaturite da sensazioni negative scarsamente gestibili. Il contenuto delle rimuginazioni può variare da paziente a paziente, ma ciò che conta è la presenza disturbante e pressoché costante delle elaborazioni mentali ansiose.

I soggetti affetti da DAG riferiscono di esperire due modelli di preoccupazioni:

  • Tipo I: riferite ad eventi giornalieri esterni ritenuti ansiogeni (es. parlare con le persone) e ad eventi interni quali il timore che scaturisce da sensazioni fisiche;
  • Tipo II: nutrire credenze negative relative al processo di rimuginazione, vale a dire preoccuparsi del proprio continuo rimuginare (ipotizzando, ad esempio, di essere sull’orlo della follia).

Insieme alle credenze negative, sono contemporaneamente presenti delle credenze positive relative al fatto di preoccuparsi: viene postulato che il continuo elucubrare nasconda un aspetto benefico poiché esso può essere un modo utile per fronteggiare un problema. Dai pazienti viene riferita la necessità di adottare un elevato e continuo livello di ansia dal momento che essa stimola la produzione di elucubrazioni in grado di obbligare il soggetto a meditare sulle possibili strategie di risoluzione del problema. E’ come se la rimuginazione racchiudesse un aspetto protettivo che permette di tenersi sempre in uno stato di allerta per essere pronti ad affrontare gli eventi.

Tale strategia risulta, però, altamente disfunzionale e faticosa per la quantità di energia mentale richiesta. Essa, inoltre, tende ad incrementare il livello di vulnerabilità, aumentando anche la quantità delle aspettative negative e, quindi, la quota d’ansia. Per questi motivi, ad un certo punto,  gli aspetti benefici del rimuginare vengono riconosciuti come insostenibili.

Le risposte comportamentali che ne derivano sono l’evitamento e la ricerca di rassicurazioni. L’evitamento riguarda gli stimoli esterni temuti, le situazioni di incertezza o quelle che racchiudono il pericolo di attivare le rimuginazioni.

La ricerca di rassicurazioni viene agita nel momento in cui è necessario interrompere o impedire il susseguirsi del pensiero ansioso e preoccupato. Non sempre tale strategia si rivela efficace, anzi, in molte occasioni diventa fonte di un incremento delle angosce. Rivolgere, ad esempio, la richiesta di rassicurazioni a più interlocutori può significare ricevere risposte discordanti con relativo ampliamento della condizione d’ansia. Cercare rassicurazioni circa lo stato di salute di una persona cara telefonandogli ad intervalli precisi, comporta un effetto ansiogeno nel momento in cui casualmente si verifichi una mancata risposta. Nel tentativo, quindi, di interrompere il circolo di elucubrazioni, si può avverare l’effetto opposto, aumentando il senso di insicurezza e di agitazione.

La psicoterapia per il disturbo d’ansia generalizzato

Il trattamento dei pazienti con DAG è di tipo integrato poiché associa l’aiuto farmacologico a quello psicoterapeutico. Diversi studi, evidenziano l’efficacia della psicoterapia con un miglioramento di circa la metà dei pazienti trattati; essi manifestano una drastica diminuzione dell’ansia sin dal momento in cui creano lo spazio per poter ragionare sulle proprie preoccupazioni con uno specialista attento e preparato.

Si evidenzia, inoltre, che, seppure certi soggetti siano stati trattati efficacemente dalla psicoterapia, continuino a presentare nel tempo una condizione d’ansia gestibile. Ciò indica che lo stato emotivo ansioso può finalmente essere padroneggiato e compreso poiché sono chiari sia i motivi delle proprie preoccupazioni, sia i meccanismi psicologici sottostanti.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il trattamento dei disturbi di ansia collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Depressione e Natale. Che strano connubio!

Depressione e Natale. Che strano connubio!

Chi lo ha detto che il natale sia per tutti un lieto evento? Per alcune persone le feste possono suscitare vissuti depressivi e ansiosi, specie il natale. E’ stato riscontrato statisticamente come durante il periodo natalizio aumentino le richieste di aiuto psicologico poiché, per le persone già sofferenti, si acuiscono i pensieri depressivi e ansiosi. Questa statistica merita attenzione e le dovute considerazioni. Non sempre l’aria di festa, di allegria e di famiglia viene vissuta con spirito gioioso e, spesso, le persone si trovano a fare i conti con sensazioni interiori di tristezza e solitudine, di ansia e senso di soffocamento. Tali sono le risposte emotive ad un clima di forzata ed imposta felicità. Read more »

Il caso di Davide, timido narcisista

Il caso di Davide, timido narcisista

Conosco Davide nell’ambulatorio dell’ospedale in occasione di un test psicologico di valutazione della personalità (SCID II) come richiesto dal suo psichiatra curante a causa di vissuti depressivi che il paziente afferma di manifestare.

Davide appare un ragazzo timido ed insicuro. Si presenta con un look semplice, t-shirt, maglione di lana a girocollo, occhiali che ogni tanto toglie e pulisce con il maglione. Mi colpisce la modalità attraverso cui si svolgono il test ed i colloqui conoscitivi: egli non sa cosa dire, non riesce a descrivere nessun componente della sua famiglia, non sa spiegare i lati del suo carattere, parla poco e bisogna continuamente sollecitarlo a maggiori approfondimenti che, spesso, rimangono incompiuti.

Davide spiega di aver avuto delle difficoltà scolastiche che lo hanno portato a manifestare sensazioni di insuccesso, di disistima e di tristezza che, talvolta, culmina in una ideazione suicidaria. Nel corso della terapia, è emerso che Davide ha vissuto diversi cambiamenti scolastici, ma l’ultimo gli ha causato maggior disagio poiché si trovava nella classe degli amici che frequentava anche nel tempo libero e, il dover loro mostrare di non essere uno studente brillante, lo condizionava molto e lo condiziona anche al momento della terapia visto che frequentava ancora la stessa cerchia di persone. Il paziente riferisce in seduta sogni ambientati proprio all’interno della classe, sogni di interrogazioni e voti bassi, di sguardi, di valutazioni e di derisioni. Al termine delle scuole superiori, Davide ha sentito la necessità di allontanarsi dall’ambiente fino a quel momento frequentato, iscrivendosi in una ottima università all’estero. Spiega di essere dovuto “scappare” dalla sua città natale a causa dei rapporti problematici con i suoi amici.

Descrive in modo molto sbrigativo la sua famiglia dal momento che non trova le parole per poterlo fare. Lo interpreto come un ulteriore segno di incapacità di capire chi ha di fronte visto che lui stesso ha una visione indefinita di sé. Ciò che emerge in maniera significativa è la forza delle figure parentali che sembrano aver schiacciato Davide: il padre professionista di alto livello e la madre molto forte caratterialmente.

Sono affiorati molti aspetti che bene spiegano il disagio di Davide e che ne definiscono la diagnosi come, ad esempio, il suo assumere atteggiamenti snob, sottolineare costantemente il proprio gusto per la raffinatezza e la sofisticazione, la volontà di ottenere alti guadagni dalla professione di cui è alla ricerca per sentirsi forte e potente, la necessità di volersi legare a persone dal cognome importante.

Molto rilevante è l’uso di alcolici, di ansiolitici e di cannabis in pressoché qualsiasi occasione sociale.

Valutazione diagnostica del caso clinico

Il paziente presenta un disturbo della personalità di tipo nacisistico covert (timido) caratterizzato dalla necessità di ammirazione e di riconoscimento da parte degli altri che, se non si realizza, diventa una fonte di estrema sofferenza per il soggetto poiché egli dipende dall’approvazione altrui senza esserne consapevole, o essendolo solo parzialmente. La sfera sociale è investita di grandi aspettative e acquisisce, quindi, un’importanza fondamentale per queste persone: esse dipendono e si sentono determinate dalla valutazione degli altri. Il senso di sé è grandioso ma molto precario e risente dell’esterno. Tali pazienti appaiono molto fragili ed ipersensibili alla critica dal momento che vi è un sottostante senso di inferiorità ed inadeguatezza. Ciò li condiziona a livello sociale rendendoli inibiti e facendo emergere condotte che possano aiutare ad affrontare il senso di vergogna. In questo caso, Davide utilizza principalmente l’alcol, sostanza che gli permette di sentirsi più forte e carico e che allevia l’ansia. Vi la tendenza a manifestare una sintomatologia ansiosa-depressiva e, spesso, anche la manifestazione di attacchi di panico. Emergono in modo preponderante anche sentimenti di rabbia solitamente proiettata sugli altri ed espressa in maniera passiva-aggressiva.

Attraverso un percorso di psicoterapia si attua una importante ristrutturazione cognitiva. E’ possibile riconoscere tali tratti sopraelencati e trovare le risorse interne sulle quali fondare la propria forza. Si tratta di un nuovo modo di vivere, finalmente libero dalla dipendenza verso gli altri e certamente basato su una stima di sé che diviene solida e reale e non più veicolata dagli altri. La sintomatologia ansiosa e depressiva si risolve, lasciando spazio ad una visione positiva della vita.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Disclaimer: Le storie trattate hanno come protagonisti personaggi di fantasia ispirati alla pratica clinica quotidiana. A tutela della privacy tutti i nomi e dettagli sono stati modificati/omessi. Ogni riferimento a fatti e/o persone realmente accaduti e/o esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Il sonno dei bambini

Il sonno dei bambini

Il sonno rappresenta un’esigenza fisiologica fondamentale per il buono sviluppo del cervello. Il bambino manifesta una fisiologia già ben strutturata sin dagli inizi della propria vita, quando si trova nel movimentato mondo intrauterino. Già nello stato fetale si identifica un ritmo sonno-veglia sincronizzato in maniera opposta rispetto al ritmo della madre: il feto dorme nel momento in cui la madre è sveglia e si attiva mentre la mamma riposa. In merito a ciò, Freud aveva osservato che l’utero funge da barriera difensiva nei confronti del piccolo proteggendolo dai costanti stimoli e consentendogli di riposare; dopo il parto, il neonato necessita dell’aiuto dei genitori per ripararsi dall’esterno e dormire.

Il sonno è uno stato di minore ricettività agli stimoli esterni e rappresenta uno dei principali facilitatori dei processi di riparazione e sviluppo della mente e del corpo. Per tali ragioni, esso è particolarmente importante durante l’infanzia e l’adolescenza, momenti cruciali di crescita in cui l’individuo necessita di un numero maggiore di ore di riposo. I bambini ed i ragazzi che dormono meglio e per un periodo più prolungato presentano maggiori capacità di memoria e concentrazione, quindi beneficiano di un migliore sviluppo cognitivo ed anche sociale.

Il sonno ha una sua specifica architettura: troviamo le fasi di sonno REM (Rapid Eye Movement) chiamato “sonno paradosso” poiché occhi e cervello sono molto attivi e le EEG (registrazioni elettriche del cervello) sono molto simili a quelle della veglia, ma non il tono muscolare che è completamente rilassato nell’adulto e nel bimbo di oltre i due anni, mentre il neonato mostra movimenti del viso e delle estremità del corpo. Il sonno NREM (non REM) è tranquillo, privo di attività e viene distinto in quattro fasi diverse, dalla più leggera (fase 1) alla più profonda (fase 4). Nei neonati le fasi di sonno profondo sono, a dispetto di quello che si può credere, più lunghe rispetto alle altre. Certo è che, durante ogni fase leggera, il piccolo voglia il contatto con il genitore e ciò rende molto difficile il riposo dell’adulto. I bambini hanno temperamenti diversi che manifestano anche attraverso il sonno e, talvolta, diventa difficile riportare un bimbo molto attivo al sonno profondo. La situazione spesso può diventare esasperante e generare pensieri negativi, rabbia e frustrazione, nonché sensi di colpa circa le proprie capacità di saper gestire il figlio.

Bambini e adulti hanno dei ritmi fisiologici molto diversi ed è difficile trovare un punto d’incontro che coniughi le esigenze di entrambi. A tal proposito, esistono molte riviste, articoli e libri specializzati in strategie di aiuto educazionale per i piccoli insonni. Tendenzialmente, i genitori seguono due schemi di atteggiamento contrapposti: quelli spinti da una condotta materna e aperta ad ogni manifestazione del figlio e quelli che agiscono sulla base di ferrei principi comportamentali.

Il sonno è una funzione fisiologica strettamente correlata alla nutrizione ed allo svezzamento ed è dipendente dalla modalità di accudimento materno e paterno ed anche dal rapporto di coppia, che risulta essere altrettanto determinante. Al neonato, con le nuove ricerche neuropsicologiche, vengono oramai riconosciute molte capacità: egli risulta essere molto sensibile nell’avvertire le emozioni delle persone che si occupano di lui e di rispondere ad esse. Ecco, quindi, che molte delle difficoltà di crescita e di relazione familiare trovano espressione nell’ambito dei bisogni fondamentali, come il sonno.

Sonno e nutrimento sono i campi in cui l’adulto sperimenta il proprio affetto, la propria disponibilità e la capacità di dare limiti ed è giusto che vi sia un’alternanza equilibrata di tutti questi fattori (ma spesso i genitori non ne sono convinti e si sentono in colpa) che permetta al bimbo di svilupparsi a tutti i livelli. I genitori che lavorano e si assentano da casa per tutta la giornata, spesso non sono sincronizzati con le tappe evolutive del bambino, il quale andrebbe piano piano accompagnato verso una separazione-individuazione dai genitori, mentre in realtà si verifica che la notte venga vissuta come un’opportunità per stare insieme.

Il piccolo necessita di aiuto nell’affrontare la propria crescita fisiologica, cognitiva ed affettiva, ma anche i genitori hanno bisogno di aiuto nel capire i propri sentimenti e le proprie difficoltà che incontrano durante l’evoluzione con il bambino.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di disturbi del sonno a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Dimmi che famiglia hai e ti dirò chi sei

Dimmi che famiglia hai e ti dirò chi sei

Il periodo sensibile durante il quale il bambino costruisce il legame di attaccamento è quello del primo anno di vita. Uno dei migliori indici di previsione del modello di attaccamento che emergerà tra la madre ed il suo bambino di 12 mesi è il modo in cui la madre parla della propria madre e della sua esperienza di essere accudita da lei quando era bambina. In effetti, la relazione della neomamma con la totalità della sua esperienza di ricevere cure materne esercita un’influenza fondamentale sul suo comportamento materno verso il bambino.

La storia di attaccamento è molto informativa per capire il comportamento degli adulti. In psicologia, esiste un test chiamato Adult Attachment Interview che ricostruisce il rapporto che il soggetto adulto aveva instaurato con il proprio genitore e che spiega il motivo per cui una persona arriva a manifestare un determinato assetto cognitivo in grado di condizionare la visione di sé e dell’ambiente circostante, la modalità con cui vengono vissute le esperienze e, in generale, il comportamento tenuto verso pressoché ogni attività e legame interpersonale.

Il modo con cui l’individuo riesce a gestire le relazioni sociali è strettamente correlato al modo con cui il genitore si è comportato con lui. L’attaccamento, quindi, ha un ruolo considerevole nell’influenzare i risvolti della personalità futura dell’individuo e, pertanto, anche nel condizionare la psicopatologia dell’adulto.

Per avere una sorta di schema che possa meglio aiutare a capire come il comportamento dei caregivers influenzi lo stile personologico del soggetto, è possibile identificare in linea di massima tre gruppi di psicopatologia dietro ai quali vi è stato un preciso atteggiamento genitoriale.

  •  Adulti con una modalità di rapportarsi all’ambiente tendenzialmente bizzarra, poco congrua alla realtà, strana e stravagante hanno avuto genitori incapaci di cogliere le loro richieste. La mancata sintonizzazione del genitore sui bisogni del figlio non ha permesso al bambino di riconoscersi ed identificarsi nelle proprie esigenze; il piccolo non ha potuto essere adeguatamente aiutato a fare una buona lettura del proprio mondo interno che appare, quindi, confuso ed inappropriato. Ne deriva un soggetto che nella vita è orientato all’isolamento sociale, allo scarso desiderio di coinvolgimento affettivo ed alla tendenza a creare le proprie interpretazioni della realtà in modo eccentrico e poco realistico.
  • Adulti con una forte emotività, drammaticità nel vivere i sentimenti, espressività esagerata del mondo interno sono persone che hanno tendenzialmente vissuto relazioni con genitori immaturi ed ambivalenti poiché incapaci di veicolare in maniera appropriata ed efficace la manifestazione dei sentimenti e dei bisogni profondi. Ne derivano adulti impulsivi e con elevate difficoltà di controllo.
  • Adulti ansiosi hanno alle spalle genitori ansiosi, insicuri, inclini ad adottare regole educative rigide poiché forte è il senso di insicurezza interna, peraltro trasmesso in toto al proprio figlio.

Soffermandosi su quest’ultimo cluster di tipo ansioso, è possibile ricostruire una famiglia ansiosa che vive il mondo esterno in termini di pericolo o di rischio potenziale verso il quale bisogna proteggersi dal momento che anche il corpo e la mente sono vissuti come vulnerabili e deboli. In molti casi, in famiglia vi è la presenza di un malato, o di un depresso, oppure è paventata la possibilità di malattie future, o ancora sussiste una storia di lutto. Tutto questo aggrava il senso della vita che appare difficile da sostenere e fa provare ad ogni membro il timore di “non farcela” a portare avanti il peso del rischio e delle responsabilità.

I genitori sono così terrorizzati dal mondo esterno che tengono i figli il più possibile protetti all’interno del loro piccolo mondo chiuso, senza considerare il danno che ciò causa sulla formazione psicofisica del bambino. In primis, il piccolo inizia a costruire un’esperienza di un sé fragile ed incapace di affrontare il mondo e, in seconda battuta, si avvia con maggiore probabilità verso la possibilità di sviluppare in modo grave una psicopatologia. La rappresentazione di sé debole autorizza la persona ad impaurirsi della crisi d’ansia e ad evitare i luoghi che riconosce come pericolosi, ma in questo modo rafforza il mantenimento della sofferenza. Il senso di sé fragile e debole è il punto di partenza di tutte le patologie d’ansia. E’ fondamentale indagare con il paziente ansioso la sua storia di attaccamento perché ciò consente di ricostruire la fiducia verso se stesso e di demolire determinate credenze che derivano da lontano.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta, si occupa di Psicoterapia a Milano per il disturbo di personalità collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

Cannabis nemica del cervello

Cannabis Nemica del Cervello

E’ convinzione di molti che la cannabis sia innocua. Addirittura c’è chi sostiene che abbia effetti positivi rispetto alle sigarette. Non esiste convinzione più sbagliata: la cannabis è altamente tossica e dannosa per il sistema nervoso centrale.

Sull’erronea convinzione dell’inoffensività della cannabis, sono state avanzate proposte di legge che depenalizzano la marijuana catalogandola come droga a rischio limitato per evitare l’arresto e la carcerazione di possessori e consumatori.

Susan Greenfield, autrice di centinaia di pubblicazioni scientifiche circa le sostanze stupefacenti sulle più importanti riviste internazionali, nonché docente in “Farmacologia Sinaptica” all’Oxford University, afferma che la cannabis è in grado di modificare i meccanismi neurochimici che sostengono importanti funzioni cognitive dal momento che essa possiede un suo recettore a livello cerebrale. La Greenfield, inoltre, ha dimostrato che, a dispetto di una comune convinzione, la cannabis crea dipendenza a livello fisico e psichico tanto che circa il 10% dei consumatori desiderosi di interromperne l’utilizzo non riesce a smettere autonomamente, ma deve pensare di rivolgersi ad una struttura specializzata.

Tengo a specificare che molte cliniche qualificate nella disintossicazione da cannabis, non a caso, sorgono ad Amsterdam e dintorni e che i medici che vi lavorano riferiscono dei sempre più numerosi casi di dipendenza difficili da trattare. Sottolineo questa informazione poiché, molto spesso nelle sedute di psicoterapia, i pazienti adolescenti portano il caso dei locali di Amsterdam per invalidare l’idea della nocività della marijuana a sostegno dell’innocuità di tale sostanza e della legittimità del suo utilizzo.

La più recente indagine statistica condotta dalla Espad (European School Survey Project on Alchool and Other Drugs) in Italia dimostra una sempre più precoce età di esordio nel mondo della cannabis, fissata già a 11 anni. Si tratta di un dato allarmante poiché ciò significa che un bambino appena uscito dalle scuole elementari potrebbe venire a contatto con tale sostanza ed eventualmente utilizzarla.

Nel 2001, il 33%  dei ragazzi frequentanti le scuole medie superiori, vale a dire un terzo degli adolescenti, dichiarava di aver utilizzato la marijuana almeno una volta nella vita. Da questa indagine, è trascorso un decennio, che percentuale avremo raggiunto?

Un’informazione cruciale sulla quale bisogna insistere nell’educazione comportamentale degli adolescenti, consiste nel fatto che la gravità dei danni causati dalla cannabis dipende dall’età di esposizione alla sostanza. Iniziare a fumare gli spinelli durante l’adolescenza, che secondo i manuali di psicologia va indicativamente dai 12 ai 22 anni, significa inserire sostanze tossiche in un periodo in cui la struttura psichica è in formazione e ciò produce danni mentali maggiormente deleteri rispetto all’utilizzo fatto in età adulta (che comunque comporta effetti dannosi). Se lo stupefacente viene introdotto durante l’adolescenza, il cervello si modellerà in funzione di quella sostanza. Gli effetti nocivi della marijuana aumentano in adolescenza poiché va ad interferire ed a compromettere la maturazione finale del cervello. In questa fase evolutiva, il sistema endocannabinoide modula la plasticità sinaptica e l’attività di neurogenesi. L’adolescenza è un periodo della crescita cerebrale molto delicato in cui vi è una particolare vulnerabilità alle sostanze che vengono introdotte nel corpo capaci di pregiudicare la salute fisica e mentale in età adulta.

Attraverso gli studi di Risonanza Magnetica, tecnica non invasiva che consente di studiare le funzioni cerebrali osservando le variazioni del flusso ematico e dell’ossigenazione cerebrale, è stato possibile valutare il deterioramento cerebrale di soggetti adolescenti e adulti consumatori di cannabis.

Le principali alterazioni psichiche riguardano:

  • La riduzione dello spessore della corteccia cerebrale nelle zone in cui è coinvolta la memoria, la capacità di apprendimento, il controllo motorio e la capacità decisionale;
  • Il maggior rischio di sviluppare disturbi psichiatrici e di dipendenza da altre sostanze poiché i circuiti neuronali sono stati modificati in modo permanente;
  • L’aumento delle condotte impulsive rischiose;
  • La maggiore vulnerabilità alla depressione, disturbi d’ansia e psicosi.

Oltre a ciò, si rilevano alterazioni sull’intero stato di salute fisica, quali:

  • Danni all’apparato respiratorio (tosse, catarro, difficoltà respiratorie). Uno spinello equivale a 3-5 sigarette di tabacco per ciò che concerne la difficoltà respiratoria;
  • Problemi al sistema cardiovascolare (tachicardia e aumento pressione arteriosa);
  • Effetti dannosi al sistema immunitario che risulta indebolito nella capacità di combattere le malattie infettive e il cancro;
  • Effetti sul sistema riproduttivo e sulla fertilità. Vi è la riduzione di tre ormoni LH, FSH e testosterone. Diminuisce, altresì, la capacità di fecondare dal momento che peggiora la qualità degli spermatozoi: vi è minore motilità e diminuiscono le capacità di penetrazione nelle cellule uovo.

E’ chiaro come la cannabis crei un grave deterioramento della salute fisica e mentale a dispetto di quanto comunemente si creda. Essere consapevoli delle gravi conseguenze che essa causa, consente di scegliere di liberarsene e disintossicarsi. Come ogni forma di dipendenza, potrebbe essere di grande aiuto richiedere il consulto di professionisti psichiatri e psicologi specializzati.

In conclusione, riprendo la citazione di Gabriella Zorzi, illustre pedagogista del Maya Liebl Institute, che ben definisce i danni causati dalla marijuana:

“Bisogna guardarsi dalla parola ‘leggere’ come da un silenziatore che davanti ad una rivoltella attutisce solo il fragore. L’effetto più lento e subdolo, arriva puntuale.”

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di dipendenze a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

La maternità e il bambino immaginato

La maternità e il bambino immaginato

La nascita di un figlio, nella mente di una donna, è un processo esteso che nasce nell’infanzia quando sorge l’identità di genere e si protrae fino al momento in cui si è alle prese con un bambino reale da crescere. In questa lunga ed inconscia maturazione si delinea l’identità di genitore.

Il concepimento biologico non coincide obbligatoriamente con il concepimento mentale ma solo l’unione di questi due elementi permette alla donna lo sviluppo armonico della relazione madre-bambino. Durante la gravidanza vengono affrontati cambiamenti dal punto di vista fisico ed emozionale. Per ciò che concerne l’aspetto emozionale, si distingue l’area delle aspettative e delle paure coscienti dall’area delle fantasie inconsce. Queste ultime sono collegate, a livello più profondo, alla rielaborazione di antichi vissuti relativi alla storia infantile e adolescenziale della donna e possono trovare espressione nei sintomi psicosomatici e nelle rappresentazioni oniriche.

Le rappresentazioni inconsce e la rielaborazione dei vissuti della donna definiscono la procreazione un “atto creativo” dal quale prende corpo un bambino immaginato.

Si assiste all’avvio di due fasi di evoluzione della donna: un processo di sviluppo di identità femminile ed un processo di elaborazione di rappresentazioni mentali, quali fantasie sogni, emozioni, desideri, affetti e relazioni nuove. Questo continuo esercizio di immaginazione ha una funzione importante perché permette alla madre di costruire un ponte fra lei e il bambino immaginato e di predisporsi alla relazione di attaccamento che si svilupperà appieno col bambino reale proprio dopo la nascita. Ecco che, da potenzialità pura, il bambino immaginario comincia a delinearsi e la mamma inizia a costruirsi un’immagine ed a fantasticare intorno ad essa.

Ogni mamma costruisce mentalmente il bambino dei suoi sogni e delle sue speranze e con l’immaginazione si spinge fino a prefigurarsi come sarà a un anno, quando andrà a scuola, quando sarà adulto, ecc.

Questo processo immaginativo avviene in ogni madre e si può affermare che sia un modo utile per prepararsi ad affrontare la situazione relazionale che si verrà a creare subito dopo la nascita del bimbo. Vi  è un intreccio indissolubile tra la storia del bambino immaginario e di quello reale.

Non è solo l’immagine del bambino che impegna la mente della madre, anche l’immagine non ancora definita di se stessa, il nuovo assetto psichico che questo ampio cambiamento richiede e la revisione delle rappresentazioni di sé costituitesi durante l’infanzia. Che madre sarò? In che modo cambieranno la percezione che ho di me stessa e la vita che ho condotto finora? Che ne sarà della vita di coppia e degli amici? Come cambieranno i rapporti con la mia famiglia ed il lavoro? Come andrà il parto? Il bambino nascerà sano?

La psicoanalisi ha contribuito in maniera specifica alla concettualizzazione delle rappresentazioni mentali mettendo in luce due significati: uno di carattere astratto, come già sottolineato da Freud, secondo cui la rappresentazione costituisce una sorta di schema o organizzazione costruita sulla base di molteplicità di impressioni, quindi di una struttura nell’ambito della non-esperienza, e l’altro di carattere più concreto che riguarda i contenuti dell’ambito esperienziale, le immagini ed altri fenomeni soggettivi, compresi i sentimenti.

Il bambino rappresentato o immaginato ha una lunga storia prenatale: man mano che il feto cresce e si sviluppa nell’utero, il bambino rappresentato è soggetto ad uno sviluppo quasi del tutto parallelo nella mente della madre. Al giorno d’oggi, l’ecografia permette di vedere l’immagine del bambino e la realtà dell’esistenza del nascituro diventa tangibile e sicura.

Per nove mesi la donna vive la realtà di un corpo che muta ed i movimenti del bambino aggiungono,  sollecitano e costruiscono continuamente un rapporto intimo e unico. I movimenti percepiti consentono di affinare l’idea che la madre si sta formando sul bimbo, interpretando questi movimenti secondo la sua intuizione ed immaginazione. Ciò le permetterà di tentare di “riconoscere” il bambino appena nato e di sovrapporlo all’immagine che per nove mesi aveva fantasticato.

In realtà, la mamma non finisce mai di immaginare il proprio figlio anche nel momento in cui nasce. Ciò rappresenta, oltre ai significati sopra elencati, anche una grande opportunità di riscatto poiché attraverso l’ideazione il genitore elabora una rappresentazione idealizzata del bambino e del suo futuro. E’ come se, con l’arrivo di un figlio, la storia precedente si ripresentasse ma, al tempo stesso, si aprisse la possibilità di operare una nuova trasformazione: di ottenere, attraverso il bambino, ciò che non si è avuto per sé.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di maternità a Milano collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.

La depressione nei bambini

La depressione nei bambini

L’episodio depressivo è una condizione emotiva caratterizzata da umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno. Tale valutazione non è mai facile, specie per i bambini, che possono non esprimere adeguatamente con le parole i loro stati d’animo. Per questa ragione, lo psicologo o lo psichiatra deve necessariamente ricorrere alle informazioni riferite da chi trascorre la maggior parte del tempo con il piccolo. I racconti dei bambini vertono su affermazioni del tipo “mi sento triste”, “non sono felice”, “non voglio fare niente”, mentre i sintomi osservabili possono essere l’irritabilità, il tono lamentoso, lo scarso interesse o desiderio verso quasi tutte le attività, la tendenza all’affaticamento, i sentimenti di autosvalutazione, la difficoltà di concentrazione, la chiusura. Per diagnosticare il disturbo depressivo è necessario presentare un episodio depressivo completo della durata di almeno due settimane. Il bambino depresso presenta una vasta gamma di comportamenti particolari quali, ad esempio, condotte aggressive, un atteggiamento adultizzato che fornisce l’impressione di maturità mentre invece nasconde un’elevata sofferenza, abulia, un atteggiamento non partecipe, disturbi del sonno caratterizzati da risvegli notturni ed incubi, peggioramento del rendimento scolastico, inibizione e ritiro sociale, sfiducia circa le proprie possibilità e abilità, dipendenza dalle figure di attaccamento. I sintomi vengono raggruppati in quattro macro categorie:

  • sintomi affettivi: umore irritabile, aggressivo, tendenza al pianto, sensazioni di abbandono e rifiuto, condotte vittimistiche;
  • sintomi cognitivi: senso di colpa, autosvalutazione, preoccupazioni di morte verso di sé e verso i propri affetti più vicini;
  • sintomi motivazionali: chiusura sociale, scarso rendimento scolastico, idee suicidarie;
  • sintomi fisiologici e neurovegetativi: affaticabilità, rallentamento, o all’opposto iperattività psicomotoria, disturbi del sonno, alterazione dell’appetito.

Nel disturbo depressivo si pongono anche problemi di diagnosi differenziale con il Disturbo della Condotta (anche se l’umore è meno deflesso), con i Disturbi d’Ansia nonostante la componente ansiosa prevalga su quella depressiva, con la Fobia Sociale in cui emerge un’elevata quota di inibizione nei contesti interpersonali ma non è presente il disinteresse per gli altri.

La prevalenza del disturbo depressivo si aggira tra lo 1 e il 3% della popolazione infantile, aumentando con l’avvicinarsi alla prepubertà. La prevalenza aumenta se il bambino o l’adolescente vive in comunità o è ospedalizzato. Non si tratta di dati pessimistici nel momento in cui si considera che circa il 18% della popolazione generale ha manifestato almeno un episodio depressivo durante la vita. Un ulteriore dato interessante, rivela una maggior frequenza nei maschi fino alla preadoloscenza, dopodiché il dato sembra invertirsi a favore delle femmine.

Le cause della depressione nei bambini

Il problema delle cause che scatenano la depressione nel bambino è da sempre aperto e molto dibattuto. Non esiste una sola causa, ma molti fattori favorenti. La ricerca ha individuato quattro fattori in modo particolare:

  • Fattori biochimici: si intendono quelle alterazioni biologiche come la diminuzione della serotonina, della dopamina, della noradrenalina e le disfunzioni endocrine;
  • Fattori familiari: un dato frequentemente riscontrato nel disturbo depressivo del bambino è la presenza di psicopatologia nella madre (più che nel padre). A tal proposito, si apre la questione del riuscire a determinare se la genesi del disturbo nel figlio sia attribuibile ad una questione biologica, oppure ad aspetti ambientali intesi come uno stile educativo genitoriale che risente ed è influenzato dalla patologia di cui il genitore è portatore. Studi sui gemelli allevati separatamente, quindi sottoposti a stili educativi diversi, dimostrano l’importanza dell’aspetto biologico nel determinare la depressione;
  • La storia personale del bambino: possono contribuire all’insorgenza del disturbo i modelli educativi molto rigidi, oppressivi, poco empatici, scarsamente incoraggianti, tesi al soddisfacimento del dovere e poco sintonizzati sui cambiamenti significativi nella vita del figlio (es. separazione da un amico importante, cambiamenti di scuola, maestre, casa, routine, perdita di un animale domestico, malattia di un familiare, divorzio dei genitori o allontanamenti dei genitori per questioni di lavoro, ecc.). In questo caso risulta molto importante che il terapeuta approfondisca il tipo di attaccamento tra genitore e bambino poiché le condizioni di attaccamento insicuro e disorganizzato rappresentano il più alto fattore di rischio di sviluppare un disturbo depressivo;
  • Fattori psicologici: intesi come fattori emozionali e cognitivi. L’eccessiva reattività emotiva, l’incapacità di vivere lo stress, l’ansia abbandonica , la disistima, i sensi di colpa rientrano in questa categoria. Si nota la tendenza a distorcere negativamente l’interpretazione degli eventi o ad avvertire un senso di impotenza. Nei bambini a rischio di depressione si verifica una diminuzione di rinforzi positivi e questo, a livello cognitivo, riduce la capacità di creare e vivere esperienze piacevoli e di cautelarsi da quelle avverse. Tale cognitività ed emotività va di conseguenza ad interferire con i rapporti interpersonali aumentando la tendenza all’isolamento sociale.

Intervento psicoterapeutico per la depressione nei bambini

Sul piano psicoterapeutico, è fondamentale utilizzare sistematicamente il rinforzamento, vale a dire la gratificazione positiva che consegue ad una risposta e che ha come effetto il rendere più probabile la risposta in futuro. In associazione, viene utilizzata la ristrutturazione cognitiva, tecnica che permette di riconoscere i pensieri negativi, di evidenziarne la disfunzionalità e di metterli in discussione. Oltre a ciò, si ricorrere alla terapia razionale emotiva (un’educazione all’emotività), ai giochi di role playing e di problem solving per interrompere il circolo di passività del bambino. Le linee di intervento riguardano anche i genitori che devono essere istruiti attraverso un parent training che ha come obiettivo il ridurre il più possibile l’esperienza negativa in famiglia ed il ripristinare i giusti meccanismi di gratificazione.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa e Psicoterapeuta a Milano, si occupa di depressione nei bambini collaborando con la dott.ssa Cristina Selvi, PsichiatraPsicoterapeuta e Omotossicologa a Milano presso lo Studio Psichiatria Integrata in piazza Gorini 6.